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UNA CITTÀ, UNA DIOCESI - CESENA

Una comunità tra mare e monti
di Alberto Laggia - foto di Alessandra Garusi
  

Tra le spiagge della Riviera romagnola e i tornanti degli Appennini: così si snoda la diocesi di Cesena-Sarsina, tutta presa a "inventare" una pastorale rinnovata, capace di raggiungere il vivace mondo giovanile e in grado di far fronte al pesante calo vocazionale.
  

Dalla battigia alla roccia. Dalle spiagge assolate della Riviera alle nevi del Fumaiolo. Dal fragoroso divertimentificio no-stop di Cesenatico alle residue frazioni di montagna che si vuotano d’uomini e voci. È due in uno il territorio di Cesena e della diocesi che porta il suo nome, ma anche quello dell’antica orgogliosa Sarsina; due in uno, appunto. È una lunga strada in salita: parte dai rettilinei centuriati che lambiscono le spiagge adriatiche, passa tra dolci paesaggi di ciliegi e si fa spigolosa impennandosi tra le montagne che, in sella, sapeva domare solo quel cesenate doc dallo sguardo triste che si chiamava Marco Pantani. Due cattedrali, due cucine, due modi di vivere, due culture, «tra ’l piano e il monte, tra tirannia e stato franco», come già tratteggiava questa terra Dante, nel XXVII canto dell’Inferno, tra Romagna e Montefeltro, romani e longobardi, democristiani e comunisti, cattolici e repubblicani. Forse proprio perché siamo in una terra dai forti contrasti, dai toni forti che in passato hanno causato scontri e contrapposizioni violente, a emergere è chi sa fare sintesi nuova, unire il meglio dei due mondi, chi fa scelte anticonformiste, senza perdere l’identità. È un po’ la sfida della Chiesa e dei credenti cesenati, oggi.

Uno scorcio del porto di Cesenatico.
Uno scorcio del porto di Cesenatico.

«Un vanto? Come consiglio d’amministrazione non abbiamo mai approvato delibere a sola maggioranza. Il segreto della nostra cooperativa è l’aver messo insieme due diverse anime, qualità rara da queste parti: quella laica e quella cristiana, le coop rosse e le Acli». Ha l’orgoglio e la consapevolezza di chi da queste parti ha "inventato" la cooperazione sociale, ben prima del varo della legge 181 con le normative nazionali a sostegno di questo settore, Giuliano Galassi, presidente della cooperativa Cils, vera apripista della cooperazione sociale a Cesena, ma non solo. «Siamo nati nel 1974, inventandoci un modello di impresa sociale, moderno, efficiente, competitivo, che oggi occupa 330 lavoratori di cui 150 invalidi civili e diversamente abili. Insomma siamo una delle realtà economiche più importanti in città». La Cils occupa lavoratori svantaggiati in 11 diversi settori lavorativi: dalla gestione dei parcheggi ai servizi cimiteriali. Bilanci a posto e nessun licenziato da trent’anni a oggi.

«Tutto è nato dall’intuizione cristiana dell’"I care", il "mi interessa", mi importa di te che non hai pari opportunità, che rischi l’esclusione sociale. E se Cesena può essere additata a livello nazionale come un modello concreto di attuazione di politiche di riforme del welfare lo deve un po’ anche a noi», afferma. Una vera vocazione quella di Galassi, come quella del genitore affidatario: l’incontro con don Oreste Benzi gli cambiò la vita e nel 1983 accettò la proposta del fondatore della comunità Papa Giovanni XXIII di accogliere in famiglia il piccolo Igor, che ancor oggi vive con lui nell’appartamento all’interno di una delle comunità residenziali della coop.

Uno scorcio di Palazzo Ghini, nel centro storico della vivace cittadina romagnola.
Uno scorcio di Palazzo Ghini, nel centro storico
della vivace cittadina romagnola.

Quello della Cils è un segno che ha trasformato la città. Ma c’è anche un associazionismo cattolico cesenate capace di esportare segni di speranza altrove, in realtà lontane. La storia dell’Avsi è esemplare: «Reduci da una significativa esperienza missionaria in Congo dove, con mia moglie, ho vissuto per due anni, ho voluto dar seguito a quest’impegno mettendo insieme un’associazione che promuovesse sviluppo in questo Paese africano», racconta il dottor Arturo Alberti, pediatra, da sempre impegnato nella pastorale della carità in diocesi e dentro il movimento di Cielle. Così nel 1972 decide di creare la fondazione Avsi, un’organizzazione non governativa che in breve allarga l’impegno al Brasile e poi ai Paesi dell’Est europeo. Oggi è una delle organizzazioni per la cooperazione e lo sviluppo più importanti d’Italia: opera con oltre 100 progetti in 39 Paesi del mondo. Con i suoi 119 espatriati italiani e 700 persone di staff locale, conta 36 mila sostegni a distanza; grazie all’Avsi 33.700 madri hanno beneficiato del programma per la prevenzione della trasmissione materno-fetale dell’Aids. «Abbiamo sperimentato che l’evangelizzazione e la promozione umana sono due facce della stessa medaglia. E la filosofia è quella della responsabilizzazione delle genti che aiutiamo». Ma per proporre adozioni a distanza ci si deve guadagnare la stima dei cittadini: «E Cesena ci stima», conferma convinto il presidente della fondazione. «Lo prova il fatto che venti tra le maggiori aziende del Cesenate sostengono economicamente i progetti di Avsi nel mondo». Per Alberti, che fa parte anche della Consulta diocesana dei movimenti laicali, «affermare l’identità cristiana non blocca affatto il dialogo anzi lo favorisce».

Alcune donne al mercato coperto di piazza del Popolo, a Cesena.
Alcune donne al mercato coperto di piazza del Popolo, a Cesena.

Il dialogo nella città che cambia è uno degli obiettivi pastorali prioritari del vescovo, monsignor Antonio Lanfranchi. A iniziare dalla cultura. Cesena è una città colta, da sempre; basti pensare che due dei simboli cittadini sono luoghi di cultura e, manco a dirlo, uno è laico e l’altro religioso: il primo è quella perfetta creazione del genio rinascimentale che è la Biblioteca Malatestiana, vero «cuore della cultura della Romagna», com’ebbe a scrivere Guido Piovene. E l’altro faro intellettuale e spirituale in cui si riconoscono i cesenati è l’abbazia benedettina della Madona de Mont, la Madonna del Monte che da un colle sembra vigilare sulla città e sulla «diocesi dei tre Papi».

Il vescovo l’ha scritto nell’ultima lettera pastorale lanciando la nuova iniziativa della diocesi che si chiama appunto "Dialoghi per la città". «Si tratta di un ciclo d’appuntamenti», spiega monsignor Lanfranchi, «una sorta di percorso di riflessione e di proposta in cui mettere in relazione le attese umane e il dono della fede, ragione e speranza, sul tema del senso della vita. Incontri aperti a tutti, credenti e non». E sono stati appuntamenti gremitissimi, svoltisi in un luogo laico, come l’aula magna della facoltà di Psicologia.

La fontana Masini, a Cesena.
La fontana Masini, a Cesena.

«Ma perché questo tema? Un vecchio adagio, quasi un luogo comune, vuole che in Romagna si viva bene. E le classifiche sulla qualità di vita da anni premiano questi territori. Ma da qualche tempo», osserva Lanfranchi, «siamo purtroppo risaliti nelle classifiche anche per il disagio giovanile e i suicidi. Ciò significa che c’è una difficoltà nuova a dare senso alla vita, una vita sempre più a rischio di "sballo". Una tendenza negativa che attraversa le età e i censi».

La pastorale giovanile è uno dei settori nevralgici anche qui: anche in questa diocesi il buco nero del "post-cresima" è un problema. «Tengono numericamente alcune esperienze associative come quelle di Agesci, ma cosa propongono le nostre comunità agli adolescenti in cerca di esperienze forti?», si chiede Francesco Zanotti, direttore del settimanale diocesano Il Corriere Cesenate nonché vicepresidente della Fisc, l’associazione che raccoglie i settimanali diocesani italiani. «La nostra città ha cambiato volto rispetto a dieci anni fa: non è più un dormitorio. Stiamo battendo Milano Marittima nel numero di locali aperti. Insomma ci siamo "riminizzati" in fretta, e la movida cesenate ormai è una realtà. Che proposte attraenti sappiamo fare negli oratori?». Gli risponde don Marcello Palazzi, vulcanico responsabile diocesano della pastorale giovanile: «Il problema c’è ed è globalizzato. Sono tornato dall’ultima Gmg in Australia e ho visto che la cultura dello sballo è ancora più pesante che da noi. La sfida è proporre esperienze così forti capaci di battere l’effetto di qualsiasi bevanda alcolica. E si può vincere», afferma convinto il giovane sacerdote. L’ufficio punta molto sulla rinascita degli oratori, ora che la Regione ha appena approvato una legge a sostegno di queste strutture. Come? Con la formazione di animatori dei giovani preparati e motivati. «A partire da quelli che hanno gestito i tanti centri estivi e Grest parrocchiali. Giovani animatori che si prendono cura della vita dei ragazzi».

Don Marcello Palazzi, direttore della pastorale giovanile.
Don Marcello Palazzi, direttore della pastorale giovanile.

I progetti in cantiere sono moltissimi, e molta attenzione è riservata soprattutto alla comunicazione. Tutto è marchiato "PG-X", il logo della pastorale giovanile diocesana, ovviamente anche il sito www.pg-x.org. «E tutto vuole essere proposta forte, affascinante. Si va dalle esperienze missionarie, ai gruppi che studiano bioetica ai corsi di video-comunicazione».

Un’esperienza davvero singolare, in questo senso, è stata avviata nella parrocchia dell’Osservanza, dove sei ragazzi coordinati da padre Giovanni e da un ricercatore in Storia della comunicazione, Giacomo Andreucci, appassionati di nuovi media, hanno messo in piedi Teleosservanza, una telestreet, cioè una tv di strada che sfrutta il piccolo cono d’ombra lasciato libero nell’etere dalle grandi emittenti: un raggio di un chilometro attorno alla chiesa, praticamente poco più in là dell’ombra del campanile. Attrezzatura? Poverissima: un’antenna di trasmissione con potenza inferiore a quella di un walkie talkie, un modulatore di frequenza, un videoregistratore e una telecamera. Come studio, una stanzina ricavata dietro il presbiterio, con una panca di chiesa e, come sfondo, un drappo azzurro che funge da cromaki. In questo modo la «tv parrocchiale è in onda», un po’ underground, un po’ naif, ma amatissima dai parrocchiani. Teleosservanza, una delle venti tv di strada esistenti in Italia, trasmette quotidianamente le funzioni liturgiche, e poi le feste, le catechesi parrocchiali e i discorsi del vescovo. C’è pure un notiziario.

Il porto di Cesenatico.
Il porto di Cesenatico.

Che la diocesi stia investendo in comunicazione lo dimostra anche la crescita del settimanale diocesano che è, di fatto, diventato il primo settimanale in provincia. Passato in soli sei anni da duemila a ottomila copie tirate, il Corriere Cesenate ha puntato tutto sul territorio: «Seguire il locale, con uno sguardo globale è il nostro slogan. E questo sforzo paga», dice Francesco Zanotti, ex consulente finanziario che quest’anno ha scelto di fare il direttore a tempo pieno. Paga pure la politica degli accordi con istituti bancari che offrono ai correntisti l’abbonamento al giornale. Risultato: quadruplicata la pubblicità, bilancio in pari e presenza visibile nel dibattito politico cittadino.

D’altra parte, qui come altrove, tacere significa esporsi ancor più al rischio dell’irrilevanza civile. «Recuperare l’impegno politico come servizio alla carità è un dovere dei cattolici, altrimenti saremo condannati alla marginalità». Parola di Damiano Zoffoli, di professione dentista, sindaco di Cesenatico dal ’97 al 2005, da una vita in Ac. Sceso in campo per la passione politica ispiratagli da Benigno Zaccagnini, è stato il primo sindaco cattolico, in una cittadina rossa e repubblicana, che ha due patroni, san Giacomo, e "san" Giuseppe Garibaldi che passò di qua fuggendo a Venezia, e che è il nume tutelare dei repubblicani.

Un'anziana contadina vende i prodotti del proprio orto al mercato coperto di Cesena.
Un’anziana contadina vende i prodotti del proprio orto
al mercato coperto di Cesena.

«La vera contrapposizione però non è più ideologica tra destra e sinistra», conclude, «ma tra persone e individui, due modi di concepire la vita, uno per se stesso e uno per la costruzione della comunità. Il futuro si gioca qui e i credenti hanno ancora una proposta da spendere». Anche nella patria della piadina e degli strozzapreti.

Alberto Laggia
   

Una Chiesa che risale al IV secolo

La diocesi di Cesena-Sarsina che dal 1986 unisce a quella di Cesena l’antica sede vescovile di Sarsina (risalente al IV secolo) si estende oggi su un territorio di 1.530 chilometri quadrati. Gli abitanti della diocesi sono complessivamente 163 mila (dopo Cesena, la seconda città per importanza è Cesenatico con 23 mila abitanti). Le parrocchie sono 101, suddivise attualmente in sette zone pastorali. I sacerdoti sono 126, 46 religiosi e 110 religiose. I diaconi permanenti sono 28.

S. Vicinio in un mosaico sul portone della cattedrale di Sarsina.
S. Vicinio in un mosaico sul portone della cattedrale di Sarsina.

Segue: Unità pastorali, la sfida del futuro

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