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Dossier: Torah, Torah, Torah

Quel dialogo con i cattolici
arenato su un Oremus
di Claudia Milani – foto di Andrea Sabbadini
  

Quest’anno l’appuntamento del 17 gennaio non verrà più celebrato insieme da ebrei e cristiani. Irritati dal discusso motu proprio del Papa, i rabbini italiani hanno posto uno stop. Che cosa è successo veramente? E come riprendere i delicati fili del dialogo?
   

«È il presupposto stesso del dialogo che va ripensato». Il teologo Carmine Di Sante, per anni membro del Sidic e oggi saggio e libero battitore degli incontri ebraico-cristiani, sorride con gli occhi, nascosti dietro le lenti da miope. E aggiunge: «Il dialogo non deve avere obiettivi che siano esterni al dialogo stesso, dialogare vuol dire accogliere l’altro in quanto altro, offrire all’altro uno spazio in cui si senta accolto e riconosciuto». Le parole dello studioso, pronunciate davanti a una tisana bollente nella foresteria del monastero di Camaldoli, suonano come una campana a martello alla vigilia della "Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei". Celebrata per la prima volta il 17 gennaio 1990 per volere della Cei, a partire dal 2001 la Giornata aveva smesso di essere un’iniziativa solo "cattolica", per diventare un vero momento di dialogo, organizzato di comune accordo da rappresentanti della Conferenza episcopale e della Comunità ebraica italiana.

Preghiera nella "Sinagoga dei giovani", sull'isola Tiberina, a Roma.
Preghiera nella "Sinagoga dei giovani", sull’isola Tiberina, a Roma.

La "svolta" era in sintonia ideale con il processo innescato dal Concilio Vaticano II che, al capitolo 4 della dichiarazione Nostra aetate, aveva sottolineato quanto fosse forte il legame tra i cristiani e la stirpe di Abramo e come esso andasse promosso con l’approfondimento della conoscenza e della stima reciproche. Alle dichiarazioni programmatiche del Concilio fecero seguito, soprattutto durante il pontificato di Giovanni Paolo II, alcuni gesti volti a riavvicinare anche praticamente i cristiani al popolo d’Israele: la storica visita alla sinagoga di Roma il 13 aprile 1986, le ripetute condanne dell’antisemitismo in tutte le sue forme, il riconoscimento dello Stato d’Israele da parte della Santa Sede, il pellegrinaggio giubilare del Pontefice a Gerusalemme con la visita al memoriale della Shoah e la sosta al Muro occidentale. Tanti passi erano stati fatti, dunque, in direzione di un rinnovato rapporto di amicizia tra ebrei e cattolici. Eppure quest’anno vi è una battuta di arresto rispetto all’appuntamento del 17 gennaio, che al momento cessa di essere un’iniziativa di dialogo a due voci: il rabbinato italiano, infatti, non ha dato la propria adesione alla celebrazione in comune della Giornata e la Cei ha deciso di proseguire da sola.

Perché, dopo tanti sforzi, questo desolante ritorno al punto di partenza? L’origine delle difficoltà deriva da una scelta fatta da Papa Ratzinger in seguito alla promulgazione del motu proprio "Summorum Pontificum", il 7 luglio 2007, con cui è stato liberalizzato l’utilizzo del Messale pre-conciliare. All’interno di tale rito (che era stato archiviato dalla riforma liturgica introdotta da Paolo VI nel 1970), la celebrazione del Venerdì Santo conteneva una «preghiera per gli ebrei» in cui si pregava affinché il Signore strappasse dalle tenebre quel popolo accecato. Questa preghiera, formulata nel 1962, non risponde allo spirito del Concilio, improntato a una maggiore apertura verso quelli che Giovanni Paolo II ha definito «i nostri fratelli maggiori». Sollecitato da diverse parti, Benedetto XVI nel febbraio 2008 aveva deciso di riformulare la vecchia preghiera con altre parole: «Preghiamo per gli ebrei», dice ora il testo. «Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini. Dio Onnipotente ed eterno, Tu che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo».

Un gruppo di ebrei chassidici nella sinagoga centrale di Milano, in via Guastalla.
Un gruppo di ebrei chassidici nella sinagoga centrale di Milano,
in via Guastalla.

Tale evidente riferimento alla conversione del popolo ebraico non ha soddisfatto gran parte della comunità ebraica internazionale. E ha prodotto per reazione, da parte dell’Assemblea dei rabbini d’Italia, la richiesta di una pausa di riflessione nel dialogo con la Chiesa cattolica. Rav Giuseppe Laras, presidente dell’Assemblea, commenta oggi: «Quando il cardinale Ratzinger divenne Papa, espressi una previsione positiva per quanto poteva riguardare il rapporto tra la Chiesa cattolica e gli ebrei durante il suo pontificato. Oggi mi chiedo quale importanza egli voglia effettivamente riservare al dialogo ebraico-cristiano e quanto voglia inserirsi nella linea del suo predecessore. La modifica della "preghiera" è stata voluta e fatta per venire incontro ad alcune componenti marginali e non rappresentative del cattolicesimo». Di altro avviso è monsignor Piero Coda, presidente dell’Associazione teologica italiana, che nota la presenza di molti testi di grande rilevanza teologica e pastorale firmati dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dedicati al rapporto con il mondo ebraico, sottolineando anche come la sofferenza sollevata dalla nuova «preghiera per gli ebrei» non sia imputabile all’esplicita intenzione del Pontefice, ma dimostri la necessità di una grande sensibilità delle due parti e una non sufficiente attenzione da parte delle autorità competenti.

Dopo la richiesta di riflessione fatta dai rabbini italiani, il mondo cattolico si è mosso per ricucire lo strappo causato dall’Oremus. In un intervento comparso su L’Osservatore Romano del 10 aprile scorso, il cardinale Walter Kasper, presidente della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, ha ribadito che la nuova versione della preghiera del Venerdì Santo «non può significare un passo indietro rispetto alla Nostra aetate». La venuta del Regno di Dio segnerà infatti, dopo l’ingresso di tutti i pagani nella salvezza, anche la salvezza di Israele: in questa prospettiva messianica non è la Chiesa a dover convertire gli ebrei ma, al contrario, essa «mette del tutto il quando e il come di tale realizzazione nelle mani di Dio». Anche il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, in una lettera del 14 maggio sottolinea il «fermo impegno della Chiesa cattolica, in particolare sulla scia del Concilio Vaticano II, nel promuovere e sviluppare relazioni con gli ebrei attraverso un dialogo caratterizzato da profondo rispetto, stima sincera e cordiale amicizia».

L'esterno del Tempio maggiore, a Roma.
L’esterno del Tempio maggiore, a Roma.

Non soltanto la gerarchia cattolica, ma anche i semplici cristiani hanno reagito alle vicende legate all’Oremus et pro judeis: gruppi da decenni impegnati nel dialogo, come le Amicizie ebraico-cristiane, il Segretariato per le attività ecumeniche, i responsabili dei Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli, hanno espresso in numerosi documenti apprensione, dolore e contrarietà di fronte a una preghiera che pare cancellare quarant’anni di dialogo e hanno ricordato come il vero dialogo possa avvenire solo su di un piano di parità. Queste realtà, secondo don Coda, sono «importanti e benedette da Dio, soprattutto perché costruiscono delle reti di amicizia e in questi decenni hanno intensamente lavorato a far cadere pregiudizi e a costruire dei ponti di dialogo e di incontro». Parole di stima per queste associazioni vengono anche dal rabbino Laras, che ricorda: «La sospensiva del dialogo non riguarda tutte quelle realtà religiose autonome – in particolare i gruppi locali del dialogo ebraico-cristiano – che non hanno rapporti diretti di dipendenza dalla Cei».

Se il mondo cattolico si è interrogato sulla modifica della «preghiera per gli ebrei» facendo emergere anime diverse, anche l’ebraismo ha dato risposte differenti alla vicenda. L’Assemblea rabbinica italiana definisce insufficiente la dichiarazione del cardinale Kasper, mentre il rabbino David Rosen, presidente dell’International jewish committee on interreligious consultations, si dichiara soddisfatto dei chiarimenti ricevuti. «Il rabbinato centrale d’Israele», puntualizza Laras, «da un punto di vista religioso è certamente autorevole, ma essendo un organo riconducibile allo Stato di Israele la sua funzione principale è di natura politico-rappresentativa. Essendo l’Assemblea rabbinica italiana l’autorità competente in Italia, ad essa avrebbe dovuto rivolgersi ufficialmente e pubblicamente la Cei, cui avevo chiesto, tramite monsignor Vincenzo Paglia, delegato per il dialogo, una dichiarazione in cui venisse chiaramente riconosciuta l’inopportunità, in questo momento, della reintroduzione di espressioni simboliche che evocano ricordi di morte e persecuzione del passato».

Corso di preparazione alla maggiore età religiosa nella sede del Centro ebraico di via Pozzo Pantaleo a Roma.
Corso di preparazione alla maggiore età religiosa nella sede
del Centro ebraico di via Pozzo Pantaleo a Roma.

«Questo è un grave momento della nostra storia», aggiunge Alberto Sermoneta, rabbino capo di Bologna. «Con le ultime prese di posizione c’è stato un salto indietro di oltre cinquant’anni. E più indietro si va, più per gli ebrei si riapre una ferita che ancora non è rimarginata: noi ebrei non siamo il popolo del rancore, ma il popolo della memoria, del ricordo. Noi ricordiamo tutto il male che ci è stato fatto, dall’Egitto ai nazisti, dai pogrom alle ultime espressioni della Chiesa, come ricordiamo in positivo il Concilio e il pontificato di Giovanni Paolo II».

In un clima già surriscaldato è giunta, nel novembre scorso, una lettera del Papa indirizzata al senatore Marcello Pera e posta come introduzione del suo saggio Perché dobbiamo dirci cristiani. In essa Benedetto XVI afferma che «un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile», perché condurrebbe a «mettere tra parentesi la propria fede». Tale posizione è stata sottoscritta, un po’ a sorpresa, anche dal rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. «Le parole del Pontefice vanno interpretate in modo adeguato», precisa Coda. «Se "dialogo interreligioso" significa mettere tra parentesi la propria identità religiosa, non è possibile; ma se avviene a partire dalla propria identità, con una sincera apertura verso l’altro, non solo è possibile, ma oggi più che mai necessario». Laras è invece decisamente critico nei confronti di questa posizione: «Fare simili affermazioni può indurre a un fraintendimento dell’effettiva funzione del dialogo. Chi è davvero impegnato nel dialogo, sa bene – e da sempre – che esso certo non comporta e non ha mai comportato la "messa fra parentesi" delle proprie connotazioni dottrinali e di fede, bensì l’accettazione profonda dell’altro come soggetto con cui interloquire a pieno titolo».

Siamo dunque giunti alla notte buia, all’inverno del dialogo? «La situazione è triste, ma bisogna andare avanti», osserva Di Sante. «Ci sono molte resistenze originate dalla paura. E quando si ha paura ci si difende e non si guarda al futuro: bisogna invece avere speranza». Gli fa eco Laras: «Noi non abbiamo dichiarato la chiusura del dialogo. Anzi, questa sospensione è in vista di una sua ripresa. Essa vuole essere solo una pausa di riflessione e un invito a ben ponderare, d’ora in poi, affermazioni e iniziative. Personalmente, comunque, dopo aver investito molto per il dialogo, anche a rischio di venire spesso frainteso e criticato – assieme ad alcuni miei colleghi – dalla stessa parte ebraica, resto convinto che il dialogo, rettamente inteso e impostato, non possa che portare all’eliminazione di pregiudizi e stereotipi. Speriamo e preghiamo affinché presto le cose si chiariscano e si appianino».

Mentre la Cei continuerà a celebrare la Giornata del 17 gennaio senza gli ebrei, il 13 gennaio il presidente dell’Assemblea rabbinica italiana parteciperà a un incontro promosso non dalla Cei ma dal Consiglio delle Chiese di Milano, che riunisce tutte le confessioni cristiane del capoluogo lombardo, per discutere di Rapporti tra ebrei e cristiani: quali prospettive? «Se avessi deposto ogni speranza», conclude Laras, «non parteciperei neanche a incontri di questo tipo».

Claudia Milani
 

I luoghi del dialogo ebraico-cristiano

Dalla Nostra aetate, la dichiarazione conciliare firmata il 28 ottobre 1965, molte sono state le iniziative che, nel nostro Paese, hanno inteso segnare concretamente la fine dell’insegnamento del disprezzo. Già nel 1950, però, era nata a Firenze la prima associazione italiana di Amicizia ebraico-cristiana (Aec), una delle prime sorte in Europa dopo la fine della seconda guerra. Diede vita nel ’51 a un Bollettino, che ancor oggi esce come semestrale, mentre allacciava stabili legami con analoghe associazioni di altri Paesi rappresentando l’Italia da membro fondatore dell’International Council of Christians and Jews (Iccj). Fin dagli inizi, l’attività dell’Aec (oggi presente in varie sedi, quali Roma, Torino, Ancona, Napoli, la Romagna) si è svolta con conferenze, letture bibliche, pubblicazioni. Elemento di promozione fondamentale è l’annuale Colloquio ebraico-cristiano di Camaldoli, della cui ideazione le Aec sono corresponsabili con i monaci camaldolesi.

Il Centro Sidic (Service International de Documentation Judéo-Chrétienne) fu creato nel novembre ’65 a Roma da vescovi ed esperti che avevano contribuito alla Nostra aetate (www.sidic.org). La congregazione delle Suore di Nostra Signora di Sion assunse la responsabilità dell’iniziativa. Per realizzare i propri obiettivi, ha pubblicato per oltre trent’anni il periodico quadrimestrale Sidic, in inglese e francese, in cui erano affrontati temi di carattere biblico-teologico con il contributo di studiosi ebrei e cristiani (la rivista è cessata nel 2003); ha un fondo librario multilingue ora parte della Biblioteca dell’Università Gregoriana, costantemente incrementato; programma incontri, seminari, visite al ghetto romano. A Milano le Suore di Sion organizzano conferenze mensili intitolate Per conoscere Israele, corsi settimanali di ebraico biblico e di lettura della Scrittura.

Sempre nel capoluogo lombardo, il gruppo SeFeR (dal termine ebraico che significa libro) è stato fondato nel ’78 da Maria Baxiu per approfondire la conoscenza dell’ebraismo, promuovere un approccio alle Scritture in ascolto della tradizione ebraica, migliorare le relazioni fra cristiani ed ebrei. Attività principale è la pubblicazione del trimestrale Studi Fatti Ricerche. Il gruppo Teshuvà, poi, nella stessa città, è composto di credenti di diverse confessioni cristiane con il compito di coadiuvare la Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della diocesi nell’approfondimento dei rapporti cristiano-ebraici. Lavora alla documentazione per la giornata del dialogo ebraico-cristiano (17 gennaio), organizza seminari biblici, partecipa all’organizzazione di incontri di studio. Ancora a Milano, segnaliamo l’opera della Libreria Claudiana, che ha sviluppato da oltre un decennio un ampio settore di pubblicazioni sul mondo ebraico.

Spostandoci in Emilia-Romagna, gli Incontri ebraico-cristiani di Ferrara si configurano da anni come lo sviluppo coerente dell’esperienza cristiana delle Acli. Poco più in là, a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, da oltre un ventennio si pubblica il trimestrale Qol (voce, in ebraico), che ha anche organizzato diversi convegni su temi biblici ed ebraico-cristiani, oltre a pubblicare una collana di volumi per l’editrice Aliberti, i Quaderni di Qol. Da non dimenticare, infine, in un’ideale geografia del dialogo, il proficuo impegno del Sae (Segretariato attività ecumeniche) anche sul versante del dialogo con gli ebrei.

br.sa.

Segue: Kasper: il viaggio del Papa in Israele farà bene al dialogo

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