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INTERVISTA - MONSIGNOR BRUNO FORTE

Beati i cercatori di Dio
di Vittoria Prisciandaro
  

È rivolta a «tutti coloro che hanno a cuore la domanda di felicità» l’originale Lettera ai cercatori di Dio scritta di recente dai vescovi italiani. Un documento che invita a riflettere sulla "questione del senso" e che intende parlare a tutti, credenti e non credenti. Ce ne spiega il perché il presidente della Commissione della Cei che l’ha stilata.
   

Un gesto di amicizia. Così i vescovi italiani chiedono di interpretare la Lettera ai cercatori di Dio che reca la data del 12 aprile, giorno di Pasqua, ed è stata presentata all’assemblea della Cei nel maggio scorso. Il testo è rivolto a «tutti coloro che hanno a cuore la domanda di felicità», spiega monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi. «I cercatori di Dio non sono soltanto quelli che cercano Dio non conoscendolo, ma anche i credenti, che restano sempre degli assetati dell’amore assoluto e della felicità che esso dona, e crescono nella conoscenza della fede a partire da domande sempre nuove. Cercatori di Dio possono considerarsi perfino gli indifferenti, quelli che sembrano lontani o distratti, e che però non possono non sentire nel cuore il desiderio di una vita piena e felice».

Il testo è diviso in tre parti: nella prima il lettore è invitato a riflettere sulle domande di senso che uniscono tutti, presentate attraverso vari temi, dalla ricerca di felicità alla giustizia, dalla fragilità al rispetto dell’ambiente; nella seconda parte si testimonia il cuore dell’annuncio cristiano e si presenta la comunità dei credenti riuniti nella Chiesa; nella terza si fa una proposta di incontro con Gesù Cristo nella preghiera, nella Parola, nei sacramenti, nel servizio della carità e nel desiderio della vita eterna. Stampato in edizioni diverse, a costi diversi e comunque accessibili a tutti, il volumetto può essere variamente utilizzato: per la meditazione personale, ma anche per la catechesi per giovani e adulti, o per incontri a tema. «Testimoniare la bellezza dell’avventura cristiana è oggi quanto di più necessario ci sia di fronte alle insicurezze, alle solitudini, alle inquietudini e ai naufragi della nostra post-modernità», aggiunge Forte.

Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto.
Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto
(foto G. Giuliani/Catholic Press Photo/Periodici San Paolo).

  • A proposito dei cercatori di Dio, si parla di «atei per amore». A chi si riferisce la Lettera?

«L’ateismo può essere pensato in due modi: c’è l’ateismo superficiale di chi dice con sicurezza "Dio non c’è", non si sa se per comodo o per evadere la domanda, e costui è già definito "stolto" dalla Bibbia. E poi c’è un ateismo tragico, di coloro che soffrono l’assenza di Dio e non riescono a credere. Questo ateismo pensoso, inquieto, è certamente di singolare nobiltà. Ma proprio questo tipo di ateo è vicino al credente, se è vero che del credente si può dare questa definizione: "Un ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere". È questo il punto di incontro fra credenti e non credenti, che siano non negligenti nel porsi le domande vere: la ricerca di Dio, la lotta con Lui, il percepire Dio non semplicemente come la proiezione di un desiderio e di un’attesa, ma come l’Altro che viene a me e sovverte e inquieta anche la mia attesa, e proprio così mi rende vivo e libero. È proprio questa ricerca che si offre come un vero punto di incontro tra credenti e non credenti, un cammino di dialogo che anche la Lettera ai cercatori di Dio vorrebbe favorire».

  • In un altro passaggio del testo si afferma che la differenza, più che tra credenti e non credenti, è tra pensanti e non pensanti. Cosa si vuole sottolineare marcando questa differenza?

«Come vescovi vogliamo dire un grande "no" alla negligenza del pensiero, dell’inquietudine, della ricerca. Il "sì", invece, è alla continua, appassionata ricerca del volto di Dio, che deve caratterizzare il credente, perché è inesauribile la profondità dell’Amato, del Signore da conoscere; e il non credente, serio e pensoso, perché nessuno può appagarsi con la risposta facile "Dio non c’è". In realtà il mistero di Dio intriga tutti, la ricerca di Dio qualifica la vita di tutti. Un ebreo tedesco che ebbi occasione di conoscere anni fa, un artista sopravvissuto alla Shoah, mi diceva: "Vivere è cercare Dio, vivere veramente è trovare Dio". Credo che questo sia profondamente vero. Ecco perché tutti dobbiamo essere cercatori. La preghiera e l’auspicio di questa Lettera è che possa aiutare a cercare Dio, ma anche a farne esperienza nella sua Chiesa».


Foto M. Scrobogna/La Presse.

  • «Lo scontro tra amore e tradimento ci mette in una condizione di inquietudine che scopriamo sempre presente e nuova»: quanto, nell’esperienza pastorale, si fa i conti con questa dimensione e quanto incide sulla fede delle persone?

«Enormemente. Chi ha esperienza di pastore si rende conto di come il cuore dell’uomo sia uno straordinario incrocio di tensioni e contraddizioni, e come anche nella vita delle persone più luminose e vicine all’esperienza di Dio esistano tanti momenti di buio, di angoscia, di paura, di contraddizione possibile. E, viceversa, anche in chi sembra del tutto lontano da Dio ci sono a volte dei barlumi di Vangelo straordinariamente eloquenti. Ecco perché è sempre necessario accompagnare l’uomo con amicizia e rispetto: abbiamo bisogno sempre di più di una Chiesa nello spirito della Gaudium et Spes, non dirimpettaia del mondo, ma amica, vicina, che si mescola con la gente, ne assume le domande, le attese, le sofferenze e proprio così annuncia con coraggio, con fedeltà e in maniera credibile il Vangelo di Gesù».

  • La sfida della fragilità e il significato della vulnerabilità sono temi ricorrenti nelle prime pagine della Lettera. Seguendo le vicende della cronaca recente viene in mente un’icona dei nostri giorni, Michael Jackson, uomo ricco, carriera leggendaria, eppure morto in solitudine...

«Credo sia importante distinguere le oggettive capacità, da credenti diremmo "i doni di Dio", che Michael Jackson ha ricevuto nella sua vita professionale, come la capacità di lanciare uno stile di arte musicale che ha parlato al cuore di tanti, da quella che invece è la vicenda personale dell’uomo, che nel caso specifico mi sembra segnata da tanta fragilità e da tanti punti oscuri tutt’altro che esemplari. Occorre certo comprensione e affidamento alla misericordia di Dio, ma è anche chiaro che sarebbe profondamente sbagliato proporre questi aspetti più negativi e oscuri come modello ai nostri giovani. Una cosa è l’arte, la musica, la bellezza che egli è riuscito a inventare; altra cosa la vicenda di fragilità, dolore, oscurità morale e culturale sul piano personale. I giovani vanno aiutati a tener presente questa distinzione per evitare di confondere un idolo, un modello, una rockstar, con una vicenda umana che proprio di fronte al dramma della sua morte in solitudine si rivela piena di contraddizioni e fragilità».


Foto M. Merlini/La Presse
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  • Nella Lettera c’è un passaggio sulla dignità del lavoro in cui si sottolinea l’importanza del riposo. Visto che ormai le dinamiche del lavoro sono sempre meno governabili dal singolo e sembra perduta la battaglia per il riposo domenicale, come recuperare il valore della festa?

«Recuperando anzitutto il valore della dignità della persona umana. Il lavoro è certamente un’espressione fondamentale dell’uomo, ma guai a farlo diventare un assoluto che schiacci la dignità della persona. Non c’è dubbio che, dove si perde il senso della festa, dove si vive per lavorare invece di lavorare per vivere, lì è anche la dignità e la qualità della vita dell’uomo che viene compromessa. Dicendo che lavoro e festa devono essere coniugati e che è necessario rispettare le festa per dare piena dignità all’uomo e al suo lavoro, la Lettera non fa altro che mettersi dalla parte dell’uomo, della sua dignità, che si perde nella schiavitù del lavoro, dove manca il senso della festa e della libertà. Dignità che viene invece ritrovata se si ha un riferimento ultimo, che per il credente è il Dio da celebrare nella festa della domenica, nella gioia di un cuore che loda».

  • La Lettera parla del bisogno di avere profeti disarmati. Chi lo è oggi? Chi lo è stato nel passato prossimo?

«I profeti disarmati sono coloro che annunciano con coraggio e fedeltà il Vangelo di Gesù e non contano sui mezzi umani per imporlo agli uomini, ma unicamente sull’irradiazione della sua forza e della sua bellezza. In questo senso i profeti disarmati sono i santi, che sono spesso ben più numerosi di quelli che la Chiesa può o riesce a canonizzare. Sono sparsi tra la folla, quasi inevidenti, perché la loro testimonianza si consuma nella fedeltà di ogni giorno: penso a numerosi lavoratori, uomini e donne; ai genitori che danno la vita per i loro figli nel quotidiano di una testimonianza umile, silenziosa e fedele. Ma penso anche a tanti atti di generosità che si compiono quotidianamente nei nostri ospedali, nelle nostre carceri, dove ci sono persone anziane bisognose di affetto... I nomi di queste persone sono scritti nei cieli e questo è l’esempio più eloquente che si possa dare dei profeti disarmati. Ma se vogliamo proprio indicare dei nomi a noi vicinissimi nel tempo pensiamo a figure come madre Teresa di Calcutta, come Giovanni Paolo II, Chiara Lubich, soltanto per citare qualcuno che è già ora alla presenza di Dio, ma ha inciso e segnato profondamente con la sua opera i giorni in cui viviamo. Il Signore non è mai stanco di suscitare nella Chiesa questi profeti, ed essi continuano ad annunciare la forza liberante del Vangelo».


Foto S. Savoia/AP/La Presse
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  • Uno dei temi affrontati è l’ambiente. Ritiene che la salvaguardia del creato sia sempre più un impegno ecumenico da condividere con i fratelli delle altre Chiese?

«Direi proprio di sì, e di questo è segno evidente la Giornata per il creato, che è stata inaugurata nel 2006, il primo settembre, giorno di inizio dell’anno liturgico ortodosso: un appuntamento che unisce ora i cristiani nel richiamare come la fede in Dio e la spiritualità si collochino anche nel rispetto del creato e dell’ambiente che Dio ha voluto per l’uomo. Credo che la coscienza per questa sensibilità e spiritualità ecologica vada crescendo e sia qualcosa da stimolare ed educare perché possiamo preparare per chi verrà dopo di noi una terra abitabile e accogliente secondo il disegno di Dio. Il grande rischio, con gli strumenti che l’uomo oggi possiede sul piano tecnico, è che se non cresce questa sensibilità si possa distruggere il mondo in cui il Creatore ci ha posto come custodi del giardino e non come despoti».

  • Nella seconda parte la Lettera sintetizza in breve il cuore del messaggio cristiano e parla poi della Chiesa e dell’esercizio dell’autorità, temi su cui il dialogo è più complesso...

«La seconda parte della Lettera parla prima di tutto di Gesù Cristo e della Trinità. Si parla dell’annuncio, il kérygma, la buona notizia: non siamo soli in questo mondo, Dio ci ama e ci ha mandato suo Figlio, il quale ci ha aperto la via alla vita eterna, alla salvezza dal male e alla possibilità di imparare ad amare e a camminare uniti nell’amore verso la patria di Dio. Questo primato del primo annuncio mi sembra la cosa più importante e bella della seconda parte. Alla luce di questo primato della buona novella, la Chiesa si offre come serva, strumento per portare gli uomini a Dio e Dio agli uomini. E anche l’autorità della Chiesa non è vista come autoritarismo dispotico, ma come strumento per garantire e testimoniare nella fedeltà il Vangelo di Gesù affidato agli Apostoli e ai loro successori. Anche se in vasi di creta, è il tesoro di Dio affidato alla Chiesa».

  • La Lettera insiste molto sull’importanza del dialogo. Il dialogo ai tempi di Facebook e Twitter diventa chance o perdita?

«La Rete è una grande sfida e può rappresentare le due cose. Può essere la caduta in un reale anonimato, dove si finge che il virtuale sia reale, cioè che le relazioni virtuali siano relazioni umane piene; ma può essere anche una straordinaria possibilità di contatto e conoscenza, di incontri veri e profondi, sia con strumenti del sapere, che con persone in ricerca. Ecco perché è importante l’educazione all’uso della Rete e il non diventarne schiavi e prigionieri. Ricordo spesso che il linguaggio della Rete, che di fatto si usa soprattutto in inglese, è fortemente teologico: to save, salvare; to convert, convertire; to justify, giustificare... Sono termini che – seppure inconsapevolmente – rivelano come, al di là della fugacità e della volatilità del contatto virtuale, ci sia un bisogno di permanenza, di stabilità, di profondità. Direi perfino un bisogno di conversione, che può essere valorizzato se l’uso della Rete è equilibrato e al servizio della crescita spirituale e umana della persona».

  • La Lettera ha uno stile dialogante, un modo di proporsi in positivo. Un tono diverso da altri documenti. Una scelta precisa?

«Il dialogo è non soltanto proporsi all’altro con tutta la verità di sé stessi, ma anche essere disposti ad accoglierlo nel nostro cuore, sforzandoci di discernere il bene e la verità che ci vengono da lui / lei, ma anche con la sincerità di dire quelli che ci sembrano i limiti o i punti non condivisibili. Il dialogo non è mai irenismo, ma è crescita comune nella verità e nell’amore».

  • Quali contributi anche delle scienze umane sono confluiti nella stesura del testo? A parte gli autori citati, mi pare si colga l’influenza di alcuni pastori: don Tonino Bello, ma anche il magistero del cardinale Martini...

«Certamente i vescovi che hanno lavorato a questa Lettera, quelli della Commissione della fede, dell’annuncio e della catechesi che presiedo, ma anche tutti gli esperti che sono stati convocati in diversi seminari nazionali – esperti di scienze umane, di comunicazione, di Bibbia, di teologia, di pastorale, di filosofia... – hanno contribuito a fare di questo testo una sorta di punto di incontro di sensibilità varie, di anime plurali della Chiesa italiana. Insieme ai testimoni citati, ce ne sono altri. Tutto questo ci serve a capire che non è la lettera di un singolo protagonista, ma la voce di pastori che si sono a loro volta messi in discussione e in ascolto di tutti, per poter comunicare ai cuori inquieti la gioia e il tesoro di Dio, con un linguaggio accessibile e non tecnico. Lo dimostra tra l’altro il fatto che la Lettera sia stata approvata all’unanimità dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana».

  • Agosto è il mese delle vacanze per eccellenza. Un tempo propizio per riprendere la Lettera come lettura spirituale e stimolo alla riflessione?

«Lo proporrei di sicuro, perché mi sembra che la vera vacanza non sia mai lo stordimento, la fuga dalla ricerca della verità. La vacanza vera è anche dedicare più tempo allo spirito, alle possibilità interiori, è nutrimento intellettuale, spirituale, non solo attraverso la bellezza dei luoghi, il riposo fisico, ma anche attraverso stimoli che vengono dalla lettura, dall’incontro con persone significative, dall’apertura a segnali dell’opera dell’uomo nella storia, come l’arte. In questo senso la Lettera può essere un canovaccio per vivere i giorni di vacanza con uno stimolo semplice e profondo alla riflessione e alla ricerca della felicità, che in ultima analisi è la ricerca del Dio, che ama infinitamente tutti e ciascuno di noi: precisamente il Dio di Gesù Cristo, che la Lettera intende proporre a chiunque sia in ricerca di luce, di amore, di felicità».

Vittoria Prisciandaro

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