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CULTURA - FABRIZIO DE ANDRÉ

Il Vangelo secondo Faber
di Brunetto Salvarani
  

Non credeva nel Dio predicato dalle Chiese. Eppure nessuno più di lui ha "cantato" la vicenda umana di Gesù. Analisi spirituale di un successo, a dieci anni dalla morte del poeta genovese.
   

A un decennio dalla sua scomparsa, avvenuta a sessant’anni scarsi d’età l’11 gennaio 1999, la figura di Fabrizio De André sta registrando un’amplissima fioritura d’iniziative (mostre, concerti, trasmissioni Tv, pubblicazioni) a un livello che non ha precedenti in Italia. Si direbbe che il cantautore genovese abbia intercettato, soprattutto post mortem, quel bisogno di poesia e di legami sociali mai interamente sopito eppure oggi particolarmente carente.

Fabrizio De André durante un concerto (foto Girella/La Presse)
Fabrizio De André durante un concerto (foto Girella/La Presse).

Non si tratta, si badi, di quell’effetto- nostalgia di cui siamo preda approdati alla boa di una certa età, perché molti protagonisti degli eventi citati sono giovani o addirittura giovanissimi, che all’epoca degli storici primi album concept di Faber – da La buona novella a Non al danaro, non all’amore né al cielo – non erano neppure nati, e hanno certo maggiore dimestichezza con la musica degli Mp3 e degli iPod che con i padelloni in vinile a 33 giri con cui trafficavano semmai i loro genitori. Come mai? A conti fatti, rischiando l’ovvietà, il motivo va ricercato nella capacità del "Bob Dylan italiano" (ma Fernanda Pivano sostiene che bisognerebbe meglio dire che «Dylan è il Fabrizio americano...») di spaziare con estremo lirismo su temi universali, eterni: fra i quali, non ultimo e non secondario, appare senz’altro quello religioso. Il che non equivarrà a ingabbiarlo nell’alveo di una confessione religiosa ufficiale, tanto meno a eleggerlo ad ateo devoto ante litteram. Anche se, purtroppo, nella congerie di materiali a lui dedicati, non mancano autori che invece (infischiandosene delle sue dichiarazioni e di una posizione coerentemente agnostica da lui gelosamente custodita) se ne appropriano, strumentalizzando sia l’opera di De André sia la fede, tirata in ballo ad arte.

«Ricorda Signore questi servi disobbedienti / alle leggi del branco / non dimenticare il loro volto / che dopo tanto sbandare / è appena giusto che la fortuna li aiuti / come una svista / come un’anomalia / come una distrazione / come un dovere»: si chiudeva così, con questi versi rubati allo scrittore colombiano Alvaro Mutis, il vasto canzoniere di Faber. Il brano, Smisurata preghiera, conclude l’ultimo disco, da tanti considerato il vertice della sua produzione, Anime salve. È curioso ripensare al fatto che il suo album d’esordio, trent’anni prima, dal titolo minimalista Volume primo, si apriva con Preghiera in gennaio, dedicata all’amico Luigi Tenco: quasi l’intero suo repertorio sia da leggere come suggestiva inclusione tra due commosse orazioni, entrambe incentrate sul Dio dei perdenti, degli sconfitti, degli ultimi. Sul Dio di Gesù...

Una veduta panoramica del porto di Genova.
Una veduta panoramica del porto di Genova

(foto G. Giuliani/Catholic Press Photo/Periodici San Paolo).

È sufficiente, l’attenzione a Gesù, per consegnare l’amato cantautore a una fede positiva? Persino la domanda rischia di suonare stonata, o insignificante. Non è un esercizio inutile, peraltro, la verifica di quanto il confronto col Cristo l’abbia segnato nel profondo: tanto più che il ricorso collettivo alle canzoni di Fabrizio è stato esercizio frequente nei gruppi giovanili del post Concilio, e ancor oggi risulta una delle rare memorie condivise dalla generazione sessantottina con quanti hanno vent’anni nel Duemila.

Non è serio, ribadiamolo, il tentativo di battezzare il Nostro, iscrivendolo arbitrariamente alle fila della «grande chiesa – per dirla con Jovanotti – che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa»: De André, certo, non si disse mai ateo, ma non credeva nel Dio delle Chiese. Peraltro, nessun altro autore di canzoni del Novecento italiano ha toccato così profondamente il problema di Dio, e del Dio di Gesù Cristo. Una contraddizione solo apparente, agli occhi di chi l’abbia seguito dagli esordi, cogliendone il non comune approccio etico e la passione estrema per i reietti dalla società.

Il fatto è che, al di là delle sue stesse intenzioni, De André ha rivestito una diretta influenza teologica sulla cultura italiana dell’ultimo quarantennio. Il riferimento va oltre a quello, ovvio, di quell’autentico capolavoro che resta La Buona Novella, emblema di un’inquietudine generazionale alla ricerca delle ragioni di una ribellione interiore poetica e radicale, per allargarsi a tante canzoni disseminate di orme evangeliche, che ci consegnano una galleria inedita e memorabile di variopinti santi peccatori. Prostitute e assassini, pescatori e musicisti, bevitori e bombaroli, nativi americani e zingari, tutte anime salve – appunto – in quanto perdute e rifiutate dal potere, esistenze riscattate dall’unica religione da lui coerentemente praticata, quella dell’umana compagnia e della solidarietà con gli esclusi. Più che ricorrere alla classica tesi rahneriana del "cristianesimo anonimo", lo si direbbe un esploratore del significato della vita e del Dio nascosto, che ai suoi occhi non era il Dio canonico ed ecclesiastico, ma una presenza misteriosa che soffia un’anima nel mondo e a cui ci si rivolge quando si ama intensamente i giorni spettanti all’umanità, e si vuole penetrare nel senso delle cose e del tempo che passa.

Sì, Fabrizio riteneva Gesù il più grande rivoluzionario della storia: «Gesù rimane un esempio da imitare», confessava in una delle ultime interviste, al Secolo XIX, nel 1997, «e ama il prossimo tuo come te stesso è un principio bellissimo». Già nel primo album, sopra citato, c’è un brano dedicato al figlio di Dio dei cristiani, Si chiamava Gesù; mentre quello d’avvio, dicevamo, è una preghiera rivolta al Dio di misericordia affinché accolga in cielo l’amico suicida (Preghiera in gennaio), e c’è pure uno Spiritual. In Si chiamava Gesù, pezzo poco noto al gran pubblico, Faber esprime le proprie convinzioni al riguardo: l’hanno chiamato Dio, ma era solo un uomo. Eccezionale, ma pur sempre uno come noi: «Non intendo cantare la gloria / né invocare la grazia e il perdono / di chi penso non fu altri che un uomo / come Dio passato alla storia / ma inumano è pur sempre l’amore / di chi rantola senza rancore / perdonando con l’ultima voce / chi lo uccide fra le braccia d’una croce».

Qui in effetti sta il punto, e il collegamento implicito con la cristologia di parecchia filosofia contemporanea: se De André non giunge a professare la divinità del Cristo, nei gesti e nelle parole dell’uomo narrato dagli evangelisti è portato a vedere l’impronta di qualcosa che oltrepassa una logica meramente umana (inumano, scrive infatti, riferendosi al perdono pronunciato da Gesù nei confronti di chi l’ha crocifisso, e qualcuno avrebbe potuto dire divino, o soprannaturale). L’ultima strofa torna a negare la divinità del Nazareno, ne critica con una formula abbastanza goffa («Ebbe forse un po’ troppe virtù») la figura oleografica imposta come modello di certa pietà devozionale, e avanza l’obiezione di fondo che gli atei rinfacciano al Dio della tradizione ebraico-cristiana: il male è rimasto nel mondo, nonostante l’estremo sacrificio dello stesso Gesù, il che negherebbe alla radice la bontà e l’onnipotenza divine. È la stessa obiezione di Ivan dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, il dolore innocente che diventa scandalo di Dio.

Una recente mostra dedicata all'opera poetica e musicale di De André.
Una recente mostra dedicata all’opera poetica e musicale di De André.

Ma è con La Buona Novella, del 1970, che l’esplorazione dell’uomo chiamato Dio e il processo a Gesù intentato da De André si fanno oggetto di un intero disco, ispirato programmaticamente ai vangeli apocrifi, in contrapposizione a quelli canonici. Così motivò tale opzione: «Scelsi i Vangeli scritti da autori armeni, bizantini, greci perché erano una versione laica della storia di quell’eroe rivoluzionario che era Cristo, che predicava la fratellanza universale. Solo che Marco e gli altri erano un po’ l’ufficio stampa, gli Apocrifi invece vanno a ruota libera... C’è più umanità». La traiettoria dell’album, esemplarmente, prende avvio da un Laudate Dominum recuperato dalla tradizione medievale per approdare a un incerto, provocatorio quanto illuminante Laudate hominem nella cantata finale. Con Cristo, ma senza la chiesa, come si ripeteva allora (e non solo negli ambienti del dissenso cattolico).

In realtà, i testi della Buona Novella sono assai più profondi, poetici e problematici di quanto le spiegazioni approssimative dello stesso autore abbiano mai evidenziato, quasi egli malcelasse il pudore di dover confessare la commozione e il coinvolgimento (emotivo e spirituale) che si respira ancor oggi ascoltando Via della croce, Ave Maria o Il testamento di Tito: «Non avrai altro Dio all’infuori di me / spesso mi ha fatto pensare: / genti diverse venute dall’est / dicevan che in fondo era uguale. / Credevano a un altro diverso da te / e non mi hanno fatto del male». Da parte sua ammise che, composta La Buona Novella in pieno Sessantotto, molti amici ritennero il disco anacronistico perché parlava di Gesù nel cuore della rivolta studentesca. Eppure – replicò – ciò che gli studenti volevano non era poi lontano dagli insegnamenti di Cristo, abolizione delle classi sociali e dell’autoritarismo, e creazione di un sistema egualitario: «Gesù ha combattuto per la libertà integrale, piena di perdono».

Non dimenticare De André – ha scritto don Antonio Balletto, il sacerdote concittadino che ne celebrò i partecipatissimi funerali, morto l’anno scorso – «ci aiuta a tirare avanti, a credere ancora all’uomo e al suo futuro. E ci aiuta a conservare un po’ d’umanità, in tempi che non sarebbero piaciuti per nulla a Fabrizio e che non piacciono neppure a noi». Il che, a conti fatti, oggigiorno, non appare davvero un esito dappoco.

Brunetto Salvarani

Segue: Don Gallo: un profeta della Buona Novella

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