|
UNA
CITTA', UNA DIOCESI
- MAZARA DEL VALLO Chiesa
tra terra e mare
di Vittoria Prisciandaro - foto di ALESSIA GIULIANI / CPP
Ultimo lembo di
Sicilia naturalmente proteso verso le coste africane, Mazara del Vallo
ha un rapporto antico con il mondo arabo. La presenza della numerosa
comunità tunisina è una delle principali sfide pastorali per la
diocesi, che si trova a fare i conti con una comunità di fedeli divisa
tra il mare e la campagna.
Di
mattina il sole illumina la spada del conte Ruggero d’Altavilla che
infilza il moro. Il bassorilievo sulla facciata del duomo di Mazara del
Vallo racconta del ritorno alla cristianità, dopo la conquista araba,
di quest’avamposto di Italia in mezzo al Mediterraneo. Ottanta miglia
e sette ore di traghetto separano Mazara dalle coste africane. E la
Tunisia è da sempre un dirimpettaio con cui fare i conti: a partire
dalla Chiesa, che con la piccola comunità cattolica che vive sull’altra
riva del mare ha fatto un gemellaggio; dall’architettura, che nel
centro della città segue le geometrie dell’antica medina; dall’economia,
basata sulla pesca e su equipaggi che al 50 per cento sono composti da
tunisini; dall’orizzonte futuro, che vede in prospettiva una città
abbandonata dai giovani mazaresi e affidata alle terze generazioni di
tunisini-italiani. Per intuire qualcosa della città occorre girare di
sera tra i vicoli dei quartieri San Francesco e della Giudecca, dove le
pietre parlano di sinagoghe e moschee trasformate in chiese, dove gruppi
di ragazzi gironzolano in bande, e finestre dipinte di azzurro lasciano
intravedere interni con piastrelle mosaicate, identità traslocate,
pezzi di Tunisia impiantati a Mazara.

Una veduta notturna di Mazara del Vallo
vista dal porto.
«La convivenza è riuscita nelle reciproca convenienza: si sfiorano
nella separatezza ma non interagiscono»: Antonino Cusumano,
antropologo, autore di numerosi saggi sulla città, legge con la chiave
del pragmatismo la relazione tra le due comunità cittadine. È una
partita aperta, dice, fatta di elementi contraddittori: crescono gli
immigrati iscritti alle organizzazioni sindacali, ma anche quelli che
lavorano in nero; le donne seguono corsi professionali, i pensionati
decidono di comprare casa, aumenta il numero dei nomi arabi nell’elenco
del telefono, ma pensando all’ormai quasi quarantennale presenza
tunisina il numero dei matrimoni misti resta molto basso. Lo rileva
anche un saggio di Augusto Gambuzza, Identità al confine: in
dieci anni, su 34 matrimoni misti celebrati, solo 7 hanno coinvolto la
componente tunisina, che pure costituisce l’87 per cento dei circa 5
mila immigrati. «La comunità tunisina non vuole l’integrazione, teme
la perdita delle origini. E non accetta i matrimoni misti, soprattutto
se è una donna musulmana a sposare un italiano», dice Imem Ayari, il
volto del telegiornale arabo dell’emittente locale Tele8. Ha sposato
Daniele, pantesco, cattolico, non ha avuto vita facile in Tunisia e qui
dichiara di avvertire una certa ostilità da parte della comunità
immigrata. La frizione è evidente quando affrontiamo il tema dei
matrimoni misti con Hamed Dharwa, l’imam egiziano di Marsala che il
venerdì guida la preghiera nella piccola sala di culto tra i vicoli di
Mazara: «Secondo l’islam non si può, questa è la regola». Ci
incontriamo nella Bottega del Gelsomino, il negozio equo e
solidale gestito dalla Fondazione San Vito della diocesi. Al piano
superiore vive la Comunità delle Francescane missionarie di Maria, che
30 anni fa sono state chiamate dal vescovo locale per intessere un
dialogo e dare una prima risposta alle urgenze della comunità tunisina,
in particolare delle donne.

Uno
scorcio del porto.
Guardando
Mazara, viene naturale chiedersi perché una comunità musulmana
radicata da tanti anni, e più numerosa in percentuale rispetto alla
popolazione di altre città italiane, non abbia una moschea e non abbia
intrapreso qualche iniziativa efficace per ottenerla. «Sono in
maggioranza persone semplici, marinai imbarcatisi giovanissimi, che
frequentano poco il culto», spiega l’imam. È una religiosità
prevalentemente domestica. Inoltre gli immigrati non accettano l’idea
di una moschea nazionale, perché «i pochi che vengono nella piccola
sala di preghiera preferiscono incontrare una guida per chiedere
consiglio, e non confrontarsi con un imam-funzionario statale».
«I tunisini sono socialmente invisibili, politicamente ininfluenti,
economicamente indispensabili», dice Cusumano. Un giro al porto tra i
motopescherecci, cui spesso tocca mettere in salvo barconi di immigrati
o recuperare nelle reti i cadaveri di chi non ce l’ha fatta, aiuta a
capire che tra la comunità cattolica e quella musulmana, più che di
dialogo istituzionalizzato, bisogna parlare di condivisione della vita,
che avviene soprattutto in mare. «Trent’ anni fa non c’era la
plastica: a tavola avevamo due bicchieri di vetro e una bottiglia di
vino, per tutti, tunisini e mazaresi senza distinzioni»: in un’immagine
Giacomo Asaro sintetizza anni di lavoro, 24 ore su 24, settimane su
settimane, «solo acqua e cielo», gomito a gomito con i compagni di
pesca venuti dall’altra parte del Mediterraneo.
Nella
parrocchia dei pescatori, dedicata a Santa Maria di Gesù, tre capitani
– Giacomo, con Luigi Fiorentino e Vincenzo Giacalone –, in italiano
e siciliano raccontano di naufragi, di vite legate al mare, amato e
temuto; di famiglie costruite su faticosi ritmi di lavoro; di una pesca
un tempo redditizia, che ha permesso a molti pescatori di comprare casa
in zona transmazaro, al di là del fiume; di un mercato oggi in crisi, a
causa del pesce importato, ma anche del gambero rosso mazarese, delizia
per palati raffinati; di mamme costrette a fare anche da papà e a
rispondere a una serie di compiti burocratici-amministrativi in genere
delegati alla componente maschile della coppia. «In parrocchia è quasi
impossibile avere le famiglie al completo», dice don Gioacchino Arena,
il parroco. «La pastorale è soprattutto per i ragazzi – scouts, Acr
e Giovanissimi di Azione cattolica. Per il resto, si sta dietro all’ordinario».
Insomma, uno stile di vita che ha imposto anche alla pastorale tempi
diversi, che nelle celebrazioni di prime comunioni, battesimi e
matrimoni deve fare i conti con le lunghe assenze marinare. Lo ha
ricordato il 9 luglio scorso il vescovo, monsignor Mogavero, che due
miglia al largo dell’isola di Pantelleria, dopo tre ore e mezza di
navigazione su una motovedetta della capitaneria di Mazara, ha voluto
incontrare in mare gli equipaggi dei pescherecci: «Vorrei incontrare
tutti là dove vivono, e i pescatori vivono in mare. Questo non è un
aspetto secondario della nostra esperienza, perché come diocesi siamo
sul mare al 50 per cento. L’abbiamo nel sangue», ci spiega.

La chiesa di San Michele, a Mazara.
Il mare, d’altronde, è lo scenario di grandi feste religiose
tradizionali, da quella di san Vito alle celebrazioni per la Madonna
Paradiso, con processioni di barche e folla di fedeli. «La religiosità
popolare è come il mare: una forza che ha bisogno di essere incanalata»,
commenta il vescovo. «Queste ricorrenze sono occasioni uniche per
parlare a qualcuno che non verrà più in chiesa se non dopo un anno. Ma
siamo consapevoli che si tratta di una religiosità fragile, labile, con
poca incidenza sui comportamenti quotidiani». La vivacità pastorale,
comunque, non manca, dalle iniziative della Fondazione San Vito alla
presenza di laici con studi teologici alle spalle, agli incontri
culturali promossi presso il seminario, come quello dello scorso luglio,
in collaborazione con l’Associazione dei teologi moralisti italiani su
Teologia morale e dialogo interreligioso; a un clero capace,
soprattutto nei grandi centri, di intervenire in maniera corale sui
problemi della città. È accaduto proprio a Mazara, dove nel 2008 i
sacerdoti della foranìa hanno inviato una lettera aperta alle autorità
in cui si chiedeva di risolvere definitivamente il problema dell’acqua
potabile infiltrata dagli anticrittogamici, replicando negli scorsi mesi
con un appello in occasione delle elezioni amministrative.

Veduta panoramica di Mazara del Vallo, con
le cupole delle chiese
della cittadina siciliana e, sullo sfondo, il
porto.
Diversa
la situazione nelle piccole realtà di paese, aree rurali oggi
fortemente in crisi a causa dello spopolamento delle campagne. Per
capire la diocesi, una terza chiave di lettura – oltre al mare e all’immigrazione
– è infatti l’agricoltura, come raccontano gli edifici delle
aziende vinicole che costeggiano la litoranea che da Marsala va a
Mazara. «Con l’arrivo sul mercato di vini cileni, californiani,
australiani c’è stato un abbattimento dei prezzi e gli agricoltori
sono stati danneggiati», spiegano alle storiche Cantine Pellegrino,
esportatori di Marsala in tutto il mondo e di vino da Messa anche in
Vaticano.
Hanno capelli bianchi i contadini che incontriamo nelle campagne
della Valle del Belice mentre ci dirigiamo verso la parrocchia di Santa
Ninfa. Una parrocchia vivace, dove, grazie anche a una condivisione del
lavoro tra il parroco, don Franco Caruso, e un gruppo di catechiste e
operatrici laiche, si respira aria di famiglia, a partire dalla
macchinetta del caffè pronta per l’ospite inatteso.
La
chiesa nuova è stata inaugurata appena due anni fa, cemento armato che
ingloba un arco in pietra dell’antico edificio distrutto dal sisma del
1968. Giusy, Katia, Loredana e le altre signore spiegano la realtà di
una terra di emigrazione antica e oggi di esodo giova-nile; di una
religiosità che passa anche attraverso devozioni popolari che
coinvolgono tutto il paese, come la lavorazione del pane di san
Giuseppe; di una «pastorale che vuole riappropriarsi della parrocchia
come comunità e non come agenzia di servizi» e che coglie l’occasione
dei 400 anni dalla sua fondazione per lanciare una serie di iniziative,
coinvolgendo anche i più giovani, per fare memoria di una storia che il
sisma del ’68 ha rischiato di cancellare. Proprio da questa parrocchia
i riflettori sono tornati più volte sulla tragedia del Be-lice –
terremotati ospitati in baracche "provvisorie" per 12 anni –
grazie al parroco di allora, un uomo del Nord, un Rosminiano, don
Antonio Riboldi, che poi sarebbe diventato vescovo di un altro Sud.

La
cattedrale.
«Eppure in quelle baracche siamo stati una comunità, ci siamo
sentiti più uniti che dopo, quando ci hanno deportato in questi centri
ricostruiti senz’anima»: il signor Michele Zummo vive a Poggioreale,
uno dei paesi che dopo il sisma si preferì abbandonare e ricostruire a
valle, come per Gibellina e Salaparuta. Basta passeggiare tra le rovine
del vecchio paese fantasma, custodito da randagi, rovi e greggi di
pecore, per capire il dramma dei vecchi che morirono come mosche quando
finalmente ebbero la nuova casa. Paesi contadini, una strada e una
piazza, ricostruiti secondo un’urbanistica centrifuga, senza spazi di
incontro fruibili dalla popolazione. «Anche la pastorale è stata
danneggiata: la gente aveva un centro con la chiesa, oggi siamo in cima
a una salita inaccessibile a tanti anziani», lamentano i parrocchiani
dell’Immacolata di Poggioreale, comunità composta per lo più proprio
dalla terza età. Per i pochi giovani rimasti, l’anziano parroco, don
Paolo Agueci, che per 21 anni è stato missionario in Amazzonia e
gestisce anche la chiesa della vicina Salaparuta, conta sull’energia
di Onesimo Kamau Kariba, giovane prete keniota "prestato" alla
diocesi per il periodo di studi in Italia: «Per me la parola chiave è
stata accoglienza: vent’anni fa non sarebbe stato pensabile che
un prete africano reggesse una parrocchia. Oggi è così, ero atteso. Ed
è segno che c’è voglia di migliorarsi e di pensare al futuro».
Vittoria Prisciandaro

Il mercato del pesce di
Mazara.
| Diocesi
normanna con eredità araba
Occupata
dagli arabi nell’827 d.C., Mazara visse un periodo di sviluppo e
venne eletta capoluogo del Vallo di Mazara. Dopo la vittoria di
Ruggero di Altavilla sui saraceni, nel 1093, con l’edificazione
della cattedrale dedicata al Santissimo Salvatore venne elevata a
vescovado e nel 1097 accolse il primo parlamento normanno di
Sicilia. Tuttavia, secondo alcune testimonianze, la presenza
cristiana nella zona è più antica e risalirebbe all’età
subapostolica: la città di Lilibeo, infatti, sarebbe stata
raggiunta da cristiani di Siracusa, dove era approdato san Paolo.
Oggi la diocesi abbraccia 13 comuni, per un totale di circa 250 mila
abitanti. Tre grandi centri ospitano i due terzi della popolazione:
Marsala, Mazara, Castelvetrano. I sacerdoti diocesani sono 70, i
religiosi 30. |
Segue:
Né
omologazione né spirito di conquista
|