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ANTICIPAZIONI - DOM HÉLDER CÂMARA

Lettere dal Concilio
di Luiz Carlos Luz Marques e Sandra Biondo
  

Arriva in libreria il volume Roma, due del mattino di Hélder Câmara, edito da San Paolo, che raccoglie una scelta delle lettere che il grande vescovo brasiliano scrisse a collaboratori e amici durante il Concilio. Di seguito pubblichiamo l’introduzione al volume e una piccola ma significativa selezione delle lettere.
  

Copertina del volume.
Quale forza misteriosa è in grado di condurre un essere umano, notte dopo notte, a rinunciare al sonno per consacrare le prime preziose ore del mattino alla contemplazione appassionata di Dio, all’orientamento spirituale e alla formazione intellettuale dei suoi amici e collaboratori, all’unico scopo di consolidare nella fede, nell’amicizia e nell’azione un gruppo composto essenzialmente da laici e laiche dediti al servizio della Chiesa?

I brani che compongono il volume sono stati selezionati da una piccola ma significativa porzione dell’enorme epistolario (2.122 circolari scritte durante le sue veglie notturne, fra il 1962 e il 1982) dell’arcivescovo brasiliano Hélder Câmara. Piccola, perché composta da sole 297 lettere; significativa, perché si tratta delle circolari scritte durante i lavori del Concilio Vaticano II, all’interno del quale dom Hélder svolse un importantissimo ruolo di coordinamento "dietro le quinte".

Hélder Pessôa Câmara nasce a Fortaleza, capitale dello Stato del Ceará nel Nordest brasiliano, il 7 febbraio 1909, da João Eduardo Torres Câmara Filho, ragioniere e giornalista, e Adelaide Rodrigues Pessôa Câmara, maestra elementare. È l’undicesimo dei tredici figli di una famiglia dalle condizioni modeste ma ben inserita nella società locale. Nel 1923, a 14 anni, fa il suo ingresso nel seminario diocesano di São José a Fortaleza, all’epoca diretto dai padri lazzaristi. Studente modello, viene ordinato sacerdote a soli 22 anni, il 15 agosto 1931. [...]

Dom Hélder Câmara.
Dom Hélder Câmara
(foto AP/La Presse).

Questa persona "dall’apparenza modesta" ma accogliente e attenta, nella quale convivono il contemplativo e l’organizzatore efficiente, il mistico e l’oratore acceso, lo scrittore e il poeta, si forgia a partire da alcune decisioni, apparentemente semplici, prese nel periodo della formazione e nei primi anni di sacerdozio e seguite con rara fedeltà: le veglie quotidiane dall’una alle cinque del mattino; la santa Messa «celebrata sempre come se fosse la prima»; «l’utilizzo di schemi al posto di discorsi interamente scritti; la preparazione meticolosa attraverso una meditazione sincera davanti al Signore e l’impegno a non predicare nulla senza averne assoluta convinzione».

Inoltre, per tutto il corso della sua vita, da adolescente seminarista fino ad arcivescovo, Hélder Câmara è un uomo in formazione permanente. Legge moltissimo, legge con attenzione e, come abbiamo già detto, sottolinea, evidenzia, fa annotazioni. Chiede e accetta con umiltà consigli di lettura. Giovane sacerdote, approfondisce gli studi di pedagogia, psicologia dell’adolescenza e catechetica. A partire dal 1936 legge Jacques Maritain e in seguito Lebret, Chenu, Congar, De Lubac, Küng, Rahner, Teilhard de Chardin... È innamorato di san Francesco e dello spirito francescano. Si interessa al movimento liturgico, studia le Sacre Scritture e la storia della Chiesa. Si informa con serietà sui libri sacri delle altre religioni e sugli scritti atei. Poeta e mistico, è sensibile e aperto alla bellezza. [...]

Nel 1946 il nuovo cardinale arcivescovo di Rio de Janeiro lo indica al ruolo di vice assistente nazionale dell’Azione Cattolica, e padre Hélder crea un segretariato permanente che ben presto si trasforma in un potente strumento di aggregazione e di coordinamento delle diverse forze ecclesiali, fino a quel momento disperse. Promuove settimane sociali e riunisce laici, religiosi e vescovi intorno al dibattito sui grandi problemi nazionali. Nel 1949 diventa consigliere della nunziatura; nel 1950 promuove e organizza il pellegrinaggio a Roma in occasione dell’Anno Santo. Ma è nel 1952 che concretizza una delle sue idee più brillanti e innovative: dotare la Chiesa brasiliana di una struttura di servizio e di coordinamento.

La celebrazione conclusiva del Concilio.
La celebrazione conclusiva del Concilio
(foto Keystone).

L’autorizzazione di Roma alla nascita della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb), una delle prime Conferenze episcopali del mondo, viene conferita ufficialmente nell’ottobre del 1952. Padre Hélder, ancora sacerdote, aveva lavorato instancabilmente per anni alla sua creazione e, durante la sua visita a Roma in occasione dell’Anno Santo, ne aveva perorato la causa presso l’amico monsignor Montini, l’allora Sostituto alla Segreteria di Stato Vaticana e futuro papa Paolo VI.

La nomina a vescovo di Hélder Câmara, avvenuta nell’aprile del 1952, precede di pochi mesi la fondazione ufficiale della Cnbb, ed egli ne diviene il primo segretario. Nel 1955, promosso vescovo ausiliare, organizza il XXXVI Congresso Eucaristico Internazionale e collabora alla fondazione del Celam (Consiglio episcopale latinoamericano). [...]

Si prepara al Vaticano II fin dal 1959. Nel suo densissimo votum (per stabilire gli argomenti da trattare nel Concilio, la Commissione antepreparatoria aveva invitato tutto l’episcopato a inviare i propri "suggerimenti e voti" (consilia et vota), che furono poi raccolti e costituirono il punto di partenza per l’elaborazione dei famosi "schemi", ndr) difende l’idea di una Chiesa che cammina decisa verso il futuro, una Chiesa che si preoccupa dei poveri e si impegna nella lotta contro le strutture che generano la povertà. [...]

Hélder Câmara con Madre Teresa di Calcutta.
Hélder Câmara con Madre Teresa di Calcutta
(foto E. Belluschi/Periodici San Paolo).

È in occasione del Concilio che dom Hélder inaugura la tradizione delle Circolari, a cui si manterrà fedele per i 20 anni successivi.

Pochi giorni prima del golpe militare del 31 marzo 1964 che instaurerà in Brasile un regime militare della durata di 20 lunghissimi anni, Paolo VI lo trasferisce come arcivescovo titolare presso la sede episcopale di Olinda e Recife, dove si insedia il 12 aprile dello stesso anno [...]. Nel discorso di insediamento lascia subito chiara la sua proposta di azione per l’arcidiocesi, che comprende anche il servizio alla difesa dei diritti umani e all’organizzazione e coscientizzazione delle comunità più povere. [...]

In quegli anni difficili, a causa delle ripetute ed esplicite denunce contro la pratica della tortura, un documento del regime inviato a tutti gli organi di stampa bandisce il suo nome dai mezzi di comunicazione di massa. La sua voce può essere udita solo a Recife e dintorni, dai microfoni di Radio Olinda. Numerosi suoi collaboratori vengono colpiti dalle persecuzioni del regime e uno di essi, padre Antônio Henrique Pereira Neto, viene arrestato e torturato a morte fra il 26 e il 27 maggio 1969. L’accorato comunicato stampa dell’arcidiocesi non riceve alcuna diffusione e i giornali non danno notizia della morte di padre Henrique; ciò nonostante, oltre 20 mila persone si riuniscono e seguono il suo funerale in un immenso corteo che percorre silenziosamente, sotto il controllo della polizia, i 10 chilometri che separano la chiesa dal cimitero. I partecipanti accolgono l’invito di dom Hélder e rientrano verso casa in silenzio, agitando in aria un fazzoletto bianco. [...]

Sem Terra brasiliani.
Sem Terra brasiliani
(foto V.R. Caivano/AP/La Presse).

Il 17 maggio 1970 compare un articolo sul Sunday Times nel quale dom Hélder viene definito «l’uomo più influente dell’America Latina dopo Fidel Castro». Sempre nel 1970, con cinque milioni di firme raccolte soprattutto fra i lavoratori del continente, viene indicato al Nobel per la Pace; il governo militare esercita pressioni più o meno occulte e monta una campagna volta a gettare discredito sulla figura dell’arcivescovo. Il premio non gli viene conferito né quell’anno né l’anno successivo, quando viene nuovamente nominato e dato come favorito. Forse a parziale riparazione di questo increscioso "incidente di percorso", nel 1974 gli viene assegnato sempre a Oslo il Premio Popolare della Pace [...].

Il 10 aprile 1985, colpito dalla regola che lui stesso aveva contribuito a creare e che prevedeva l’allontanamento dal servizio pastorale al raggiungimento dei 75 anni di età, si ritira dal governo dell’arcidiocesi di Olinda e Recife. Già dal 1968 aveva trasferito la propria residenza presso la minuscola e periferica Igreja das Fronteiras (Chiesa delle Frontiere) dove risiederà fino alla sua morte.

Il suo successore, l’arcivescovo di Olinda e Recife, dom José Cardoso Sobrinho, non condividendo la sua linea pastorale e politica, nel giro di pochi anni provvede allo smantellamento di una discreta parte delle iniziative di formazione religiosa e di promozione sociale avviate dal predecessore, generando grande amarezza nella comunità dei fedeli e plateali gesti di protesta da parte del clero locale. [...]

Una favela di Rio de Janeiro.
Una favela di Rio de Janeiro
(foto V.R. Caivano/AP/La Presse).

Dom Hélder muore a 90 anni, il 27 agosto 1999. Decine di migliaia di persone prestano omaggio alle sue spoglie composte all’interno della Igreja das Fronteiras e partecipano al suo funerale nella piazza della Igreja da Sé di Olinda (la cattedrale della sede episcopale), all’interno della quale riposa il suo corpo. Il tumulo, coperto da una semplice lapide con fotografia, è meta di numerose visite e luogo di raccoglimento e preghiera.

Dom Hélder lascia in eredità non solo un’immagine di bontà e di amoroso servizio ai poveri e alla Chiesa, ma anche un’enorme quantità di scritti di cui la selezione di lettere pubblicata in questo volume non è che un breve assaggio. [...]

Una premessa importante: al momento di selezionare i testi, l’intenzione che ci ha mossi non è stata quella di proporre un’opera di alto rigore storiografico. Non offriamo al pubblico italiano gli scritti conciliari di dom Hélder al fine di fare accademia, bensì per far conoscere la sua straordinaria personalità e l’immenso, umile lavoro che "il dom", come lui stesso amava definirsi, ha svolto dietro le quinte del Concilio. Potremmo forse dire che questo carteggio offre un’immagine di certo parziale, ma sicuramente efficace, di quello che è stato il "lato nascosto" del Concilio ecumenico Vaticano II. [...]

Il cardinale Ottaviani pone la tira sul capo di Montini, appena eletto papa Paolo VI, il 30 giugno 1963.
Il cardinale Ottaviani pone la tira sul capo di Montini, appena eletto
papa Paolo VI, il 30 giugno 1963
(foto 2 www/AP/La Presse).

Ma se molto è stato tagliato, abbiamo tuttavia salvato quelle lettere (e brani di lettere) che rispondevano con maggior efficacia agli obiettivi di questa pubblicazione. Il primo e principale criterio di selezione è stato quello della spiritualità di dom Hélder: un bene prezioso che alcuni lettori italiani già conoscono, ma che viene qui ripresentato in tutta la sua intensità e semplicità. Perché è nelle cose semplici che si vede la grandezza spirituale di un uomo [...].

Un secondo criterio di selezione riguarda, ovviamente, l’immenso lavoro di articolazione svolto dal dom per tutta la durata del Concilio: partecipazione a gruppi di lavoro e commissioni conciliari; riunioni individuali con vescovi, cardinali e periti; preparazione di petizioni; conferenze e interviste; udienze papali; e le audacissime missive indirizzate al Santo Padre, dettate dalla "confidenza filiale" che dom Hélder si permetteva di avere sia nei confronti dell’amatissimo Giovanni XXIII sia verso il suo successore Paolo VI, l’amico Montini.

Naturalmente non sono stati trascurati i resoconti più interessanti dalle assemblee conciliari e i commenti accorati a votazioni e dibattiti. Da questi scritti si coglie l’amore profondo di dom Hélder per la Chiesa e la sua assoluta fedeltà a Cristo, sentita e vissuta in autentica semplicità evangelica e con l’unico scopo di aiutare il Papa e la Chiesa stessa [...].

Un ulteriore tratto della personalità di dom Hélder che emerge dai testi è il suo profondo spirito ecumenico, che si manifesta nelle relazioni personali (l’amicizia con Roger e i monaci di Taizé), nei progetti (come quello, mai abbandonato fino alla sua realizzazione quasi integrale, della Preghiera per l’Unità), nelle intenzioni (l’ammirazione e il rispetto per tutte le espressioni religiose e finanche per gli atei affamati e assetati di verità).

Hélder Câmara in una foto del 1984.
Hélder Câmara in una foto del 1984
(foto Periodici San Paolo).

Abbiamo infine salvato alcune perle preziose che rivelano ulteriormente, se ancora ce ne fosse bisogno, la straordinaria personalità di un uomo di Chiesa sempre attento ai segni dei tempi, come i già citati commenti a spettacoli cinematografici, a fatti di cronaca e ad avvenimenti internazionali, ma soprattutto la sua lucida analisi sulle cause della povertà e la comprensione profonda del valore evangelico della non violenza.

Molte pagine di questo volume non mancheranno di provocare sconcerto e polemiche. A oltre 40 anni di distanza, le parole di dom Hélder colpiscono ancora per la loro straordinaria attualità e più che mai si potrà comprendere, dalla loro lettura, perché "il dom" fosse definito un profeta. Il profeta, ci insegna la Bibbia, è colui che annuncia e denuncia: e dom Hélder non viene mai meno a questo duplice impegno. Annuncia l’amore infinito e incondizionato di Dio per tutte le creature e denuncia le strutture del mondo che disumanizzano l’uomo e sono contrarie al progetto di salvezza che Cristo promuove per tutta l’umanità. E lo fa sempre con lucido coraggio e disarmante semplicità, senza far ricorso a trucchi e strategie ma affidandosi con fiducia alla forza della verità.

Luiz Carlos Luz Marques e Sandra Biondo

Un'altra immagine che ritrae i padri conciliari riuniti in sessione plenaria a San Pietro durante il Vaticano II.
Un’altra immagine che ritrae i padri conciliari riuniti
in sessione plenaria a San Pietro durante il Vaticano II.
  

«Il Concilio sarà difficilissimo...»

Roma, 13/14 ottobre 1962

Alla cara famiglia del São Joaquim (è il gruppo di amici e collaboratori che si riunivano con Dom Hélder alla residenza episcopale di Rio de Janeiro, il Palazzo di São Joaquim, ndr).
  

Mandare impressioni sulle solennità del Concilio è facile. Difficile è, soprattutto nei primi giorni, definire le impressioni sullo spirito del Concilio: le sue tendenze, le sue prospettive, i suoi orientamenti. [...]

1. Il Concilio sarà difficilissimo. Le Sacre Congregazioni credevano che sarebbe stato facile pensare per i vescovi e decidere al posto loro. Succede però che, ad esempio, a molti vescovi del mondo intero lo schema della parte teologica sembra parecchio in dissonanza con lo spirito del Concilio così come è stato annunciato dal Papa. Oggi, quando si è trattato di eleggere 16 vescovi per ciascuna delle 10 commissioni conciliari, l’episcopato ha dato un primo assaggio del proprio modo di decidere: si è rifiutato di votare frettolosamente o di accettare l’imposizione di liste. È stato deciso che le varie conferenze episcopali avrebbero indicato dei nomi e, collegialmente, si sarebbe cercato di giungere a un accordo. Ciò significa che i vescovi sceglieranno i loro rappresentanti.

E questo è solo l’inizio dell’inizio. Probabilmente sarà abbandonato il latino come lingua ufficiale: un gran numero di vescovi non riesce a capirlo, soprattutto quando lo parlano i francesi e i tedeschi...

Le battaglie essenziali per la modifica degli schemi verranno in seguito.

2. Mondo sviluppato e mondo sottosviluppato. Così come alle Nazioni Unite, anche al Concilio sono presenti il mondo sviluppato e quello sottosviluppato. L’Asia e l’Africa non sono ancora abbastanza vicine all’America Latina. Ci intenderemo a distanza, nell’attesa di un maggior avvicinamento. In comune abbiamo il desiderio di universalizzare la visione della chiesa e la decisione di evitare che i problemi di continenti così diversi e distanti siano trattati con parametri europei. Il nostro numero e il senso dei nostri interventi provocano forti inquietudini. Solo questo dialogo già varrebbe il Concilio. [...]

Benedizioni affettuose dal dom

 

«Cardinal Ottaviani, il suo tempo è finito»

Roma, 31.10.1962
(1º periodo del Concilio)
 

Stiamo ancora discutendo il 2º capitolo dello schema sulla liturgia. Si sono ormai definite due posizioni: quella pastorale (maggioranza assoluta) e la minoranza reazionaria. Il gruppo pastorale, pensando di facilitare il cammino dell’unità, si batte per il mantenimento della possibilità della comunione sotto le due specie e per l’estensione del diritto di concelebrare.

Chiaramente sappiamo bene che Nostro Signore è tutto sotto qualunque specie. Ma se vedere che ammettiamo i laici alla comunione sotto le due specie può facilitare ai protestanti l’avvicinamento, allora desideriamo tutto ciò che, essendo dottrinalmente giusto e capace di aiutare la vita cristiana, renda più larga la strada di accesso e faciliti l’incontro.

Fra quelli che si allarmano per questa possibilità, non manca chi produca argomenti circa i pericoli di contaminazioni, di malattie o persino sul fatto che un calice sporco di rossetto sarebbe una mancanza di rispetto [...]. Non sanno che, nel caso, la comunione si farebbe con il sacerdote che offre la Santa Ostia dopo averla intinta nel preziosissimo Sangue [...].

La fila interminabile di quelli che vogliono assolutamente parlare (ripetendo quello che ormai è stato più che detto) stanca, e qualche vescovo si irrita. Ma il Santo Padre considera fondamentale – soprattutto pensando agli osservatori non cattolici – la più totale libertà dei Padri conciliari.

E ora arriva un episodio narrato unicamente al fine di farvi percepire lo spirito del Concilio. Quindi vi raccomando discrezione e carità.

Il cardinal Ottaviani (Sant’Uffizio) ha preso nuovamente la parola. Se avesse detto: «Padri Conciliari: è evidente che nel Concilio, oltre allo Spirito Santo che guida noi tutti, ci sono solo il Papa e i Padri Conciliari. E basta. Qui io non sono altro che uno di voi. Sia quindi permesso a un vostro fratello...», vi garantisco che sarebbe stato ascoltato e forse anche seguito. Invece si è alzato, al solito, come se fosse l’Inquisitore, distribuendo censure, indicando eresie, sollevando allarmi. È stato ascoltato in un silenzio sepolcrale.

All’improvviso il presidente della sessione (il cardinal J. Bernard Alfrink, arcivescovo di Utrecht, Olanda) ha detto: «Reverendissimo Padre. Mi voglia perdonare, ma il suo tempo è terminato». Lui ha voluto insistere. Il presidente è stato irremovibile nel togliergli la parola e il plenario ha applaudito vigorosamente.

Questo è lo spirito del Concilio. I Padri sono consapevoli di essere portatori della responsabilità di chi, in unione con Pietro e sotto la guida dello Spirito Santo, partecipa dell’infallibilità. [...] Che i santi del cielo e del purgatorio ci assistano!

 

Una Chiesa povera e serva dei poveri

Roma, 7.11.1962
(1º periodo del Concilio)

Il nostro Concilio non è anti-niente. Il Papa e i Vescovi lo vogliono aperto e largo, costruttivo, positivo. Chi si è messo a percorrere altre strade non ha ottenuto il benché minimo seguito. [...]
  

Roma, 10.10.63
(nel 2º periodo del Concilio)
  

Se Dio vorrà, alla riunione del Gruppo della Povertà di domani sottoporrò alla firma dei miei fratelli la seguente petizione da dirigere al Papa: Santo Padre,

1) Le grandi cerimonie nella Basilica di San Pietro hanno sempre, come invitati d’onore, i membri del patriziato romano e il corpo diplomatico.

2) Per una volta, ci concediamo la libertà filiale di proporre come invitati d’onore alla chiusura della 2ª Sessione del Concilio gli Operai e i Poveri di Roma, in rappresentanza degli Operai e dei Poveri di tutto il mondo. Questa petizione non ha bisogno di giustificazioni con il Vicario di Cristo e vecchio Arcivescovo di Milano. Comprenderete come nessun altro la portata di questo gesto quale simbolo della decisione da parte della Santa Chiesa di essere sempre più povera e serva.

Una sessione plenaria del Concilio Vaticano II nella basilica di San Pietro.
Una sessione plenaria del Concilio Vaticano II
nella basilica di San Pietro
(foto Periodici San Paolo).

3) Se qualche dettaglio della cerimonia corresse il rischio eventuale di non essere ben interpretato dai nostri invitati d’onore, il Santo Padre sarà il primo a far introdurre le opportune modifiche.

4) Tenendo ben presenti i nostri ospiti così speciali, dedicheremo le attenzioni necessarie affinché si ottenga, come auspichiamo, una loro partecipazione consapevole e fruttuosa agli atti liturgici.

Oggi nella mia Veglia aggiornerò il piano triennale per la conquista dei vescovi alla povertà: ve lo manderò quanto prima. [...]

 

Marie Thérèse la diaconessa

Roma, 13.10.63
(nel 2º periodo del Concilio)
  

Oggi, mentre aspettavamo l’arrivo di dom Manuelito (monsignor Larraín), sono arrivati padre Paul Gauthier e Marie Thérèse, raggianti. Sapevo che lui il 19 agosto aveva scritto al Santo Padre un appello angosciato in favore della Chiesa povera e serva. Senza che si fossero messi d’accordo, nello stesso periodo monsignor Mercier faceva lo stesso dal Sahara.

Sapevo che Mercier, durante un’udienza collettiva del Santo Padre a Castel Gandolfo, quando si era presentato come il vescovo del Sahara aveva avuto la sorpresa di sentirsi dire dal Papa: «Ho ricevuto la sua lettera. Benedico con tutto il cuore il lavoro del Gruppo della Povertà. Lo dica ai suoi amici».

Oggi Paul Gauthier è stato convocato dal cardinal Lercaro. Sua Eminenza gli ha fatto vedere una lettera con cui il Papa gli aveva inoltrato la missiva di Gauthier; accompagnata da una copia di Jésus, l’Église et les Pauvres, dal riassunto di tutte le nostre riunioni durante la 1ª Sessione e dalle 4 Circolari inviate fra le due sessioni (compreso il mio "Piano triennale di conquista dei Vescovi alla povertà").

Il Santo Padre ha affidato al cardinal Lercaro la missione di vigilare affinché gli schemi del Concilio si imbevano dell’idea di Chiesa Povera e Serva. [...] 
Mentre conversavo con Paul Gauthier e Marie Thérèse, è arrivato mons. McGrath (amico dilettissimo) che aveva accompagnato mons. Queen a prendere degli accordi sugli Usa.

Ho detto a Gauthier: «Desideravi tanto incontrare qualcuno della commissione teologica del Concilio: eccolo qui. E ha il vantaggio di essere mio fratello. Puoi parlargli a cuore aperto». I due – Gauthier e Marie Thérèse – si sono lasciati andare. Solo un assaggio: alla fine del capitolo sui laici, si dice che è necessario che i laici non si vergognino del Vangelo. Chiedendo scusa di quanto stavano per dire, hanno affermato che non sono i laici a vergognarsi del Vangelo, ma i vescovi. Più tardi, McGrath ha commentato: «Sarei disposto a pagare per portare quei due alla Commissione teologica. Solo che il presidente li sbatterebbe fuori» (il card. Ottaviani).

Ho chiesto a Marie Thérèse di confidare a McGrath il suo segreto. Ha esitato un po’ (lui fa parte della commissione conciliare di teologia!), ma alla fine glielo ha raccontato.

Prima ha ricordato che i vescovi d’Oriente si sono mantenuti più prossimi alla Chiesa primitiva. Poi che, dopo aver lavorato 4 anni a Betlemme di Giuda in mezzo ai poveri e agli operai, il vescovo le ha imposto le mani. Ha aggiunto: «Non so se era un sacramento o un sacramentale. Non so se sono ancora laica o sono diventata una diaconessa. Forse potrà dirlo il Concilio. So che ho ricevuto lo Spirito Santo e che questo ricordo mi è decisivo nei momenti più difficili e duri».

McGrath era commosso e incantato. Le ha domandato che spiegazioni aveva dato il vescovo. «Ha detto solo che avrebbe fatto come negli Atti degli Apostoli. Sarei partita per una missione difficile, e lui mi imponeva le mani».

Vedete quanto è meraviglioso un Concilio in cui accadono fatti del genere. Vedete perché, in seno a tanta debolezza e tanta mediocrità, Dio risparmia la sua Chiesa e si riconcilia con l’umanità. [...]

 

Padre Bevilacqua e la collegialità

Roma, 4.10.1964
(nel 3º periodo del Concilio)
  

Ieri ero alla libreria dei Paolini. I Padri mi conoscono e sono molto affettuosi con me. Mi tengono da parte il meglio di ciò che esce. Mi suggeriscono libri e riviste. Ieri è arrivato di corsa a chiamarmi uno di loro: voleva presentarmi "al confessore del Papa". E all’improvviso mi sono trovato davanti padre Bevilacqua. Solo in quel momento ha realizzato che il Bispinho di ieri era l’arcivescovo di Recife: «Che felicità, che gioia! Il Papa le vuole tanto bene. Seguiamo tutte le notizie che la riguardano».

È chiaro che non potevo perdere l’opportunità che Dio mi dava. L’ho chiamato da parte e gli ho detto: «Per favore, dica al Santo Padre che ho vegliato e pregato tutti i giorni nella Santa Messa per aiutarlo, perché sento che sta subendo una pressione tremenda e che è dilacerato». Il vecchietto ha aperto il suo cuore. Era vero. Una pressione tremenda. «Ma io gli dico sempre che vacillare davanti alla Voce di Dio che si manifesta indiscutibilmente nelle votazioni della Basilica è una tentazione del demonio».

Quindi si è messo a parlare senza sosta della sacramentalità episcopale, della collegialità dei vescovi e dei diaconi con un calore e un entusiasmo da ventenne. [...] A un certo punto padre Bevilacqua ha detto: «I vescovi di qui pensavano che dall’America Latina non sarebbe venuto niente di valido per il Concilio. Oggi sono spaventati dai latino-americani. Se dipendesse da me, se la collegialità funzionasse davvero, mi piacerebbe vedere qualche diocesi italiana affidata a vescovi dell’America Latina».

Non gli ho nascosto la mia gioia nel constatare che il Santo Padre aveva come confidente e confessore un uomo del puro lignaggio di Giovanni XXIII. E lui ha concluso: «È vero. Ma è importante anche che i vescovi parlino, scrivano al Papa. Perché Lei, di cui ha tanta stima, non gli scrive?».

Ho preso al volo l’opportunità che Dio mi mandava. Sono rimasto d’accordo che preparerò una lettera che lui stesso si incaricherà di consegnare direttamente nelle mani del Santo Padre. [...]

 

Paolo VI torna alla Casti connubii

Amsterdam, 26/27.11.1965
(4º e ultimo periodo del Concilio) -
RISERVATA
  

Quando sono arrivato alla Domus la sera della conferenza alla Doc, dom Eugênio prima e padre Miguel subito dopo al telefono mi hanno dato un grave annuncio: il Santo Padre, dopo aver proibito che il Concilio discutesse il problema della regolazione delle nascite e aver affidato l’argomento a una pontificia commissione di periti, per mezzo del cardinale segretario ha inviato 4 raccomandazioni che, nella pratica, chiudono la questione e ci ancorano alla Casti Connubii, a Pio XI e a Pio XII.
Doppia gravità:

- di fondo: della cosa in sé. Milioni di famiglie cattoliche, non certo le peggiori, e non per egoismo, ma le migliori, desiderose di poter vivere in pace con la propria coscienza, aspettano quanto meno che il Concilio non chiuda loro le porte. È evidente che se dipendesse da me e da molti altri Padri conciliari, ci saremmo spinti molto più lontano [...].

- di forma: se il Santo Padre, in tutta coscienza e facendo uso della propria autorità, vuole chiudere la questione, è evidente che lo può fare. Ciò che non può fare senza calpestare la dichiarazione sulla libertà religiosa che lui stesso proclamerà fra poco, è imporre ai Padri conciliari che la pensano in modo completamente diverso da Lui di presentare come decisione del Concilio quella che è solo una decisione del Papa.

Se si tratta di obbedire, noi tutti siamo disposti a farlo, per grazia divina. Ma che il Santo Padre si assuma le sue responsabilità. È o no convinto di quello che intende fare? Allora non usi noi come copertura, come scudo. [...]

Il pomeriggio e la serata sono stati impiegati per mettere in allerta il Santo Padre. L’Ecumenico ha fatto in modo che tutti i cardinali dotati di capacità di visione, prestigio e coraggio cercassero il Santo Padre o gli mandassero delle lettere.

Ieri, prima della mia partenza (alle 11 dovevo andarmene: l’aereo era alle 12 e 40), abbiamo vissuto la mattinata più tenebrosa del Concilio. È stata aperta la sessione. Dei 40 membri ufficiali della commissione mista, ne erano presenti 37 con diritto di voto (ci sono vescovi che esercitano solo la funzione di periti, compreso lo stesso mons. Colombo). Ho avuto l’impressione che dei 200 periti non mancasse nessuno. Tutti convinti di vivere il momento più grave del Concilio.

Il cardinal Ottaviani ha protestato contro il fatto che i giornali italiani avessero già riferito con precisione l’invio delle 4 raccomandazioni a nome del Santo Padre. Lui stesso, Ottaviani, aveva proibito che la lettera del Santo Padre fosse pubblicata, proprio per evitare di dare l’impressione che il Papa fa pressioni sul Concilio [...].

È lo stile tipico della curia romana: agisce, senza il coraggio di agire. Agisce, e farisaicamente fa risultare che ufficialmente non ha agito. [...]

Cosa succederà? Lucifero e i suoi Angeli perturberanno il Concilio? Butteranno a perdere il caro Vaticano II? Ho chiesto l’intervento di Dio per intercessione di Papa Giovanni. E in questa veglia piena d’angustia (proprio quando Amsterdam mi apre tante speranze!) mi appello agli Angeli e alla Regina degli Angeli! Che facciano loro ciò che gli uomini non possono fare... Veni, Sancte Spiritus...

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