VATICANO
Sull’interpretazione
della Shoah ancora tensioni
tra ebrei e Vaticano
La
tensione sotterranea che continua a segnare le relazioni tra Benedetto
XVI e gli ebrei di tutto il mondo, anche all’indomani del viaggio
del Papa tedesco in Israele, è riemersa con forza in occasione dell’Angelus
tenuto dal Pontefice a Castelgandolfo lo scorso 9 agosto. Ricordando
le figure di due martiri dei campi di concentramento – Edith Stein e
Massimiliano Kolbe – papa Ratzinger ha paragonato la cultura
nichilista di oggi, che esalta la libertà individuale e rifiuta la
sacralità della vita, alla follia hitleriana. «I lager nazisti», ha
ammonito, «come ogni campo di sterminio, possono essere considerati
simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra
quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il
diritto di decidere cosa è bene e cosa è male, di dare la vita e la
morte».
Benedetto XVI si è soffermato poi sulle «profonde divergenze»
tra «l’umanesimo ateo» e «l’umanesimo cristiano», che nel
corso dei millenni hanno segnato la storia: «Da una parte ci sono
filosofie e ideologie, ma sempre più anche modi di pensare e di
agire, che esaltano la libertà quale unico principio dell’uomo, in
alternativa a Dio, e in tal modo trasformano l’uomo in un dio, che
fa dell’arbitrarietà il proprio sistema di comportamento. Dall’altra
abbiamo i santi, che, praticando il Vangelo della carità, rendono
ragione della loro speranza; essi mostrano il vero volto di Dio, che
è Amore, e, al tempo stesso, il volto autentico dell’uomo, creato a
immagine e somiglianza divina».
Come prevedibile, le parole del Pontefice non hanno mancato di
suscitare le reazioni della comunità ebraica, soprattutto di quella
italiana. «Sembra dalle parole del Papa che il nazismo nasca dal
nulla, e non dal precedente antisemitismo perpetrato per secoli anche
dalla Chiesa, così come era stato riconosciuto dal suo predecessore e
da lui stesso a quell’epoca», ha commentato ad esempio il rabbino
capo di Venezia Elia Richetti. Ancora più duro il rabbino capo di
Roma, Riccardo Di Segni: in un’intervista alla Stampa, Di
Segni ha contestato a fondo l’idea del nazismo "ateo" più
volte sostenuta dal Pontefice. Le SS, ha ricordato, portavano scritto
sul cinturone «Dio è con noi». E durante la retata nel ghetto di
Roma, nel 1943, «furono rastrellate 130 persone, ma per ordine di
Berlino furono rilasciati i convertiti al cristianesimo. Quindi era un
ricatto, uno scambio perché, nella logica dell’epoca, alla Chiesa
erano molto più cari gli ebrei battezzati». Toni tutt’altro che
concilianti, come si vede, tanto da far dubitare che la visita di
Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, più volte annunciata e
rimandata, possa avere effettivamente luogo in autunno come previsto.
Il bis della celebre visita di Giovanni Paolo II era stato annunciato
in marzo dal presidente della Comunità ebraica romana, Riccardo
Pacifici, e confermato dalla Santa Sede.
Alessandro Speciale
ITALIA
Monsignor D’Urso:
diseducativo spingere i cittadini a tentare la fortuna
Un
italiano su cinque è a rischio di «vulnerabilità economica a causa
del basso reddito familiare». Parola dell’Istat che, nel delineare
il volto del nostro Paese, ricorda che particolarmente fragili sono le
famiglie del Sud, dove cresce la disoccupazione e dove gli stipendi
sono più bassi. Nel pieno delle polemiche sulle gabbie salariali,
lanciata dalla Lega Nord contro i cittadini e i lavoratori del Sud, i
dati mostrano che, in realtà, gli italiani del Meridione guadagnano
già circa il 16 per cento in meno dei lavoratori del Nord. E, se la
vita in certi campi può costare di meno, sono però costretti a
pagare di più mutui, finanziamenti, sanità, istruzione, servizi.
«È
una situazione che conosciamo bene», commenta monsignor Alberto D’Urso,
segretario della Consulta nazionale antiusura "Giovanni Paolo II".
«Soprattutto al Sud aumenta la povertà e la disperazione. E, in
questa situazione anche il fenomeno usura torna a crescere». Secondo
i dati Istat, in Italia, il numero dei poveri ha superato gli otto
milioni, arrivando a colpire il 13,6 per cento della popolazione. Di
essi il 4,9 per cento vive in condizioni di estrema povertà. La
concentrazione maggiore nelle regioni del Sud, in particolare in
Sicilia e in Basilicata, dove una persona su tre vive in difficoltà
economica.
Per monsignor D’Urso «la politica dovrebbe occuparsi di queste
situazioni, del numero di poveri che cresce ogni giorno nel nostro
Paese, di un Mezzogiorno abbandonato. Sembra invece che interessino
solo le lotte di potere e la difesa delle posizioni più forti, mentre
il lavoro è a rischio e la gente si indebita per assicurarsi il
necessario per vivere».
Secondo il segretario della Consulta, inoltre, «non stupisce che,
in queste condizioni, cresca anche la febbre del gioco. Chi non può
sperare in un lavoro spera in una vincita alla lotteria. E magari si
indebita ulteriormente per investire in questo "miracolo".
Qui, però, è in ballo anche la responsabilità di chi governa.
Diciamo da sempre che lo Stato non può incentivare
indiscriminatamente i giochi a premio, spingendo le persone a contare
più sulla fortuna che su un posto di lavoro. Ci sono situazioni in
cui trovare un’occupazione sembra un miraggio più irraggiungibile
di una vincita al lotto. Dal nostro osservatorio notiamo, da un lato,
l’indifferenza della classe politica per le persone indigenti e,
dall’altro, uno Stato che "strappa" ai poveri gli ultimi
spiccioli mentre inseguono l’illusione della fortuna».
Monsignor D’Urso, e con lui il gesuita Massimo Rastrelli, da
tempo impegnato nella lotta all’usura, dicono chiaramente che «è
diseducativo incentivare il gioco. Sarebbe stato un gesto altamente
significativo destinare ai terremotati dell’Abruzzo il ricchissimo
jackpot del Superenalotto. Un gesto di solidarietà e un modo per
bloccare l’accanimento verso il gioco d’azzardo, altra faccia di
un’Italia sempre più povera».
a.v.
AMERICA DEL NORD
Riforma sanitaria: i vescovi
cattolici critici
verso il presidente Obama
Contestata
dai repubblicani, difesa strenuamente dalla Casa bianca, oggetto di
battaglie al Congresso ma anche per le strade degli Stati Uniti, la
riforma sanitaria voluta da Barack Obama ha suscitato anche le
critiche della Chiesa cattolica a stelle e strisce. I vescovi hanno
preso carta e penna e hanno scritto ai parlamentari che nei prossimi
mesi dovranno discutere quella che è già assurta a banco di prova
della presidenza Obama. Il presidente si trova, ora, a dover
rassicurare, oltre all’opinione pubblica e alla fronda interna dei
democratici conservatori (i Blue dogs democrats), anche i
cattolici preoccupati che la riforma sia «un veicolo per la
promozione dell’aborto volontario».
Due i punti contestati dal cardinale Justin Rigali, presidente del
Comitato per le attività pro-vita della Conferenza episcopale
statunitense: se attualmente le leggi federali e le polizze
assicurative non prevedono l’aborto tra i benefit sanitari (punto
primo), ed evitano che i soldi dei contribuenti sovvenzionino
politiche contro la vita (punto secondo), la riforma Obama rischia di
rimuovere questi paletti. Alla Camera dei rappresentanti i vescovi
chiedono pertanto che vengano sostenuti gli emendamenti che sventano
tale ipotesi.
Certo, Rigali non manca di sottolineare alcuni elementi positivi
della riforma sanitaria di Obama. Sempre sul tema dell’interruzione
di gravidanza, ad esempio, le nuove norme non incidono sul diritto dei
medici e degli infermieri cattolici all’obiezione di coscienza. Più
in generale, il porporato ricorda il sostegno dei vescovi cattolici a
una «più che necessaria» riforma che, tra l’altro, «preveda l’accesso
a una sanità di qualità per tutti», e in particolar modo «agli
immigrati e ai poveri». La «richiesta fondamentale» che spinge l’episcopato
Usa a scrivere una lettera ai congressmen, tuttavia, è «il
rispetto della vita umana». «Facciamo urgente appello», scrive
Rigali, «affinché facciate una legislazione abortion-neutral», che
non faccia, cioè, saltare le attuali garanzie anti-abortiste.
L’appello dei vescovi tocca le corde tutte americane di un
dibattito già surriscaldato. Il cardinale Rigali fa appello al
rispetto del «pluralismo» del Paese. La maggior parte degli
americani, sostiene, si considera «pro-life». Il porporato mette in
evidenza anche il rischio che le imposte versate allo Stato non
corrispondano ai servizi forniti ai cittadini. «Il Governo», scrive
il vescovo di Filadelfia, «costringerebbe gli americani con basso
reddito a sussidiare l’aborto per gli altri e la copertura per sé
anche se trovano ciò moralmente aberrante».
«In virtù di quale
diritto e di quale precedente legislativo», conclude il porporato
Usa, «il Congresso renderebbe norma nazionale la copertura
finanziaria dell’aborto e costringerebbe gli americani a finanziarlo
quale condizione per rientrare in un programma di sanità pubblica?».
Iacopo Scaramuzzi
AMERICA LATINA
Vescovo
del Costarica contro l’industria del turismo: sfrutta la terra e le
persone
Difesa
dell’ambiente, promozione di un turismo solidale e sostenibile,
accoglienza agli immigrati, soprattutto nicaraguensi e colombiani.
Attorno a queste tre esigenze etiche, strettamente collegate, ruota la
lettera pastorale Sulle orme di Cristo, promovendo la vita in lui,
nel nord del Costa Rica che monsignor Vittorino Girardi,
comboniano italiano vescovo di Tilaran-Liberia, ha reso pubblica a
metà luglio per «illuminare il momento in cui si trova la nostra
regione».
Il presule parte dalla constatazione che la sua zona è una di
quelle «in cui tendono a prodursi più conflitti per la scarsità, la
fornitura, l’uso e la gestione dell’acqua, nonostante i fiumi che
la irrigano e la grande Conca del Tempisque che la domina». L’acqua
deve «essere considerata un bene di "interesse pubblico"»
e «un diritto umano», e va respinto «qualsiasi trattato commerciale
che metta in pericolo le nostre risorse idriche. La fornitura dell’acqua
non va privatizzata, deve essere sempre competenza dello Stato e
gestita con criteri di solidarietà più che di economia».
Altro «diritto fondamentale», prosegue monsignor Girardi, «è la
coltivazione, la cura o lo scambio della semilla criolla»,
cioè la semente locale. Questa va ritenuta «patrimonio dell’umanità
e non di poche imprese transnazionali». Va attuata la "Legge
sull’agricoltura biologica", estendendo le zone libere da
coltivazioni transgeniche e contrastando «le monoculture di canna da
zucchero, riso, cotone, melone e arance», che «eliminano animali e
piante indispensabili per mantenere l’equilibrio ecologico,
inquinano i suoli e le acque con pesticidi, provocano malattie
inconsuete».
Inoltre in diverse zone della regione, denuncia il vescovo, «nella
fornitura di acqua potabile si privilegiano i progetti turistici, a
costo della sete delle nostre comunità». Quando in queste ultime
scarseggia, «nei vicini hotel non è razionata e si spreca in
abbondanza».
Viene poi messo in discussione il modello di sviluppo quando
monsignor Girardi rileva che il turismo «è divenuto la principale
fonte di entrate per il Paese», ma «la ricchezza prodotta dalle
attività turistiche e immobiliari non solo non è stata redistribuita,
ma ha accelerato l’impoverimento della popolazione locale». Inoltre
«le grandi promesse di maggiori e migliori posti di lavoro per la
nostra popolazione, che ha abbandonato l’allevamento, la pesca e la
produzione di cereali per dedicarsi all’edilizia e ad altre
attività connesse al turismo, non si sono tradotte in realtà». La
Chiesa punta «su uno sviluppo turistico solidale, rispettoso delle
comunità e culture locali, fautore della conservazione delle risorse
naturali e della biodiversità, sull’ecoturismo che contribuisce
attivamente alla difesa del patrimonio naturale e culturale, include
le comunità locali e indigene nella pianificazione e nell’attuazione
e dà un apporto al loro benessere».
A ciò si aggiunge «la condizione inumana (e che non pochi
giungono a definire nuovo schiavismo) in cui sopravvivono molti operai
delle costruzioni, in particolare emigranti nicaraguensi, nel settore
immobiliare e del turismo», come dimostra il caso di «Rafael Antonio
Perez Sanchez, assassinato per la negligenza nell’applicare la legge»,
non essendogli state prestate le cure mediche necessarie mentre
lavorava in un albergo di Playa Matapelo. In proposito il vescovo
rammenta che le «leggi internazionali sui diritti umani riconoscono a
migranti e rifugiati diritti e doveri in quanto persone» e «uno
status migratorio irregolare non può servire come scusa per
discriminazioni rispetto al diritto all’educazione, all’assistenza
sanitaria, all’accesso alla giustizia, a una casa dignitosa e a un
lavoro. Essere rifugiato o migrante non equivale a essere delinquente,
anche se i mass media diffondono incessantemente questa idea». Invece
«sono preoccupanti la clandestinità in cui vivono i bambini, i
maltrattamenti e lo sfruttamento delle collaboratrici domestiche, la
situazione critica di quanti lavorano nelle piantagioni di canna da
zucchero, in fattorie e altre attività e servizi (senza garanzie
sociali), le condizioni inumane e insalubri in cui versano quanti sono
detenuti alla frontiera».
Mauro Castagnaro
ASIA
I vescovi
asiatici: rinnovare la Chiesa a partire dall’Eucaristia
Centodiciassette
partecipanti, di cui 75 vescovi asiatici, hanno dato vita alla nona
assemblea plenaria della Federazione delle Conferenze episcopali
asiatiche (Fabc), riunitasi dall’11 al 16 agosto a Manila, capitale
delle Filippine, per riflettere sul tema Vivere l’Eucaristia in
Asia. Presente ai lavori, come inviato speciale del Papa, anche il
cardinale nigeriano Francis Arinze, già prefetto della Congregazione
vaticana per il culto. L’intento principale dell’Assemblea, come
aveva spiegato prima dei lavori il segretario generale della Fabc,
monsignor Orlando Quevedo, era di «integrare i temi dei due Sinodi
sulla Parola di Dio (svoltosi nel 2008, ndr) e sull’Eucaristia
(2005). Se dovessi immaginare le direzioni, priorità e azioni che la
Fabc deve intraprendere, le riassumerei nei termini di un rinnovamento
che ci faccia diventare "persone e comunità eucaristiche"
che celebrano e vivono l’azione eucaristica propria del Signore che
ama, sacrifica se stesso, condivide e serve nel contesto dell’Asia».
Nel corso del confronto assembleare i
vescovi hanno messo in luce le forze positive che aiutano a vivere l’Eucaristia
in Asia, riferendosi in particolare alla presenza delle comunità
cristiane di base, al crescente interesse per la riflessione comune
sulle pagine della Bibbia e al dialogo interreligioso. Alcuni hanno
lamentato l’insufficiente numero di preti, che in Paesi come l’Indonesia
non permette a tutte le comunità di celebrare la Messa domenicale.
L’assemblea ha dato mandato a
monsignor Luis Antonio Tagle, vescovo filippino di Imus e presidente
dell’Ufficio per le questioni teologiche della Fabc, di stendere un
documento che sviluppi lo schema approvato al termine dei lavori. Vi
si parlerà probabilmente dell’impiego nella liturgia di simboli,
melodie e valori tipicamente asiatici, così che le celebrazioni
entrino «in sintonia con le profondità del cuore dell’Asia».
Qualcuno ha chiesto che vi si citino grandi emergenze sociali come l’avanzata
del materialismo, i problemi correlati alla massiccia emigrazione, la
necessità di promuovere i diritti delle donne e dei minori. Il
presidente dei vescovi coreani, monsignor Peter Kang Uil, ha esortato
a offrire esempi concreti di come vivere l’Eucaristia in Asia, onde
evitare di produrre un altro testo destinato a essere letto da pochi e
presto dimenticato. Nell’omelia della Messa di chiusura il cardinale
Arinze ha messo l’accento sull’arte della corretta celebrazione e
sul giusto spazio da dare alla Parola di Dio nelle celebrazioni
liturgiche.
La Fabc è stata creata nel 1970 con
l’approvazione della Santa Sede. Ne fanno parte gli episcopati di
tutti i Paesi del continente, ad esclusione di quelli mediorientali.
Il suo scopo fondamentale è di nutrire tra i suoi membri la
solidarietà e la corresponsabilità per il bene della Chiesa e della
società in Asia. La Fabc ha molto a cuore il dialogo con i poveri, le
culture e le religioni del continente.
Giampiero Sandionigi
AFRICA
Dopo
le violenze nel Nord, Nigeria a rischio di talebanizzazione
C ontinuano
a far discutere i violenti scontri tra le forze di sicurezza e i
militanti della setta musulmana integralista Boko Haram (letteralmente
«L’istruzione è peccato»), che hanno provocato più di 700 morti
e centinaia di feriti nel nord della Nigeria tra fine luglio e inizio
agosto (nella foto). Le violenze, scoppiate il 24 luglio nello
Stato settentrionale di Bauchi, a maggioranza musulmano, si sono poi
diffusi anche nei vicini Stati di Yobe, Kano e Borno, dove sono state
bruciate sia chiese sia moschee.
Quest’ennesima ondata di violenza a sfondo religioso ha
interpellato la Chiesa cattolica nigeriana, direttamente chiamata in
causa dagli scontri, ma anche attivamente impegnata nel promuovere a
tutti i livelli un efficace dialogo interreligioso. Padre Luis
Odudu, segretario generale aggiunto del Segretariato cattolico
della Nigeria, ha invitato gli islamisti alla tolleranza. «I pilastri
di ogni religione», ha dichiarato a nome della Chiesa cattolica
nigeriana, «sono i principi di giustizia e progresso, tolleranza e
dignità di tutti gli esseri umani». Secondo la Chiesa cattolica,
dietro alla rivolta della setta Boko Haram, ci sarebbero altre
forme di violenza e una «povertà generalizzata», che avrebbero
fatto da detonatore. Per questo la comunità cattolica chiede al
governo di prendere tutte le misure necessarie per risolvere e
prevenire all’origine questi scontri.
Più severa l’analisi di padre Obiora Ike, direttore dell’Istituto
cattolico per lo sviluppo, la giustizia e la pace nello Stato
nigeriano di Enugu, secondo il quale la Nigeria corre il rischio di
essere sottoposta a un processo di islamizzazione radicale. Secondo
padre Ike, con questi ennesimi attacchi nel nord della Nigeria, il
Paese ha raggiunto un «nuovo livello» di violenza e rischia un
processo di «talebanizzazione».
«Sino a quest’ultimo episodio»,
ha aggiunto il sacerdote, «gli islamisti si sono scagliati quasi
esclusivamente contro i cristiani, ma ora si sono formati nuovi gruppi
radicali che stanno prendendo di mira tutte le "agenzie
occidentali" e persino gli altri musulmani». Sintomatici, a
questo proposito, gli attacchi diretti contro i governi di Stati che
in questi ultimi anni hanno introdotto la sharia, la legge
coranica. Anche padre Ike, tuttavia, constata che, dietro a queste
violenze, covano enormi problemi: «Mancanza di istruzione e di
lavoro, assenza di competenze, poco denaro e scarsità di prospettive,
che provocano una mancanza di senso della vita. Ciò porta ad abusi
ideologici e alla manipolazione della gioventù da parte dei
fondamentalisti».
Anna Pozzi
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