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Dossier:
Torah, Torah, TorahKasper:
il viaggio del Papa
in Israele farà bene al
dialogo
di Vittoria Prisciandaro – foto di Andrea Sabbadini
Il
presidente della Pontificia commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo
ribadisce la posizione vaticana sulla questione dell’Oremus. Ma
invita a riprendere il dialogo e a superare ogni stereotipo
antigiudaico.
Al
Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, nella sala di attesa,
in un album di foto, Alessio II sorride mentre riceve l’icona della
madonna di Kazan dalle mani del cardinale Walter Kasper. La notizia
della morte del Patriarca di Mosca è appena arrivata: «Per noi è
importante chi sarà il successore, continueremo i rapporti con il
Patriarcato e vogliamo che siano buoni», spiega il cardinale Kasper,
mentre, da presidente della Pontificia commissione per i rapporti
religiosi con l’ebraismo, risponde alle domande sui "fratelli
maggiori".

Preghiera alla "Sinagoga dei
giovani", sull’isola Tiberina.
- All’incontro del Comitato internazionale ebraico-cattolico a
Budapest, nel novembre scorso, lei ha dichiarato che «il dialogo non
è un’opzione, ma un obbligo interiore, un dovere». Mentre il 26
novembre, al convegno con i delegati diocesani, monsignor Amato ha
spiegato che «la conversione a Cristo e all’unico piano di salvezza
voluto da Dio padre è un must per tutti. Cristiani, non
cristiani, ebrei, induisti...». Un’affermazione che a molti ebrei
potrebbe sembrare una conferma dell’idea che buona parte dei
cattolici si aspetti una "conversione"...
«Nella Chiesa cattolica c’è consenso assoluto sul fatto che esista
una sola strada per la salvezza e questa strada è Gesù Cristo. È la
nostra posizione comune. Per questo motivo la missione della Chiesa è
universale, appartiene e fa parte della natura della Chiesa. Ma la
missione si fa in modo differenziato verso i pagani, verso i già
cristiani come gli ortodossi, e verso gli ebrei. Il nostro comportamento
verso gli ebrei è espresso anche dalla preghiera del Santo Padre: secondo
la Lettera di san Paolo ai Romani noi speriamo che alla fine gli ebrei
riconosceranno Gesù Cristo. È chiaro che i cristiani devono dare
testimonianza della loro fede: ho spiegato tutto questo in un lungo
articolo sull’Osservatore Romano che è stato poi confermato dal
segretario di Stato».
- Da parte degli ebrei si ha l’impressione che il motu proprio,
che ripristina anche la preghiera pre-conciliare del Venerdì Santo,
sia stato un incidente di percorso al quale si è tentato di porre
rimedio, ma senza successo. Si è stati poco attenti nel procedere?
«Il nostro dicastero non era coinvolto nel motu proprio "Summorum
Pontificum" e nel ripristino della liturgia del 1962. Non posso
spiegare come si è arrivato a questo testo. Devo dire che il mio
intervento sull’Osservatore ha avuto una reazione positiva da
parte degli enti internazionali degli ebrei con cui siamo in dialogo e
anche dal Gran rabbinato a Gerusalemme. A Budapest abbiamo avuto un
dialogo sereno su questo punto. Il dialogo con il rabbinato italiano è un
compito della Cei, non nostro».

Il cardinale Kasper.
- Il 27 novembre, a Roma, all’incontro con i delegati diocesani per
l’ecumenismo la professoressa Amy-Jill Levine nella sua relazione
diceva che la maggioranza dei seminaristi cristiani non segue corsi
sull’ebraismo, né antico né contemporaneo, e quasi nessun
seminario fornisce indicazioni esplicite su come evitare l’insegnamento
e la predicazione antiebraici. E il predicatore impreparato, già
sovraccarico di lavoro, trova più facile ripetere tesi ormai
superate. Esiste un problema di formazione dei preti all’ebraismo?
«Esiste sia per i seminaristi che per i preti. Devono essere formati
secondo la dichiarazione conciliare Nostra aetate e l’insegnamento
di papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Questo non vuol dire che si
devono fare cose particolari sull’ebraismo, ma che l’insegnamento del
Concilio deve entrare nell’interpretazione della Bibbia, nella teologia
dogmatica e pastorale. È un compito che hanno tutti i seminari».
- Quanto sono ancora presenti, a livello di base, gli stereotipi
negativi sull’ebraismo?
«Sono stato vescovo di una grande diocesi in Germania, in passato. Ho
avuto il compito di esaminare molti libri scolastici per l’insegnamento
della religione, sono sempre stato attento ai capitoli sull’ebraismo e
non ho trovato più questo stereotipo, che comunque in generale deve
ancora essere superato secondo l’insegnamento del Concilio e di testi
importanti della Pontificia commissione biblica. Aggiornare la
predicazione e la formazione catechetica e teologica all’insegnamento
della Chiesa di oggi è una sfida permanente».
- Alcuni esponenti del mondo ebraico, come Amos Luzzatto, dicono che
oggi non è più il tempo del dialogo teologico come fine, ma del
dialogo come mezzo, su urgenze comuni, come i poveri e la pace.
Condivide?
«Il dialogo con gli ebrei ha lo scopo di superare i pregiudizi e gli
stereotipi, di creare una certa amicizia e vicinanza gli uni agli altri e
una cooperazione per i diritti umani e per la pace. Non ha come scopo la
conversione o l’unità, come l’abbiamo nel dialogo ecumenico. È un
dialogo chiesto e desiderato dal Concilio, da papa Giovanni Paolo II e da
Benedetto XVI. Ed è molto utile in questa storia complessa e difficile di
relazioni tra ebraismo e Chiesa cattolica. Si deve dialogare su ciò che
abbiamo in comune e su ciò che ci divide, per non lasciare ambiguità. Il
dialogo teologico si deve fare e si fa».

Il muro dello storico ghetto di Venezia.
- Per la beatificazione di Pio XII gli ebrei contestano i silenzi sull’Olocausto
e le dichiarazioni, rilasciate a un giornalista inglese, nelle quali
il Papa si augura che non crolli il fronte tedesco orientale. Come
andare avanti?
«La beatificazione è distinta dalla ricerca storica, anche se gli
storici, secondo la mia impressione, vanno sempre più a favore di Pio XII.
La beatificazione, comunque, è una cosa interna alla Chiesa cattolica e
solo il Papa può decidere su questo: può andare avanti, rallentare,
rinviare... Non so cosa farà, ma so che è molto attento a tutte queste
domande e sono sicuro che alla fine prenderà una buona decisione».
- Se ci sarà il viaggio del Papa in Israele, quali strade aprirà al
dialogo?
«È sempre importante la mutua conoscenza. Guardarsi in faccia è un
progresso anche per il dialogo. Sono convinto che se questo viaggio si
farà avrà buoni frutti, come fu per quello di Giovanni Paolo II. E sarà
molto apprezzato da parte degli ebrei. Ma un viaggio simile ha diversi
scopi: sarà un viaggio anche per incontrare le altre Chiese presenti a
Gerusalemme e in primo luogo i cattolici che sono in Terra Santa, per
incoraggiarli in una situazione non facile».
Vittoria Prisciandaro
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