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Dossier: Il diavolo e l’acqua santa

TERRA SANTA
Il giardino di Dio è sfiorito e inquinato

di
Sergio Ramazzotti
  

Nella Bibbia, la Valle del Giordano era la parte più ricca e fertile della Terra Promessa. Oggi però il fiume in cui fu battezzato Gesù è ridotto a un rigagnolo sporco, prosciugato dalle dighe e intossicato dagli scarichi. Ma così si rischia una catastrofe ambientale.
   

Molta acqua è passata sotto i ponti da quando la valle del Giordano appariva come la vide Lot: un luogo – si dice nell’Antico Testamento – «irrigato da ogni parte... come il giardino del Signore... Un paese fertile: paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna». Anzi, a dire la verità, da qualche decennio di acqua ne passa sempre meno, e presto potrebbe smettere del tutto di scorrere. Oggi il Giordano a sud del Mare di Galilea è poco più che un rigagnolo color cappuccino, la vegetazione della valle sempre più arsa, i contadini e le loro coltivazioni, soprattutto dal lato della Giordania, sempre più assetati.

La Valle del Giordano presso al Bakura.
La Valle del Giordano presso al Bakura
(foto S. Ramazzotti/Parallelozero).

Scomparsi, probabilmente per sempre, i torrenti, le fonti e le acque sotterranee, la valle è una conca polverosa, dove il vero miracolo è veder ancora crescere le piante. Il sacro fiume della cristianità è diventato un malato terminale: «Il Giordano è, letteralmente, una fogna: c’è sempre meno acqua ed è sempre più sporca», mi dice Abdel Rahman Sultan, vicedirettore della Friends of Earth Middle East (Foeme), una ong ambientalista giordano-israelo-palestinese, che da 15 anni lotta con immani difficoltà per sensibilizzare i governi dei rispettivi Paesi sulla questione delle risorse idriche.

Nel suo angusto ufficio alla periferia di Amman (la Ong ha altre sedi in Israele e nei Territori palestinesi), Sultan srotola una mappa della valle e mostra tutti i punti in cui il letto del fiume è stato ostruito e deviato per ricavarne quanta più acqua possibile: i 320 chilometri del Giordano – che nasce sul monte Hermon, al confine libano-siriano, attraversa il lago di Tiberiade e sfocia nel Mar Morto bagnando Siria, Giordania, Libano, Israele e Palestina – sono stati sbarrati da decine di dighe, e le sue acque incanalate in centinaia di diramazioni.

«La sua portata», dice Sultan, «si sta riducendo sistematicamente dagli anni Sessanta, quando Israele cominciò a pompare acqua dal lago di Tiberiade per irrigare il Paese fino al deserto del Negev. Nello stesso periodo, la Giordania costruì il canale King Abdallah che prende acqua dallo Yarmuk, il principale affluente del Giordano, e la distribuisce a tutte le coltivazioni della valle». Da allora, giusto per dare un’idea, la portata del fiume è passata da 1,2 miliardi a 50-100 milioni di metri cubi annui (una contrazione di oltre il 90 per cento) e il livello del Mar Morto, alimentato per l’appunto dal Giordano, cala costantemente di 1,2 metri l’anno, al punto che nella regione qualcuno ha già pensato di ribattezzarlo Mar Morente. Secondo il ministero giordano delle acque, anche il Mar Morto, una delle principali attrazioni turistiche di Giordania e Israele, è destinato a sparire. Negli anni Cinquanta il volume era di 3 miliardi di metri cubi, oggi è ridotto a 300 milioni; soltanto dal 2000 al 2004 la superficie è scesa da 950 a 630 chilometri quadrati. Nel 2004 Amman ha presentato il progetto di un canale di collegamento con il Mar Rosso per ripristinare il livello delle acque e scongiurare il prosciugamento, ma è un’operazione da un miliardo di euro che dovrebbe vedere come cofinanziatori l’Autorità Palestinese e Israele, che da allora hanno avuto ben altri problemi da risolvere.

Il battesimo di Cristo, in un mosaico conservato a Madaba.
Il battesimo di Cristo, in un mosaico conservato a Madaba
(foto S. Ramazzotti/Parallelozero).

E non è tutto: «Le iniziative degli anni Sessanta», prosegue Sultan, «scatenarono nella regione una specie di frenetica corsa ad accaparrarsi le risorse idriche, nella quale si gettarono a capofitto anche i siriani. Damasco ha eretto qualcosa come quaranta dighe lungo il tratto siriano dello Yarmuk, oltre a tremila cosiddette "trappole idriche" che ne risucchiano l’acqua in profondità. Il colpo di grazia è arrivato quando Israele ha piazzato l’ultima grande diga tre chilometri a sud del lago di Tiberiade, e subito a valle della diga una condotta di scolo che scarica nel fiume i liquami di tutto il distretto. Il risultato è che, da lì in avanti, nel Giordano scorrono quasi esclusivamente acque di fogna, tanto che lo scorso anno Amman lo ha depennato dalla lista ufficiale delle sorgenti d’acqua potabile del regno». Per colmo d’ironia, un recente studio della Foeme ha dimostrato che, in assenza degli scarichi di acque reflue, nei mesi estivi molti tratti del fiume sarebbero completamente asciutti.

«I pellegrini che arrivano a Betania lo ignorano», conclude amaramente Sultan, «ma vengono a battezzarsi letteralmente tra gli escrementi». Betania, a pochi chilometri da Amman e a un passo dal Mar Morto, è il luogo dove la tradizione colloca il sito del battesimo di Cristo e uno dei pochi punti in cui i turisti possono avvicinarsi alle rive del Giordano: fino al 1994, anno in cui la Giordania ratificò il trattato di pace con Israele, era un fronte di guerra off limits per gli archeologi come per i pellegrini, mentre ora è trattato alla stregua di un’attrazione turistica (con tanto di biglietto d’ingresso da 7 euro).

Sepolto in una foresta di tamarindi, il sito originario del battesimo è in realtà una pozza secca, dove l’acqua del fiume non arriva da tempo. Nei pressi sorge una cappella gestita dalla Chiesa greco-ortodossa dalle cupole ricoperte d’oro zecchino: il dono di un anonimo uomo d’affari russo.

Uno scorcio del villaggio giordano di Shuna, un insediamento nel tratto meridionale della Valle del Giordano.
Uno scorcio del villaggio giordano di Shuna, un insediamento nel tratto meridionale della Valle del Giordano
(foto S. Ramazzotti/Parallelozero).

Nei secoli il corso del Giordano si è spostato di qualche centinaio di metri. Eccolo, il sacro fiume: un patetico rivoletto giallastro largo sì e no sei metri che funge da linea di confine con Israele: sulla sponda opposta sventola la bandiera con la stella di Davide; da questa parte un fonte battesimale in pietra, contenente l’acqua del fiume, accoglie i turisti, le rare famiglie che vengono a battezzare i loro bambini, e i numerosissimi pellegrini (molti ortodossi dell’Europa orientale) che, dopo aver indossato una sorta di t-shirt o una tunica candida, si tuffano e si immergono fino ai capelli nelle acque limacciose e infette. Per facilitare le abluzioni inconsapevolmente chimiche dei pellegrini, su entrambe le sponde sono stati costruiti di recente dei pontoni in legno, con una gradinata che scende fino alla superficie dell’acqua e che ricorda molto da vicino i ghat lungo il Gange, il fiume sacro dell’induismo che, oltre al simbolismo mistico, condivide con il Giordano il triste primato dell’inquinamento. Nelle botteghe di souvenir all’ingresso del sito di Betania, fra tappeti decorati con il volto della Vergine, presepi in madreperla e crocefissi in mosaico, l’acqua del Giordano si vende in bottigliette a 6 euro l’una. Sull’etichetta, la riproduzione di un dipinto con l’episodio evangelico del battesimo di Gesù e un’avvertenza in calce: «Non potabile».

Il problema che affligge la valle, secondo Sultan, non è solo la scarsità d’acqua, ma anche l’uso spesso indiscriminato che se ne fa. «Fino a oggi abbiamo combattuto una guerra per l’acqua a colpi di dighe», dice, «ma ora iniziamo a renderci conto che è una guerra priva di senso, perché prima che a dissetarci l’acqua serve a coltivare fiori e frutta tropicale per l’esportazione. In Giordania, il 70 per cento dell’acqua dolce del Paese viene destinato all’agricoltura, che contribuisce solo all’8 per cento del Pil. In Israele è ancora peggio: il settore agricolo prosciuga il 50 per cento dell’acqua e alimenta il 2 per cento dell’economia. La domanda che facciamo è: ha senso che qui si patisca la sete per poter spedire in Europa le nostre arance e i nostri gerani?».

Pellegrini ortodossi si immergono nelle acque del Giordano nei pressi di Betania.
Pellegrini ortodossi si immergono nelle acque del Giordano
nei pressi di Betania
(foto S. Ramazzotti/Parallelozero).

Quando la si guarda dalla vetta del monte Nebo, come fu costretto a fare Mosè, o dalle pendici dei wadi che alimentano il Giordano, dove sono sepolti i seguaci del profeta Maometto, la valle non sembra ancora sul punto di soccombere: in lontananza brilla ovunque la sottile striscia verde smeraldo dei campi coltivati, nei quali, in alcuni punti, i contadini israeliani e quelli giordani lavorano quasi spalla a spalla. Però è una striscia ogni anno più sottile. In effetti – come dovremmo sapere ma ci rifiutiamo di apprendere – la natura ci illude sempre di poter avere la meglio, fino a un istante prima di arrendersi.

Dice Sultan: «Noi ci battiamo per la pace idrica, e siamo convinti che se finora la diplomazia ha fallito nel tentativo di unire le nazioni di questa regione, potrà riuscirci la sete: per placarla, in fondo, attingiamo tutti agli stessi fiumi». Sultan tiene a sottolineare come in Israele oggi un cittadino abbia accesso a 300 litri d’acqua potabile al giorno, che si riducono a 110 in Giordania e meno di 60 nei Territori palestinesi (dove l’acqua presenta anche un tasso elevatissimo di nitrato di ammonio, all’origine di numerose malformazioni neonatali). «Il nostro obiettivo è spingere i governi a uniformare la disponibilità almeno in questi tre Paesi, e a riconoscere una buona volta che la Terra Santa è tale per gli ebrei quanto per i cristiani e i musulmani, e che i rispettivi abitanti sono tutti esseri umani».

Grandi idee, visione lucida, nessun sostegno economico da parte dei governi coinvolti (la quasi totalità dei fondi arriva dall’Europa e dagli Usa), nessuna significativa presa di posizione da parte delle autorità religiose locali. Il progetto più ambizioso della Foeme è trasformare un isolotto artificiale al centro del Giordano, nei pressi di al-Bakoora, in un "Parco della pace", a cui tutti gli abitanti della regione possano accedere senza passaporto, incontrandosi in una zona franca. «Ma questo è il Medio Oriente», conclude Sultan, «e Dio solo sa se riusciremo mai a realizzarlo». A proposito dell’acqua passata sotto i ponti di cui si diceva all’inizio, in questa valle tormentata non ci vuole un miracolo solo per salvare l’acqua, ma anche per ricostruire i ponti.

Sergio Ramazzotti

Segue: Il Continente nero, "assetato" di giustizia

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