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Dossier:
Pace, amore e fantasiaEstroversi
per vocazione
sognando l'Eurafrica
di Luca Attanasio
Dall’Europa
all’Africa, dall’Asia all’America latina, Sant’Egidio è ormai una
realtà radicata saldamente in ogni angolo del mondo. E ovunque sia
presente la Comunità, piano piano si fa strada il modello del
"dialogo vissuto".
Giovanni
Paolo II, in un incontro nel novembre 1986, definì Sant’Egidio una
comunità che ovunque «sarà sempre romana». Il movimento, romano di
nascita e ben calato nella realtà locale, usciva sempre più decisamente
dai confini capitolini, andava oltre l’Italia e l’Europa. E il Papa,
oltre ad apprezzare il radicamento nella sua diocesi, percepì una
vocazione «romana» all’universalità.
Oggi Sant’Egidio è globale. Difficile comprenderla vedendola da Roma
solamente. Ha mille voci, un volto decisamente più scuro di quello
europeo, parla le lingue dell’Est, quelle asiatiche, i dialetti del
continente nero. Per capire, e provare a tracciare un profilo degli uomini
e delle donne di Sant’Egidio, è necessario quindi compiere un viaggio
virtuale in più continenti.

Un gruppo di responsabili internazionali
della Comunità di Sant’Egidio.
L’itinerario comincia da Anversa, nel cuore dell’Europa, a due
passi da Bruxelles. A raccontare la propria esperienza è Hilde Kieboom,
44 anni, libera professionista, sposata, una figlia, che è responsabile
delle comunità belghe e olandesi, un migliaio di persone. «Finita l’epoca
coloniale», dice, «l’Africa è scomparsa completamente dal nostro
orizzonte e con essa si è affievolito anche quell’afflato verso l’altro,
il povero. Oggi siamo finiti a essere talmente insignificanti che, per
crearci un’identità, ci dividiamo. C’è il rischio reale, infatti,
che il nostro – uno dei Paesi più piccoli d’Europa – si divida in
due staterelli, la Franconia e la Vallonia. Una volta il Belgio offriva un
numero altissimo di missionari al Terzo mondo, ora siamo qui a tracciare
linee di demarcazione. Con la Comunità, che qui è arrivata agli inizi
degli anni ’80, abbiamo riscoperto un aspetto di estroversione che
sembrava ormai sepolto. La nostra mensa che dà da mangiare a 600 poveri,
è dedicata a Damiano De Veuster, un prete belga finito alle Hawaii nell’800
a predicare il Vangelo ai lebbrosi, che sarà canonizzato il prossimo 11
ottobre. Lì ha conquistato migliaia di cuori con la sua semplicità e
simpatia. Ecco, è questo il modello di uomo belga che ci piace».
Particolare attenzione Sant’Egidio mostra nei confronti dell’Africa.
Negli ultimi 15 anni la Comunità si è notevolmente radicata nel
continente. E il forte senso di legame tra Nord ricco e Sud ha portato al
conio di un neologismo: «Sognamo l’"Eurafrica" e proviamo a
realizzarla sentendo indissolubile il legame tra noi e i fratelli europei»,
dice Kpakilè Felemou, biologo, 43 anni e quattro figli, responsabile
delle comunità di Sant’Egidio della Guinea Conakry. «L’Africa sembra
un continente alla deriva, la Comunità ha voluto rimetterlo al centro con
attività di pace e trasmissione della propria esperienza», continua
Felemou. «Così c’è stata una vera esplosione di Sant’Egidio. Anche
per questo Andrea Riccardi dice che "Sant’Egidio è africana".
Solo da noi, in un Paese di nove milioni di abitanti, siamo 1.200».
La Guinea Conakry è poverissima, 60 per cento di analfabetismo, 40 per
cento di disoccupazione. Un Paese, insomma, da cui chi può fugge. «È
vero, ma da quando viviamo l’esperienza della Comunità, qui come in
tanti altri Stati africani, è maturato in noi un senso di responsabilità
verso la nostra terra. Siamo cristiani laici e ci sentiamo chiamati a
giocare un ruolo nella società. Con il servizio gratuito ai poveri e ai
prigionieri, abbiamo scoperto che possiamo cambiare i nostri Paesi; allo
stesso tempo, sentiamo un forte debito civico verso la nostra gente. Per
questo chi può studia; altri lavorano. Ma tutti hanno il forte desiderio
di rimanere in patria e cambiare le cose».

Uno scorcio dell’isola Tiberina, a Roma.
C’è anche un altro aspetto, aggiunge Felemou: «Molti di noi sono
venuti a Roma, in visita alla Comunità, o in Europa. Qui abbiamo scoperto
l’abbaglio di una società perfetta che non esiste. Al contrario ci sono
stenti, esclusione, spesso anche razzismo. È molto saggio ciò che dice
Sant’Egidio, secondo me: da una parte sostiene l’idea di una società
multiculturale, dall’altra chiede ai ricchi del mondo di non scordarsi
del Sud, infine dà motivi a quelli come noi per rimanere ed essere
protagonisti di una resurrezione dell’Africa».
L’idea di cambiare la società dall’interno è un motivo ricorrente
nei discorsi dei responsabili internazionali di Sant’Egidio. Ne parliamo
con un altro interlocutore che vive in un Paese dove conflitti e violenza
hanno contrassegnato la società per anni: il Salvador. Jaime Aguilar è
un programmatore di 43 anni che vive nella capitale del piccolo Stato
centramericano: «Sant’Egidio è nata all’indomani delle tragica morte
di monsignor Oscar Romero», spiega. «Il suo segretario, monsignor
Delgado, a metà degli anni ’80, iniziò a parlare di Sant’Egidio e io
rimasi molto affascinato. All’epoca si diceva che per cambiare le cose
bisognava rivoluzionare le strutture. Arriva Sant’Egidio e ci dice: voi
potete cambiare le strutture ma iniziate dal vostro cuore e dalla vita dei
più poveri».
Obiettivo non facile, in una società così divisa. «Sì, e dopo la
fine della guerra fredda, la situazione peggiorò, con l’offensiva della
guerriglia fin dentro le strade della mia città. Noi facevamo l’Escuelita
ai bambini delle famiglie che per la guerra scappavano dai villaggi e
vivevano in baracche poverissime. Ora la guerra non c’è più, ma la
violenza resta spaventosa: in un Paese di appena 5 milioni e mezzo di
abitanti ci sono in circolazione ancora molte armi e nell’ultimo anno si
è registrata una media di dodici omicidi al giorno. Si spendono 600
milioni di dollari, il 6 per cento del Pil, nella sicurezza privata, che
conta un esercito parallelo di 25 mila uomini, cui bisogna aggiungere i 17
mila della Polizia nazionale. E poi c’è il fenomeno delle maras,
le bande giovanili nate negli Stati Uniti negli anni ’90 tra i nostri
emigrati. Molti dei loro membri sono stati rimpatriati e qui hanno trovato
un terreno incredibilmente fertile. Si calcola che almeno 100 mila persone
vi appartengano. Le maras impongono la loro autorità su interi
quartieri dei centri urbani, hanno codici interni e riti di iniziazione.
Chi abbandona la banda viene punito con la morte. E lo Stato risponde solo
con la repressione. Noi abbiamo scelto di fare scuola anche nei quartieri
delle maras».
Aguilar è appena divenuto padre di una terza figlia, ha una famiglia e
una comunità. Mi chiedo se, con il suo impegno, non stia rischiando
troppo. «C’è da dire», risponde, «che ci muoviamo sempre con cautela
e che ormai in molte zone controllate dalle maras abbiamo
conquistato la fiducia della gente, occupandoci dei loro figli. Poi, è
vero che ho tre figlie, ma che futuro posso sognare per loro in un Paese
che uccide dodici persone al giorno? È proprio per i nostri figli che
andiamo a fare scuola a quei bambini. Ci incoraggia molto il fatto che nei
quartieri dove facciamo l’Escuelita da anni, le maras non
sono mai arrivate: annunciamo il Vangelo in situazioni di miseria, ma
proponiamo anche una scelta di campo per ragazzi e genitori».

Papa Benedetto XVI durante un’udienza a
piazza San Pietro.
Sullo sfondo, un manifesto di Sant’Egidio (foto Comunità Sant'Egidio).
La Comunità è anche uno stile di vita, un modo di affrontare i ritmi
spesso frenetici, dando la preminenza alla dimensione spirituale e all’incontro
umano. Lo spiega bene Erlip Vitarsa, venticinquenne di Jakarta,
responsabile delle comunità indonesiane: «Se da voi il mondo va a 100
all’ora, qui va almeno al doppio. Le società asiatiche sono veloci, si
lavora con orari impossibili e il rischio è perdere l’anima. Anche per
questo diamo molta importanza alla preghiera serale, cui partecipano i
membri della nostra comunità così come tanti amici, per testimoniare la
presenza di Dio e parlare con lui, per riflettere, calmi, almeno un po’
al giorno. Questo nostro atteggiamento, assieme all’amore che da sempre
dimostriamo per i bambini poveri, in grande maggioranza di fede islamica,
ha conquistato i cuori di molti musulmani». È questo il dialogo vissuto,
dice Vitarsa. «Il dialogo è una vera necessità: per esempio nelle
nostre comunità molti sono di origine cinese. E in un periodo in cui si
respirava aria di forte intolleranza contro l’etnia cinese e contro i
cristiani, sono stati i bambini musulmani che conosciamo e serviamo da
anni ad aiutarci, difendendoci anche davanti agli adulti che propugnavano
violenza».
Comunità completamente autoctone, gruppi di amici, uomini e donne che
non hanno rinunciato al sogno di cambiare il mondo, Vangelo alla mano, a
partire dal proprio cuore. «La comunità è la compagna della mia vita»,
conclude Jaime, dal cuore dell’America. «Mi ha detto che se ascolto il
Vangelo nel mio cuore c’è una forza da sprigionare. Io, semplicemente,
ci ho creduto».
Luca Attanasio
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Marazziti: l’Italia
vittima della paura
Mario
Marazziti è il portavoce storico di Sant’Egidio. Il suo compito,
dice, è «comunicare quello che è la Comunità», dare forza a «quelli
che non hanno voce, dai barboni dell’emergenza freddo ai bambini
invisibili da registrare all’anagrafe con il programma
"Bravo"». O, ancora, intervenire per «cercare di aiutare
a non imbarbarire una società impaurita senza motivo».

- Perché la paura percepita dagli italiani è immotivata?
«Saranno due anni che siamo assaliti dalle notizie di
microviolenza, tanto che tutti sono convinti che siamo sempre a
rischio di stupro o di rapina. Eppure in Italia ci sono il 300 per
cento in meno di furti in appartamento che in Gran Bretagna, e ci
sono città, da Parigi a Los Angeles a Città del Capo dove le
aggressioni e gli omicidi sembrano un’epidemia, a confronto con
Roma e Milano. È un lavoro in salita aiutare a non individuare
capri espiatori negli immigrati e nei poveri. In questo Sant’Egidio
è anche un antidoto spirituale al pessimismo e un filtro culturale
e umano alla banalità e al conformismo semplificatorio, che porta a
individuare nemici dappertutto, mentre spesso il problema è dentro
di noi, nell’aria che respiriamo e creiamo».
«Il clima civile in Italia e in Europa si è deteriorato. Sono
molti i deputati europei eletti recentemente che fanno riferimento a
programmi "localisti", con sfumature di intolleranza e
razzismo. Da noi si è arrivato all’assurdo che il "decreto
sicurezza" ha rischiato di mettere fuori legge le famiglie
italiane che solo grazie all’aiuto di badanti e colf
"irregolari" possono andare a lavorare e garantire una
vita dignitosa ai propri figli e anziani. Quando si è deciso di
rimediare è arrivata una nuova tassa di 500 euro per famiglia; il
governo per poter regolarizzare ha fissato un tetto di reddito che
è quasi doppio di quello che dichiarano gran parte degli italiani.
Non sono in tanti a dirlo».
- Invece Sant’Egidio interviene e fa spesso notizia...
«A volte. E solo perché i problemi sono tanti e le voci sono
poche. Non ci interessa mai la denuncia in quanto tale, e non siamo
resi miopi dall’ideologia. La verità è che gran parte delle cose
importanti in cui siamo coinvolti, o anche grandi temi ecclesiali,
sono ignorati: l’Africa non esiste, per i media; non esistono
milioni di anziani e un messaggio culturale vitalista indirettamente
dice: quando sei anziano sei già morto. Si fa strada una mentalità
istintivamente pro-eutanasia. Di recente una conferenza
internazionale con la Chiesa copta di Etiopia, con il patriarca
Paulos, un uomo che è stato in carcere anni durante il regime di
Menghistu, è come non fosse accaduta per l’opinione pubblica. La
testimonianza dei martiri contemporanei non esiste».
- La Comunità ha più di 40 anni, tanti faticano a pensare al
futuro…
«Il "no future" è diventato vulgata. Penso che
bisogna ricominciare a parlare e ad assumersi qualche
responsabilità: insegnanti, genitori, educatori. O il futuro
diventa davvero difficile. La nostra esperienza è che quando ci si
mette a ragionare e parlare, anche dove scoppia la rabbia popolare,
le cose, poi, cambiano».
m.b. |
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Testimoni
della speranza in dialogo con il mondo
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