|
Dossier:
Pace, amore e fantasiaDal
’68 al mondo
restando fedeli ai poveri
di Agostino Giovagnoli
Nata
nel tempo della contestazione studentesca, la Comunità di Trastevere è
uscita arricchita dalle turbolenze politico-ecclesiali di quegli anni. Il
suo segreto? Ce lo spiega lo storico Agostino Giovagnoli, che ha seguito
da vicino questa vicenda originale.
«Le
eruzioni che scuotono la nostra moderna società sono anche un’insurrezione
inconscia contro la totale pianificazione della nostra esistenza»,
da cui deriva un’«impotenza dell’individuo, come forse mai
prima d’ora c’era stata». Così osservava Joseph Ratzinger
riferendosi al 1968, quando sui muri della Sorbona o di altre università
europee gli studenti scrivevano: «Siate realisti, chiedete l’impossibile».
Nel sottofondo della contestazione, c’era anche il presentimento della
rivoluzione consumista, della società post-moderna e della «dittatura del relativismo» che, nei quarant’anni
successivi, avrebbero cambiato radicalmente le nostre esistenze,
modellandole spesso pesantemente. Si percepiva allora l’inizio di un’inedita
dilatazione della soggettività individuale che, negli anni Settanta e
Ottanta, sarebbe diventata esperienza diffusa e, persino, banale. La
sensazione di diventare il «sovrano di sé stesso» spiega l’euforia
di quegli anni segnati «da un senso di liberazione» che
tuttavia preludeva all’inizio di una fase di «insicurezza
identitaria», perché la «disgregazione delle
comunità» avrebbe introdotto un’«incertezza radicale
sulla continuità e la consistenza di sé» (Kaufmann). A suo modo
il ’68 cercò di anticipare tutto questo, dando uno sbocco collettivo
alle energie individuali liberate dalla dilatazione della soggettività.
Michel de Certeau, un raffinato storico gesuita, cercò allora di
spiegarsi quella esperienza scrivendo: «Dentro di noi, qualcosa ha
cominciato a muoversi. Voci mai sentite ci hanno trasformato... Diventano
nostre senza essere più il rumore soffocato delle nostre solitudini... Si
è presa la parola come nel 1789 si è presa la Bastiglia... Una folla è
diventata poetica. Ci si è messi finalmente a discutere di cose
essenziali, di società, di felicità, di arte e di politica». Fu
un tentativo, forse impossibile, di collegare alla grande tradizione
umanistica europea i tempi nuovi della post-modernità e le terre
incognite del consumismo.
Nata nel 1968, la Comunità di Sant’Egidio è soprattutto figlia del
Vaticano II e del suo spirito. Ma la primavera conciliare – che ha
chiuso felicemente molte questioni aperte tra Chiesa e modernità, come,
tra gli altri, i rapporti tra fede e razionalità, autorità e libertà,
Chiesa cattolica e Stato liberal-democratico – si è dovuta misurare
molto presto con le sfide e i problemi di un’epoca profondamente
diversa. Anche la Comunità di Sant’Egidio si è trovata, fin dall’inizio,
coinvolta in questioni come quelle poste dalla disgregazione dei rapporti
sociali tradizionali: il suo cammino è iniziato con un confronto tra un
gruppo di giovani sul problema della solitudine, che non era solo angoscia
adolescenziale ma anche segno dei tempi. Sulla scia del Vaticano II, la
comunità ha cercato nella tradizione della Chiesa nova et vetera,
trovando anzitutto nella liturgia una risposta antica ma sempre attuale
alla tensione tra esplosione della soggettività individuale e bisogno
dell’altro, tra un "io" sempre più esigente e un
"noi" sempre più imprevedibile. Nella preghiera, comunitaria e
personale, incentrata sull’ascolto della Parola di Dio – cuore della
proposta conciliare – essa ha trovato il suo fondamentale ubi
consistam. È stata una scoperta legata anche a un intenso contatto
iniziale con la tradizione benedettina, mentre nella figura di san
Francesco la comunità ha trovato l’esempio di un’esperienza
radicalmente evangelica e interamente laica, perché giocata non dentro la
protezione di muri o di regole monastiche ma nelle dinamiche del
cambiamento storico; dall’incontro con figure come padre Pedro Arrupe,
Preposito generale della Compagnia di Gesù, ha ricavato la lezione dell’evangelizzazione
in contesti culturali diversi e molteplici; dall’amicizia con il grande
teologo Yves Congar ha tratto l’insegnamento di una profonda fedeltà
alla Chiesa e di una larghezza di respiro storico. La Comunità, insomma,
ha potuto attingere a tanti diversi frutti del grande rinnovamento
conciliare.

Sant’Egidio con Giovanni Paolo II agli
inizi del suo pontificato
(foto Comunità Sant'Egidio).
Del
clima della fine degli anni Sessanta Sant’Egidio ha condiviso le letture
a tutto campo, ma se ne è distinta per l’ancoraggio, fermo, nella
lettura biblica e nel rifiuto dell’ideologia come madre onnicomprensiva.
Il radicamento evangelico ha costituito un antidoto e una presa di
distanza radicale, personale, spirituale, da ogni forma di violenza, che
avrebbe progressivamente imbarbarito la ricerca e la "poesia"
del ’68, fino al neo-totalitarismo dei «processi
proletari», del pensiero unico, delle aggressioni armate, della
lotta contro lo Stato. E in un confronto con i testi e il vocabolario che
ha dato vita nei decenni successivi anche a un’intera classe dirigente
di giornalisti, intellettuali, partendo dal filone marxista-leninista del
post ’68, colpisce la prosa a-ideologica, il ridotto "gergo
interno" della Comunità di Sant’Egidio anche ai suoi inizi, l’insistenza
per un’adesione che non può che essere sempre rinnovata ogni giorno e
fondata sul "volentieri" e non su un inquadramento organizzato.
È una peculiarità, a suo modo, anche rispetto a consolidate esperienze
ecclesiali cresciute nel pre-Concilio, con cui nel tempo Sant’Egidio ha
stabilito rapporti fraterni e ha lavorato a un vero e proprio movimento di
amicizia tra movimenti e aggregazioni ecclesiali, pur rappresentando un’evoluzione
peculiare e diversa dal tradizionale associazionismo cattolico. Rispetto
al dibattito degli anni Cinquanta, fino agli anni Settanta, centrato
spesso sul confronto filosofico tra marxismo e cristianesimo, e sulla
"teologia fondamentale", Sant’Egidio nasce "post", e
più radicata nella storia della Chiesa, nel recupero della grande
diversità esistente al suo interno, nella liberazione e nel rinnovamento
di energie nella storia, naturalmente laico nel suo approccio, e
naturalmente radicato all’interno della grande tradizione cristiana.
Orto-prassi in aggiunta all’ortodossia. Di qui una capacità insolita di
dialogo con il "mondo moderno" e con l’intellettualità
"laica", una capacità di coinvolgimento oltre gli schemi
abituali.
Dopo il 1968, molte cose sono cambiate. Negli anni Settanta, la voce
anticonformista di Pier Paolo Pasolini cominciò a denunciare l’omologazione
antropologica provocata dal consumismo, incitando il Papa a prendere la
guida dell’opposizione contro i consumi e la televisione. La Chiesa,
invece, non ha scomunicato né gli uni né l’altra. Qualcuno si è
scandalizzato, altri hanno approfittato di questa "mancata"
condanna ma, contrariamente ai timori dei primi e alle speranze dei
secondi, gli sviluppi successivi hanno mostrato che il consumismo non ha
creato un totale "vuoto etico": condannarlo in toto sarebbe
stato perciò sbagliato, oltre che inutile. Invece del "vuoto
etico" si è prodotta, piuttosto, una grande "frammentazione
etica", attraverso la moltiplicazione dei valori e dei fini cui
ispirare scelte e comportamenti (dall’uguaglianza alla diversità, dall’ecologia
alla pace, dalla tolleranza alla solidarietà, dall’autonomia
individuale alla coesione sociale...). Sul piano morale, si è chiesto all’individuo
di non uniformare più le sue scelte a principi e regole prefissati, ma di
scegliere o, persino, di "produrre" egli stesso i valori e le
norme cui ispirarsi (Taylor). In questo modo, l’indubbio ampliamento
delle possibilità è stato spesso vanificato dalla difficoltà di
individuare motivi esistenzialmente e storicamente validi cui riferire
singole decisioni e scelte di vita. Così, pur intravedendo miraggi di
onnipotenza, l’individuo finisce spesso per fare esperienze di
impotenza, con una fuga dalle responsabilità non molto diversa dalla fuga
dalla libertà descritta a suo tempo da Erich Fromm.

Un medico di Sant’Egidio in Mozambico
(foto Comunità di Sant'Egidio).
Ma
non è un destino obbligato. La Comunità di Sant’Egidio è diventata
famosa nel mondo per l’impegno di pace, ma i risultati ottenuti da
quella che è stata chiamata «l’Onu di Trastevere» sono il
frutto di un’azione semplice svolta da gente comune. Se in passato erano
le grandi Potenze a decidere la guerra e la pace – ha ricordato più
volte Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità – oggi anche l’individuo
comune può fare qualcosa di rilevante per la pace o per la guerra. Nella
sua semplicità, tale affermazione implica che ognuno può contribuire a
cambiare il mondo e che il mondo può diventare completamente diverso da
come è attualmente. Ma occorre trovare la strada. Nelle situazioni
complesse e ambivalenti, come quella in cui viviamo, più importante di un
giudizio sicuro su uomini, idee, avvenimenti, è infatti non smarrire l’orientamento.
La Comunità di Sant’Egidio ha cercato di seguire una bussola
preziosa: l’amicizia con i poveri. Quando l’immagine del consumatore
si sovrappone a tutte le altre, è facile perdere coscienza di chi è l’uomo,
qual è il suo valore, quale il fondamento della sua dignità; si perde di
vista, soprattutto, che cosa vuol dire umanità. Se si arriva a vantarsi
quando si respinge in mare chi fugge dalla violenza, dalla fame, dalla
morte, vuol dire che si è già compiuto un lungo percorso sulla strada
della disumanità. Ma chi è amico dei poveri è da loro richiamato non
solo alla costante debolezza di fondo della condizione umana, ma anche a
ritrovare ragioni autenticamente umane per sperare, per lottare e,
soprattutto, per vivere con gli altri: nelle sofferenze e nei sentimenti
dei poveri è indicata la via verso il futuro, sono le loro attese a farci
capire che cos’è il Regno di Dio.
Su questa strada, l’Africa è entrata da tempo nel cuore della
Comunità e sempre più numerosi sono gli africani che ne condividono il
cammino. Potrebbe sembrare il semplice riflesso di una tendenza generale:
le statistiche mostrano che ormai più della metà dei cattolici vive
fuori dall’Europa (Jenkins). Ma nella scelta di Sant’Egidio per l’Africa
c’è soprattutto la convinzione che «la pietra che i costruttori
hanno scartato» diventerà «pietra d’angolo»: «Chi crede in essa non resterà deluso». È anche una scelta
culturale e strategica – implica, infatti, che gli equilibri
internazionali non possono ignorare l’Africa – ed è una scelta
europeista: il legame tra Europa ed Africa è antico e profondo, il
disinteresse attuale per il "continente nero" è un segno del
declino europeo e della tentazione dell’Europa di «congedarsi
dalla storia», come ha detto Benedetto XVI. In Africa, la Comunità
ha diffuso la speranza di curare l’Aids, moltiplicando con il programma Dream
le possibilità di vivere grazie alla terapia di cui da tempo dispone
il mondo ricco ma che, si diceva, gli africani non sarebbero mai stati in
grado di utilizzare. In Africa, Sant’Egidio ha incontrato uomini e donne
di una forza straordinaria, di cui hanno bisogno non solo i loro Paesi ma
il mondo intero, anche se non lo sa.
Pur
diventando profondamente africana, però, la Comunità di Sant’Egidio è
rimasta anche profondamente romana. È nata a Roma ma è diventata romana
soprattutto per scelta. «Non è possibile restare a Roma senza un’idea
universale», ripetevano con preoccupazione gli esponenti della
classe dirigente piemontese che dopo il 1870 hanno trasferito a Roma la
capitale di un Regno d’Italia ancora piccolo e fragile. L’universalità
di Roma è legata soprattutto al papato, un’istituzione singolare, anzi
unica nella storia. Oggi il problema, però, è che pochi si chiedono il
senso di questa istituzione che continua a caratterizzare in profondità l’intera
Chiesa cattolica, dalla Cina agli Stati Uniti, e questo è un limite anche
per chi la vorrebbe riformare.
La domanda sui rapporti con il Vaticano è una delle più ricorrenti
quando si parla di Sant’Egidio: è evidente che si tratta di due realtà
ben distinte. Ma, a causa di una prossimità insieme storica e geografica,
questa Comunità non ha potuto fare a meno di interrogarsi su un’istituzione
che affida a un uomo solo il compito non di governare ma di unire e
rappresentare nella sua persona più di un miliardo di credenti, come
evidenziano i viaggi del Papa, da ultimo quello in Israele. Capire il
papato, servire con il Papa, attraverso l’umanità di chi pro tempore
lo interpreta, è un tratto spirituale e antropologico di Sant’Egidio
e anche uno stimolo a cercare l’unità con chi nel Papa non si riconosce
ma sul Papa non può fare a meno di interrogarsi, come i cristiani di
altre confessioni. Raccogliendo l’iniziativa di un Papa, Giovanni Paolo
II, la Comunità ha iniziato a condividere la fatica del dialogo con
credenti di altre religioni, ebrei anzitutto, ma anche musulmani,
buddhisti e tanti altri. Il papato, infatti, è una risorsa di tutti i
cattolici ed è segno di un’universalità dalla quale nessun uomo e
nessuna terra sono esclusi.
Agostino Giovagnoli
| Le tante, buone
radici della Comunità L'alluvione
del ’66 a Firenze e gli "angeli del fango", don
Lorenzo Milani e la sua Barbiana, ma anche il movimento biblico
e Charles de Foucauld, piccolo fratello di Gesù in mezzo ai
musulmani, i gruppi di confronto e di rinnovamento giovanile
come Gioventù Studentesca. Sono questi, con il Concilio
Vaticano II e il rinnovamento laicale di quegli anni, le origini
vicine e i precedenti di quello che è diventata la Comunità di
Sant’Egidio. In sintesi: dare la parola a chi non ce l’ha,
perché poi incontri anche la Parola nel cuore grande della
Chiesa; e un bisogno di fedeltà evangelica scarna, assoluta,
che è stata una delle anime del ’68, prima di alcune
successive involuzioni. Ma se si cerca più lontano, le origini
ci riportano al monachesimo antico.

Il frontone della Basilica
trasteverina.
C’è
un filo che lega la grande esperienza del "monachesimo
interiorizzato" di Evdokimov, la grande tradizione
comunitaria e di impegno civile e sociale del monachesimo
orientale e occidentale, nella sua accezione laicale e nell’aspirazione
a un impegno integrale "davvero evangelico", e l’esperienza
francescana: vivere la fraternità e la scelta di essere una
stessa famiglia con i poveri, con il desiderio di cambiare il
mondo con mitezza, ma anche forte impegno. Una relazione tutta
speciale è proprio quella che Sant’Egidio ha con san
Francesco, il giovane ricco che incontra il lebbroso e si
converte, innamorato delle Scritture e della Croce. C’è
inoltre un’analogia tra le grandi esperienze di rinnovamento
nel post-Concilio di Trento, Gesuiti e oratoriani, e la nascita
di una realtà come Sant’Egidio dopo il Vaticano II. E dentro
il dna c’è san Filippo Neri, ma anche san Domenico e il suo
rapporto tra Vangelo, cultura e predicazione. Poi l’amore per
i giovani, la grande tradizione dei santi della carità, san
Vincenzo de’ Paoli e il Cottolengo; l’inventore della scuola
pubblica per i poveri, san Giuseppe Calasanzio. O la carità di
un grande papa, Gregorio Magno, con il suo posto a tavola
lasciato per il povero, ispirazione che torna nei pranzi di
Natale della Comunità. Ma anche storia, radicamento nella
tradizione e nella lezione di una Chiesa materna e
misericordiosa, vasta: quella del grande patriarca Athenagoras,
conoscitore del mondo e della bellezza di tutti i popoli; e
quella di Giovanni XXIII, «Chiesa di tutti e
particolarmente dei poveri». E sempre una sola fonte e
bussola: la Bibbia, guida e sorgente per ognuno, a cui tornare
nella meditazione personale quotidiana e nella preghiera comune,
àncora e liberazione spirituale in ogni tempo.
a.gio. |
Segue:
Multinazionale
senza confini se non quello della carità
|