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SACROSANTI
CONCILI Calcedonia
451: continuità,
discontinuità e interpretazione
di Marco Ronconi
teologo e insegnante di religione
«Seguendo
i santi Padri, insegniamo concordemente a confessare...»: è l’inizio
del testo emanato dal Concilio di Calcedonia del 451. È una frase
semplice e ricca di conseguenze, come il passo con cui in montagna si
scavalca un crinale e si cambia visuale. Il Concilio di Calcedonia venne
convocato da Marciano, imperatore di Costantinopoli. Vi fu imputato
Eutiche, il quale sosteneva che in Cristo non esisteva nulla di umano,
ma solo ciò che lo caratterizzava in quanto Dio. Egli proclamava di
rifarsi a grandi Padri della Chiesa di Alessandria d’Egitto, ma non
aveva né la sottigliezza, né la profondità, né la scaltrezza –
anche molto umana – di un san Cirillo, solo per fare un esempio. Molti
avversari di Eutiche avevano avuto buon gioco nel mostrare la
grossolanità delle sue formule di fede, oltre a denunciarne i modi
intriganti. Nobili rappresentanti di Antiochia di Siria, il vescovo di
Roma, lo stesso patriarca di Costantinopoli lo avevano duramente
contestato in un Sinodo del 449 che tuttavia terminò – dopo uno
svolgimento burrascoso e la complicità di un altro imperatore – con
la condanna di tutti e la vittoria di Eutiche, al punto che papa Leone I
si rifiutò di riconoscere quello che definì un vero e proprio «latrocinio»,
concluso tra l’altro dalle picche dei soldati. A Calcedonia nel 451,
invece, Eutiche venne condannato ed esiliato, ma lo scompiglio cui aveva
dato vita ebbe molte conseguenze. In una prossima rubrica, torneremo sul
fatto che, dopo il 451, le Chiese cristiane si distinsero fra «calcedonesi»
e «non calcedonesi». Qui, interessa soffermarsi sul fatto che la
preoccupazione esplicita di Calcedonia, di fronte agli errori di Eutiche,
era di «insegnare concordemente a confessare».
Nel V secolo, la Chiesa si pensava ormai con una storia, fatta di
eredità del passato e responsabilità verso il futuro. «Seguendo i
padri...», cioè i Concili precedenti – Nicea soprattutto – e
coloro che hanno testimoniato la fede degli apostoli in parole ed opere,
«...insegniamo a confessare». A Calcedonia non ci si attribuisce un
potere piovuto improvvisamente dall’alto, ma si rivendica la
continuità di uno stile. Non si dice: «Stabiliamo che...», come se ci
si volesse limitare a inculcare un concetto, ma si punta a insegnare
come manifestare la propria adesione al Dio Salvatore, che è ben di
più. Non ci si limita a ripetere, ma si commenta, si spiega. A
Calcedonia, nessuno dubita che le verità cristiane – in futuro li si
chiamerà «dogmi» – affondano la loro ragion d’essere nella
verità ultima che è Cristo; al tempo stesso, emerge con forza che la
loro comprensione nella storia rende legittima una storia dell’interpretazione,
uno sviluppo che può chiamare in causa anche mutazioni concettuali e
terminologiche, quando necessarie a conservare il nucleo del dogma
stesso. «Altro è il deposito della fede, cioè le verità contenute
nella dottrina, altro è il modo con cui esse sono annunziate», si
dirà nel XX secolo. A Calcedonia, nel testo che segue quella prima
frase, si rischia un vocabolario tecnico e per certi versi
"nuovo", per far fronte a questioni "nuove" per la
Chiesa di allora. Implicitamente, si suggerisce che problema cristiano
è interpretare, tramandare. Del resto, tutto è già stato detto e
fatto in Cristo: qualcuno forse si sente alla sua altezza e vuole
aggiungere qualcosa che Cristo si sarebbe dimenticato? Al tempo stesso,
Cristo è stato in una storia, ha usato una lingua specifica, ha assunto
su di sé tutta l’umanità: qualcuno pensa forse di poter partecipare
alla sua salvezza rinunciando alla fatica del linguaggio, alla serietà
dell’essere carne, alle lunghezze e larghezze della storia, o pensando
di paralizzarle come nemmeno Cristo si è permesso? Fin dalla prima
frase, i Padri di Calcedonia dichiararono che ogni definizione o
affermazione "da maestri" cristiani deve essere un commento al
Vangelo e all’interpretazione a esso dato dalla Chiesa. Non nacque
quel giorno ciò che oggi viene detto «magistero», ma quel giorno del
451 non fu qualsiasi. «Insegniamo a confessare» è poi al plurale, non
al singolare: è un servizio comunitario, che per di più si definisce «concordemente»,
discutendo e confrontandosi. In continuità con Calcedonia – come
potrebbe essere altrimenti? – ma tenendo conto delle cose che rispetto
a Calcedonia non sono più o che sono per certi versi nuove, il Vaticano
II ricorderà che «la tradizione di origine apostolica progredisce
nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo; cresce infatti la
comprensione tanto delle cose, quanto delle parole trasmesse, sia con la
riflessione e lo studio dei credenti, i quali meditano in cuor loro, sia
con l’esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose
spirituali, sia per la predicazione di coloro, i quali, con la
successione episcopale, hanno ricevuto un carisma sicuro di verità» (DV
8). «Il magistero infatti non è superiore alla Parola
di Dio, ma a essa serve, insegnando solo ciò che è stato trasmesso» (DV
10).
Marco Ronconi
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