Per comprendere
il significato di quelle morti occorre partire dal pensiero di padre
Ellacuría, il rettore dell’Uca. Il gesuita insisteva particolarmente,
nella sua riflessione, su tre punti nodali. Punti, che bisogna riportare
nella coscienza collettiva, nel mondo della cultura e nelle chiese.
Dimenticarli significherebbe impoverire la realtà che viviamo, nella
società e nella Chiesa, e rendere ancora più difficile il compito più
importante del nostro tempo, così come lui lo vedeva: «Invertire la
storia, sovvertirla e lanciarla in un’altra direzione».
Il pensiero di Ellacuría parte innanzitutto dal concetto di popolo
crocefisso, un tema che si dimentica con facilità. Nel 1981, durante
il suo secondo esilio a Madrid, Ellacuría scrisse un testo vigoroso. In
esso ricorda che «tra tanti segni che come sempre si danno, alcuni
vistosi e altri appena percepibili, in ogni tempo ce n’è uno che è il
principale, sotto la cui luce si devono discernere e interpretare tutti
gli altri. Tale segno è sempre il popolo storicamente crocefisso, che
unisce alla sua permanenza la sempre distinta forma storica della sua
crocifissione. Questo popolo è la continuazione storica del servo di
Jahvé, al quale il peccato del mondo persiste nel togliere l’umanità,
che i poteri di questo mondo continuano a spogliare di tutto,
strappandogli persino la vita, soprattutto la vita».

Una marcia a San Salvador in memoria di
monsignor Oscar Romero,
in occasione dell’anniversario della morte dell’arcivescovo
(foto Zuma/La Presse).
Il
testo è facile da leggere, ma dice cose difficili da accettare, anche da
parte delle teologie progressiste e delle politiche di sinistra. Esso dice
che il «segno», quello in cui si concentra la realtà, sono «i popoli»,
le immense maggioranze che vengono private, ingiustamente, della loro
umanità e a cui viene data la morte con crudeltà comparabile a quella
della crocifissione. Questa è la verità più profonda della realtà. È
strutturale. Divide e contrappone gli esseri umani in minoranze del Primo
mondo e maggioranze del Terzo mondo. Ha alle sue spalle secoli di storia e
continua a essere vigente.
In effetti, la parola più audace e più interpellante del testo,
scritto più di venti anni fa, è il «sempre» del popolo crocifisso. La
tesi del «sempre» di solito non è accettata. Alcuni, infatti, pensano
che già viviamo in un mondo sufficientemente umano, nascondendo e
fingendo di non vedere l’orrore che si continua a produrre. Non è
così. Persino istituzioni ufficiali sono obbligate ad ammettere il «sempre».
Secondo il rapporto del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (Undp)
del 2007-2008, il 20% dei più ricchi assorbe l’82,4% della ricchezza
mondiale, mentre il 20% dei più poveri deve accontentarsi dell’1,6%.
Ciò significa che una piccolissima minoranza monopolizza il consumo su
scala mondiale e le immense maggioranze sono gettate nella miseria. Jean
Ziegler, nel suo rapporto per le Nazioni Unite, afferma che nel mondo ci
sono più di 900 milioni di affamati e che ogni quattro secondi un essere
umano muore di fame. E la tragedia ecologica non è minore.
Si cerca d’ignorare o alleggerire il peso del «sempre», ma il dato
resta. E s’ignora pure – ed è comprensibile in una società civile ma
non dovrebbe essere altrettanto nelle Chiese – che questo popolo
crocefisso è il «segno della presenza di Dio». Ed è la continuazione
storica del servo di Jahvé. Su questo Ellacuría insistette fino alla
fine.

Padre Ignacio Ellacuría durante un’intervento
pubblico.
Un
altro punto importante è il concetto della civiltà della povertà. Su
questo tema Ellacuría cominciò a scrivere nel 1982 e vi insistette fino
alla fine della sua vita. Era convinto che la nostra società fosse
gravemente malata e che la colpa fosse dell’imperante civiltà della
ricchezza, che a volte chiamava pure «civiltà del capitale». Tale
civiltà offre sviluppo e felicità. Propone come motore della storia l’accumulazione
privata del maggior capitale possibile e come principio di umanizzazione
la partecipazione e il godimento della ricchezza. In questa civiltà vive
oggi il Primo mondo, glorificandosene, con pochi che beneficiano dei suoi
successi e le maggioranze che soffrono le conseguenze del suo egoismo.
Senza cadere in semplificazioni, né negare i benefici che ha prodotto,
bisogna ricordare che un tale progetto non è percorribile perché non ci
sono le risorse affinché tutti gli esseri umani possano vivere così.
Citando Kant, Ellacuría ricordava che ciò che non è universalizzabile
non può essere morale, né umano. E anche se fosse realizzabile, non
sarebbe desiderabile, perché ha condotto con sé grandi mali e i
meccanismi stessi di autocorrezione non sono né efficaci né sufficienti
per invertire il suo corso distruttore. Il peggiore dei suoi mali è che
non soddisfa le necessità fondamentali di tutti. Un altro grande male,
sul quale Ellacuría insistette ogni giorno con più forza, è che esso
non genera «spirito», non genera valori che umanizzino le persone e le
società.
A tale civiltà egli contrappose la civiltà della povertà. In questa
visione il motore della storia è il soddisfacimento universale delle
necessità fondamentali e il principio di umanizzazione è la crescita
della solidarietà condivisa. La civiltà della povertà è «uno stato
universale di cose in cui è garantito il soddisfacimento delle necessità
fondamentali, la libertà delle opzioni personali e un ambito di
creatività personale e comunitaria che permetta l’apparizione di nuove
forme di vita e cultura, nuove relazioni con la natura, con gli altri
uomini, con se stessi e con Dio». Alla base della civiltà della povertà
c’è la tradizione biblico-cristologica. In tutto l’Antico e Nuovo
Testamento si afferma che è dai poveri che proviene la salvezza. E,
scandalosamente, anche dalle vittime. Su questo insisteva Ellacuría: il
servo sofferente di Jahvé porta alla salvezza.
In forma programmatica, nel contesto della 34ª Congregazione generale
dei gesuiti, scriveva: «Questa povertà è quanto dà realmente spazio
allo spirito, che non si vedrà più soffocato per l’ansia di avere
sempre più degli altri, per l’ansia concupiscente di ottenere ogni
sorta di bene superfluo, quando invece alla maggior parte dell’umanità
manca il necessario. Potrà allora fiorire lo spirito, l’immensa
ricchezza spirituale e umana dei poveri e dei popoli del Terzo mondo, oggi
spenta dalla miseria e dall’imposizione di modelli culturali più
sviluppati in alcuni aspetti, ma non per questo più pienamente umani».
Sono parole importanti raramente
pronunciate. Parlare dell’immensa «ricchezza spirituale e umana dei
poveri e dei popoli del Terzo mondo» non significa nascondersi i mali che
genera la povertà. Ma è un fatto riconosciuto che coloro che hanno
vissuto e lavorato in Paesi in via di sviluppo, che hanno conosciuto la
sua gente, che hanno gioito e sofferto con essa, riconoscono con
gratitudine di aver incontrato "qualcosa" che non avevano
trovato nel mondo della ricchezza. Questo "qualcosa" può essere
l’aver trovato un modo di vivere con speranza e senza arroganza, con
misericordia e senza egoismo, con forza fino alla fine e senza tentativi
ed esperienze sempre provvisori. Può essere smettere di provare vergogna
di far parte di questa crudele specie umana attuale.
Questo è «spirito». Per Ellacuría i suoi depositari diretti sono i
poveri «con spirito», e coloro che solidarizzano con essi. Con tutti
loro è possibile costruire una «civiltà della povertà».

Manifestazione in ricordo di Romero a San
Salvador
(foto L. Romero/AP/La
Presse).
Infine il pensiero di Ellacuría non prescinde dalla figura di
monsignor Romero. Con lui «Dio passò da El Salvador», disse nell’omelia
della Messa che celebrammo nell’Uca pochi giorni dopo l’assassinio
dell’arcivescovo. Sono parole profonde, piene di gratitudine e affetto.
Ma esse mostrano pure cos’era per Ellacuría il Dio misterioso. In
termini più astratti, come egli spiegava la trascendenza. A partire da
Gesù, vide nella fede o credette di vedere che la trascendenza si fece
trans-discendenza per giungere a essere con-discendenza. E ciò si
concretizzò e attualizzò in monsignor Romero.
La
fede in un Dio disceso tra gli uomini può umanizzare e, anche quando non
si espliciti religiosamente, può indicare quanto nella storia e nella
vita c’è del mistero. Personalmente non credo che quanto ci viene
offerto oggi umanizzi molto. La democrazia, la libertà e l’umanesimo
sono senza dubbio positivi e posseggono valori se si vivono bene. Ma non
è facile vedere solo in essi un potenziale di umanizzazione. E quando in
altri lari si ricorre a un qualche tipo di trascendenza, non la si
suole presentare come trans-discendenza e con-discendenza fino alla croce.
Per Ellacuría – che ripensava a Dio in corsi di filosofia con Xavier
Zubiri, e al Dio di Gesù nei corsi di teologia con Karl Rahner –
monsignor Romero era fondamentale per ripensare e leggere Dio nella vita
reale e per essere introdotto al mistero. Monsignor Romero si poneva su un
piano differente da quello di Zubiri o Karl Rahner, i suoi amati e
ammirati maestri.
Lo stesso Ellacuría spiegava questo rapporto e cosa intendeva per
trascendenza dicendo che «monsignor Romero non si stancò mai di ripetere
che i processi politici, anche quando siano purissimi e sommamente
idealisti, non sono sufficienti per condurre l’uomo alla liberazione
integrale. Intendeva perfettamente quel detto di Sant’Agostino che per
essere uomo si deve essere "più" che uomo. Per lui, la storia
che si presentasse solo come umana, che pretendesse d’essere soltanto
umana, presto avrebbe smesso di esserlo. Né l’uomo né la storia
bastano a se stessi. Per questo non smetteva di richiamare alla
trascendenza. In quasi tutte le sue omelie usciva questo tema: è la
parola di Dio, l’azione di Dio a rompere i limiti dell’umano. Una
trascendenza che mai si presentava come abbandono dell’umano, come fuga
dall’uomo, quanto piuttosto come il suo superamento e perfezionamento.
Un più in là che non abbandonava il più in qua, ma che lo
apriva e lo spingeva più avanti».

Corteo in memoria dei martiri salvadoregni.
Dio
non lasciò mai in pace Ellacuría. E lo sollecitò soprattutto attraverso
monsignor Romero. L’arcivescovo fu di fondamentale importanza per la
fede stessa del padre Ellacuría. Siamo di fronte al mistero ultimo di
ogni essere umano, nel quale si può entrare soltanto in punta di piedi.
Ma io credo che in monsignor Romero egli vide un uomo di Dio e vide Dio in
quell’uomo.
Romero divenne il volto di Dio, un volto, in definitiva, più fascinans
che tremens. Ellacuría, al quale in quasi tutte le altre cose
toccava d’essere il primo e di condurre dietro di sé gli altri, nella
fede sentiva di dover essere condotto da altri: dai poveri di questo mondo
e certamente da monsignor Romero. Egli era il pedagogo e il mystagogo,
invito permanente a mettersi di fronte al mistero ultimo, a lottare con
Dio come fece Giacobbe, e a camminare umilmente con Lui, come chiede
Michea.
Ancora oggi, a distanza di tanti anni, il popolo crocifisso continua a
essere il segno dei tempi per tutti, credenti e non credenti. La civiltà
della povertà continua a essere la formulazione più azzeccata dell’utopia
umana, forse più comprensibile per i credenti della tradizione
biblico-gesuanica. Vedere il passaggio di Dio nella storia in monsignor
Romero, e in molte vittime e martiri, può essere possibile a partire da
un umanesimo intriso di spirito di purezza, e può essere reale a partire
da una fede che si sia lasciata permeare da Gesù di Nazaret.