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Dossier:
Otto
secoli da Giullari di DioIl
cavaliere di Cristo
di Franco Cardini
Giovane
rampollo di una famiglia emergente del borgo assisano, Giovanni, detto
Francesco, sognava la gloria e le crociate. Lo storico Franco Cardini
racconta come un giorno però, in una piccola chiesa fuorimano, il
Crocifisso gli parlò. E la storia cambiò il suo corso.
«Cesco!,
chiamò la voce della madre. Silenzio e caldo tutt’intorno; un
assonnato, tardo pomeriggio italiano. Ancora una volta, giocoso e
invitante: Cesco!». Frullar d’ali sull’aia, il sole sotto la
pergola e lo sfumare azzurro del paesaggio umbro, laggiù, verso la
pianura.
Tale, in un breve racconto edito per la prima volta nel 1919, Aus
der Kindheit des Heiligen Franz von Assisi, Hermann Hesse immaginava
un momento dell’infanzia di Francesco. Le mani carezzevoli della madre
sulla fronte, il gioco dei mille fiori da offrire alla Vergine Maria e i
sogni d’un futuro glorioso, un futuro da vivere da cavaliere, come
Rolando e Lancillotto.

Il rosone della basilica di San Francesco,
ad Assisi
(foto S. Fiore/La Presse).
Tutti i biografi di Francesco, e da oltre un secolo ne ha avuti
molti, si sono piegati con maggior o minor attenzione sull’oscurità
dei suoi anni dell’infanzia e della prima adolescenza: anni silenziosi
eppure, è concordemente sembrato, decisivi: durante i quali si forgiò
pian piano, giorno per giorno, l’uomo che avrebbe insegnato al mondo
un modo diverso di sentire e di vivere il cristianesimo, anzi di sentire
e di vivere il Cristo. E per converso, nel giovane che si spoglia nudo, coram
patre, e che espone «regalmente sua dura intenzione» a papa
Innocenzo III, si è più volte cercato di cogliere l’ombra del
ragazzo di Assisi che egli era stato: alla ricerca quasi, al di là d’una
troppo avara documentazione, dei segni premonitori di un destino
eccezionale.
Un’occasione troppo fascinosa, troppo tentatrice perché una certa
letteratura se la lasciasse scappare o perché anche qualche storico
riuscisse a sfuggire alla tentazione di scrivere, a sua volta, una sua
brava pagina di letteratura. Tutto ciò è, al suo livello, legittimo.
Ma il nostro scopo qui non è capire che cosa Francesco sia diventato
nella cultura, nella tradizione, nella devozione, nella trasfigurazione
poetica, nel cuore di chi stia cercando qualcosa di sentito e o d’immaginato
simile a quel che cercava lui. Tutte domande legittime, queste: ma la
nostra è un’altra. Noi ci chiediamo chi sia stato, storicamente
parlando, quel Giovanni detto Francesco, figlio del mercante Pietro
Bernardone, nato in Assisi nel 1181-82 e morto presso la sua città una
sera dell’inizio d’ottobre del 1226.
E allora ci troviamo di fronte a un giovane che, stando al sia pur
non sempre concorde racconto delle fonti, condivise la condizione e le
aspirazioni di tanti suoi coetanei nell’Italia centrale di fine XII
secolo e dei primi anni del XIII: una società in fase di crisi e di
cambiamento; un’economia in rapida crescita; un mondo cittadino in
fase di vorticoso sviluppo; una Chiesa ricca e potente, gerarchicamente
inquadrata sotto la sempre più sicura direzione del vescovo di Roma, il
"Papa", ma una Cristianità inquieta, ribollente, attraversata
da mille istanze e tentata da mille eresie; una società civile dai
quadri del potere temporale ormai usurati e in cerca di nuovi equilibri.

Bonaventura Berlinghieri, San Francesco
e storie della sua vita,
Santa Croce, Firenze (foto
Ministero Interni - F.E.C./Scala, Firenze).
Era stato proprio un bel secolo, il XII: un clima tiepido e dolce
aveva dominato l’Europa e il Mediterraneo favorendo il diffondersi
delle aree boschive o paludose o montane messe a coltura, il
miglioramento quantitativo e qualitativo dell’alimentazione e dei
livelli di vita, quindi il regresso della mortalità infantile, la
crescita demografica, la circolazione degli uomini e delle merci. Il
mare era ormai dominato dalle flotte e dalle colonie delle città
marinare italiche – Genova, Pisa, Venezia – che quasi
monopolizzavano i traffici dall’Oriente e che cominciavano a
introdurvi merci occidentali d’esportazione, correggendo in tal modo
una bilancia commerciale che fino ad allora era sempre stata passiva,
dominata com’era dall’importazione delle preziose spezie africane e
asiatiche. Anche il secolare braccio di ferro con l’islam era giunto a
una fase di equilibrio: il regno crociato di Gerusalemme si era
disgregato, ma la costa del Mar di Levante tra Libano e Palestina
meridionale nonché l’isola di Cipro erano ancora dominati dalle
città, dai feudali e dagli Ordini militari "crociati", mentre
la Reconquista cristiana trionfava nella penisola iberica e le
spedizioni crociate congiunte con l’emigrazione e l’insediamento di
coloni stavano allargando il territorio dell’Europa latina e cristiana
verso Nord-est, sino all’area slavo-balto-finno-scandinava. L’Africa
settentrionale, sede di prosperi emirati arabi e berberi, aveva con le
coste meridionali dell’Europa cristiane un rapporto strettissimo e
intenso, fatto di assalti corsari ma anche di scambi di merci e di
amicizia diplomatica.
I
poteri cristiani detentori di pretese "universali" erano in
crisi. L’Impero romano d’Oriente (o, come diciamo correntemente noi,
"bizantino") si stava disgregando e nel 1204 sarebbe finito
– in seguito alla quarta Crociata – nelle mani di un pugno di
famiglie aristocratiche francesi e norditaliche nonché dei veneziani. L’Impero
che siamo abituati a definire romano-germanico era stato scosso in pieno
secolo da un poderoso tentativo di rinnovamento da parte di un grande
sovrano, Federico I (il "Barbarossa"): ma il suo disegno
autoritario, gerarchico e unitario, pur riuscito sul piano
giuridico-formale, era franato alla sua morte, nel 1190. Ascendevano
intanto le "monarchie feudali" in Francia, in Inghilterra, in
Aragona, in Castiglia, nell’Italia meridionale, mentre in Germania e
in Italia settentrionale e centrale si consolidavano le signorie feudali
e i poteri cittadini formalmente soggetti all’Impero (o, nell’Italia
centrale, al papato) ma di fatto indipendenti ed egemonizzate da
fiorenti e rissose aristocrazie urbane di "cavalieri"
possessori di terre, d’imprenditori e di mercanti. Città ricche,
sovente sedi di mercati stagionali ("fiere"), dove si batteva
moneta d’argento ma circolava sempre più anche l’oro proveniente
dall’Est.

Ottaviano Nelli, Nozze mistiche di San
Francesco con la povertà,
Pinacoteca Vaticana (foto
Scala, Firenze).
Si stava frattanto profondamente rinnovando la cultura europea. Dalle
scuole, originariamente abbaziali o vescovili, erano nati in alcune
città gli studia, autentiche universitates (cioè
sodalizi corporativi) di docenti disposti a insegnare e di studenti
pronti a pagare per imparare. Le scholae parigine si erano
specializzate nell’insegnamento e nello studio della teologia, della
filosofia e della grande novità del secolo, la logica, che aveva un
illustre campione in Pietro Abelardo; invece a Bologna alcuni giuristi
avevano fondato un fiorente centro di studi giuridici, favorito dal
Barbarossa, che aveva reintrodotto in Occidente il diritto romano
giustinianeo, mentre era nato anche il diritto canonico alla luce del
quale si regolava la vita della Chiesa. Ma altrove, dalla scuola medica
di Salerno a quella filosofica di Chartres, le antiche istituzioni
scolastiche proseguivano la loro florida vita di studio; mentre da
centri di ricerca e d’incontro fra tradizioni diverse – la
cristiana, l’ebrea, la musulmana – stava nascendo dalla Castiglia
(Toledo) all’Inghilterra, all’Italia meridionale qualcosa di simile
a vere e proprie "scuole di traduzione", grazie alle quali
venivano tradotti in latino non solo il Corano, ma anche le opere di
filosofia degli antichi greci insieme a trattati di scienze fisiche, di
matematica, medicina, di astronomia, di ottica dall’arabo, dal
persiano e dall’ebraico. Infine, dalle corti feudali della Francia del
centro-nord e della Provenza-Linguadoca si andava diffondendo una nuova
cultura poetica e musicale, quella che dall’Ottocento in poi sarebbe
stata chiamata appunto "cortese".
Nei centri urbani d’Europa, che si andavano sempre più allargando,
si fondavano immense cattedrali, simbolo della fede e della prosperità:
le loro ardue esperienze costruttive erano la prova che il rinnovamento
scientifico-tecnologico era stato profondo. Nasceva così in quegli
spazi cittadini, sovente ridotti, uno stile nuovo, slanciato, elegante,
che svettava verso il cielo recuperando in altezza quegli spazi che gli
mancavano sul terreno e che si riempiva della luce delle vetrate
policrome al Nord, delle pareti affrescate al Sud. Era nato il gotico.
Una rete stradale strettissima, sempre più attrezzata grazie alla
costruzione di ponti e di ospizi per i viandanti, caratterizzava questa
Europa dominata da una lingua dotta comune, il latino, e scandita da
migliaia di santuari che sorgevano spesso accanto a luoghi di fiera e
culminavano nelle tre grandi mete dei numerosi pellegrini sempre in
movimento: Santiago de Compostela in Galizia, Roma, Gerusalemme.
La cattedrale, l’università, il mercante e il pellegrino sono i
veri e propri simboli di quest’Europa ormai rinata a nuova vita; sono
i segni della modernità che già si sta affacciando all’orizzonte.
Gli antichi Ordini monastici, con le loro regole severe, sembravano
cauti e guardinghi di fronte a queste novitates: ma non è del
tutto vero. La congregazione benedettina incentrata in Cluny era stata
addirittura, fin dall’XI secolo, il motore vigoroso del rinnovamento
della Chiesa, liberandola dalle pastoie della soggezione ai poteri
laici; e quella di Cîteaux, dominata dall’intensa personalità di
Bernardo di Clairvaux, ch’era pur rivale acerrimo del logico Abelardo,
si distingueva per l’organizzazione del disboscamento e della bonifica
di ampie aree selvagge e per l’uso sapiente e spregiudicato di ogni
sorta di macchinari nelle sue officine monastiche.

Una veduta della Basilica superiore di San
Francesco ad Assisi
(foto La Presse).
Ma
questo fermento di vita conosceva pure un drammatico rovescio della
medaglia. Le frequentazioni intense con l’Oriente avevano recato in
Europa la lebbra, che si accompagnava al fenomeno crescente della
povertà, dal momento che nell’opulenta società del XII secolo si
erano prodotti fenomeni di concentrazione della ricchezza e dunque d’impoverimento
dei ceti subalterni sia cittadini, sia rurali. Le distanze sociali
crescevano e accanto alla ricchezza e all’eleganza era consueto lo
spettacolo della fame. Nella Chiesa c’era stata, durante l’XI
secolo, una grande riforma strutturale e morale: ma la potente e
sapiente gerarchia che ora la dominava appariva singolarmente distante
dai meno fortunati e dai meno abbienti. Chi aveva partecipato con
slancio ai movimenti di riforma del secolo precedente, che avevano
conosciuto anche drammatici momenti di scontro, aveva sperato di veder
nascere in conseguenza di essi una Chiesa più povera e caritatevole,
più vicina agli umili, in maggior sintonia con l’insegnamento
evangelico: e si trovava invece a confrontarsi con una Chiesa arcigna e
superba, con prelati gelosi dei propri privilegi, con un alto clero
inattingibile nel suo potere e un basso clero vicino sì alla gente, ma
ignorante e miserabile.
Era quindi logico che molti si guardassero intorno e finissero col
porgere attenzione a certe voci diffuse, a certi predicatori circolanti
che parlavano d’una Chiesa diversa, povera e spirituale, più simile
all’insegnamento e al genere di vita di Gesù e degli apostoli. Già
da molti decenni si erano avuti movimenti religioso-popolari che
attendevano un rinnovamento spirituale profondo e nei quali
serpeggiavano confuse ansie di palingenesi connesse con le aspettative
della fine dei tempi: da questo stato d’animo diffuso erano nati i
grandi pellegrinaggi, le crociate, ma anche gli episodi di feroce
persecuzione contro i "diversi", soprattutto i membri delle
comunità ebraiche.

Benozzo Gozzoli, particolare da San
Francesco rinuncia ai beni,
Montefalco (foto Scala,
Firenze).
Ma già almeno dai primi del secolo XII si erano andati diffondendo
per l’Europa gruppi di "evangelizzatori-predicatori", araldi
di una nuova Chiesa, differente e alternativa rispetto a quella
ufficiale. Il loro genere di vita, frugale e vegetariano, caratterizzato
dall’astinenza alimentare e sessuale e dall’estrema semplicità, li
faceva chiamare "perfetti"; ed erano sostenuti da una rete di
"credenti" che ne ammirava e ne approvava il genere di vita
pur non seguendolo a sua volta in tutto. La loro dottrina, fondata
soprattutto sul Vangelo di Giovanni, insisteva sulla contrapposizione
insanabile tra due principi opposti, Spirito e Materia, Bene e Male.
Oggi, noi sappiamo che questa "eresia" dualista, venuta dall’Oriente
asiatico attraverso i Balcani e che siamo soliti denominare
"catarismo", era in realtà legata ad antiche scaturigini
manichee. I catari (o "patarini", com’erano designati nell’Italia
centrosettentrionale) si erano impiantati profondamente nelle zone più
prospere e popolose d’Europa: la Provenza-Linguadoca, la Renania, la
Lombardia, la Toscana.
Questa
nuova realtà, che alla base aveva l’aspetto di un movimento popolare
mentre al vertice si rivelava un’"antichiesa" gerarchica e
iniziatica, stava conquistando sempre maggiore spazio nella
Cristianità. E non erano certo gli austeri monaci benedettini, né i
potenti vescovi o abati, né l’ignorante basso clero cittadino o
rurale, che poteva fronteggiarli. Quel gran signore ed esperto teologo e
giurista che aveva assunto la tiara pontificia nel 1198, Lotario conte
di Segni e papa col nome di Innocenzo III, era preoccupatissimo del
dilagare dell’eresia catara: al punto che contro di essa organizzò
alla fine del primo decennio del secolo una vera e propria crociata in
Provenza, la "crociata degli Albigesi". Fu un episodio
sanguinario terribile. Tuttavia, le spade dei crociati e i severi
tribunali dell’Inquisizione, istituzione vescovile rifondata appunto
da Innocenzo, potevano vincere, ma non riuscivano a convincere.
La Chiesa del primo Duecento aveva bisogno di qualcosa di tipo nuovo:
di uomini e donne capaci di parlare alla gente non il linguaggio della
cultura e dell’autorità, bensì quello della semplicità evangelica.
Aveva bisogno di chi sapesse, volesse e potesse predicare in modo nuovo
e diretto, tale da reggere il confronto e magari il dibattito con i
propagandisti catari, lontano dalla tradizionale omiletica e soprattutto
dalla pessima taciturnitas del clero ignorante e spesso corrotto.
Aveva bisogno di dimostrare quel che ormai sembrava incredibile: che
cioè si poteva essere figli fedeli della Chiesa e al tempo stesso umili
e rigorosi seguaci del Vangelo. Queste erano le esigenze d’una Chiesa
che non sapeva però né esprimerle, né rispondere in modo adeguato.
Provvidero a interpretarle, ai primi del Duecento, un giovane canonico
della città aragonese di Osma, Domenico di Guzmán, e un giovane figlio
d’un mercante e prestatore di danaro assisano cui sarebbe piaciuto
diventar cavaliere, Francesco d’Assisi.

Il campanile della basilica di San
Francesco, ad Assisi
(foto P. Ferrari/Periodici San Paolo).
Il contado di Assisi aveva acquisito alla fine del secolo XII una
realtà a sé stante, all’interno del ducato di Spoleto; si situava in
una buona posizione geografica fra gli Appennini, la Tuscia e Roma, e
soprattutto sull’asse viario tra Pisa e Ancona, il che significava al
centro del sistema di comunicazioni tra l’Adriatico e il Tirreno,
quindi il Mediterraneo centro-occidentale che fra XII e XIII secolo
andava acquistando importanza commerciale sempre maggiore. Come in molte
altre aree dell’Occidente, il costante incremento demografico fra XI e
XII secolo corrispose a una dilatazione dei centri abitati, all’impianto
di nuovi insediamenti rurali, alla messa a coltura di nuove terre. Tra
centro urbano e contado, si è calcolato che all’epoca Assisi potesse
contare in tutto sui 12 mila abitanti: e non era poco. La popolazione si
disponeva abbastanza armonicamente tra pianura, collina e montagna, con
una significativa tendenza tuttavia a scegliere le zone collinari e
addirittura montane, segno di una discreta eccedenza demografica, almeno
se commisurata con le risorse effettive del suolo. La popolazione si
manteneva a mezza costa, perché il fondovalle era occupato da paludi
malsane.
La
Assisi di quel tempo, dalla documentazione rimasta, sembra una città
abbastanza felice: e ci sono volute le fonti francescane a informarci
della presenza dei lebbrosi, che altrimenti sarebbero passati
inosservati o quasi. La base dell’economia era ovviamente l’agricoltura,
ma l’economia assisana si basava sulla produzione e, in una certa
misura, anche sulla trasformazione dei beni. Le carte dell’archivio
della cattedrale di S. Rufino ci parlano di mulini, centro di una
discreta attività economica, mentre altri documenti accennano a un sia
pur modesto impianto della coltura e lavorazione della canapa e del
lino. Più tardi invece, rispetto al nostro periodo, la lavorazione
della lana, che richiedeva anche fasi più articolate, manodopera e
impianti in certa misura specializzati, abbondanza d’acqua e via
discorrendo. Se il più antico documento relativo alle corporazioni
assisane risale al quarto decennio del Duecento, non si hanno notizie
sicure d’una produzione laniera prima del tardo Trecento. Semmai, è
possibile che una certa attività in quella direzione fosse esplicata
all’interno dei monasteri: Sassovino, per esempio, possedeva
gualchiere documentate dal 1229.
Sull’attività mercantile assisana si vorrebbe veramente sapere
qualcosa di preciso: e il pensiero corre spontaneo a Pietro di
Bernardone e al suo stesso figlio, che la tradizione e le fonti
francescane ci mostrano, giovane, accudire al fondaco paterno. Ma anch’essa
sembra essere stata fra XII e XIII secolo nel complesso alquanto
modesta, e soprattutto rivolta a soddisfare le esigenze del consumo
locale, il che significa che, come attività esterna, doveva
prevalentemente trattarsi di commercio d’importazione. Pare, in una
parola, essere stata un’attività intensa ma di ampiezza limitata.
Insomma, i celebri "panni franceschi", legati al nome del
grande protagonista, potevano anche arrivare in città, ma con una certa
parsimonia, magari tradotta in termini di meraviglia dal provincialismo
degli assisani. Semmai, più che al commercio di oggetti, si dovrà
pensare a quello del denaro, cioè all’attività creditizia: connessa
strettamente agli investimenti nel campo della terra, cioè alla
frammentazione per mezzo di acquisti delle grandi signorie fondiarie.
Assisi batteva una discreta moneta d’argento.

Uno scorcio di Assisi
(foto La Presse).
Sotto il profilo politico, la città era dominata dagli
"aristocratici" dotati di dignità cavalleresca, detentori di
armi e cavalli e possessori di torri in città e di castelli in contado:
i boni homines. Essi avevano tenuto la città in pugno,
attraverso vicissitudini anche violente, nell’ultimo quarto del secolo
XII, affrancandosi anche dal potere imperiale; ma ai primi del seguente,
tra 1203 e 1210, si era avuto l’avvio della vita di un movimento
comunale di nuovo tipo, nel quale avevano assunto un ruolo anche gli homines
populi, cioè gli esponenti di ceti emergenti d’origine
imprenditoriale e mercantile rappresentati da famiglie che a loro volta
avrebbero voluto assurgere a un genere di vita aristocratico e accedere
a un nuovo equilibrio nel governo della città.
Tra
i giovani rampolli di queste famiglie emergenti, ce n’era uno che non
eccelleva in bellezza e in prestanza fisica: ma sembra fosse allegro,
intelligente, simpatico, grande organizzatore e finanziatore di feste,
che lo facevano acclamare come rex iuvenum della città. Sognava
la gloria cavalleresca e crociata, e si era misurato anche in qualche
contesa cittadina e in una guerra contro Perugia, sperimentando pure la
prigionia. Sembra sapesse anche cantare, comporre canzoni, danzare; e
certo sapeva cavalcare, armeggiare, ben figurare nelle giostre e nei
tornei. Il padre curava di badare che stesse attento anche agli affari
di famiglia, ma assecondava le sue ambizioni cortesi e lo riforniva di
danaro: era convinto che, tramite lui, il casato sarebbe asceso nel
prestigio cittadino. Questo ragazzo che doveva aver imparato un po’ di
latino e che sapeva il francese, forse insegnatogli dalla madre, aveva
assunto probabilmente per questo il soprannome di "Francesco",
che si era sovrapposto al suo nome di battesimo, Giovanni. Voleva
diventar cavaliere, sognava l’avventura e si diceva convinto che
sarebbe diventato un gran principe.
Un giorno, in una piccola chiesa fuorimano, il crocifisso gli parlò:
ed egli capì a quale cavalleria era destinato. Questa è, forse, la
"preistoria" di Giovanni detto Francesco, cavaliere del
Cristo.
Franco Cardini
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