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EUROPA
Francia
OPINIONE PUBBLICA ON LINE

Oramai, l’opinione dei cattolici si esprime anche su internet. A rilevarlo è il quotidiano francese La Croix, che ha seguito lo svilupparsi di alcune delle storie "cattoliche" di rilevanza mondiale degli ultimi mesi, dalla revoca della scomunica ai Lefebvriani all’aborto di una bambina in Brasile, con relativa scomunica della madre, fino alle polemiche per le parole del Papa sul preservativo. Impressionante, ad esempio, notare che il 26 gennaio un blog su 5.000, in tutto il mondo, parlasse di «scomunica», dieci volte più della media. «Oggi i laici non esitano più a dire cosa pensano», ha notato padre Sylvain Brison. «E questo fa svegliare l’istituzione».

   

ITALIA
"Il Vangelo che abbiamo ricevuto":
a Firenze sinodo informale di credenti

Si sono autoconvocati a Firenze per il 16 maggio. Monaci, teologi, laici, sacerdoti, parrocchie, fedeli "sfusi" e membri attivi di associazioni ecclesiali. L’obiettivo, come hanno scritto nel manifesto di invito, non è la «creazione di un movimento» o di una «Chiesa alternativa», ma quello di non far spegnere «la libertà dei figli di Dio, il confronto sine ira, la comunione, lo scambio».

Il disagio che una parte del popolo di Dio sente, «la sofferenza di non vedere al centro della comune attenzione proprio il Vangelo del Regno annunciato da Gesù ai poveri, ai peccatori, a quanti giacciono sotto il dominio del male, mentre cresce a dismisura la predicazione della Legge», saranno al centro del dibattito. «Vorrei però che fosse chiaro che questo incontro non è contro nessuno, ma è per qualcosa», spiega don Paolo Giannoni, oblato camaldolese, e uno dei principali promotori dell’iniziativa. Dal suo eremo di Mosciano, in Toscana, precisa che «nessuno è escluso da questo cammino. L’atteggiamento è inclusivo, di apertura. E dice di una Chiesa che, come la veste di Gesù, tessuta tutta d’un pezzo, è unita, ma non uniforme. Uniformarla significherebbe perdere la sua grande ricchezza. Di fronte a un metodo, che da anni si va affermando in via escludente, vogliamo un’apertura che dica chiaramente che il Signore ci ha chiamati a edificare non una Chiesa che condanna, ma una Chiesa che manifesti la misericordia del Padre, viva nella libertà dello Spirito, sappia soffrire e gioire con ogni donna e con ogni uomo che le è dato di incontrare».

Non sono stati gli ultimi atteggiamenti di Cei e Vaticano, la mobilitazione per il caso di Eluana Englaro o il ritiro della scomunica ai Levebvriani, a spingere alla riflessione. La convocazione di Firenze non è una reazione a caldo alle ultime vicende. L’iniziativa ha preso corpo oltre un anno fa, il titolo del convegno Il Vangelo che abbiamo ricevuto è stato deciso già lo scorso novembre e la sede, infine, fissata all’inizio dello scorso febbraio. Quando l’invito ha cominciato a circolare, le adesioni si sono infittite di giorno in giorno, dal Sud al Nord, da comunità storiche a singoli fedeli, da teologi come Stella Morra, Armido Rizzi, Oreste Aime, a monaci come il servita Camillo De Piaz, a storici come Bruna Bocchini Camaiani, Fulvio De Giorgi, Alberto Melloni.

«Quando sono stato sollecitato a prendere questa iniziativa», racconta ancora don Giannoni, «ero un po’ incerto. Anche perché credo che, a volte, uscire in pubblico sia controproducente. Poi, però, ascoltando tante persone, anche quelle che vengono qui all’eremo, mi sono reso conto che c’è, nella Chiesa, un malessere che va portato a chiarimento. Ci sono persone che oggi sentono la difficoltà di essere Chiesa. Negli anni del Concilio si stava nella Chiesa per la sua bellezza, oggi per motivi di fede. Ma bisogna aiutare a credere. Vedo tante esperienze di parrocchie e gente comune che coltiva la ricerca di fedeltà al Vangelo e al Vaticano II ma, in questa ricerca, c’è molta solitudine. L’incontro di Firenze serve anche a mettersi in rete perché l’isolamento che si percepisce non determini sconforto». Un appuntamento, dunque, per confermarsi a vicenda nella fede, per riprendere la parola pubblicamente contro quello "scisma sommerso" già denunciato nel 1991 dallo stesso don Giannoni e poi da Pietro Prini. Per ridare coraggio e spazio ai tanti credenti che, in contrasto con l’apparente trionfo di una Chiesa che grida, si allontanano silenziosamente da essa.

Don Paolo Giannoni condurrà il secondo momento della riflessione di Firenze, quello sulla forza del Vangelo. La prima parte, invece, è affidata a Enrico Peyretti, torinese, esperto di nonviolenza. Peyretti sintetizzerà le numerose testimonianze raccolte in vista della giornata. Che si concluderà con la riflessione sulla Chiesa della fraternità e della sororità proposta dal teologo catanese Pino Ruggieri. «Sarà un’esperienza di Chiesa sinodale», conclude don Giannoni, «cui dovrebbe seguire una tre giorni che dia ordine a quanto emergerà. Ma non c’è nulla di stabilito. Decideremo lì, in libertà, come camminare insieme».

a.v.
   

AMERICA DEL NORD
Stati Uniti: nuova polemica tra i vescovi
e il presidente Obama

Monta negli Usa la polemica per la visita di Barack Obama all’università cattolica di Notre-Dame (Indiana), ultima tappa dello scontro tra l’anima pro life del cattolicesimo a stelle strisce e l’inquilino della Casa bianca. Obama è stato invitato ad aprire la cerimonia di consegna dei diplomi, il 17 maggio. In quell’occasione gli verrà anche consegnata una laurea honoris causa in diritto. Prima di lui furono invitati Jimmy Carter (1977), Ronald Reagan (1981) e George W. Bush (2001), ma solo con il pro choice Obama si è prospettata una dura polemica.

A far scattare le proteste di alcune associazioni cattoliche è stata la posizione di Obama sull’aborto e la sua scelta di riaprire i finanziamenti pubblici per la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Presto, però, si sono aggiunte le critiche di vari vescovi, a partire dal presidente della Conferenza episcopale Usa. «È chiaro che Notre-Dame non ha capito cosa significa essere cattolici», ha detto inizialmente il cardinale Francis George, che ha poi ammorbidito i toni, escludendo che si possa ritirare l’invito. Polemici anche il nuovo arcivescovo di New York Timothy Dolan (l’invito a Obama, ha detto, è stato un «grande errore»), il cardinale Daniel DiNardo (che si è detto «molto deluso») e l’arcivescovo della diocesi in cui si trova l’università, John D’Arcy, che ha annunciato che diserterà l’evento. Su posizione diversa il presidente dell’Associazione delle università dei gesuiti, padre Charles Currie, che chiede di «abbassare il volume» della polemica e ha difeso l’invito al presidente Usa. Inamovibile anche il rettore di Notre-Dame, padre John Jenkins, mentre il capo della sezione romana della Santa Croce, la congregazione religiosa che ha fondato l’ateneo, Hugh W. Cleary, ha scritto a Obama una lettera aperta per chiedergli di riconsiderare le sue idee di bioetica, senza, però, mettere in discussione l’invito. La polemica è rimbalzata anche in Vaticano, quando, di fronte al flusso di lettere ed e-mail di protesta, il cardinale George ha consigliato di inoltrare le rimostranze alla Congregazione vaticana per la educazione cattolica, dicastero responsabile per Notre-Dame e tutte gli altri atenei cattolici.

Su un altro fronte, intanto, i vescovi Usa hanno chiesto a Obama di salvaguardare il diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari e di non procedere – come prospettato – all’abrogazione delle norme del Department of Health and Human Services (Dhhs). Bisogna evitare che l’amministrazione «faccia slittare il nostro Paese dalla democrazia al dispotismo», ha dichiarato George a nome di tutto l’episcopato Usa. Critiche anche da monsignor Raymond L. Burke. Già alfiere del rifiuto della comunione ai politici pro choice, l’attuale prefetto della Segnatura Apostolica ha dapprima criticato i vescovi che non fanno come lui e ha poi preso le distanze dall’intervista che aveva rilasciato al leader pro life Randall Terry.

Iacopo Scaramuzzi

   

AMERICA LATINA
Bolivia: la Chiesa discute sulla riforma
della Costituzione

«Questa Costituzione non è perfetta, ma era necessaria perché bisognava rifondare lo Stato, che aveva perso legittimità dal 2000, quando era venuta meno la fiducia nel modello neoliberale, e dare riconoscimento giuridico al prepotente emergere dei popoli indigeni. Se non fosse stata approvata, la conflittualità nel Paese sarebbe assai aumentata». Così padre Xavier Albò, antropologo e teologo gesuita tra i più autorevoli della Bolivia, riassume il significato del referendum che, con il 63,4 per cento di "sì" contro il 38,6 per cento di "no", ha ratificato la nuova Legge fondamentale, fortemente voluta dal Governo del presidente Evo Morales e dai movimenti popolari. Ora l’opposizione di destra, costituita soprattutto dall’oligarchia agraria creola (latifondisti e allevatori) della ricca regione della "mezzaluna", dai prefetti che ne sono emanazione e dai partiti conservatori, deve ridefinire la propria strategia politica.

Il tentativo di "demonizzare" Morales si era, infatti, già infranto sul referendum "revocatorio" dell’agosto 2008, da cui il capo dello Stato era uscito confermato col 67,4 per cento dei voti (cioè 14 punti percentuali più di quanto ottenuto alle presidenziali del 2005); e la linea secessionista perseguita varando Statuti di autonomia nei dipartimenti amministrati dall’opposizione si trova ora imbrigliata da una Costituzione che definisce la Bolivia uno «Stato unitario sociale di diritto plurinazionale comunitario» e dà maggiori poteri agli enti locali, senza però affidare loro la gestione della politica fiscale, della sicurezza e delle risorse energetiche, come chiedevano i Comitati civici. Inoltre la volontà politica della popolazione è emersa con chiarezza nella contemporanea consultazione sull’estensione oltre la quale si produrrebbe l’esproprio automatico delle terre incolte: il limite di 5.000 ettari ha raccolto l’80,6 per cento dei consensi, mentre meno di un quinto dei votanti ha sostenuto l’opzione dei 10.000 ettari.

Nel referendum l’articolazione del voto a livello regionale, con l’approvazione quasi plebiscitaria della nuova Costituzione nei dipartimenti occidentali e la prevalenza dei contrari in quelli orientali, ha confermato la divisione registratasi in questi ultimi tre anni. Tuttavia la destra – né quella politico-partitica del Potere democratico sociale (Podemos), oggi diviso in vari spezzoni, né quella "civico-amministrativa" dei prefetti del Consiglio nazionale democratico (Conalde), di fatto confinata a un ruolo locale – non sembra in grado di contendere al Movimento al socialismo (Mas) la vittoria nelle elezioni presidenziali e parlamentari di dicembre. Proprio tale debolezza dell’opposizione spiega le voci, circolate di recente e subito smentite dalla Conferenza episcopale, di una candidatura del cardinale Julio Terrazas, arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra, alla presidenza della Repubblica in chiave anti-Morales.

Già durante la campagna referendaria sulla Costituzione, la destra aveva cercato di far leva sui sentimenti religiosi per ottenerne la bocciatura, sostenendo che essa avrebbe «cacciato Dio dalla Bolivia» e obbligato ad «adorare la Pachamama al suo posto» nonché «permesso l’aborto, approvato il matrimonio tra omosessuali, proibito le religioni contrarie al Governo, confiscato i beni e perseguitato i cattolici». Secondo padre Albò, invece, «finalmente la Bolivia si è allineata alle democrazie occidentali rispetto alla separazione tra Chiesa e Stato. Inoltre ora il nuovo testo non si riferisce solo alle grandi religioni, ma anche alle spiritualità, credenze e cosmovisioni dei popoli indigeni; ciò è molto interessante perché questi popoli hanno un rapporto per nulla autoritario con la divinità che potrebbe essere fatto proprio dagli stessi cristiani».

Comunque nel contesto di «conflittualità permanente» in cui il Paese ha vissuto negli ultimi anni, la Conferenza episcopale ha costantemente fatto appello alla trattativa tra Governo e opposizione, sostenendo che «la Bolivia vive un processo sociale e politico di necessari cambiamenti, i quali devono concretarsi nella definitiva inclusione dei settori finora emarginati. Tuttavia questi mutamenti devono essere frutto di un consenso ampio, di dialogo e concertazione permanenti, non di imposizioni o della forza». Questo sforzo di equidistanza è stato interpretato da molti come un appoggio indiretto all’opposizione, suscitando critiche anche da comunità cristiane, nonché uno stillicidio di polemiche tra Governo e vescovi.

Mauro Castagnaro 
   

AFRICA
Miseria e violazioni dei diritti umani in Eritrea,
"buco nero" dell’Africa

È sempre più isolata, sempre più stretta nella morsa di un regime autoritario, sempre più sull’orlo di una catastrofe umanitaria. L’Eritrea oggi è il Paese più "misterioso" d’Africa. Dai suoi confini filtrano pochissime informazioni. Gli stranieri vi sono ammessi con il contagocce e sono soggetti a ogni genere di controlli e restrizioni. Gli eritrei, specialmente i giovani, cercano in tutti i modi di fuggire, per sottrarsi alla fame e alle persecuzioni politiche. Intanto, il Governo di Isaias Afewerki ha pensato bene di aprire un nuovo fronte di crisi con Gibuti – dopo la trentennale guerra di liberazione e il conflitto con l’Etiopia nel 2000 – rifiutando di ritirare le proprie truppe dal piccolo Stato confinante, come richiesto a gennaio da una risoluzione del Consiglio di sicurezza del’Onu.

Un recente rapporto del Dipartimento di Stato americano afferma senza mezzi termini che il Paese è sull’orlo di una terribile crisi economica, che si accompagna a diffuse violazioni dei diritti umani, alla repressione di qualsiasi forma di opposizione e a controlli sempre più serrati anche dei gruppi religiosi.

Secondo l’associazione caritativa Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), «l’Eritrea è in ginocchio in termini di produzione alimentare», a causa della scarsità dei raccolti provocata dalla siccità. «Possiamo solo iniziare a immaginare l’incubo che sta avvolgendo l’Eritrea», ha affermato un portavoce dell’Associazione. «La popolazione ha urgente bisogno del nostro sostegno». Ormai sono pochissime le voci in grado di lanciare un grido d’allarme da questo Paese, dove le libertà più basilari vengono sistematicamente calpestate, compresa quella di chiedere aiuto per una popolazione che rischia di morire di fame.

Anche le poche organizzazioni umanitarie rimaste – molte sono state cacciate negli ultimi anni – e quelle religiose sono costrette a esprimersi con grande prudenza, nonostante restino ormai le uniche a denunciare i gravi abusi dei diritti umani, le violazioni della libertà religiosa e i crimini contro l’umanità commessi dal regime di Afewerki. Il rapporto 2008 del Dipartimento di Stato Usa sui diritti umani parla di riduzione in schiavitù dei prigionieri e di maltrattamenti anche di persone arrestate per le loro convinzioni religiose; alcune di queste sono state costrette a firmare dichiarazioni in cui rinnegano la propria fede.

Lo scorso anno, inoltre, una dozzina di religiosi e religiose cattolici sono stati espulsi dal Paese, e molte proprietà sono state confiscate, nonostante la Chiesa cattolica sia uno dei quattro gruppi religiosi approvati dal Governo. Anche il patriarca Antonios, guida della Chiesa ortodossa, il gruppo religioso più numeroso e importante del Paese, è stato destituito e posto agli arresti domiciliari nel 2007. Al suo posto è stato nominato Dioskoros Mendefera, una decisione che molti considerano fortemente condizionata dal Governo.

Anna Pozzi
   

ASIA
Hong Kong
IL CARDINALE ZEN PASSA LA MANO

Il 15 aprile monsignor, vescovo coadiutore di Hong Kong, è subentrato nella guida della diocesi al cardinale Joseph Zen Ze-kiun, dimissionario per ragioni d’età. Il sessantanovenne presule assume così la responsabilità della cura pastorale dei 450 mila fedeli cattolici residenti nella metropoli cinese. Tra le priorità programmatiche che ha indicato insediandosi vi è una particolare sollecitudine per le vocazioni al sacerdozio. La diocesi conta su 70 preti, di cui 18 ordinati negli ultimi vent’anni, alcuni dei quali già in età adulta. Al momento c’è un solo seminarista teologo. Per quanto riguarda il tema della Chiesa in Cina, monsignor Tong ha dichiarato che si muoverà in comunione con Roma, come il suo predecessore.

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