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Dossier: Pace, amore e fantasia

Testimoni della speranza
in dialogo con il mondo

di Alessandro Speciale
  

Leader politici internazionali, uomini di Chiesa, intellettuali laici e credenti di ogni fede: la storia di Sant’Egidio è costellata di incontri e di amicizie, anche importanti, che si sono stabilite nel tempo. E che spiegano in maniera emblematica la capacità di incontro della Comunità.
   

Sant’Egidio ha sempre avuto dimestichezza con la figura del "testimone", colui che ha scelto o è stato costretto a parlare delle proprie convinzioni e della propria fede più con la vita che con le parole. Dal 1993, la Comunità ha in affidamento la basilica di San Bartolomeo sull’isola Tiberina. Ed è qui che, dal 1999, in preparazione al Grande Giubileo dell’anno 2000, si riunì la commissione "Nuovi Martiri" voluta da Giovanni Paolo II per indagare sui testimoni della fede cristiana morti durante il Ventesimo secolo. Per due anni, la commissione si riunì nei locali della chiesa, raccogliendo circa 12 mila dossier di martiri e testimoni della fede giunti dalle diocesi di tutto il mondo. Tra i frutti di quel lavoro ci fu la preghiera ecumenica al Colosseo che, durante il Giubileo, mise l’uno accanto agli altri Papa Wojtyla e i rappresentanti di tutte le principali Chiese cristiane, riunite intorno a figure universali come Dietrich Bonhoeffer, Edith Stein e monsignor Oscar Romero.

L'interno della basilica di San Bartolomeo, affidata a Sant'Egidio. Nella chiesa, che sorge sull'isola Tiberina, a Roma, sono commemorati i martiri ecumenici del Ventesimo secolo e contemporanei.
L’interno della basilica di San Bartolomeo, affidata a Sant’Egidio.
Nella chiesa, che sorge sull’isola Tiberina, a Roma, sono commemorati
i martiri ecumenici del Ventesimo secolo e contemporanei.

All’indomani del Giubileo, Giovanni Paolo II volle dare una forma stabile a quella ricerca sulla memoria dei testimoni della fede del Novecento. Ed è stato così che, nell’ottobre del 2002, con una solenne celebrazione ecumenica alla presenza dei cardinali Camillo Ruini, Walter Kasper e Francis George, e del patriarca ortodosso rumeno Teoctist, venne posta sull’altare maggiore della basilica di San Bartolomeo una grande icona dedicata ai martiri del Novecento. L’icona rappresenta, con una simbologia presa dall’Apocalisse, le vicende dei martirii di cui si è venuti a conoscenza attraverso i lavori della commissione; memorie di martiri sono collocate nelle cappelline laterali della chiesa, ognuna dedicata a una situazione storica particolare, dai cristiani morti nelle guerre civili in Spagna e Messico, ai testimoni uccisi sotto il regime nazista o durante il comunismo.

Oggi, camminare tra le navate della basilica di San Bartolomeo significa compiere, come ha detto papa Benedetto XVI in occasione della sua visita alla chiesa del 7 aprile 2008, «un pellegrinaggio alla memoria dei martiri del Ventesimo secolo, innumerevoli uomini e donne che hanno versato il loro sangue per il Signore. Ma Gesù Risorto illumina la loro testimonianza e comprendiamo così il senso del martirio. È la forza dell’amore, inerme e vittorioso anche nell’apparente sconfitta».

Sant’Egidio, quindi, conosce bene chi siano i martiri e il valore del loro sacrificio. Ma la Comunità non accoglie solo testimoni che sono morti perché la loro vita parlasse della loro fede e delle loro convinzioni. Nel corso dei decenni, sui palchi degli Incontri internazionali di preghiera per la pace, a cominciare dal primo, storico appuntamento voluto da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986, si sono alternati centinaia di testimoni con le più diverse esperienze e dalle più diverse provenienze: leader mondiali, politici, attivisti, economisti, intellettuali, esponenti di ogni fede e confessione. Tutti hanno preso qualcosa dalla Comunità, e tutti hanno lasciato qualche cosa. Tutti si sono interrogati sul significato della parola «testimonianza». Negli ultimi anni, ad esempio, è stato lo scrittore Roberto Saviano, autore di Gomorra, a incrociare il suo cammino con quello di Sant’Egidio, in tandem con l’arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, che ha ospitato nella sua città l’Incontro per la pace del 2007, a cui ha partecipato anche papa Benedetto XVI.

Uno degli incontri di preghiera per la pace.
Uno degli incontri di preghiera per la pace
(foto Vision/Periodici San Paolo).

Parlando appena qualche mese fa proprio nella basilica di San Bartolomeo, con alle spalle la grande icona dei Martiri del Ventesimo secolo, Saviano, che per il suo libro è stato minacciato dalla camorra e oggi vive sotto scorta, ha provato a spiegare cosa significhi il martirio nel nostro tempo, cosa comporti rendere testimonianza anche quando la propria vita è minacciata. Per lo scrittore, «il vero martirio, oggi, è la diffamazione, la distruzione della dignità». Una storia che la Chiesa del Sud Italia conosce bene, e che Saviano ha raccontato attraverso la vita di don Peppino Diana, il prete di Casal di Principe ucciso dalla camorra per la sua campagna di educazione e di denuncia contro i clan: «Appena morto, i giornali locali, amici dei boss, subito si sono messi a raccontare che don Peppino non era così buono, aveva le amanti, e così via»: la calunnia, la delegittimazione, la solitudine che tutto questo porta con sé sono il vero martirio dei testimoni di oggi, e spesso non c’è alcun bisogno di arrivare a uccidere il "testimone".

Allo stesso tempo, Saviano ha voluto però sottolineare la profonda "normalità" del martire: «Non sceglie la morte, sceglie la vita». Di fronte alla disumanità, di fronte alla stortura, «il martire risponde con una scelta di profonda coerenza, quella di difendere, con strenua resistenza, la propria dignità e quindi la propria umanità». In questa luce, il senso della parola martire si allarga e arriva ad andare al di là di chi è stato ucciso in odium fidei: lo scrittore parla anche di Anna Politkovskaja, la giornalista russa assassinata in circostanze mai chiarite: «Il suo terrore», racconta, «più che di essere uccisa, era quello di essere diffamata». Per questo, aggiunge, l’opera della Comunità è importante nel suo tentativo di preservare non solo la memoria ma la dignità dei testimoni, e per questo negli ultimi anni si è trovato a camminarle accanto.

Sono molti quelli che, dopo oltre quarant’anni di attività, oggi sono pronti a rendere "testimonianza" dell’opera della Comunità. Molti "piccoli", certo, ma anche molti "grandi", che, forse all’inizio per calcolo, a volte, più avanti, per convinzione, hanno deciso di venire a visitare quella che molti giornalisti, con un po’ di ironia, chiamano la piccola «Onu di Trastevere». Gli abitanti del quartiere romano si ricordano ancora le strade blindate, gli agenti a ogni angolo, i tombini scoperchiati, controllati e poi risigillati a uno a uno in preparazione dell’arrivo del presidente statunitense George W. Bush nel maggio del 2008 nella sede della Comunità. La visita poi, per le invocate ragioni di sicurezza, saltò, e l’incontro con i vertici di Sant’Egidio venne trasferito nella sede dell’ambasciata degli Stati Uniti.

Ma anche se manca ancora la visita di un presidente Usa in carica, nella piazzetta di Trastevere sono passati molti dei leader più influenti del pianeta, da Michael Gorbachev al leader moderato del Kosovo albanese Ibrahim Rugova, al segretario di Stato del presidente Bill Clinton, Madeleine Albright. Quest’ultima, di passaggio a Roma nel marzo del 1998, volle visitare la sede della Comunità e non risparmiò le lodi non solo per l’impegno di Sant’Egidio per la pace in vari scacchieri africani ma anche per la capacità di fornire "notizie fresche" su quanto accadeva in molte di quelle regioni devastate dalla guerra.

«Siete nati nel ’68, siete figli del ’68: questo dimostra che frutti buoni ce ne sono in tutte le stagioni!»: il 30 maggio del 1998, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro salutava così la Comunità di Sant’Egidio e il suo lavoro in occasione del suo trentesimo "compleanno". «Avete aiutato il dialogo in Mozambico, state aiutando il dialogo in Albania, per il Kosovo. Siete andati ad aiutare il dialogo in Guatemala. Aiutate il dialogo tra le religioni più diverse», elencava. Ma, precisava, «questo lavorare per la pace combatte una povertà che, se non è la prima in assoluto, certo, è una delle più terribili: la povertà della pace interiore, che determina solitudini e disperazioni grandissime». In questo modo, il capo dello Stato collegava l’origine della Comunità, il servizio nelle periferie ai poveri, ai barboni, agli emarginati delle periferie – iniziato quando la Comunità non aveva un nome e alcuni frequentavano Gioventù Studentesca – con il servizio di "diplomazia free-lance" che, decenni dopo, l’avrebbe resa famosa in tutto il mondo.


Un momento dell’Incontro di preghiera per la pace del 2005 a Lione

(foto A. Giuliani/Catholic Press Photo/Periodici San Paolo).

Dalla mensa dei poveri ai trattati internazionali, per Scalfaro, il passo era stato meno lungo di quanto potesse sembrare: «È stato detto molto bene: i poveri, gli anziani, le persone che hanno bisogno di cose per ridurre la sofferenza, hanno bisogno del "modo", hanno bisogno di sentire che qualcuno si rivolge a loro. Non conta molto che sulla porta trovino i beni materiali di cui sono, magari, in condizioni di assoluta necessità: hanno bisogno di un sorriso, ma non gettato genericamente. Quel sorriso deve avere un "indirizzo". Quante volte noi, anche soltanto dallo sguardo di una persona che non conoscevamo prima, ma che era uno sguardo più intenso, abbiamo sentito che qualcuno ci è entrato in casa e ci ha aiutato a portare un peso».

Come Scalfaro, molti sono stati i leader mondiali che hanno voluto ringraziare personalmente la Comunità per il proprio lavoro. Nel 2008, è stato il cancelliere tedesco Angela Merkel a invitare a Berlino i responsabili di Sant’Egidio, in segno di gratitudine per il loro contributo alla lotta all’Aids con il programma Dream, che si occupa di fornire, nella totale gratuità, farmaci retrovirali, cure mediche e assistenza a oltre 75 mila pazienti in cura in dieci Paesi africani.

Nel 2005, l’annuale Incontro di preghiera per la Pace si teneva per la prima volta in terra francese, a Lione, proprio a cento anni dall’entrata in vigore della legge che aveva stabilito una rigorosa divisione tra Chiesa e Stato nel nome della laicité. A inaugurare i lavori dell’Assemblea c’era Nicolas Sarkozy, allora ancora ministro degli Interni, che lodò la scelta di tenere un incontro "religioso" in un Paese che celebrava una legge spesso interpretata come nemica tout court della religione. «Contrariamente all’immagine che essa ha ereditato dalla sua storia movimentata», spiegava il futuro presidente francese, «la laicità, "alla francese" non è nemica delle religioni. Essa è una costruzione politica, giuridica e umana che si sforza di conciliare il diritto di ogni individuo a praticare un culto e il divieto fatto a tutti di misconoscere questo bene così caro che è la libertà di coscienza».

Uno scorcio di Trastevere.
Uno scorcio di Trastevere.

Per Sarkozy, «oggi gli uomini e le donne vedono bene che la prosperità materiale non è sufficiente a soddisfare le aspirazioni profonde dell’uomo. Essa non è di nessun aiuto per distinguere il bene dal male. Essa non dà senso all’esistenza. Essa non risponde alle domande fondamentali dell’essere umano: perché c’è una vita e qual è il senso della morte? Anche la libertà e la democrazia non danno risposta... È per questo che, come vediamo tutti i giorni, le religioni hanno un ruolo determinante in questa riorganizzazione del mondo, delle società, delle idee. Esse, che sono per natura transnazionali, possono aiutare gli uomini a trovare un senso alla loro esistenza indipendentemente dalle frontiere o dalle identità nazionali, o in via complementare con esse». Il merito di una comunità come Sant’Egidio, quindi, era quello di aver scelto consapevolmente di valorizzare il modello "laico" francese e di essersi messa in dialogo con esso. Di aver messo la propria "anima" di fede dentro, e non contro, il mondo.

D’altra parte, «la capacità delle persone laiche di diffondere amore è molto più limitata di quella delle persone di fede religiosa. Ci sono miriadi di esperienze che ce lo dimostrano». A dirlo è un uomo politico e intellettuale che, da laico coerente ma sensibile ai temi della fede, si è spesso messo in dialogo con la Comunità di Sant’Egidio: Giuliano Amato. Per l’ex presidente del Consiglio, la reale differenza tra l’impegno di chi crede e di chi non crede sta nella minore capacità, da parte di questi ultimi, di "coinvolgere gli altri": «Questo è il problema e il vero limite della fede laica. Ciò che vedo nelle persone di fede religiosa è quello straordinario amore che hanno per gli altri, che li porta al sacrificio, ad accogliere altre persone in casa propria, a rinunciare perfino alla propria verità per amore».

Ma le due sfere non per questo devono rimanere estranee, incomunicabili: «Gli essere umani non sono palle di biliardo: una volta che si sono incontrati qualche cosa dell’altro rimane, comunque, in ciascuno. E questo è straordinariamente vero». Amato in quell’occasione – era il 2000, l’anno del Giubileo – parlava alla presentazione di un libro scritto da un altro intellettuale laico attento al valore della fede, Arrigo Levi, insieme al fondatore di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, e a un vescovo da sempre "vicino" alla Comunità, monsignor Vincenzo Paglia.

Uno scorcio di piazza Santa Maria in Trastevere.
Uno scorcio di piazza Santa Maria in Trastevere.

Levi da molti anni ha avviato una lunga esperienza di «dialogo sulla fede, fede religiosa e fede laica» con la Comunità di Sant’Egidio, tanto più ricca quanto grande era la distanza dalla fede di un autoproclamato "libero pensatore". Eppure, parlando all’incontro di Assisi del 2006, Levi sottolineava l’importanza di essere «riuniti, anche se rimangono fra noi, sono parole di Giovanni Paolo II ad Assisi (nel 1986, ndr), "tante e importanti differenze", che non vogliamo né possiamo rinnegare». «O forse», aggiungeva, «sono proprio le differenze che ci spingono a incontrarci: ci spinge l’ansia di conoscerci meglio, di capirci attraverso il confronto delle nostre idee». Confronto tra chi crede e chi non crede, o tra chi crede in fedi diverse, perché «il dialogo non conduce al dissolvimento della propria fede; anzi, l’astuzia dello Spirito fa sì che la conoscenza della fede altrui rafforzi la propria».

La ricerca di una saldezza nella fede che non scuotesse la fedeltà al mondo, alla terra, che ha segnato la Comunità di Sant’Egidio, non è stata capace di attirare solo i "lontani", non credenti, laici in ricerca, o potenti coscienti della necessità di un fondamento "altro" per il proprio potere. Ha funzionato anche dove spesso è più difficile, tra i "vicini": sono moltissimi gli uomini di Chiesa che hanno lasciato una testimonianza della propria prossimità alla storia e al cammino di Sant’Egidio, preti, vescovi dei cinque Continenti, religiosi, patriarchi delle Chiese orientali. Tra tanti, particolarmente emblematico è il racconto dell’arcivescovo emerito di Milano, cardinale Carlo Maria Martini. Il suo primo incontro con la Comunità sembra quasi la sintesi dei molti nodi che stanno dietro alla nascita di Sant’Egidio: «All’inizio degli anni Settanta», raccontava il cardinale nel 1995, «camminavo per le strade di Trastevere e riflettevo tra me e me su una certa lacerazione che allora esisteva nell’immediato dopo-Concilio tra coloro che puntavano sull’impegno per i poveri, per la trasformazione della società, e coloro che puntavano invece tutto sulla spiritualità, sulla preghiera, e mi dicevo: "Deve pur esistere una conciliazione pratica, un modo di unire praticamente nella vita il senso del primato di Dio, del primato della Parola, del primato della preghiera e un’urgenza pratica, efficiente, di amore per i poveri, di vicinanza ai più poveri, di vicinanza alla gente, alle persone più abbandonate". Ed ecco che mentre riflettevo tra me e me, passeggiando per le stradine di Trastevere, vidi un giovane che portava tra le mani un libro della Bibbia e mi dissi: "Qui ci deve essere qualcosa". Allora non riuscii a identificarlo e vidi che spariva dietro una porticina. Avevo una grande curiosità di andargli dietro, ma non osai farlo».

G. Giuliani/Catholic Press Photo/Periodici San Paolo
La basilica di San Francesco ad Assisi durante l’Incontro di preghiera per la pace del 2006 (foto G. Giuliani/Catholic Press Photo/Periodici San Paolo).

Da quella "porticina" Martini sarebbe passato di lì a qualche mese, dando inizio a un lungo dialogo. Ma già pochi anni dopo quel primo incontro, il cardinale, invitato a predicare nella chiesa di Sant’Egidio, rifletteva sul futuro di una Comunità nata all’insegna della doppia testimonianza della "carità" e della "pace": c’è una responsabilità «profetica», diceva, nella pratica della preghiera e del dialogo che caratterizzano Sant’Egidio. Ma Martini indicava anche la peculiare "testimonianza" richiesta dal fatto che la Comunità fosse così fortemente segnata dal proprio luogo di origine, dall’essere figlia della città di Roma. «Il vostro inizio è Roma e un grande dono che vi è stato dato è quello di mostrare che Roma può essere una città esemplare. La dimensione cittadina del vostro servizio ai poveri è qualcosa di inedito». Una dimensione che andava testimoniata «salvando la prossimità» anche quando la Comunità si trovava a «operare nei grandi contesti nazionali e internazionali: il samaritano non è solo colui che incontra il ferito, ma anche colui che si preoccupa della situazione di lacerazione di una nazione». Perché solo chi sa essere vicino al ferito non scade «nella burocrazia che rischia di spersonalizzare e vanificare, come accade per molti grandi sforzi internazionali che richiedono a volte enormi capitali per minimi risultati».

Alessandro Speciale
  

Il buon profumo di "casa Sant’Egidio"

«Il mondo è spesso grigio, triste: il mondo cristiano, in particolare, non è davvero entusiasmante in questo momento, ma la Comunità fa parte di quelle realtà che permettono di sperare, di avere ancora fiducia, di pensare che il cristianesimo non è soltanto un sentimentalismo o un verbalismo, ma una realtà»: lo diceva, nel 1998, Olivier Clément, lo scrittore, poeta e teologo ortodosso che proprio quell’anno aveva preparato le riflessioni per la Via Crucis al Colosseo.

A Sant’Egidio, nata dopo il Concilio, nata sull’onda del Concilio, sono passati molti dei personaggi che hanno segnato la storia del rinnovamento della Chiesa a partire dall’esperienza del Vaticano II. «Un santuario del Vangelo e un testimone della fedeltà al Concilio Vaticano II»: così, ad esempio, definiva la Comunità di Sant’Egidio il cardinale francese Léon-Ètienne Duval, arcivescovo di Algeri dal 1954 al 1988 e sostenitore, negli anni della decolonizzazione, della causa dell’indipendenza algerina, tanto da guadagnarsi in patria il soprannome di «Mohammed Duval».

Nei ricordi di chi l’ha conosciuta sin dagli inizi, risalta in maniera evidente il legame diretto tra la Comunità e il Concilio. Vi fa più volte riferimento anche il cardinale Ugo Poletti, cardinale vicario di Roma dal 1973 al 1991, che – come lui stesso ha raccontato in occasione dei venti anni di Sant’Egidio – ha visto la Comunità «crescere qui a Roma, prima quasi timidamente nelle scuole, nelle borgate, poi man mano nella grande periferia della città, mescolandosi alla vita parrocchiale, nelle nostre comunità parrocchiali. Abbiamo camminato insieme, siamo cresciuti insieme, conoscendoci sempre più di giorno in giorno, amandoci». Egli metteva in evidenza «il senso meraviglioso dell’ospitalità, della fratellanza universale», della Comunità, «cercando sempre nuove frontiere, sempre più avanzate, sempre più approfondite, nella storia dolente dell’umanità: sia la frontiera dell’immigrazione degli stranieri, sia la frontiera degli zingari e poi le frontiere del dialogo; questa espressione così bella; il dialogo con i fratelli delle altre confessioni cristiane e delle altre religioni».

Yves Congar, il grande teologo domenicano del Concilio, nel 1983 raccontava addirittura di sentirsi «molto piccolo» in mezzo alla Comunità: «Io faccio della teologia», spiegava, «e c’è bisogno anche che questa venga fatta: c’è bisogno di tutto per costruire il mondo, coma dice il proverbio, anche dei teologi. Ma io non sono concretamente a contatto con i poveri, con i drogati, con gli ex carcerati, con i vecchi, gli anziani, mentre voi ci siete!».

La preghiera e i poveri: sembra essere questo che colpisce di più i testimoni che si trovano a passare dalla Comunità. Ancora Clément, nel trentesimo anniversario di Sant’Egidio, ricorda che «le cose acquisite della Comunità che mi hanno sempre colpito, qui a Roma, sono la preghiera e l’aiuto concreto ai più poveri. Sono assolutamente inseparabili: entrambi rappresentano una grande lezione per gli uomini di oggi, tentati di vivere un cristianesimo un po’ schizofrenico, con molte cose mistiche, ma che non cambiano la vita». «Una piccola storia», concludeva, «dice che quando si abita in un appartamento non si sa più qual è il proprio profumo, ma l’ospite che viene da fuori sente subito il profumo nell’appartamento. A Sant’Egidio il profumo è molto buono».

a.sp.

 

Lo spirito di Assisi soffia ancora

La prima volta che la Comunità di Sant’Egidio comparve veramente sulla ribalta internazionale fu in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la pace, voluta da papa Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986. Il 27 ottobre di quell’anno, 50 rappresentanti delle Chiese cristiane e 60 rappresentanti delle altre religioni mondiali, oltre a numerosi esponenti cattolici, si misero l’uno accanto all’altro nella città di san Francesco per invocare la pace e per dire "no" all’orrore della guerra.

Alcuni metropoliti ortodossi durante un meeting promosso da Sant’Egidio (foto A. Giuliani/Catholic Press Photo/Periodici San Paolo).
Alcuni metropoliti ortodossi
durante un meeting promosso da
Sant’Egidio 
(foto A. Giuliani/Catholic Press Photo/Periodici San Paolo).

In quell’incontro era confluita anche la fitta rete di contatti e relazioni che da anni la Comunità di Sant’Egidio aveva cominciato a tessere dentro e fuori l’Ecumene cristiana. Sfogliando il "libro degli ospiti" della sede di Trastevere o degli Incontri annuali che, a partire dal 1987, la Comunità organizza ogni anno per promuovere e approfondire lo "spirito di Assisi", si incontrano i nomi dei leader spirituali di tutto il pianeta.

Da sempre, Sant’Egidio ha coltivato un rapporto particolarmente forte con l’Ortodossia: negli anni, l’attuale patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill, il patriarca di Romania Daniel, il catholicos degli armeni Aram I, il patriarca di Cipro Chrysostomos II hanno partecipato agli incontri organizzati dalla Comunità. Chiudendo l’ultimo incontro per la Pace, a Cipro nel 2008, Chrysostomos ricordava che «l’impegno per la pace e di conseguenza per la giustizia, la fraternità e la libertà, non conosce limiti e frontiere, né restrizioni religiose o confessionali. È questa la causa che ci ha unito in questi tre giorni: cristiani, musulmani, ebrei, induisti, buddhisti, uomini di tutte le fedi. Forse non tutti crediamo nello stesso Dio, ma come persone, avendo la stessa natura, siamo ugualmente sensibili verso i grandi problemi dell’umanità».

Incontri, certo, non privi di problemi, come testimonia il franco scambio di battute tra il rabbino capo di Israele Yona Metzger e il fondatore dell’università degli Emirati Arabi Ezzedin Ibrahim, a tavola insieme a papa Benedetto XVI, durante l’Incontro di Napoli del 2007. Ma il valore degli incontri va al di là delle polemiche e delle questioni politiche del momento.

Lo testimonia, ad esempio, il teologo musulmano Mohammed Esslimani, per il quale «Sant’Egidio ha modificato il dialogo, ha percorso degli spazi e ha trattato delle questioni che sono particolarmente spinose, ha affrontato pure degli argomenti di cui gli altri non trattano». Un dialogo onesto, serio, ma allo stesso tempo aperto alla possibilità di una comprensione profonda, spirituale dell’altro, e non solamente intellettuale, è per il rabbino David Rosen, la ragione stessa di un simile dialogo: «Stabilire una civiltà della coesistenza è essenziale per impedire che la società si autodistrugga, così come per impedire a chiunque di fare il male a qualcun altro. Tuttavia, l’imperativo religioso delle nostre rispettive tradizioni religiose ci richiede di andare oltre, di creare una civiltà del mutuo rispetto, che scaturisce dal riconoscere che ogni persona è creata a immagine di Dio, cioè è di inestimabile valore, e che gli individui e le collettività sono doni divini che se rispettati possono arricchire e fare sviluppare l’intera società».

I frutti di quest’impegno si colgono, ad esempio, nella moratoria sulla pena di morte approvata dall’Onu nel 2007: «Dio» scriveva allora l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, «è fiero di voi, lo fate sorridere un po’».

a.sp.

 

Napolitano: intelligenza e passione cristiana

«Un’oasi, chiamiamola così, nell’Italia che ci circonda così agitata e confusa in questo momento. Un’oasi di raccoglimento, un’oasi di rinnovato impegno attorno a valori alti che dovrebbero guidare, in effetti, chiunque voglia dedicarsi in Italia al bene comune»: questa, per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è la Comunità di Sant’Egidio nel non sempre roseo panorama del nostro Paese. Il capo dello Stato pronunciava queste parole nella basilica di San Giovanni in Laterano il primo febbraio del 2008, in occasione del quarantesimo anniversario dalla fondazione della Comunità.

Il presidente Napolitano ad Assisi nella stessa occasione
Il presidente Napolitano ad Assisi nella stessa occasione
(foto D. Colarieti/ Catholic Press Photo/Periodici San Paolo).

«Io», proseguiva il capo dello Stato nel suo discorso, «desidero solo rivolgervi delle parole di riconoscimento e di augurio, a voi tutti cari amici di Sant’Egidio». Parole di riconoscimento e di augurio, «che vi rivolgo a nome di tutti gli italiani che hanno avuto modo di conoscervi e di apprezzarvi, e che sono dovuti. Sono dovuti per la dedizione che avete dimostrato alla causa della pace e dei diritti umani, per quello che rappresentate: una realtà originale, una comunità ecclesiale e sociale che si impegna religiosamente, culturalmente e civilmente».

Il presidente della Repubblica rintraccia la radice di questo impegno nella «profonda, sincera, ispirazione cristiana» della Comunità; anzi, aggiungeva, «se mi è permesso dirlo, passione cristiana». «Vi ha mosso anche», proseguiva, «una grande intelligenza delle cose del mondo, una capacità di guardare lontano, una capacità di portare il vostro messaggio e il vostro contributo anche in altri continenti e in modo particolare in Africa. E vorrei aggiungere che a questa grande intelligenza delle cose del mondo si è accompagnata una singolare vostra capacità di iniziativa diplomatica e costruttiva, perché voi avete dato anche un apporto importante anche alla costruzione di nuovi Stati indipendenti e di società più libere e più coese». Tutti, concludeva il capo dello Stato, «ci ispiriamo a un principio di sussidiarietà», perché «c’è bisogno delle istituzioni pubbliche e c’è bisogno di istituzioni come la vostra, che rappresentano energie vive e grandi risorse di cui l’Italia dispone e che non sempre vengono valorizzate come sarebbe giusto, ma sulle quali sappiamo di poter contare per guardare con maggior speranza e fiducia all’avvenire».

Già nel 2006 Napolitano era intervenuto alla solenne cerimonia di chiusura dell’Incontro mondiale per la pace ad Assisi. Ma l’amicizia è passata attraverso numerosi incontri istituzionali, da quelli legati all’impegno per l’Africa della Comunità a quelli portati dall’attività del progetto Dream contro l’Aids, fino all’occasione offerta dalla storica votazione da parte dell’Assemblea generale Onu della moratoria sulla pena di morte.

a.sp.

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