|
Dossier:
Torah, Torah, TorahL’ebraismo
italiano
conteso da laici e religiosi
di Vittoria Prisciandaro – foto di Andrea Sabbadini
Di
fronte al calo degli iscritti alle comunità, gli ebrei italiani si
dividono sul da farsi: puntare su una forte identità religiosa e sulla
rigida osservanza dei precetti? Oppure scegliere la via dell’accoglienza
e dell’apertura a una società ormai multireligiosa?
Il
tempo delle grandi feste, per la signora Elisabetta, è momento di gioia
e sconforto. La preparazione di Sukkoth o di Pesach è infatti preceduta
dall’impresa di far "quadrare i conti". «Un po’ perché
siamo sparsi sul territorio, un po’ per motivi di lavoro, un po’
perché molti non sentono la necessità di celebrare le festività in
sinagoga, quattro, cinque volte all’anno, per sicurezza, oltre al
rabbino bisogna chiamare da fuori qualche uomo che ci aiuti a fare
minian». Il numero indispensabile di uomini, almeno dieci (minian),
per celebrare le preghiere pubbliche è uno dei problemi con cui fanno i
conti le decine di piccole comunità di ebrei sparsi in Italia.
Elisabetta Rossi Innerhofer, presidente e addetta al culto della storica
comunità di Merano, "attinge" da Milano e Venezia, con «costi
alti e dispendio di energia».
La sinagoga meranese, l’unica esistente in Trentino-Alto Adige, è
stata costruita nel 1901 e ha ospitato personaggi illustri come Franz
Kafka. Oggi, nonostante conti poche decine di iscritti, continua a
essere il fulcro di un centro assai vivace culturalmente, che promuove
iniziative per le scuole e momenti di incontro. «Attività importanti»,
dice la presidente, «ma che sono di contorno, rispetto a quelle che
sarebbero fondamentali per una comunità ebraica».

L’interno del Tempio maggiore di Roma,
sul Lungotevere Cenci,
di fronte all’isola Tiberina.
All’estremo opposto della penisola, nel Meridione, i nuclei di
ebrei presenti sono tanto rari da non riuscire a costituire comunità
vere e proprie, a parte una piccola realtà a Trani. Tutto il Sud fa
dunque riferimento alla sinagoga di Napoli. Alle spalle di piazza dei
Martiri, uno dei salotti della città partenopea, nascosto al primo
piano di un palazzo nobiliare, il tempio voluto dal barone de Rothschild
oggi accoglie una comunità di circa 200 persone. Quando arrivano le
festività e mancano quattro famiglie anche la preghiera del sabato è a
rischio. Va però sgombrato il campo da un equivoco: «Le comunità sono
enti amministrativi che forniscono dei servizi come la scuola, l’educazione
informale, il sostegno agli indigenti e agli anziani... e anche il
culto, per chi lo vuole. Non sono parrocchie. E il rabbino non è il
vescovo, non rappresenta la gerarchia. Direi piuttosto che è un
impiegato della comunità», spiega lo storico e saggista Bruno Segre,
che è membro della comunità di Milano, la seconda per peso numerico in
Italia.
Il capoluogo lombardo, infatti, con i suoi 6.700 iscritti, insieme
con Roma (13.500), rappresenta il 70 per cento dei 26 mila ebrei
registrati nelle 21 comunità ufficiali esistenti nel nostro Paese e
federate nell’Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane):
una piccola minoranza religiosa e culturale, in un panorama italiano
largamente cattolico, almeno per tradizione. Una minoranza anche al
tempo della Seconda guerra mondiale, che tra il 1943 e il 1945 vide
deportati più di 8.500 dei suoi membri, dei quali solo poche centinaia
tornarono a casa. Eppure, nonostante la Shoah, l’ebraismo italiano è
oggi un microcosmo estremamente vivace, al cui interno convivono due
tendenze: quella dei cosiddetti "religiosi", più legati alla
stretta osservanza dei precetti della Torah; e un’altra più
secolarizzata, per la quale la religione è questione secondaria. «Quest’ultima
credo sia la larghissima maggioranza», aggiunge Segre. «Ma entrambe le
anime sono unite dallo stesso riferimento a una comune tradizione che ci
fa ebrei, un certo tipo di compromesso tra l’accesso alla modernità e
il conservare un pezzo, più o meno grande, della tradizione».
Dell’Ucei
non fanno parte le "ali estreme": da una parte alcuni piccoli
gruppi dell’ebraismo cosiddetto liberal o riformato, presenti
soprattutto a Milano; e dall’altra i movimenti ultraortodossi, come i
Chabad Lubavitch, di matrice chassidica e "importati" dagli
Stati Uniti o da Israele. Una delle caratteristiche della realtà ebraica
italiana, infatti, è «l’appartenenza collettiva della comunità». Il
rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ci spiega: «Mentre in altri
posti l’ebreo si iscrive al tipo di sinagoga che preferisce – dalla liberal
alla superortodossa –, in Italia l’iscrizione a una comunità non
dipende dal livello religioso: chiunque sia ebreo può iscriversi in una
comunità, e come punto di riferimento resta il rabbinato, che deve essere
ortodosso».

La sede dei Chabad Lubavitch nella zona
ebraica di Venezia.
Lo statuto dell’Ucei varato nel 1987, dopo l’Intesa firmata con lo
Stato in sostituzione della legge fascista del 1930, afferma che «le
comunità ebraiche italiane sono organismi gestiti e diretti secondo la
legge e la tradizione ebraica. A coloro che vengono eletti si chiede, nell’esercizio
delle loro funzioni, di comportarsi in maniera che non contraddica questa
essenza». Una definizione molto ponderata che alla fine è risultata «molto
saggia, né ipocrita né inutile», dice Amos Luzzatto, presidente dell’Unione
dal 1998 al 2006. «A molti rabbini giovani e intelligenti ho sentito
dire: a casa liberi di fare come piace, per esempio nell’accensione
della luce il sabato, ma non nelle funzioni comunitarie».
Una
mediazione che, fosse avvenuta oggi, non è scontato avrebbe avuto lo
stesso esito. Se infatti è vero che la maggioranza della comunità
mantiene un’anima laica, è altrettanto vero che la nuova generazione di
rabbini – quella successiva a Elio Toaff, partigiano e antifascista –
sta proponendo la stretta osservanza dei precetti come componente
fondamentale dell’identità ebraica, anche in Italia. Tale tendenza, da
un lato, è frutto della ventata di chiusura identitaria che spira un po’
su tutte le comunità religiose; dall’altro lato, è stata supportata
dal fenomeno migratorio che, in concomitanza con la Guerra dei Sei giorni,
ha portato in Italia gli ebrei provenienti dai Paesi arabi, con il
radicamento a Roma dei "tripolini", e a Milano dei
"persiani": migliaia di immigrati più osservanti, che con le
loro tradizioni e culture hanno dato nuovo linfa alla comunità italiana,
ma hanno anche finito per condizionarne il vissuto. È successo così, per
esempio, a Milano dove la scuola ebraica, in passato tradizionalmente
aperta anche a ragazzi e docenti non ebrei, oggi è diventata molto
rigorosa nel porre un freno all’ingresso di figli di matrimoni misti, in
cui la mamma non sia ebrea. Insomma, il luogo comune che parla di un’ortodossia
"all’italiana" – si va al tempio di sabato, ma in automobile
– sembra ridimensionato. «In fondo non è mai stato vero, perché in
tutto il mondo ebraico ci sono centomila livelli di osservanza», nota rav
Di Segni, «e la battuta che il livello di osservanza di una persona è
dato dalla distanza cui parcheggia la macchina dalla sinagoga non è
italiana ma americana».

Il Bistro Kosher, nella capitale.
Il ritorno a una maggiore attenzione ai precetti ha trovato proprio in
Di Segni uno dei maggiori sostenitori, sin dal discorso programmatico del
suo insediamento: «È finita l’epoca», disse in quella occasione, «in
cui la pratica dell’ebraismo sembrava un curioso residuo del passato».
Una svolta che ha attratto alcuni e allontanato altri: «Stiamo assistendo
a un ritorno all’ortoprassi», commenta Lia Tagliacozzo, giornalista e
autrice del volume La melagrana. La nuova generazioni degli ebrei
italiani. «E come in tutti i momenti di ritorno ci sono atteggiamenti
diversi: dal bigotto a quello più motivato. Da ebrea
"affezionata" ma non osservante, sono comunque affascinata da
questo nuovo ebraismo ortodosso, perché lo ritengo capace di interpretare
e interpellare un patrimonio di sapienza sterminata. L’identità ebraica
non si risolve tutta nel tempio ma, anche da laici, è difficile
svilupparla sfuggendo il confronto».
Una diversa lettura della situazione dà Pupa Garriba, anche lei
saggista e scrittrice, ebrea romana molto critica nei confronti dei
vertici del rabbinato: «Stanno compiendo un arretramento precipitoso,
perdono terreno e hanno paura. Tornando al passato credono di recuperare
adesioni alla comunità, ma non si rendono conto che così allontanano
anche quelle persone che avevano resistito finora». Consigliera dell’Associazione
nazionale ex deportati, impegnata in attività culturali con la Casa della
memoria, frequentatrice assidua del Centro Pitigliani, Garriba rivolge le
sue osservazioni su vari fronti: «Mi sembra che si torni a un esercizio
tecnico dei precetti – molta più gente per esempio mangia kosher –,
ma si perda il vero spirito ebraico, quei valori come l’accoglienza
dello straniero che ci vengono dalla lettura della Torah». Inoltre, da
qualche anno a questa parte, secondo la scrittrice, si registra un esilio
delle donne: «La tradizione ci vuole nei matronei durante la preghiera. E
va bene. Ma ora capita che, anche durante le funzioni civili, veniamo
relegate in spazi sordi, ciechi e muti, dove è difficile ascoltare e
capire cosa succede. E questo perché la nostra presenza ferisce la
sensibilità dei supereligiosi!».

Un gruppo di invitati a un matrimonio
ebraico.
Garriba ha deciso di non frequentare più il tempio: «Ho due figlie e
un bel po’ di nipoti femmine. Non voglio portarle in luoghi dove si
sentono emarginate». Ma questo non significa rinunciare alla pratica
religiosa: «Sono un’ebrea tradizionalista. Ed è sempre più
consistente il numero di ebrei come me che tagliano i rapporti con le
comunità ufficiali». Nel soggiorno della casa di Pupa sono evidenti i
simboli della sua appartenenza. In occasione del Capodanno ebraico, i
divani vengono traslocati in giardino e si apparecchia per ospitare gli
ebrei "marginali": «Sposi e figli di matrimoni misti,
stranieri, irregolari sanno che qui c’è un posto. Per me è diventata
una questione di grande valore etico. Forse un ultraortodosso la
considererebbe un’eresia. Ma qui la gente si sente accolta, cosa che io
non riesco più a trovare in comunità».
Dal Piemonte, regione che ha la maggiore densità di piccole sinagoghe
sparse sul territorio, arriva un altro commento sull’attuale situazione:
«È vero, nell’ultimo decennio il rabbinato è tornato a chiedere un’osservanza
più stretta. Ma il discorso resta aperto e dialettico con la parte più
laica», sostiene Claudia Abbina Levi, consigliera di Torino, una
comunità di media dimensione (circa 900 persone). Nel capoluogo
piemontese, l’interazione della comunità ebraica – legata a nomi
famosi come quelli di Primo Levi e di Rita Levi Montalcini – con la
città è sempre stata vivace e fruttuosa: «Basti pensare che la Mole
antonelliana nasce in origine come progetto di sinagoga», ricorda
Claudia. Oggi la scuola ebraica nel quartiere di San Salvario è un luogo
dove ancora si impara a rispettare la diversità sin da piccoli: su 170
iscritti, i due terzi non sono ebrei, ma valdesi, cristiani e, negli anni
scorsi, anche qualche musulmano.

Negozio nel ghetto di Roma.
Nella
dialettica che attraversa le comunità ebraiche, vari argomenti hanno
infiammato il dibattito. L’ultimo, in ordine di tempo, è la sospensione
della partecipazione alla Giornata del dialogo con i cattolici, il
prossimo 17 gennaio. Ma le questioni che bruciano di più, negli ultimi
tempi, sono le conversioni e i matrimoni "misti", in cui uno dei
due coniugi non è ebreo (più grave nel caso della donna, visto che l’ebraismo
è fondato sulla regola della matrilinearità). Il problema è
particolarmente sentito, anche perché gli iscritti calano, l’età media
si innalza e le piccole comunità fanno fatica a celebrare matrimoni
ebraici al cento per cento. «In una società multiculturale è normale
che ci sia un aumento dei matrimoni misti e l’allontanamento da una
tradizione intesa come rispetto assoluto delle norme. Ma l’ebraismo è
anche cultura e modo di vivere», dice Claudia Abbina. D’accordo con la
maggiore severità del rabbinato è invece Elisabetta Rossi Innerhofer: «Sarei
più attenta a convertire persone che vogliono semplicemente mettere a
posto una situazione matrimoniale», dice. «Qui a Merano abbiamo un paio
di ragazzi nati da matrimoni misti, ma le famiglie, anche se al momento
del matrimonio avevano garantito un’educazione ebraica, adesso dicono
che non si ritengono in obbligo, adducendo la scusa che quando saranno
maggiorenni decideranno loro».
Su questi due temi ci sono le maggiori divisioni tra l’ebraismo
ortodosso e quello riformato. «Bisogna capire la sofferenza di chi per
una ragione del tutto casuale, quale è la nascita, si veda escluso da una
comunità alla quale senta spiritualmente di appartenere», dice per
esempio l’avvocato milanese Ugo Pacifici Noja. «L’ebraismo italiano
del mio "lessico familiare" è un "ebraismo liberale",
che io intendo come "accogliente". Laddove si innalzano le
soglie di accettazione, là credo ci sia bisogno di un nuovo slancio, che
deve essere graduale e di tipo riformista. Credo che il mondo ebraico sia
perennemente in itinere, in cammino. E che non si possa non
prendere atto delle mutate condizioni di fatto e di diritto».

Matrimonio ebraico alla Sinagoga di Roma.
Il
professore Bruno Di Porto, docente di Storia a Pisa, spiega che «l’ebraismo
riformato cerca di contenere il calo numerico delle comunità, è aperto
al ritrovamento di ebrei che si siano per varie ragioni allontanati,
favorevole ad accogliere proseliti attraverso il serio vaglio delle
richieste, un’adeguata preparazione e il loro inserimento nella vita
ebraica». Sui matrimoni, aggiunge Di Porto, «preferiamo, per una
armonica omogeneità ideale delle famiglie, che gli ebrei contraggano
matrimoni ebraici, ma nel contempo, prendendo atto della frequenza di
matrimoni misti ed essendo rispettosi delle scelte personali, accogliamo
le coppie miste, offrendo loro una cordiale sponda ebraica e un’istruzione
ebraica dei figli. Non celebriamo matrimoni interreligiosi, ma diamo
volentieri una benedizione alle famiglie che educhino i figli nell’ebraismo».
Anche il ruolo della donna è motivo di dissenso con l’ortodossia: «I
tempi sono ormai maturi perché si possa aprire un dibattito in proposito»,
dice Pacifi Noja. «L’ebraismo liberal, molto rappresentato
numericamente ma anche intellettualmente negli Stati Uniti, da lungo tempo
ha dato libero accesso alle donne, con pari dignità rispetto agli uomini».
Resta infine, sullo sfondo, il complesso rapporto con Israele: gli
ebrei italiani sono uniti nella difesa dello Stato ebraico e divisi in
tutti gli schieramenti possibili per ciò che riguarda il tipo di governo
desiderato e le politiche di convivenza con i palestinesi. «C’è un
solo tipo di rapporto con Israele su cui possono essere d’accordo tutti,
modernisti, tradizionalisti, liberal, teisti, ortodossi: la lingua,
che è lo strumento attraverso il quale si è costruita la cultura ebraica
nel tempo», dice David Bidussa, intellettuale laico. «Il fatto di aver
coniato e rivitalizzato una lingua che può esprimere teologia, ma anche
teatro, filosofia, cinema, persino bestemmia è il paradigma che consente
oggi di stare dentro la tradizione ebraica». Secondo Bidussa, quindi,
ridurre l’ebraismo alla mera osservanza letterale di precetti immutabili
significa tradire l’identità ebraica, che vive nella storia, non fuori
da essa: «Un gruppo sopravvive se si mescola, mentre se coltiva la
propria identità allo stato puro è destinato a scomparire».
Sull’importanza della lingua ritorna anche Amos Luzzatto: «La lingua
è sempre stato un forte collante tra gli ebrei, ci si capiva tutti anche
se la pronuncia era diversa. È il legame culturale più importante e
andrebbe coltivato maggiormente. Ho visto con orrore giovani ebrei
italiani andare in Israele e parlare in inglese». Lui, invece, non appena
la scaletta dell’aereo tocca terra in Israele, avverte il legame
viscerale con la Terra della Promessa. E già la sera del primo giorno,
dice, «comincio a sognare in ebraico».
Vittoria Prisciandaro

Preghiera del mattino nella Ashkenazi
Shul, piccola sinagoga
che ha sede in via Balbo, a Roma.
| Piccolo dizionario
di terminologia ebraica
Sono
molti i termini della fede ebraica che richiedono un minimo di
spiegazione. Ecco, di seguito, alcuni dei più diffusi.
Askenaziti: ebrei originari della Germania e dell’Europa
orientale, la cui lingua tradizionale è l’jiddish.
Sefarditi: ebrei originari della Spagna e da lì scacciati
nel 1492. Oggi con questo termine si indicano tutti gli ebrei
mediorientali.
Rabbino: titolo ottenuto dopo vari anni di studio e senza
un’ordinazione sacramentale. Normalmente, ma non sempre, il
rabbino predica e prende decisioni nel campo del diritto ebraico;
non è necessariamente il rabbino a guidare il culto in sinagoga.
Sinagoga: «Casa di riunione». Luogo di incontro, studio,
preghiera. Non è un luogo sacro, ma contiene i rotoli della Torah,
che sono oggetti sacri.
Kosher: alimento che rispetta la kasherut, cioè è
adatto alla consumazione da parte dell’ebreo. Le principali
regole della kasherut sono: possibilità di cibarsi di quadrupedi
solo se sono ruminanti e hanno lo zoccolo diviso; obbligo di
macellare la carne facendole perdere tutto il sangue; divieto di
mangiare molluschi e frutti di mare; divieto di mescolare carne e
latticini.
Shabbat: giorno di riposo settimanale in cui, ricordando il
riposo divino al termine della creazione e riconoscendo la
sovranità di Dio sull’universo, è vietato per gli ebrei
compiere ogni lavoro, trasportare oggetti fuori di casa, scrivere,
accendere e spegnere il fuoco (oggi, la luce).
Kippah: piccolo copricapo indossato dagli ebrei maschi nei
luoghi e nei momenti considerati sacri (durante la preghiera in
sinagoga, lo studio della Torah, al cimitero). Portare la kippah
non è un precetto.
Tallit: scialle da preghiera che l’ebreo maschio indossa
durante la preghiera del mattino, munito di frange intrecciate (tzitzit)
ai quattro angoli, che servono a ricordare i comandamenti divini.
Gli ebrei ortodossi indossano un piccolo tallit tutto il giorno
sotto gli abiti.
Teffilin: «Filatteri». Astucci contenenti parte della
professione di fede ebraica, che vengono legati con delle stringhe
di cuoio al braccio sinistro (all’altezza del cuore) e alla
fronte dagli uomini ebrei durante la preghiera del mattino, a
eccezione dello Shabbat e dei giorni di festa.
Mezuzah: «Stipite». Astuccio contenente una pergamena, da
attaccare sullo stipite destro di tutte le porte, a eccezione di
quella del bagno. La pergamena contiene la prima parte dello Shema’
Israel.
Miqweh: «Raccolta (di acqua)». Si tratta di una vasca
contenente acqua corrente, usata per il bagno rituale dalle donne
(dopo ogni ciclo mestruale) e dagli uomini (prima di particolari
servizi divini). L’immersione nel mikweh deve essere completa,
senza che neppure un capello resti fuori dall’acqua.
Mitzwot: precetti dati da Dio a Israele. Sono 613 e sono
tutti contenuti nella Torah (Pentateuco).
Torah: «Insegnamento, direzione da seguire». In senso
stretto indica i primi cinque libri della Bibbia ebraica (Genesi,
Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), in senso più ampio tutta
la Bibbia ebraica e i suoi commenti.
Talmud: «Insegnamento». È l’insieme della Mishnah (Torah
orale, fissata per iscritto nel III sec.) e della Ghemarah
(commenti rabbinici che fiorirono nei secoli intorno alla mishnah).
Il Talmud più importante venne redatto a Babilonia (V sec.), un
altro fu redatto a Gerusalemme (IV sec.).
‘Alijah: «Salita». Indica oggi l’immigrazione in
Israele, cioè la salita spirituale verso la Terra della Promessa.
Shema‘ Israel: «Ascolta, Israele». Professione di fede
ebraica.
Bet din: tribunale rabbinico, che oggi si occupa
soprattutto di conversioni e divorzi.
Ghiur: conversione all’ebraismo, che equipara il
convertito a chi nasce figlio di madre ebrea.
Minian: numero minimo di dieci ebrei maschi adulti (che
abbiano compiuto i 13 anni), necessario affinché la preghiera
pubblica sia valida.
Bar mitzwah: «Figlio del precetto». Cerimonia con cui il
bambino ebreo diventa adulto, una volta compiuti i 13 anni; legge
per la prima volta in pubblico la Torah e può indossare tallit e
teffilin. Per le bambine viene fatta una cerimonia collettiva a 12
anni (bat mitzwah).
Ghetto: l’origine della parola è usualmente fatta
risalire al quartiere di Venezia detto «geto novo», poiché
ospitava una fonderia. Qui furono obbligati a risiedere gli ebrei,
che per lo più erano di origine tedesca, dal 1516. La loro
pronuncia trasformò il veneziano «geto» in «ghetto» e in
tutta l’epoca questa parola indicò il quartiere, spesso cinto
da mura, in cui gli ebrei erano costretti a vivere.
cl.mi. |
Segue:
Quel dialogo con i
cattolici arenato su un Oremus
|