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REPORTAGE - VENEZUELA

Nella terra di Adamo 
Testo e foto di Fausto Marinetti

  

Nel folto della foresta amazzonica, sulle rive del fiume Orinoco, sorge una remota missione salesiana che si occupa degli Yanomami, il popolo indigeno più lontano dalla civiltà occidentale. L’incontro con il loro mondo sembra trasportarci al primo giorno della Creazione, quando l’umanità era appena uscita dalle mani di Dio.
  

La missione dei salesiani è a due ore di aereo da Puerto Ayacucho, nello stato venezuelano dell’Amazonas. Con il nostro Cessna voliamo sfiorando la foresta incontaminata. Sembra quasi di toccare con le mani la cascata del Salto del Angel, gli alberi di ipé fioriti, i giochi delle nuvole, gli scherzi delle curve infinite dell’Orinoco. L’aereo atterra saltellando sulla pista in terra battuta di Mavaca, il campo base della missione. Si arriva a Mavachita, dopo ore di bongo, la tipica canoa di legno, risalendo l’Orinoco, la grande vena d’acqua della regione, l’unico testimone che racconta – da sempre – la storia degli Yanomami.

Il rombo del motore spaventa la foresta e annuncia il nostro arrivo. I bambini, aggrappati a un albero gigantesco, ci danno il benvenuto nel linguaggio yanomami: stupore e curiosità. Sullo sfondo, la foresta. Sembra di entrare nel primo giorno della creazione quando sole e luna, piante e animali, erano appena usciti dalle mani di Dio. E loro, gli Yanomami, sembrano degli Adami e delle Eve. I primi uomini, quelli incontaminati, come il Creatore li ha sognati.

Bambini yanomami sulle rive dell'Orinoco.
Bambini yanomami sulle rive dell’Orinoco
(foto P. Mezel/Grazia Neri).

Etnia tra le più note dell’Amazzonia, gli Yanomami sono diventati l’emblema degli indios latinoamericani. Il loro destino è legato a doppio filo alla conservazione della foresta. E come per il grande polmone verde del mondo, anche la loro sorte è fragilissima. Durante il Forum sociale mondiale, che si è svolto a Belém alla fine di gennaio, più di 2 mila indios, armati di archi e frecce, hanno lanciato al mondo sviluppato la loro sfida: «Non si tratta di salvare soltanto la foresta, ma anche le nostre popolazioni amazzoniche, la nostra cultura e tradizione», ha detto Davi Kaiapó, uno dei leader indigeni. «Siamo gli unici protettori della natura, lottiamo contro la deforestazione e i grandi progetti energetici, minerari, petroliferi». Come novelli Giovanni Battista, gli indios ammoniscono i popoli bianchi e i cristiani del Primo Mondo: «Non vi è lecito anteporre il lucro a ogni costo alla sopravvivenza delle future generazioni».

Per capire la situazione, basta guardare alla sorte che stanno subendo le 847 aree indigene del Brasile, invase dai cercatori d’oro, attraversate da arterie stradali con il pretesto dell’integrazione nazionale, profanate dalla "lussuria" del progresso. Un esempio tra mille: i 20 mila indios della riserva "Raposa Serra do Sol" occupano, nello stato di Roraima, un territorio di 1,7 milioni di ettari. «Perché tanta terra per così pochi abitanti?», è la domanda che pongono ogni giorno i poteri forti, interessati allo sfruttamento del territorio. Per gli indios, però, la terra non è oggetto di sfruttamento né di commercio. È una madre che fornisce caccia, pesca e frutti selvatici, secondo i suoi cicli naturali. Nonostante la demarcazione e l’omologazione, il futuro della riserva dipende dal Supremo Tribunale Federale, che dovrà affrontare le pressioni dei latifondisti e delle imprese minerarie. Una delle condizioni è che progetti militari, idroelettrici e minerari possono essere impiantati senza consultare gli indios, in violazione della Convenzione 169 della Organizzazione del Lavoro. E loro, gli angeli della foresta, osano sfidare i "grandi": «Noi non diamo oro da mangiare ai nostri figli», dicono, «né gli diamo da bere petrolio».

Indios Yanomami durante una manifestazione a Brasilia in favore della demarcazione delle riserve indigene.
Indios Yanomami durante una manifestazione a Brasilia in favore
della demarcazione delle riserve indigene (foto E. Peres/AP/La Presse).

Il Consiglio indigenista missionario (Cimi), organismo della Conferenza episcopale brasiliana, afferma che la situazione delle 253 popolazioni indigene è disperata a causa della violenza strutturale, minacce, omicidi, distruzione ambientale, mancanza di assistenza sanitaria, mortalità infantile e l’alto tasso di suicidi. Dal 1995 al 2001, in media, sono scomparsi annualmente 18 mila chilometri quadrati di foresta amazzonica. In questo contesto, particolarmente delicata è la situazione degli Yanomami, che si muovono su un territorio di 200 mila chilometri quadrati tra il Venezuela e il Brasile e che, fino a oggi, sono uno dei popoli più preservati dal contatto con la civiltà occidentale. Originari della Serra Parima, nell’Alto Orinoco, all’inizio del secolo XIX si sono sparpagliati nelle pieghe della foresta amazzonica per sfuggire all’invasione dei colonizzatori. Tra il 1940 e il 1965 sono avvenuti i primi contatti attraverso varie organizzazioni civili e religiose. Nel 1965, sul versante brasiliano, i missionari della Consolata fondano la missione "Catrimani". Su quello venezuelano, i salesiani iniziano la loro missione nel 1957.

L’incontro con la "civilizzazione" è stato pagato a caro prezzo. Lo sfruttamento dell’Amazzonia inizia negli anni Sessanta con il "Progetto Calha Norte", la costruzione della Transamazzonica e della "Perimetrale Nord", 3 mila chilometri nella foresta per collegare Boa Vista a Manaus. Il contatto con i bianchi falcidia centinaia di indios privi di difese immunitarie dal morbillo, malaria, tubercolosi. Negli anni 1987-88, 40 mila cercatori d’oro invadono l’area yanomami: un disastro umano, sociale ed ecologico. L’intervento dell’esercito e l’omologazione della loro riserva nel 1992 non sono state sufficienti a bloccare le invasioni dei coltivatori di riso e dei cercatori d’oro, che continuano a moltiplicarsi ancora oggi. I leader indigeni sono minacciati di morte o spariscono, i soprusi e i delitti rimangono impuniti. Al Ministero delle miniere e dell’energia piovono le richieste di sfruttamento minerario per un territorio pari al 60% dell’area yanomami.

Danze rituali degli Yanomami durante la cerimonia della "assunzione delle ceneri" di un defunto del piccolo villaggio locale.
Danze rituali degli Yanomami durante la cerimonia della "assunzione
delle ceneri" di un defunto del piccolo villaggio locale.

Nel tempo, i missionari hanno assunto il ruolo di intermediari, nello sforzo di preservare i valori dell’identità indigena e di creare le condizioni per un dialogo interculturale e interreligioso. Con il loro aiuto, oggi gli indios hanno scuole bilingui, alcuni sono infermieri diplomati, altri commercializzano l’artigianato. Passare da un tempo mitologico a uno storico significa fare, in pochi anni, quello per cui altri popoli hanno impiegato secoli; significa passare dalla logica magica alla logica critica, dalla tradizione orale a quella scritta.

Gli Yanomami apprezzano la gioia di vivere, il dono della parola, il riso spontaneo, la lotta per la sopravvivenza che esalta la forza e il coraggio, la destrezza e l’astuzia, l’autonomia dei bambini e la libertà dei giovani, l’organizzazione dello shapono (casa comune) e del clan, la generosità con parenti e alleati, come difesa contro la fragilità dell’approvvigionamento, la lotta contro la malattia e la morte mediante l’invocazione degli spiriti e la celebrazione della festa.

Il fiume Orinoco visto dall'aereo.
Il fiume Orinoco visto dall’aereo (foto Image/Periodici San Paolo).

Appena arriviamo alla missione di Mavachita, gli adulti circondano padre Giuseppe Bortoli, le donne scrutano i suoi amici. Comunicano con i gesti e lo sguardo. Lo stupore si esprime con una specie di singulto per dire sorpresa di fronte all’inatteso. Inutile chiedere il nome di ciascuno, perché esprime l’identità dell’essere, quindi nominarlo sarebbe come distruggerlo. Gli yanomami non hanno né monumenti né cimiteri, non opere d’arte né storia scritta. L’unico monumento sono loro stessi: yanomami vuol dire essere gente, popolo.

Il nucleo fondamentale della struttura sociale yanomami è il clan, una rete di parentele che si intreccia con i matrimoni. La famiglia da sola non sopravviverebbe alle difficoltà della foresta. Lo shapono è la casa di tutti: una tettoia ellittica senza pareti, una specie di palizzata coperta di rami di palma debitamente intrecciati. Lo spiazzo interno è destinato alla vita pubblica, le riunioni, le feste. Una famiglia estesa, poligamica, un sistema di alleanze tra consanguinei e alleati acquisiti. Ci si sposa, preferibilmente, tra "cugini-incrociati", i figli dello zio paterno con le figlie della zia materna.

Manifestazione indigena a Brasilia.
Manifestazione indigena a Brasilia
(foto E. Peres/AP/La Presse).

La comunicazione orale, il colloquio rituale, la trasmissione dei miti sono valori fondamentali. La vita nella foresta crea un tipo di cultura unico. L’uomo è libero: tempo e spazio sono per lui, non viceversa. La foresta è un universo sconosciuto, che il giovane yanomami cerca di identificare con l’iniziazione degli anziani. Piante e animali hanno un nome e una personificazione, cioè uno spirito. Davanti a un albero o a un animale, non si sentono davanti a una cosa morta. Prima di abbattere una pianta la abbracciano. Può capitare al bianco inesperto di buttare un pezzo di carta sul fuoco. L’indio più vicino glielo impedirà: «Non sporcare il fuoco».

Per gli Yanomami ogni cosa ha una forza, uno spirito. E ogni persona si identifica con un certo animale. Esiste una specie di solidarietà organica tra l’individuo e il suo animale. Se uno dei due s’ammala e muore, anche l’altro rischia la medesima sorte. L’uomo deve stare lontano dall’animale di cui è immagine, perché, se per caso l’uccidesse, è come se uccidesse sé stesso. Se uno perde la sua "immagine" s’indebolisce e può morire. Per curarlo i parenti e lo sciamano imitano la voce e i movimenti della sua "immagine animale". Alle donne è riservata la categoria dei serpenti e di certe scimmie, agli uomini quella del giaguaro. Lo sciamano ha il compito di entrare nel mondo degli spiriti, conoscerli, individuarli, acquisire la loro forza, diventare spirito lui stesso. Il capofamiglia instaura le alleanze sulla base della parentela. Ma la forza maggiore della società yanomami è esercitata dalla comunità, che rappresenta una forza sacrale. Per loro non esiste lo Stato e neppure un potere centralizzato. Gelosi della propria libertà, se uno acquisisce troppo potere, viene messo da parte e il gruppo si divide.

Una donna yanomami con i figli alla missione di Catrimani, nella regione brasiliana di Roraima, al confine con il Venezuela.
Una donna yanomami con i figli alla missione di Catrimani, nella regione brasiliana di Roraima, al confine con il Venezuela
(foto Image/Periodici San Paolo).

Anche se lo volessero, per loro non c’è nessuna possibilità di sfruttamento. Ognuno è autonomo, cioè in grado di produrre tutto ciò di cui ha bisogno: attrezzi di lavoro, amaca, cibo, arco, frecce, tabacco, curaro. Per il resto si ricorre al baratto e al dono. Secondo gli studi dell’antropologo francese Jaques Lizot, gli Yanomami lavorano, in media, tre ore al giorno e ciò consente loro di ottenere quanto è necessario per vivere.

Forse è l’unico popolo al mondo, che non ha neppure la nozione di accumulazione. La loro dispensa sono la foresta e il fiume. Da lì prendono, giorno per giorno, ciò che possono consumare in giornata, altrimenti si rovinerebbe. Quando caccia e pesca si esauriscono, si spostano in un’altra zona. Sono nomadi e tutti i loro beni devono stare in un cesto da trasportare sulle spalle.

Un giovane yanomami a caccia nella foresta che circonda la missione di Mavachita, in Venezuela.
Un giovane yanomami a caccia nella foresta che circonda
la missione di Mavachita, in Venezuela.

Gli Yanomami estraggono lo yopo, una sostanza allucinogena, da alcune foglie della foresta. Il suo uso ha un valore sacro: è il mezzo che introduce in un’altra dimensione e dà la possibilità di vedere e comunicare con gli spiriti, che nella loro cosmogonia sono la forza che muove l’universo. Chi prende lo yopo diventa lui stesso ekura, ossia spirito. La sostanza viene "sparata" nelle narici con una canna. Lo sciamano entra in trance, imita i movimenti dell’animale con il cui spirito si identifica, sale sugli alberi, "vola", canta, danza, vede cose che gli altri non vedono. Può salire verso il sole, arrampicandosi su per i pali dello shapono o allungandosi come per raggiungerlo; ne sente il calore, cade, sviene. Imita gli animali per ottenere la loro forza, che viene usata per curare oppure per gettare il malocchio.

La festa più grande tra gli Yanomami è "l’assunzione delle ceneri" di un defunto. Nello shapono, dall’alba, la vita scorre secondo riti antichi: le donne gemono e piangono; preparano grandi focacce di mandioca; lo sciamano canta una nenia tristissima; i bambini giocano con i loro cuccioli; chi se ne sta accovacciato nell’amaca, chi osserva. Ognuno partecipa alla festa a modo suo. Il rito dell’assunzione delle ceneri è il momento più alto della cerimonia, cui partecipano parenti e alleati. La gloria del missionario è quando viene considerato parte integrante del clan e gli viene conferito l’onore di assumere le ceneri dei loro morti. Una specie di "comunione" con la loro razza.

Un gruppo di ragazzi yanomami gioca e fa il bagno in uno dei tanti affluenti dell'Orinoco.
Un gruppo di ragazzi yanomami gioca e fa il bagno
in uno dei tanti affluenti dell’Orinoco.

Il rituale inizia con una settimana di "caccia grande", la decorazione del corpo, la preparazione delle ceneri, il pasto collettivo, la danza e l’assunzione delle ceneri. Per prima cosa, le mamme disegnano il corpo dei bambini con dei simboli: il motivo punteggiato richiama la forza del giaguaro; la linea curva l’astuzia del serpente. Gli uomini si ornano di piume, per imitare gli uccelli e il loro potere di volare; le ragazze si abbelliscono con fiori sulle orecchie e tre bastoncini infilati nel mento e uno trasversale nel naso, quasi per imprimere in sé stesse lo spirito del giaguaro; le donne anziane, in segno di lutto, si colorano le guance con una sostanza nera.

Poi viene il momento della preparazione delle ceneri. Si frantumano le ossa del morto deceduto per ragioni sconosciute, ma lo sciamano dovrà attribuire la causa a qualcuno (animale o uomo) e il clan dovrà punirlo. «Ogni cosa ha il suo spirito che vive in equilibrio con le forze dell’universo. La morte è la rottura di questa armonia. Qualcuno deve pagare per ricomporla». I parenti triturano le ossa calcinate in un tronco incavato ricoperto di fiori. La tribù al completo è alle prese con la forza oscura della morte. I lamenti salgono a spezzare il cuore del cielo. La polvere così ottenuta viene messa nella cabaça (recipiente naturale a forma di zucca) con una poltiglia di banane cotte. Si mescola e si trangugia. È il patto con il morto per debellare lo spirito cattivo che lo ha ucciso.

Una classe nella modesta scuola della missione in territorio venezuelano.
Una classe nella modesta scuola della missione in territorio venezuelano.

Gli Yanomami ritengono che i bianchi non amino i loro morti, perché li danno in pasto ai vermi. La cosa peggiore, per loro, sarebbe non poter bruciare e "assimilare" i defunti. Se non possono essere bruciati, la loro anima non viene liberata e quindi non si purifica. Con il cadavere si bruciano tutte le sue cose, altrimenti l’anima può tornare indietro e fare del male. Essendo nomadi, non hanno cimiteri. «I morti li portiamo dentro di noi, li seppelliamo in noi stessi, così vengono sempre con noi», dicono. Secondo la tradizione religiosa yanomami, l’anima esce dal morto e incontra un vecchio, che le domanda: «Sei stata generosa in vita?». Se la risposta è sì, l’anima è ammessa in uno shapono dove c’è ogni ben di Dio: cacciagione, donne, frutta, pesce a volontà. Il metro di misura per la felicità è la generosità. Gli Yanomami hanno il difetto di chiedere sempre, ma mentre con una mano ricevono, con l’altra danno. Anche per questo non esiste né la parola né l’idea di accumulazione.

La festa vera e propria inizia con la danza: gli uomini ritmano marce di guerra e gridano per spaventare il nemico, brandendo archi e frecce: una maniera per celebrare le virtù guerriere del defunto e del clan. I bambini imitano i passi e i gesti dei loro padri. Si gira in tondo nel patio dello shapono come attorno al morto, alla sua vita, al suo spirito. Lo sciamano lo chiama a gran voce, decantando le sue gesta e il suo coraggio.

Il sole allo zenit annuncia l’inizio del banchetto per celebrare la felicità del morto. Il cibo viene distribuito seguendo un cerimoniale prestabilito: prima gli alleati, poi gli altri in ordine di parentela. Si mangia un pasto a base di cinghiali, scimmie, banane e focacce di mandioca che sembrano ostie giganti. La selvaggina viene abbrustolita intera e con la pelle su pietre infuocate. Le scimmie, legate come dei salami, una volta cotte e quasi "carbonizzate", fanno un certo effetto.

Bambini yanomami mentre fanno pranzo attorno alla missione salesiana di Mavachita.
Bambini yanomami mentre fanno pranzo attorno
alla missione salesiana di Mavachita.

Dopo il pasto, viene il momento dell’esperienza mistica attraverso l’uso dello yopo, un allucinogeno "fatto in casa". Tra gli invitati non mancano gli sciamani dei villaggi vicini. Tutti insieme possono forzare gli spiriti a curare i malati. Lo yopo viene soffiato nelle narici con una canna e l’effetto è immediato: vanno in trance, una maniera per uscire da sé stessi e comunicare con gli ekura (spiriti). Sotto l’effetto della sostanza allucinogena, cantano, gesticolano, urlano per spaventare lo spirito cattivo e metterlo in fuga. Scorrono le mani sui corpi doloranti, dai piedi alla testa quasi a spremere e gettare via il male. Tutti assistono, perché la malattia non è dell’individuo, ma del clan.

In questo universo amazzonico, così affascinante e lontano dal nostro, la sfida per il mondo missionario è immane. Da una parte gli Yanomami vivono dei valori umani, che neppure i cristiani mettono in pratica: condivisione dei beni, aiuto tra parenti e clan alleati, rispetto della natura, rifiuto dell’accumulazione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Dall’altra, non avendo un sistema per amministrare la giustizia, risolvono le questioni con la legge del taglione. Se un bambino morde un altro, la madre incita il figlio a restituire il morso. La vendetta diventa una necessità per difendere la propria integrità e quella della famiglia. Chi non si vendica perde la faccia, diventa un "nessuno". Se non sa difendersi, non sa tutelare il clan con il quale si identifica e, quindi, non ha più posto nel gruppo, non è più degno di essere Yanomami.

I motivi che provocano i conflitti sono quasi sempre questioni di donne o di caccia. Se un gruppo sospetta che un altro gruppo abbia provocato la morte di uno dei suoi membri, si sente obbligato a vendicarlo. Si innesca un ciclo infernale di spedizioni guerresche, perché ogni morte esige un’altra morte. La vendetta diventa garanzia di sicurezza per il futuro. Se non ci si vendica, ci si dimostra deboli e impotenti e ciò incoraggia il nemico impunito a colpire di nuovo. E poi c’è il maleficio, il malocchio che viene "soffiato" nell’aria o con la proiezione di un risentimento. Le donne conoscono certe magie (a base di pozioni di erbe o fumi) per calmare il marito troppo focoso o scoraggiare una concorrente. Le liti insanabili si risolvono con duelli a suon di bastonate in mezzo al patio. Poi tutti mangiano insieme come prima.

Famiglia yanomami nella regione brasiliana di Roraima.
Famiglia yanomami nella regione brasiliana di Roraima
(foto Image/Periodici San Paolo).

Chi volesse vivere il valore del perdono dovrebbe rinnegare il gruppo e andarsene, perché in quel contesto sociale il suo dovere è vendicarsi. «Ma, in questo modo», ci spiega padre Bortoli, «si rischia di creare un cristiano alienato dal suo ambiente, inviso al suo clan, senza il quale non potrebbe sopravvivere». Che fare, dunque? Con la loro presenza, la dedizione e il loro spirito di dialogo, i missionari annunciano un Dio che vuol bene a tutti. Che si è fatto presente in mezzo a loro da sempre; li ha aiutati; ha mandato i personaggi mitici per sviluppare la loro cultura. Per accogliere questo amore è necessario superare le barriere della razza e formare un popolo unito.

Gli Yanomami recepiscono il messaggio, ma è difficile metterlo in pratica. «In passato», sottolinea padre Bortoli, «si esigeva che accettassero il nostro sistema per poi accedere al Vangelo. Si partiva dalla supposizione che è impossibile vivere il Vangelo nella situazione degli idios. Ma, se analizziamo la nostra società e la nostra cultura, constatiamo che noi non siamo migliori di loro. Prima si insegnava il catechismo tradizionale, oggi favoriamo la pratica dei valori umani universali. Sanno che non approviamo la violenza, la vendetta, i malefici e che proponiamo delle alternative: l’arbitrato, il consiglio degli anziani. Alcuni hanno chiesto il Battesimo, pensando che, facendosi cristiani, sarebbero diventati qualche cosa di diverso, un modo per imitare i bianchi, che sono più forti, più ricchi. Frenata la corsa al Battesimo, abbiamo fatto capire, che farsi cristiani non comporta privilegi e neppure la separazione dalla loro comunità. Allora abbiamo iniziato il catecumenato. Si cerca di far capire che ciò che conta non è una trasformazione esterna, ma interiore: cambiare il modo di pensare. Abbiamo individuato dei nuclei significativi: la festa, il dono, lo scambio, la visita, la foresta, il mito, perché sono le realtà-chiave attorno alle quali ruota la loro cultura. E abbiamo fatto il parallelo con certi nuclei evangelici: Gesù si fa "visita" per noi; Gesù si fa "dono" e "condivisione"... Ci si riunisce, si dialoga, ci si confronta, si cerca di leggere il Vangelo nella loro logica. Siamo ancora alle prime armi. Si fa un passo avanti e due indietro. Tutto quello che si riflette in gruppo viene celebrato. Non si fa ancora la Messa, ma una celebrazione».

«Quasi tutti i catecumeni», aggiunge Bortoli, «sono poligami, ma questo va visto nel contesto di un mondo dove le donne sono più degli uomini e il pericolo di estinzione è latente. Non possiamo leggere il Vangelo solo dal punto di vista dell’Occidente. Se partiamo dal nucleo evangelico di esprimere l’amore di Dio in categorie culturali, dobbiamo ammettere che loro, oggi, possono esprimere l’amore anche nella poligamia, che ha un significato molto diverso dal nostro».

Un indio Yanomami mentre costruisce il suo bongo, la tradizionale canoa di legno intagliato.
Un indio Yanomami mentre costruisce il suo bongo,
la tradizionale canoa di legno intagliato.

A livello locale il dialogo procede bene, ma la Chiesa venezuelana tende a ignorare la pastorale indigena. «Forse ero così anch’io», confessa Bortoli, «perché se non si fa esperienza sul campo, questo mondo è incomprensibile. Noi non parliamo di "missione", ma di pastorale indigena, cioè specifica, che parta dall’esame delle varie culture. La Teologia della liberazione prende le mosse da un’analisi strettamente economica della società. Nei documenti di Medellin e Puebla si parla degli indios, ma il concetto di fondo è che sono trattati come dei campesinos. È necessario invece partire dall’"alterità culturale", non solo da quella socio-economica. Parlare, più che di sviluppo economico, di sviluppo delle culture».

Alla loro identità, gli Yanomami ci tengono. Non conta tanto il vestito o l’uso di certi oggetti. La cosa più importante è il loro modo di pensare. Il resto è desiderio di imitazione, momento di crisi, superficialità, che non intacca le loro credenze, il loro essere profondo. Gli Stati moderni sostengono politiche di integrazione e assimilazione. È difficile far capire a un’amministrazione statale il rispetto delle minoranze, specie nei Paesi sudamericani, dove il nazionalismo è ancora forte e tutto ciò che sa di "diverso" è malvisto. Si può parlare di autogestione, ma l’autodeterminazione è considerata un’eresia civile. Si viene subito sospettati di attentare alla sicurezza nazionale. Non viene accettato neppure il concetto di "nazione indigena". Arrivare a una dichiarazione dei diritti degli indios è considerato fondamentale da tutti i religiosi che vivono al loro fianco.

Questi uomini dagli occhi a mandorla, il volto ampio, il vestito di pelle sono forse le reliquie di un’umanità incontaminata che non esiste più? Certo, di fatto conservano le caratteristiche dell’uomo-bambino come era agli albori dell’umanità: freschezza, ingenuità, trasparenza. Un museo vivente, la creazione in vetrina? No, niente mito. In realtà sono come noi, della pasta debole e fragile di Adamo. Ma, guardandoci negli occhi, possono dire ad alta voce: «Voi, popoli bianchi e cristiani ci chiamate selvaggi. Ma non siamo noi ad aver inventato le guerre mondiali, le soluzioni finali, le bombe atomiche, la distruzione dell’ambiente. Forse, allora, siete voi che avete qualche cosa da imparare da noi?».

Fausto Marinetti

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