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Dai padri di Israele sono nati il giudaismo e il cristianesimo. Per questo gli ebrei sono nostri «fratelli maggiori». E poiché, come dice Paolo, «la chiamata di Dio è senza pentimento», non può essere volere divino il tentativo di convertire uno all’altro.

 

Dossier: Torah, Torah, Torah

Due alberi dalla stessa radice santa
di
Paolo De Benedetti – foto di Andrea Sabbadini
  

Dossier: Torah, Torah, Torah.
L’ebraismo italiano è investito da una nuova ventata di ortodossia, in cui la rigida osservanza della Legge e dei precetti sembra fare premio sui tradizionali valori di apertura, laicità e accoglienza. In questo contesto di chiusura identitaria è esploso il caso dell’Oremus, che ha messo in difficoltà le anime più dialoganti sia di parte ebraica che di parte cattolica. C’è ancora un futuro per lo spirito di amicizia che aveva segnato il periodo postconciliare, fino a tutto il pontificato di Giovanni Paolo II?
   

In un’intervista di L. Billig all’allora cardinale Joseph Ratzinger (Gli ebrei nel catechismo universale, inStudi Cattolici 356, 1990, p. 687), Ratzinger afferma: «Senza l’Antico Testamento, senza contatti ininterrotti con l’ebraismo sempre vivo e attuale, il cristianesimo non sarebbe fedele alle proprie origini». E precedentemente il cardinale Martini nel suo libro Popolo in cammino (Milano 1983, p. 79), scriveva: «Un ritardo che ci deve pesare molto (...) è il non aver considerato vitale la nostra relazione con il popolo ebraico. La Chiesa, ciascuno di noi, le nostre comunità non possono capirsi e definirsi se non in relazione alle radici sante della nostra fede e quindi al significato del popolo ebraico nella storia, alla sua missione e alla sua chiamata permanente». E ancora, nel discorso da lui tenuto a Vallombrosa nel 1984: «Il problema si è fatto più preciso e decisivo per il futuro della stessa Chiesa. La posta in gioco non è semplicemente la maggiore o minore continuazione vitale di un dialogo, bensì l’acquisizione della coscienza, nei cristiani, dei loro legami con il gregge di Abramo e le conseguenze che ne derivano sul piano dottrinale, per la disciplina, la liturgia, la vita spirituale della Chiesa e addirittura per la sua missione nel mondo di oggi».

Momento di preghiera nella cosiddetta "Sinagoga dei giovani", sull'isola Tiberina, nel centro di Roma.
Momento di preghiera nella cosiddetta "Sinagoga dei giovani",
sull’isola Tiberina, nel centro di Roma.

Ciò significa che, se Israele è la «radice santa», non si tratta di pensarlo – se così si può dire – sottoterra, prima, come un sacro antenato di cui venerare la tomba. La radice santa, cioè l’ebraismo di Abramo, di Mosè, di Gesù, ha fatto germogliare due alberi: il cristianesimo e il giudaismo. Entrambi scaturiti da uno stesso utero: per questo Giovanni Paolo II definì gli ebrei «fratelli maggiori» (espressione suggeritagli da quel grande ecumenista, anzi da quel grande "ponte" tra Chiesa e Israele che fu Piero Rossano). Ecco perché sarebbe un grave errore teologico se il cristianesimo attingesse soltanto all’ebraismo antico: come dice Paolo, «i doni e la chiamata di Dio sono senza pentimento» (Romani 11,29), e il giudaismo rabbinico, talmudico, medievale, moderno e contemporaneo è ancora per noi un grande mediatore della parola di Dio, e un esempio di magistero universale offerto da una realtà particolare.

Con questa realtà deve confrontarsi la Chiesa per sapere qualcosa di sé: e, come disse Karl Barth, questa è l’unica vera questione ecumenica. Ma il vero dialogo con l’ebraismo la Chiesa deve condurlo in se stessa e con se stessa: al cospetto di Israele, ma con se stessa. In ogni momento, perché entrambe le realtà sono sempre nostre contemporanee, e non è intenzione di Dio farne una sola cosa.

Paolo De Benedetti

Segue: L'ebraismo italiano conteso da laici e religiosi

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