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Dossier: Pace, amore e fantasia

L'incontro con i poveri
un'avventura quotidiana

di Vittoria Prisciandaro
  

Via Dandolo, via Anicia, Tor Bella Monaca: una strana mappa di Roma, che neanche molti abitanti della capitale conoscono. Segna i mille punti in cui sorgono le attività di volontariato promosse da Sant’Egidio. E ogni punto racconta una storia, un dramma, ma anche la rinascita della speranza.
   

La porta è aperta a qualunque ora del giorno. Nel porticato mamme giovanissime e piccoli rom aspettano turisti e pellegrini con discrezione. In sacrestia un uomo senza fissa dimora recupera i documenti che aveva lasciato in custodia, prima di essere ricoverato d’urgenza per l’ennesimo abuso di alcol. Sono di casa a Santa Maria in Trastevere. Matteo, come qui tutti chiamano don Zuppi, il parroco, li saluta chiamandoli per nome. Il viaggio tra le "opere" della Comunità di sant’Egidio ha come bussola il campanile romanico che domina una delle piazza più famose di Roma. È qui a Trastevere che dagli anni ’70, con tenacia e abilità, la Comunità è riuscita a mantenere il suo baricentro, pur continuando a far crescere gruppi e attività nelle periferie più difficili e lontane, di Roma e del mondo.

L'interno della basilica di Santa Maria in Trastevere.
L’interno della basilica di Santa Maria in Trastevere.

La filosofia "mantenere i poveri al centro" ha significato comprare locali, chiederli in comodato, affittarli, avviare attività commerciali in questo quartiere, dove molti "santegidini" hanno messo radici anche con le loro famiglie. È una mappa diversa che al turista e agli stessi romani sfugge: la basilica, dove don Zuppi – e prima di lui don Vincenzo Paglia, attuale vescovo di Terni e direttore dell’ufficio ecumenismo della Cei – integra i percorsi parrocchiali ordinari con l’attività ecumenica, pastorale e caritativa della Comunità; il complesso di Sant’Egidio, alle spalle di Santa Maria in Trastevere, che nelle sale affrescate e nei giardini interni accoglie capi di Stato e patriarchi, politici e cardinali. E, nella stessa piazzetta, la Trattoria degli Amici, dove lavorano persone diversamente abili. E poi via Dandolo, sede della mensa e della scuola di italiano; via Anicia, dove italiani, stranieri e zingari possono contare su un ascolto e un aiuto qualificato; Palazzo Leopardi in piazza Santa Maria, con un centro multietnico per minori e corsi di formazione per ragazzi disabili; poco lontano, salendo la collina del Gianicolo, le residenze protette per anziani... Un elenco che potrebbe continuare. Ma più interessante della geografia delle pietre, è forse la mappa delle relazioni. Le storie, i volti, le situazioni che permettono di capire come "opere" di per sé non originalissime – mense, centri di ascolto, scuole di italiano... – assumendo il marchio Sant’Egidio siano entrate in un progetto di più ampio respiro. In una filosofia che, come per ogni movimento, ha alcune parole d’ordine: comunità, amici, poveri.

È un brutto martedì. È in corso uno di quegli scioperi minori, che colgono alla sprovvista i meno attenti. Le prima vittime sono gli anziani. Come la signora che arriva da Borgata Ottavia trafelata e inviperita. Ritira il numeretto e finalmente si rilassa, nella sala d’attesa dalle sedie di plastica blu, in via Anicia al numero 6c. Un viaggio di un’ora per due chili di pasta, un pacco di zucchero, latte e biscotti. «Negli anni i destinatari del servizio sono cambiati. È cresciuta la presenza straniera. Tra gli italiani è aumentata la domanda di sostegno alimentare», spiega Francesca Zuccari, la responsabile dei servizi relativi alla mensa. Assistente sociale, Francesca ha conosciuto la Comunità quando frequentava il liceo Virgilio. «Questo non è un impegno da fare durante il tempo libero, è senso della vita. L’incontro con i poveri è un’avventura. A volte basta poco per aprire spazi di speranza».

Il centro di ascolto sorge nei locali di un’antica congregazione di carità, che vennero dati all’assistenza pubblica e infine in comodato alla Comunità in cambio del restauro. Oggi via Anicia è un punto di riferimento per i senza fissa dimora, un posto dove puoi andare per avere una prima assistenza informativa e legale di "bassa soglia", recuperare un po’ di viveri e soprattutto capire come districarsi tra le maglie della burocrazia italiana. Tanti, soprattutto anziani, dice Zuccari, hanno scarsa dimestichezza con i servizi sociali e uno dei compiti del centro è proprio favorire il raccordo tra il cittadino meno abbiente e la pubblica amministrazione. «Spesso si vergognano di chiedere aiuto, è molto alta la richiesta di medicinali non coperti dal servizio sanitario nazionale».

Chiunque si trovi in difficoltà può varcare la soglia di questo palazzetto situato sulla sponda più tranquilla di Trastevere, non lontano dalla basilica di Santa Cecilia. A piano terra, oltre al centro di ascolto, docce, servizio guardaroba, lavanderia, assistenza medica e parrucchiere. Al primo piano la casa di accoglienza "San Francesco", una decina di posti letti per l’emergenza. «Per chi vive in strada non ci sono servizi gratuiti. E, checché se ne dica, a nessuno piace essere sporco». Così, a seconda dei giorni, in sala d’attesa trovi italiani, stranieri, zingari, in fila per una doccia e una tintura di capelli, per una rinfrescatina allo smalto e la scelta di un nuovo abbigliamento-usato. Persone che negli anni hanno imparato a fidarsi dei volontari della Comunità. Spesso, infatti, via Anicia è soltanto la seconda tappa di un incontro fatto altrove, perché «il rapporto con la povertà nasce dalla strada», spiega Francesca.


Don Matteo Zuppi
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Sono tanti gli incontri che varrebbe la pena di raccontare. Alcuni nomi, però, hanno letteralmente segnato la storia della Comunità. Il primo è quello di Ali Jama, un giovane somalo che non era stato riconosciuto rifugiato politico dall’Italia e viveva per strada. Nel 1979, sui gradini della chiesa di Santa Maria della Pace, a due passi da piazza Navona, gli venne dato fuoco e morì per le ustioni riportate. «La storia ci colpì. Chiedemmo a Giovanni Paolo II di parlarne nell’Angelus. E da lì è iniziata la nostra attenzione agli immigrati».

Il centro di ascolto nasce nell’82, e l’anno successivo viene affiancato da una distribuzione itinerante di cene. Ancora una volta è una storia che accende l’attenzione su un dramma che coinvolge tanti e sollecita una risposta. Alla stazione Termini un’anziana si sente male: la vita raccolta in buste di plastica, è una "barbona", ha i pidocchi. L’autoambulanza che arriva sul posto si rifiuta di soccorrerla. Modesta Valenti muore poco dopo. Oggi al suo nome è dedicata una via virtuale che, su proposta della Comunità, il comune di Roma ha eletto a residenza anagrafica per chi è senza casa (prassi a rischio, con le nuove leggi sulla sicurezza). E Modesta, nell’immaginario del popolo della strada, è ormai una cara amica. «Dopo la sua morte decidemmo di dar vita al servizio di cene itineranti, che è continuato anche quando nell’88 è nata la mensa».


Un’immagine di vita quotidiana al centro di ascolto di via Anicia.

L'appuntamento è alle 20.30 in via Dandolo, davanti alle mensa. Susanna, Giovanni e Francesco sono la "squadra di Ponte Mammolo". Un’architetto, un amministratore e un professore di storia, che da una ventina di anni, ogni martedì sera, sono attesi negli angoli della città dove trovano casa i senza casa. Marciapiedi, sottopassaggi, parcheggi abbandonati ospitano giacigli e baracche. Tutto, anche un triangolo di asfalto tra i cassonetti e le strade a scorrimento veloce, può diventare riparo per chi non ha più nulla da perdere. «Questo servizio è nato per incontrare il bisogno più estremo, quelli che non vanno alla mensa né al centro di ascolto», spiega Susanna.

Carichiamo in macchina le buste con i panini preparati dal gruppo che si occupa di questa zona. L’organizzazione è complicata ma ferrea: le otto squadre della Comunità che almeno una volta a settimana coprono Roma e periferia con la cena itinerante sono supportati da altrettanti gruppi che la preparano. Panini, frutta e una bibita, ma d’inverno anche una minestra calda. Un migliaio di persone in tutto, con distribuzione in un centinaio di punti. «Alcuni non sappiamo dove dormono. Ma il martedì c’è una sorta di appuntamento. L’importante è essere fedeli, non mancare mai. Dare la sicurezza che c’è qualcuno che ti dà una mano», spiega Francesco. Anche perché il pasto è solo un pretesto: se c’è freddo arriva la coperta, se qualcuno è malato lo si porta in ospedale. Una rete di supporto che negli anni si è intrecciata al lavoro di parrocchie e gruppi di volontariato che sono sul territorio.

Viaggio notturno per le strade di Roma con la "squadra di Ponte Mammolo".
Viaggio notturno per le strade di Roma con la "squadra di Ponte Mammolo".

L’odore di frittata dal bagagliaio accompagna la conversazione mentre ci dirigiamo nella zona di Pietralata, in un’area individuata ai tempi del Giubileo come parcheggio periferico per i pullman dei pellegrini. Proprio con il Giubileo e con l’operazione Grandi Stazioni è cominciato l’esodo dei senza fissa dimora dal centro verso le periferie. Risanata Termini, interrati alcuni sottopassaggi che avevano dato riparo ai senza tetto durante i periodi più freddi, il composito popolo della strada ha trovato altre sistemazioni.

A via delle Messi d’Oro, tra la Tiburtina e la Nomentana, sorge una baraccopoli che la recente potatura di alberi svela in tutta la sua geometria: le centinaia di baracche costruite nel tempo vanno dalla roulotte alla costruzione di mattoni, dalla tenda alle lamiere. C’è la zona degli etiopi, quella degli ecuadoregni, il blocco degli indiani e poi quello ex sovietico. «Buona parte delle persone che abitano qui hanno un regolare permesso di soggiorno. Alcuni sono rifugiati politici. Molte donne lavorano come colf o badanti durante il giorno, gli uomini per lo più sono muratori o vendono al dettaglio», spiega Giovanni. Si tratta, insomma, di chi a Roma riesce a sopravvivere ma non può permettersi il lusso di un affitto. E così, tra bombole del gas e allacciamenti elettrici fatti alla bell’e meglio, c’è gente che vive qui da anni. Come Leonid, che dice di essere vicecomandante dell’Armata rossa e di aver lavorato sui sommergibili nucleari. O Dobro, montenegrino, apolide, uno dei primi a mettere su casa qui, 17 anni fa. O Lucia, ucraina, 20 anni, operata di tumore a Roma e trasferitasi con i genitori per poter continuare a fare la chemioterapia che in patria non le era accessibile. In strada sono in attesa una decina di persone. Giovani nordafricani, eritrei, uomini dell’Est. Salutano, prendono panini anche per gli amici, bevono un sorso di tè caldo, chiedono qualche informazione, in disparte. All’ingresso del campo, nel buio della notte, si intravede una bandiera della pace.

Si risale in macchina per la tappa successiva. Sotto il cavalcavia della Tangenziale Est, a Tiburtina, Rajid, Aldo ed Edi hanno dato fondo anche all’ultimo goccio. Riescono comunque a riconoscere gli amici, accettano un panino. Il giovane marocchino chiede a Susanna un aiuto per tornare ad Agadir, così «la smetto di fare sciocchezze», dice. Ha provato anche il carcere, è già vecchio. Edi, sdraiato in terra su una logora coperta militare tra le cartacce, divide il panino con la cagnetta e poi chiede se abbiamo un detergente per cani. Ha il corpo coperto di vecchie ustioni: una decina di anni fa dormiva poco lontano. Qualcuno gli diede fuoco, riuscì a cavarsela. Uscito dall’ospedale è tornato qui. Anche Mariano, poco più avanti, a piazzale Labicano, è una presenza conosciuta. Il Comune qualche anno fa ha messo una cancellata per impedire l’accesso allo spazio riparato sotto il cavalcavia. Gli altri senza fissa dimora sono andati via tutti. Lui ha semplicemente spostato il suo giaciglio più avanti, sul marciapiede, alle intemperie. Quando passiamo non c’è. Lasciamo un panino e una bottiglia di thé caldo sotto gli stracci bagnati dalla pioggia.

Torniamo a Trastevere. Il popolo della mensa fa il suo ingresso alle 17 in punto, appena si spalanca il portone verde di via Dandolo 10. Molti sono a digiuno. L’anziana con il carrello della spesa pieno di buste di plastica, un papà slavo con il figlio, una famiglia eritrea al completo, una coppia di anziani, giovani nordafricani, donne dell’Est... Gli italiani si dirigono a destra, a sinistra gli stranieri. La divisione è stata fatta per andare incontri ai primi: molti sono anziani, alcuni vengono qui da anni, si sono sentiti spinti in un angolo dalla sempre più numerosa presenza straniera. «Lo scorso anno abbiamo registrato 158 mila ingressi: 13 mila gli italiani, 145 mila gli stranieri, di circa 150 nazionalità», racconta Francesca Zuccari. Nelle ampie sale dove un tempo giravano le macchine di una tipografia di Lotta Continua, oggi ci sono tavoli apparecchiati con cura e il bancone della mensa. E poi lo spazio per i libri – la piccola biblioteca dà in prestito gialli, i più richiesti, ma anche Montanelli, Malerba, Ende e Bevilacqua – e quello per il ritiro della posta, perché molti, anche alle famiglie all’estero, danno via Dandolo come indirizzo per la loro corrispondenza.

Il vialetto che conduce alla mensa di via Dandolo.
Il vialetto che conduce alla mensa di via Dandolo.

Il vialetto che conduce alla mensa, e nei locali superiori alla scuola di italiano, è uno spazio piacevole dove sostare, con le panchine sotto i rampicanti e le pareti rallegrate da murales. Chi arriva segue con dimestichezza la trafila che prevede il ritiro di un biglietto di ingresso e la firma del registro (ogni pasto va documentato per ricevere i contributi comunali). Ai nuovi arrivati è richiesta la compilazione di una scheda nominativa, non l’esibizione del documento di identità. Volontari di ogni nazionalità – giovani, religiosi di varie congregazioni, seminaristi – servono ai tavoli senza fretta. Sono 80 a turno, e spesso capita che chi arriva alle 16 lasci poi il posto a chi, finito il lavoro, dà il cambio per il turno delle 18. Ogni tavolo ha il suo addetto, e nel tempo la consuetudine diventa anche sottile filo di amicizia. I pasti preconfezionati prevedono un menù vario, da cui sono esclusi vino, maiale e aceto. «Qui viene gente da tutta Roma, di nazionalità e culture diverse. A tutti diciamo chi siamo e perché facciamo questo servizio. Per i musulmani è importante sapere che siamo cristiani ma non facciamo proselitismo», dice Zuccari.

Le amicizie nate intorno alla mensa hanno spinto negli anni a creare altri servizi, come il volontariato in carcere (a Regina Coeli, Rebibbia e al minorile) e la visita ai malati di Aids all’ospedale Spallanzani. È nata così anche l’idea di celebrare insieme momenti di festa: il pranzo di Natale nella basilica di Santa Maria in Trastevere, o la scampagnata del Primo maggio. Ogni giorno a mensa si festeggiano i compleanni dei vari ospiti, e i saloni, durante il Ramadan o le festività ortodosse, diventano spazi comunitari per celebrare alcune ricorrenze degli ospiti di altre fedi o confessioni religiose. Su tutti, all’ingresso della mensa, regna il bassorilievo di gesso e cemento dedicato a Modesta Valenti, che per un periodo è stato esposto alla stazione Termini: la donna è accasciata a terra, i barellieri vanno via, i viaggiatori la evitano e solo un bambino si gira a guardarla con affetto.

Il Paese dell’arcobaleno ha strade e paesaggi disegnati dai ragazzi. Ha i colori del sogno e la concretezza di un progetto: un mondo più giusto e più pulito, senza guerre e divisioni, dove gli anziani e i diversi si sentano a casa e persone violente non rubino l’infanzia ai bambini. Il Paese dell’arcobaleno ha sentieri invisibili che attraversano il centro e le periferie, e passa per le Scuole della pace dove bambini di etnie, lingue e religioni diverse imparano a convivere, a studiare, a divertirsi insieme, e a rendersi utili per i meno fortunati. Il Paese dell’arcobaleno è il manifesto-proposta per i più piccoli della Comunità, ed è affisso anche qui, in via delle Galline Bianche, zona Labaro-Prima Porta, periferia nord di Roma.

Una delle opere esposte al laboratorio artistico "Gli amici" nel quartiere di Tor Bella Monaca.
Una delle opere esposte al laboratorio artistico "Gli amici"
nel quartiere di Tor Bella Monaca.

È un quartiere di case popolari, poco lontano dalle rive dell’Aniene, zona di piena in tempi di nubifragi e di zanzare. Palazzoni abitati da molti stranieri: latinoamericani, slavi, sudanesi e maghrebini. «Molti bambini non parlano italiano. Aiutiamo l’integrazione in un quartiere difficile», spiega Silvia Giancaterino. Ha 33 anni e 15 anni fa ha iniziato a fare la volontaria alla "scuola popolare", come allora si chiamava. Le Scuole della pace, spiega, sono un’evoluzione di quel cammino: a Roma sono presenti in 12 quartieri, quelle più vicine ai campi zingari accolgono i bambini rom, ma «l’attenzione è sempre a non ghettizzare». Mentre chiacchieriamo, Celine e Nemes, tunisine, Egidio, rumeno, e Chiara, equadoregna, sono alle prese con addizioni, sottrazioni e complemento oggetto. Sarah e la sorellina Safé disegnano. Si fanno i compiti per le vacanze e nel frattempo ci si prepara alla merenda da consumare insieme. Due volte a settimana questo locale a piano terra, dato dal municipio, su cui sventola la bandiera arcobaleno con la colomba della pace, simbolo di Sant’Egidio, accoglie da 30 a 40 bambini. I più grandi, quelli della scuola media, la domenica vanno a visitare gli anziani di una vicina casa di cura. Tutti durante l’anno preparano il "Rigiocattolo": la raccolta di giocattoli usati – nelle scuole, nelle parrocchie e nei palazzi – da rivendere in mercatini rionali per aiutare i bambini africani nell’ambito del progetto Dream. «Diventano entusiasti, convincono genitori e maestri», dice Silvia, che si è recata più volte in Malawi per portare gli aiuti raccolti dai piccoli romani. Alle pareti alcuni disegni ispirati a un fatto di cronaca di cui i ragazzi hanno discusso: Yaguine e Fodé, morti nella stiva di un aereo dove si erano nascosti per lasciare la Guinea e venire a studiare in Europa.

È uno spicchio di mondo racchiuso tra quattro pareti. Ucraini e brasiliani, algerini e afgani, russi e rumeni, islandesi e colombiani: in trent’anni quasi 40 mila persone sono passate per i corsi di italiano organizzati da Sant’Egidio. «All’inizio si era partiti per aiutare le donne di Capoverde, analfabete, con la scuola elementare. Poi si è continuato con le medie, le superiori... E intanto la domanda cresceva», racconta Daniela Pompei, sociologa, responsabile dell’area immigrazione. Ai corsi di lingua, che oggi raggiungono i livelli più alti e permettono di ottenere un titolo con certificazione europea, si sono aggiunti i corsi di formazione per mediatori culturali e la produzione di sussidi scolastici per i vari livelli di apprendimento della lingua. I testi partono da situazioni di vita concreta legate al contesto italiano: «Il sistema sanitario, i rapporti badanti-anziani, la Fiat. E poi ci sono alcune unità didattiche che ritornano a ogni livello: il 16 ottobre di Roma, la memoria delle deportazioni, il capitolo sul razzismo, con Martin Luther King e Rosa Parks, o la non violenza con Ghandi».

Daniela, che fa parte della Comunità dal ’75, racconta come anche certe scelte di impegno con gli stranieri siano nate da alcuni incontri: quello con Jerry Essan Masslo, sudafricano arrivato in Italia per sfuggire le persecuzioni segregazioniste, per esempio, che «fu ospitato dalla Comunità presso la casa di accoglienza "La tenda di Abramo"». La morte violenta di Masslo, ucciso sul litorale domizio dove era andato a lavorare per la raccolta di pomodori, fece cambiare la legge sull’immigrazione. E costrinse anche le associazioni, laiche e cattoliche, a lavorare in rete, intorno a tavoli che ancora oggi discutono e fanno proposte sulle politiche migratorie del nostro Paese. Da circa dieci anni alcuni stranieri che gravitano intorno alla scuola si ritrovano nel movimento "Genti di pace": «Sono circa 15 mila persone, di tutte le nazionalità e religioni, con le quali ci si vede ogni mese in sedi diverse dove la Comunità è presente». La collaborazione alle attività della scuola, l’aggiornamento sulle nuove leggi, la discussione di fatti di cronaca, l’organizzazione di feste di quartiere sono alcuni degli argomenti delle assemblee. «Genti di pace», spiega Daniela, «è la parte popolare di "Uomini e religioni"», l’incontro annuale che riunisce i leaders delle diverse tradizioni di fede. «L’amore per la pace», dice il manifesto, «ci fa riconoscere tutti, nessuno escluso, come fratelli e sorelle figli di un unico Dio, anche se diversi per lingua, cultura o religione».

Sono artisti, cuochi, sommelier. Sono autori di mostre di pittura e aiutanti nelle cucine di grandi chef. Sono sostenitori del progetto Dream in Africa e attivisti nella campagna contro la pena di morte. Sono gli "amici", i diversamente abili. Nel ’73, l’incontro con le persone disabili significa per la Comunità la conoscenza di grandi solitudini e altrettanto grandi domande di amicizia. Nasce la consapevolezza di dover agire su più fronti: rompere l’isolamento dell’istituto, favorire l’inserimento scolastico, lavorativo, ecclesiale. In concreto, racconta Antonella Antezza, docente di Lettere che coordina l’intero campo di attività per i disabili, questo ha portato all’«apertura di tre case-alloggio nel quartiere Monteverde, a promuovere attività di sostegno all’apprendimento, soprattutto nelle zone di periferia, a offrire la possibilità di mettersi sul mercato del lavoro». E a progettare dei sussidi liturgici con una metodologia particolare e un ricco corredo iconografico per aiutare da un lato "gli amici" ad avvicinarsi ai sacramenti e dall’altro le comunità parrocchiali a capire che non solo è possibile ma è un arricchimento reciproco la comunicazione del Vangelo ai diversamente abili.

Nasce così Il Vangelo per tutti, con prefazione di monsignor Ravasi: Daniela, che ha trascorso 30 anni in istituto, me lo regala durante la visita alla casa-alloggio di Monteverde. «Con questa casa ho realizzato il mio sogno», racconta. Ogni stanza è personalizzata: Gabriele ha la foto dei genitori, Michele la sua collezione di centinaia di macchinine, Fabrizio un cuscino a forma di cuore regalo di Adriana, anche lei disabile, che sposerà il 17 ottobre. «È un’altra cosa avere la propria vita, le proprie cose, senza nessuna imposizione», aggiunge Aniello. Vive su una sedia a rotelle, abita al piano terra della palazzina e con un ascensore interno raggiunge il piano intermedio dove risiedono gli altri amici e dove si fa pranzo comune. 24 ore su 24 si alternano dei volontari, e tra questi molti stranieri del movimento "Genti di pace".

Aniello ha conosciuto Sant’Egidio nel quartiere di Tor Bella Monaca, dove, tra i palazzoni di via dell’Archeologia, in un ex locale lavatoio, ha sede il Laboratorio-Museo di arte sperimentale "Gli Amici", con opere che sono state esposte anche in mostre internazionali. «Per i disabili la pittura è una forma importante di comunicazione, raccontano ciò che pensano, anche sulle vicende che ascoltano in televisione», spiega Antonella. Mentre passeggiamo tra la tela di Annamaria dedicata ai bambini-soldato e quelle di Loredana, che disegna utilizzando tappi di bottiglia e altri materiali di recupero, nell’aria si diffondono alcune note rock, provenienti dalla piccola orchestra del laboratorio musicale, e un profumo di torta in cottura preparata per chiudere in festa, come di consuetudine, la giornata di incontro.

Dolci e non solo si possono gustare alla Trattoria degli Amici, il ristorante nel cuore di Trastevere dove il 50 per cento degli addetti che vi lavorano sono persone diversamente abili. I camerieri portano una t-shirt nera con la scritta Amico, e hanno l’aria professionale appresa al corso di formazione tenuto da un’impresa specializzata nel settore. Alle pareti, in vendita, i quadri realizzati nei laboratori di Tor Bella Monaca e negli altri laboratori della Comunità, per sostenere il progetto Dream.

«Marcello Mastroianni era un gran signore, quando tornava da Parigi mi chiedeva sempre "un vero caffè"»: ne ha serviti di clienti illustri, Edda. Trent’anni passati a via della Lungaretta in un bar-tabaccheria, «una delle prime rivendite di Trastevere», dice orgogliosa. Poi per lei, come per altre centinaia di anziani, il centro di Roma è diventato sempre più caro, l’affitto ha superato i 500 euro della pensione e ha dovuto cercare una nuova sistemazione. È stata fortunata, perché non ha dovuto fare conti con l’istituto o una periferia sconosciuta, e oggi può raccontare la sua storia seduta a prendere il caffè nella cucina di una casa accogliente, circondata dal giardino, a Monteverde, un quartiere che si arrampica sul colle del Gianicolo. Edda, infatti, vive in uno dei "Condomini aperti" realizzati da Sant’Egidio a Roma.

«Agli inizi degli anni ’70 gli anziani non erano certo di moda come oggi», raccontano Emanuela Valeriani e Giancarlo Penza, i due responsabili dell’area. La Comunità nascente fu però "costretta" a fare i conti con le terza età: «Furono proprio gli anziani del quartiere che cominciarono ad affacciarsi a Sant’Egidio». Anche in questo caso, è una storia che illumina il cuore del problema: «Filomena veniva a trovarci e cantava stornelli romani, era orgogliosa della sua chioma...». Poi la vicenda scivola su una china nota: i figli prendono la casa, mandano la donna in istituto, dove un colpo di forbici le taglia i capelli e spezza la sua vitalità. «Si lasciò morire. Capimmo che gli anziani sono talmente fragili che è facile manipolarne la volontà e sopprimerne la voglia di vivere. Scoprimmo che dovevamo lavorare su due fronti: abbattere la barriera della paura che isola i vecchi e li rende impenetrabili allo sguardo degli altri; e dare senso agli anni che passano».

Da questo e da altri incontri nascono le battaglie per evitare l’istituzionalizzazione e, in mancanza di altre strade, almeno la richiesta di istituti dignitosi; i diversi progetti per la cura e l’assistenza domiciliare, l’attenzione agli anziani dei quartieri dove la Comunità è presente e i progetti per alcune alternative concrete. Tra queste, appunto, i "Condomini aperti", cioè «un insieme di miniappartamenti in un palazzo dove vanno a vivere anziani con qualche difficoltà ma che sono ancora in grado di gestire autonomamente la propria vita», spiega Giancarlo. In ogni struttura ci sono degli spazi comuni e operatori della comunità, che intervengono al bisogno. Così Edda, con la signora Vincenzina, risiede in questo appartamento al piano terra di un condominio dove sono ospitati altri anziani autonomi, come Marisa e Giovanni, mentre all’ultimo piano c’è la "Casa alloggio". È questa la seconda proposta sperimentata da Sant’Egidio, rivolta ad anziani «estremamente fragili, la cui vita in alcuni casi è davvero appesa a un filo».

«Qui mi sento come neanche una regina», racconta Elsa, che con altri ospiti vive nel grande appartamento dell’ultimo piano in questa comunità protetta dove 24 ore su 24 si alternano i volontari, compresi medici e infermieri. Chiacchiera tanto, e indica un porcellino di creta con i soldi per l’adozione di Delfina, «una bambina africana che sostengono perché ha lo stesso nome di un’anziana che viveva qui e che Elsa aiutava a mangiare», racconta Olga, una delle volontarie. «Quando Delfina è morta hanno adottato questa bambina del Mozambico». L’anziana, classe ’22, sorride e continua a raccontare. L’infanzia e la Comunità sono i leit motiv di un discorso che non tocca gli anni del buio. Quelli trascorsi nel manicomio di Santa Maria della Pietà, quando mai avrebbe immaginato, un giorno, di essere di nuovo a casa, di avere un’amica da aiutare e una bambina africana da "adottare".

Vittoria Prisciandaro
   

Uomini e Religioni sulle strade della pace

Muktar è una vittima dello Tsunami che ha colpito l’Indonesia. Musulmano nel Paese con più musulmani al mondo, al momento del ciclone viveva a Banda Aceh, unica regione indonesiana in cui la sharia viene applicata alla lettera. Quel giorno ha perso tutto: due bambine, la moglie, l’abitazione. Ferito, venne ritrovato a due chilometri di distanza da casa e trasportato nell’ospedale di un’altra città. È qui che, dato per morto, con poca voglia di resistere, ha incontrato alcuni giovani di Sant’Egidio di Giacarta. Ristabilitosi e tornato nella sua città d’origine, ha potuto usufruire di un microcredito ricavato dalla raccolta organizzata da tutte le comunità di Sant’Egidio del mondo per le vittime dello Tsunami. Si è ricostruito una casa, l’orto, e ha ricominciato a vivere. Ora indossa una maglietta col simbolo della Comunità bene in vista: «Sono il primo musulmano di Sant’Egidio», ama ripetere. Al di là della battuta, vive davvero un legame profondo con i suoi amici cattolici.

Papa Wojtyla durante l'incontro interreligioso di preghiera per la pace ad Assisi nel 1986.
Papa Wojtyla durante l’incontro interreligioso di preghiera per la pace ad Assisi nel 1986 (foto G. Giuliani/Periodici San Paolo).

Valeria Martano, responsabile della Comunità per l’Indonesia e l’Estremo Oriente, racconta questa storia e tante altre: c’è la vicenda del banchetto finale del Ramadan offerto ai musulmani poveri, o l’aiuto ai senzatetto delle città maggiori prestato congiuntamente da volontari di Sant’Egidio e medici delle associazioni musulmane. O ancora, «la presenza della Comunità nei campi profughi post-Tsunami, dove la divisione secondo le etnie e l’appartenenza religiosa era ferrea e, nonostante non fosse permesso ai cristiani di entrare, membri delle comunità indonesiane, godendo della fiducia delle autorità, sono andati portando il loro contributo», quando gli aiuti internazionali, anche italiani, erano fermi. «Il dialogo è la collaborazione nelle opere, l’amicizia quotidiana, l’incontro tra gente semplice i cui leader talvolta si odiano», dice Valeria. L’avventura del dialogo interreligioso della Comunità parte molti anni prima dello Tsunami e ha una prima, grande manifestazione nell’ottobre 1986 quando il Giovanni Paolo II decide di stupire il mondo convocando i leader planetari delle maggiori religioni ad Assisi.

Oltre alle varie commissioni pontificie, il Papa si avvale di almeno un decennio di fili intessuti pazientemente in giro per il mondo e per le strade di Roma da Sant’Egidio. Karol Wojtyla non sapeva, forse, che dalla cittadella francescana avrebbe dato vita a un itinerario lungo 22 anni, che la Comunità – con la sua emanazione "Uomini e Religioni" – porta avanti annualmente con tappe tra città europee e non, e che quest’anno, dal 6 all’8 settembre, approda a Cracovia. La "Preghiera della Pace" – il nome è rimasto quello wojtiliano – è una "tre giorni" di panels su argomenti di attualità, in cui intervengono leader di tutte le fedi e alcuni dei maggiori protagonisti sulla scena mondiale, che si conclude con l’invocazione a Dio, secondo le diverse tradizioni, e l’abbraccio di pace. Ma è solo l’espressione epifanica di un lavorio continuo e sotterraneo, instancabile, divenuto una delle principali attività santegidine, che costituisce una delle dimensioni nuove del dialogo del nostro tempo, e che ha permesso una serie di contatti di diplomazia dal basso, che hanno portato frutti di pace. Un dialogo che in questi anni si è allargato anche alla cultura laica, per provare a dare un’anima alla globalizzazione, in chiave solidale.

l.a.

 

Pena di morte, incubo da cui uscire

«La storia», scriveva James Joice nell’Ulisse, «è un incubo da cui sto cercando di svegliarmi». Josè Joaquin Martinez quando chiude gli occhi ripiomba ancora nell’incubo. Ecuadoregno cresciuto negli Stati Uniti, ha trascorso più di tre dei suoi 38 anni nel braccio della morte a Tampa, in Florida. Innocente condannato alla pena capitale, ha fatto fatica a non impazzire: «La mia vicenda ha dell’incredibile. Mia moglie, sentendosi tradita, ha architettato un piano per accusarmi di omicidio e io, a 29 anni, con due bambine, mi sono ritrovato in carcere. In più, sono ispanico. E sa quanti come me sono usciti vivi dai bracci della morte americani? Semplice: nessuno!», dice, raccontando la sua storia. «Se non fosse stato per i miei genitori e gli amici europei, forse mi sarei disperato e non sarei mai riuscito a dimostrare la mia innocenza. E dire che, prima di entrare nel carcere di Tampa, ero assolutamente favorevole alla pena di morte».

Ultimamente, per fortuna, le cose sono cambiate: oggi sono 131 gli innocenti liberati dai bracci della morte Usa, uno dei Paesi che vanta un sofisticato sistema giudiziario, pieno di falle. «Quando ormai ero senza speranza, si è materializzata Sant’Egidio. Saputa la mia storia, le comunità di Madrid e Barcellona hanno cominciato a scrivermi, hanno contattato i miei parenti e hanno lottato perché il mio caso fosse riaperto, fino a vincere. Sono rinato».

Dominique Green, invece, non ce l’ha fatta. Afroamericano, arrestato a 18 anni per un crimine commesso da altri che erano con lui, è stato accusato dai compagni per avere uno sconto di pena. È dall’incontro con lui, in Texas, che è iniziata la campagna mondiale della Comunità di Sant’Egidio per una moratoria universale, fino alla completa eliminazione della pena capitale sul pianeta. Il movimento delle "Città per la vita", le "Città contro la pena di morte", in 6 anni ha raccolto mille adesioni in tutto il mondo e ha inventato un nuovo modo di coinvolgere le opinioni pubbliche anche nei Paesi che mantengono la pena capitale. La creazione di un fronte laico e interreligioso mondiale, con più di 5 milioni di firme raccolte sotto all’Appello per una moratoria universale e consegnate al presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 2 novembre 2007, si è rivelato decisivo per sconfiggere l’argomento che aveva bloccato per 14 anni l’approvazione della prima risoluzione contro la pena di morte da parte dell’Onu: erano la prova che un mondo senza pena di morte non è una invenzione "neo-colonialista" dei diritti umani del Nord del mondo o dell’Europa, ma la richiesta di un nuovo standard di rispetto dei diritti umani e della vita.

«La pena di morte degrada lo Stato ponendolo al livello di chi uccide e congela nell’odio anche le famiglie delle vittime», dice don Marco Gnavi, della Comunità di Roma. «La difesa della vita deve essere senza eccezioni, dal suo inizio alla sua fine naturale, anche nel caso di un eventuale colpevole». Sant’Egidio lavora attivamente con numerosi Paesi: da questo impegno solo negli ultimi due anni è scaturita l’abolizione della pena capitale in Uzbekistan, nel Kazakhstan, in Togo, in Gabon. Con le sue campagne, la Comunità ha anche voluto aiutare il superamento della divisione tra favorevoli alla "moratoria" e sostenitori dell’"abolizione" e ha dato un contributo alla nascita, avvenuta a Sant’Egidio nel 2002, della Coalizione mondiale contro la pena di morte.

l.a.

 

Dream, il sogno di un Terzo mondo senza Aids

Nelson Mandela diceva che dalla vita esce vittorioso il sognatore che non si è mai arreso. Dream (Drug Resource Enhancement against Aids and Malnutrition) è un vasto programma di lotta all’Aids nell’Africa sub-sahariana, uno dei sogni – realizzati – di Sant’Egidio. I Paesi interessati dal progetto sono 10, 75 mila i malati in cura, più di 2 mila le persone formate localmente tra medici, infermieri, assistenti domiciliari, tecnici di laboratorio. Tra questi, tante le donne, come Anna Maria Muhai, che porta nella borsa la fotografia di quando pesava meno di 30 chili ed era coperta di piaghe, e ora è una bella donna, tra i pilastri di Mulheres para o Dream.

Una bimba nella sede della Scuola della pace in via delle Galline Bianche, nel quartiere Labaro-Prima Porta.
Una bimba nella sede della Scuola della pace in via delle Galline Bianche, nel quartiere Labaro-Prima Porta.

In un centro Dream si respira un’aria serena, sui muri campeggia la scritta «Qui non si paga» e, mentre i bambini giocano, le donne fanno il test. Per coloro che, anche al secondo controllo, risultano positive inizia immediatamente il counseling, poi la prima istruzione quindi la consegna della terapia e il sostegno nutrizionale. C’è la presa in carico della donna in gravidanza, che verrà monitorata dalla rete di laboratori di biologia molecolare. Grazie a questo iter il 98 per cento dei bambini nasce sano anche da madri malate, più del 90 per cento degli adulti con Aids riprende a vivere, il 95 per cento è fedele a una terapia che, secondo alcuni esperti internazionali, sarebbe impossibile: troppo costosa e troppo complicata. Incluse le famiglie, oggi un milione di persone in Africa vive meglio grazie a Dream, che è una delle due best practices studiate ai summit dei capi di Stato africani. Nel 2005 l’Oms ha dichiarato Dream un modello di intervento per i Paesi a risorse limitate, poi sono arrivati vari altri riconoscimenti scientifici.

Cristina Moscatelli, specialista dell’Emergenza presso la Centrale operativa del 118 a Grosseto, e per vari mesi all’anno medico volontario in Africa per Dream, ha cominciato a occuparsi del programma nel 2004: «Dream è uno dei pochi programmi che si occupa di malnutrizione. La risposta alla terapia», spiega, «è infatti determinata da un’alimentazione adeguata: se un bambino in trattamento è denutrito, l’efficacia risulta drasticamente ridotta». Quando un paziente comincia a rispondere alla cura e sta meglio, gli si propone di lavorare per Dream. Quasi tutti, in gran parte donne, accettano e cominciano a prendersi cura di altri pazienti con visite domiciliari quotidiane che puntano ad assicurarsi che la terapia venga seguita correttamente. L’impatto di malati che migliorano sugli altri che avevano perso la speranza è dirompente. All’inizio, al programma lavorava un’equipe europea. «Per implementare il progetto, che ha ormai sette anni, partivano, a ondate mensili, 15 o 16 medici di Sant’Egidio dall’Europa», spiega Gianni Guidotti, uno dei medici coordinatori di Dream. «Ora partono al massimo uno o due coordinatori ogni tre, quattro mesi. Il personale è al 99 per cento locale». Per Sant’Egidio «Dream è stata una scelta obbligata: non potevamo accettare un genocidio, mentre il mondo occidentale restava a guardare».

l.a.

 

L’Onu di Trastevere sui sentieri della pace

«Nella nostra personalità c’erano aspetti plasmati da anni di clandestinità. Foresta e fucile. La relazione con Sant’Egidio, per questo, per noi fu speciale. Favorì una visione della vita diversa rispetto al passato. Incontrare gente con cui ragionare in modo diverso, senza per forza contrapporsi, ci ha aiutato moltissimo, fino a farci rientrare in un processo legale e politico». A parlare è Pablo Monsanto, leader della guerriglia guatemalteca e negoziatore ufficiale nelle trattative con il governo, svoltesi in gran parte nei locali di Sant’Egidio, e sfociate nell’accordo di pace del 1996. «Sentimmo subito», continua l’ex guerrigliero, «che Sant’Egidio era più umana della altre organizzazioni. Con l’Onu avevamo una relazione istituzionale, a volte anche con la Commissione di riconciliazione nazionale. Con loro, invece, s’era instaurato un rapporto intimo, spirituale. L’amicizia con Roberto, Matteo, con Riccardo: li abbiamo sentiti parte della nostra famiglia, anche dopo la firma della pace, anche ora».

È la testimonianza di una faticosa conversione alle ragioni della pace di un uomo abituato a dialogare con il mitra, un percorso di riscatto dai risvolti diplomatici, che vede nel rapporto umano la chiave del successo. Sono parole che colpiscono e interrogano: come si è giunti a trattare con fazioni armate o a fare i conti con governi di Paesi dilaniati dai conflitti? La domanda, in forma più rude, fu posta ad Andrea Riccardi anche da un giornalista americano, all’indomani della storica sigla degli accordi di pace in Mozambico nel ’92: «Quand’è che avete deciso di lasciare le attività di sostegno personale ai poveri per la diplomazia?». La risposta di Riccardi fu diretta e laconica: «Mai».

«Perché il lavoro per la pace», dice Leone Gianturco, che ha seguito direttamente le trattative per il Mozambico, «è la naturale prosecuzione del servizio ai poveri che ogni membro della Comunità fa. La saggezza di portare due fazioni mozambicane contrapposte attorno a un tavolo e far loro firmare la pace è la stessa che mostra uno qualsiasi di noi che vuole bene a un povero e cerca di portargli amicizia».

Osservata dall’esterno, con alcuni dei suoi membri immortalati accanto ai rappresentanti politici più importanti della storia recente, o nelle sedi diplomatiche più calde del mondo, sembra normale considerare la Comunità come un’associazione di peacemaking o una Ong. Basti pensare alle trattative per la riunificazione della Costa d’Avorio, dove la Comunità si è impegnata in sinergia con il Burkina Faso, o alla fine della guerra etnica e civile in Burundi, che porta anche la firma di Sant’Egidio, in stretta collaborazione con alcuni Grandi africani, primi tra tutti Nyerere e Mandela.

Il punto è che «Sant’Egidio non è tecnica diplomatica e basta», dice Mario Giro, responsabile dell’Ufficio internazionale della Comunità. «L’assenza di interessi economici, la credibilità, il tratto umano, la capacità di cogliere i diversi livelli dello scontro e l’intreccio dei fattori sociali, etnici, religiosi, culturali, la capacità di trovare e costruire un linguaggio comune, la cura di "umanizzazione": in questo modo gli stessi negoziati diventano per chi ha usato fino ad allora i soli strumenti dello scontro e delle armi, le chiavi di un successo che ha radici evangeliche». Fino a diventare, secondo la definizione di Igor Man, l’«Onu di Trastevere».

l.a.

 

Impagliazzo: se i poveri cambiano il mondo

Marco Impagliazzo, 47 anni, storico, è il presidente di Sant’Egidio. Gli chiediamo se la Comunità, nata a Roma, abbia una sua missione "italiana". «Dovunque c’è una comunità, c’è gente che prega, che cerca di creare una famiglia con i poveri, e che sente una responsabilità personale perché non ci si accontenti solo della propria vita e della nostra società com’è. Questo è vero in Italia come in ogni parte del mondo dove siamo presenti. È stato sempre decisivo il rapporto con la città, i suoi dolori, le sue povertà, sofferenze, le sue speranze, la sua gente. Lavorare per il bene della città in Italia significa cose diverse. Sostegno agli anziani in difficoltà o soli, accoglienza agli immigrati, impegno perché i bambini non crescano alla scuola della violenza o del disinteresse, vicinanza ai poveri che vivono per strada. Nelle nostre "scuole della pace" in quartieri come Scampia, a Napoli, o in certi quartieri di Messina o di Palermo, c’è una pedagogia non violenta che da tanti anni offre modelli alternativi e meno disperati ai ragazzi. Poi c’è l’impegno delle comunità nel Nord Italia, come a Milano, Genova, Novara e altrove, che cercano ogni giorno i modi per stemperare linguaggio e comportamenti incivili verso gli immigrati. Penso alla preghiera serale aperta a tutti ovunque c’è una comunità, dove ci si incontra con la Parola di Dio e si vive il tempo e lo spazio della gratuità in un mondo troppo materialista».

  • Come si colloca Sant’Egidio nella Chiesa italiana?

«Come una realtà di credenti, che sente un Paese in difficoltà. In Italia sembra perdersi il senso di una comune appartenenza nazionale, mentre ci si ripiega sul particolare e sul locale. L’Italia ha senso come comunità nazionale, con un suo profilo nel mondo. In Africa vent’anni fa il nostro Paese aveva un ruolo utile. Bisogna rilanciare l’Italia nel mondo: sulle frontiere africane e su quelle della costruzione europea. Senza l’Europa unita le nostre piccole patrie europee sono destinate a finire».

  • Quali sono le priorità, oggi, per Sant'Egidio?

«La grande crisi mondiale rappresenta una grande chance, anche per i cristiani. Mentre è forte la tentazione e il peso dell’irrilevanza, perché ognuno sente di essere troppo piccolo e non contare niente di fronte ai processi mondiali, o di fronte alla stessa politica nazionale, penso sia importante tornare a un approfondimento delle proprie radici: non quelle del dialetto, ma la Bibbia, la carità, la responsabilità che ognuno aspiri davvero alla santità. Che a livello di comportamenti vuole dire anche restare umani in tempi che a volte sono disumani. I progetti vengono dopo. Nella chiesa di Sant’Egidio c’è un crocifisso di legno rimasto senza braccia, solo il tronco. Lo chiamiamo il Cristo dell’impotenza. La sfida è cercare di essere quelle braccia, cambiare il mondo con mezzi deboli, non con il potere. Avere una visione ampia in un tempo povero di visioni».

Michele Brancale

Segue: Estroversi per vocazione sognando l'Eurafrica

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