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EUROPA
Budapest: i movimenti rilanciano a Est
la "nuova evangelizzazione"

La "nuova evangelizzazione" va a Est, nei Paesi dell’excortina di ferro dove – insieme alla democrazia e alla prosperità – è arrivato con sorprendente rapidità il vento della secolarizzazione: il Congresso internazionale per la nuova evangelizzazione, iniziativa lanciata nel 2000 dal cardinale Jean-Marie Lustiger e giunto ormai alla quinta edizione, è arrivato quest’anno a Budapest e l’anno prossimo prenderà la strada di Varsavia. È la prima volta che l’incontro si svolge in un Paese dell’Europa orientale: l’arcivescovo di Budapest, il cardinale Peter Erdö, spiega che «gli scambi con le Chiese occidentali possono essere fruttuosi, perché ci portano il dinamismo delle loro nuove comunità. Questa nuova evangelizzazione», ha aggiunto, «riguarda le persone, le coscienze, riguarda la stessa vita interna della Chiesa che dev’essere sempre rinnovata e fecondata dalla luce del Vangelo; ma riguarda naturalmente anche la società e la cultura nelle circostanze storiche che ogni nazione vive».

Hanno partecipato all’incontro un gran numero di movimenti, dai Neocatecumenali alla comunità di Taizé, da quella dell’Emmanuele alle Beatitudini, incaricati di volta in volta di animare la preghiera mattutina nella cattedrale di Santo Stefano. Non sono mancate le iniziative più diverse per cercare di portare la Buona Novella per le strade: c’è chi ha scelto lo sport e chi le danze popolari zingare, e chi ancora offriva ai passanti la possibilità di «scrivere una lettera a Gesù». Una parrocchia – secondo quanto racconta il quotidiano francese La Croix – aveva allestito sul sagrato della Chiesa una «farmacia di Dio», pronta a offrire un rimedio a tutte le «ferite» dell’anima. I risultati sembrano essere stati positivi: una giovane "missionaria" ha raccontato che la gente era contenta di scoprire che, dietro a tutte queste attività, c’era la Chiesa cattolica: «Sono contenti di scoprire che non siamo una setta».

Di tono diverso, in questo contesto di fervore pastorale, è invece stata la giornata dedicata ai "martiri della fede": nella cattedrale di Esztergom, il vicario di Roma Camillo Ruini ha ricordato il cardinale Jozsef Mindszenty (primate della Chiesa ungherese incarcerato dal regime filosovietico nel 1948, liberato durante l’insurrezione del 1956 e rifugiatosi, dopo la repressione, nell’ambasciata americana e infine in Vaticano) con una Messa solenne in latino. Il cardinal Ruini ha anche letto un messaggio di incoraggiamento di Benedetto XVI ai partecipanti al Congresso.

Alessandro Speciale
   

ITALIA
I 90 anni dei Cooperatori paolini

   

Don Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia paolina, che aveva avvertito molto presto, e distintamente nella carismatica notte del 31 dicembre 1900, la necessità di «prepararsi a fare qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo», si mise subito in cerca di altre persone che, condividendo il suo stesso ideale, si organizzassero insieme con lui per realizzare il progetto che il Signore gli aveva ispirato. Cominciò perciò molto presto il suo dialogo con il laicato.

Dopo l’avvio dei due primi rami paolini (la Società San Paolo nel 1914 e le Figlie di San Paolo nel 1915), egli pensò a una specie di "terzo ordine" che abbracciasse i cooperatori dell’uno e dell’altro sesso: la prima (e più sollecitata) cooperazione fu quella spirituale: la preghiera innanzitutto. Abbondantissima fu anche la cooperazione economica: dai viveri alle offerte in denaro, ai mattoni e altro materiale per le costruzioni che stavano nascendo. Quando poi si stamparono le prime riviste, fu richiesta la collaborazione al suo apostolato specifico: scrivere, diffondere, far giungere il messaggio della salvezza al più grande numero di persone «con i mezzi più celeri ed efficaci».

Così, 90 anni fa, nel 1917 nasce l’Unione cooperatori apostolato stampa (Ucas), approvata il 30 giugno dal vescovo di Alba monsignor Giuseppe Re. Più tardi, c’è un cambio di nome, l’Unione diventa "Associazione". Don Alberione pensa i Cooperatori come «persone che capiscono la Famiglia Paolina e formano con essa unione di spirito e di intendimenti. Ne abbracciano, nel modo loro possibile, i due fini principali (santificazione e apostolato) e vi danno l’apporto loro possibile... La Famiglia Paolina confida a loro i suoi progetti, dà indirizzo per le opere da compiere, li rende partecipi delle pene e delle gioie, indica ai mezzi di santificazione mediante il periodico Il Cooperatore Paolino[...]. Tutti assieme si forma un’unione di persone che mirano e si aiutano a promuovere "la gloria di Dio e la pace degli uomini", secondo l’insegnamento di San Paolo».

A 90 anni di distanza, l’Associazione ha messo radici in ogni regione italiana e anche all’estero.

Chiamata a misurarsi con il moderno areopago della comunicazione sociale, a evangelizzare la cultura, l’Associazione si dedica a "fare la carità della verità", animando e sensibilizzando le famiglie, le comunità parrocchiali, i circoli ricreativi e culturali, gli ambienti di lavoro.

Angelo Montonati

   

AMERICA DEL NORD
Stati Uniti
La destra cristiana Usa attacca 
i candidati repubblicani troppo tiepidi

A poche settimane dell’avvio delle primarie che sceglieranno i candidati alle presidenziali Usa del 2008, la destra religiosa si divide. Per un problema che ha nome e cognome: il candidato repubblicano Rudolph Giuliani. L’ex sindaco italoamericano di New York, che da ragazzo pensò di farsi prete e ora è dato per favorito tra gli aspiranti del Grand Old Party, è divorziato tre volte e, soprattutto, difende la libertà di abortire. Difetti ben noti, nel pedegree di un candidato conservatore alla Casa Bianca, che però ad alcuni, nel corso dei mesi, sono sembrati insostenibili. Al punto che un gruppo di leader cristiani conservatori ha preso carta e penna per minacciare l’insubordinazione.

Guidati da James Dobson di Focus on the Family, i cinquanta dissidenti, riuniti a fine settembre a Salt Lake City (Utah), hanno stilato un proclama nel quale affermano chiaro e tondo che «se il Partito repubblicano nominerà un candidato pro-aborto, prenderemo in considerazione il sostegno al candidato di un terzo partito». La mossa è avventata e rischia di consegnare le elezioni ai Democratici. «Non posso immaginare un disastro peggiore per i conservatori nel campo sociale, economico e della difesa di vedere Hillary Clinton alla Casa Bianca», ha commentato l’attivista repubblicano Gary L. Bauer. «Ma credo che ci siano alcuni temi-chiave dei repubblicani – tasse basse, sicurezza nazionale e opposizione all’aborto – e nominare qualcuno ostile a uno di questi tre punti farà esplodere il partito».

"Rudy" Giuliani cerca di correre ai ripari. «Non sono affatto un pericolo», afferma ai nugoli di giornalisti che lo interrogano. E se già due vescovi cattolici, monsignor Raymond L. Burke di Saint Louis e monsignor Thomas J. Tobin di Providence, hanno pubblicamente affermato che gli negherebbero la comunione a causa della sua posizione sull’aborto, egli, come tutti gli altri candidati, non lesina nella sua campagna elettorale riferimenti a Dio e alla religione. «È una parte molto, molto importante della mia vita», dice.

Così spera di riconquistare i voti della destra cristiana. La quale, intanto, non è tenera neppure con gli altri candidati repubblicani. John McCain si è alienato la simpatia di molti definendo «un agente di intolleranza» il noto telepredicatore Jerry Falwell. Fred Thompson, prima esaltato, ha perso punti per aver osteggiato l’emendamento costituzionale contro i matrimoni gay. L’unico che si salva è Mitt Romney. Presente all’incontro-fronda di Salt Lake City, l’ex governatore del Massachusetts, un tempo piuttosto liberale sui diritti dei gay e l’aborto, nei mesi scorsi si è convertito alla posizione intransigente della Christian Right. Solo uno scoglio resta da sormontare: Romney è mormone, una religione che per molti evangelicals e cattolici non è neppure cristiana. Alcuni, per questo, sperano che segua l’esempio del cattolico John F. Kennedy che, in un discorso preelettorale, assicurò che non avrebbe preso ordini dal Papa.

Iacopo Scaramuzzi
   

AMERICA LATINA
Il presidente dei vescovi cileni chiede
un «salario etico» per i più poveri

Sull’onda del successo ottenuto come «facilitatore» nell’aspra vertenza tra la Corporacion nacional del cobre (Codelco), la compagnia statale del rame, e i lavoratori in subappalto, conclusasi con un accordo dopo 36 giorni di sciopero, monsignor Alejandro Goic, vescovo di Roncagua e presidente della Conferenza episcopale del Cile (Cech), ha proposto di «aprire un grande dibattito nazionale su come ridurre le scandalose differenze di reddito esistenti nel Paese», cominciando a sostituire l’attuale «salario minimo», pari a 200 euro, con un «salario etico» di almeno 350. «L’economia cilena è cresciuta e continuerà a crescere. In un Paese dove il 90 per cento degli abitanti credono in Cristo, bisogna distribuire questa ricchezza anche ai più poveri. Siamo in debito con loro», ha spiegato il presule. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, il Cile è il Paese più diseguale dell’America latina, in cui il 10 per cento più ricco della popolazione detiene il 47 per cento del Pil.

La proposta di monsignor Goic ha suscitato un acceso dibattito. Piccata la reazione di Evelyn Matthei, senatrice dell’Unione democratica indipendente, la principale e più reazionaria formazione dell’opposizione di destra, che ha accusato il vescovo di «non capire nulla di economia» e «fare demagogia» in modo «irresponsabile», alimentando «pressioni» dalle potenziali «conseguenze gravissime. Preferisce che panetterie e calzolerie chiudano? Darà lui lavoro a tutti i disoccupati?». Da queste dichiarazioni ha preso però le distanze il presidente del partito, Hernan Larrain, costringendo la senatrice a più moderate considerazioni sul fatto che «non si può indicare una cifra al salario etico. Se un’impresa paga metà di quello che potrebbe, anche se è di più di quanto propone il vescovo, non è etico. Mentre se una piccola impresa che lotta per sopravvivere dà il minimo con l’anima addolorata, questo salario è assolutamente etico». Monsignor Goic ha replicato: «Non sono un economista, ma nel contatto con la gente percepisco i drammi dei più poveri», aggiungendo che «senza maggiore giustizia sociale, esploderà il conflitto».

Il mondo degli affari si è invece diviso tra favorevoli, come l’Unione sociale degli imprenditori cristiani, e contrari, come la Confederazione della produzione e del commercio, mentre Eliodoro Matte, proprietario della Compañía Manufacturera de Papeles y Cartones e uomo più ricco del Paese, legato ai Legionari di Cristo, ha denunciato «il clima anti-imprenditoriale». Di «proposta coraggiosa» ha invece parlato il senatore socialista Pablo Letelier. La presidente della Repubblica, Michelle Bachelet, ha promesso di affrontare «l’inaccettabile vergogna dell’estrema disuguaglianza» e ha istituito il Consiglio per l’equità sociale "Verso un Cile più giusto" (nel quale è entrato padre Rodrigo Tupper, vicario della Pastorale sociale e per i lavoratori dell’arcidiocesi di Santiago),

Anche se monsignor Goic si era già schierato a fianco dei minatori in lotta per migliori condizioni di lavoro durante il regime militare, quando era vescovo ausiliare di Concepcion, e ha dichiarato di ritenere «valida e legittima» la Teologia della liberazione, invitando la Chiesa a una «autocritica molto sincera» davanti all’ingiustizia di «un continente in maggioranza cattolico» come l’America latina e auspicando che «i credenti si pongano all’avanguardia della giustizia sociale», già in luglio, nel documento Sfide di fondo nei recenti conflitti sindacali, l’episcopato aveva chiesto di estendere agli operai delle ditte subappaltatrici il diritto alla contrattazione collettiva e di «risolvere i drammatici problemi di povertà e precarietà dell’impiego che angosciano circa un milione di lavoratori».

A fine agosto poi, nella dichiarazione Senza giustizia sociale non c’è democrazia integrale, la Cech ha fatto appello a un «dialogo nazionale» al fine di «raggiungere intese tra governo e opposizione a favore dell’equità, così che le politiche pubbliche e le iniziative private promuovano la creazione di posti di lavoro, specie per i più bisognosi, e stimolino la produttività. È necessario arrivare anche a un accordo nazionale che dia all’educazione di qualità la meritata priorità. Crediamo che le decisioni economiche e le politiche pubbliche debbano essere sempre motivate dal bene delle persone, privilegiando i più poveri. Non possiamo rassegnarci all’ingiustizia sociale. Non possiamo separare l’etica dalla vita e dall’economia».

Mauro Castagnaro
   

AFRICA
In Algeria cristiani e musulmani 
celebrano insieme la fine del Ramadan

«Aidkum mubarak! Che sia una festa benedetta!». Sono giorni di festeggiamenti e di gioia da celebrare in famiglia, quelli dell’Aïd el Fitr, la festa di fine Ramadan. E anche la piccola comunità cristiana presente in Algeria ha condiviso con gli amici musulmani questo momento forte della vita del Paese. Del resto, quest’anno più che in passato, tutto il mese di Ramadan è stato occasione per incontrarsi e riflettere sulla possibilità di una convivenza nel segno del rispetto e dell’amicizia reciproci.

«Oltre ai numerosi inviti personali per lo F’tour, la rottura del digiuno al tramonto», spiega monsignor Henri Teissier, arcivescovo di Algeri, «quest’anno abbiamo constatato una grande attenzione, nelle conferenze tradizionalmente organizzate durante tutto il periodo di Ramadan, al tema del dialogo delle civiltà e della tolleranza nelle relazioni interreligiose». In particolare, fa notare l’arcivescovo, per la prima volta, «la Biblioteca nazionale, ovvero una struttura del governo, ha chiamato due cristiani libanesi, un sacerdote e una laica, per tenere una conferenza. Si tratta cioè di due persone che vivono il dialogo interreligioso all’interno della nazione araba, usando la lingua araba, davanti a una pubblico arabo. Non di stranieri come lo sono la maggior parte dei cristiani che vivono nel Maghreb».

È un segno positivo in un contesto come quello algerino, in cui la possibilità di una convivenza rispettosa tra diverse comunità religiose viene molto spesso messa in discussione, sia a livello ufficiale che nella vita quotidiana. Eppure, sempre durante questo Ramadan, gli algerini hanno potuto leggere su uno dei principali giornali francofoni, El Watan, alcune prese di posizione alquanto esplicite e coraggiose. In particolare, Ghaleb Bencheikh, presidente della Conferenza mondiale delle religioni per la pace, ha scritto senza troppi giri di parole: «In un momento in cui, alcuni gruppi indomiti, guidati da obiettivi demoniaci, prendono di mira gli stranieri che vivono nel Paese con azioni inqualificabili, noi affermiamo che non c’è altra via d’uscita che il dialogo delle culture, delle civiltà e delle religioni». E ha aggiunto: «Ma questo può avvenire solo se all’interno di ciascuna comunità si levano delle voci capaci di estirpare i germi di intolleranza che vi sono presenti».

«Questo interrogarsi della società algerina sul suo modo di vivere la religione», commenta monsignor Teissier, «è un aspetto importante. E deve stimolare anche noi cristiani a non continuare a lamentarci semplicemente dell’uso politico della religione. Dobbiamo, invece, essere capaci di vicinanza con tutti coloro che danno una lettura veramente spirituale della loro tradizione religiosa, aperta all’altro e rispettosa della differenza. Essere testimoni del tentativo di una lettura diversa della religione è una buona notizia per noi che aspettiamo il regno di Dio, come un Regno di rispetto dell’altro, della sua vita, della sua coscienza e della sua libertà».

Anna Pozzi

   

ASIA e OCEANIA
Australia: vescovo chiede riforme

Non capita spesso che le opinioni di un vescovo cattolico vengano paragonate alle 95 tesi di Martin Lutero, all’origine della Riforma protestante. È quello che è successo in Australia a Geoffrey Robinson, ex vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Sydney, in occasione dell’uscita del suo controverso libro Confronting Power and Sex in the Catholic Church: Reclaiming the Spirit of Jesus (John Garratt Publishing, Melbourne 2007). Robinson, esperto di diritto canonico, dal 1997 al 2003 ha presieduto il comitato della Conferenza episcopale australiana incaricato di affrontare la crisi provocata dagli abusi sessuali commessi dal clero. Dal lavoro di questo comitato è scaturito il documento Towards Healing, ancora oggi lodato da molti per la serietà con cui affronta il dramma degli abusi, ponendo al centro dell’azione ecclesiale il rispetto dovuto al dolore delle vittime. Nel volume, con puntigliosi riferimenti alle Scritture, Robinson mette sotto accusa millenni di tradizione ecclesiale sulla sessualità, invocando riforme radicali. Ma oltre a ciò, propone cambiamenti di fondo nella formazione seminaristica e nella liturgia, e l’abbandono della concezione presente nell’opera formativa dell’immagine di un «Dio arrabbiato», estranea alle Scritture. Ad alimentare il dibattito provocato dal libro di Robinson ha certamente contribuito la personalità dell’autore, uno studioso timido e riservato, mai distintosi prima per posizioni polemiche. Secondo padre Michael Whelan, preside della Aquinas Academy e fondatore del gruppo Catalyst for Renewal, le radicali proposte di riforma ecclesiale avanzate da Robinson saranno contrastate da quanti vogliono lasciare le cose così come stanno. Sul quotidiano The Australian, il giornalista conservatore Christopher Pearson ha invece ridimensionato i paragoni con Martin Lutero, sostenendo che il libro di Robinson contiene tesi ormai superate e sarà quindi presto dimenticato.

Stefano Girola

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