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CULTURA - RIPENSARE IL NOVECENTO

Il teorico del modernismo
di Giovanni Sale
scrittore di
Civiltà cattolica
  

Oggi è ignoto anche agli esperti di questioni religiose. Eppure il gesuita inglese George Tyrrell fu, insieme ad Alfred Loisy, il padre del modernismo. A tal punto che l’enciclica di Pio X che condanna quel movimento teologico è scritta contro i suoi saggi.
   

Un secolo fa, l’8 settembre 1907, veniva promulgata da Pio X l’enciclica dottrinale Pascendi dominici gregis, con la quale si condannava apertamente come ereticale tutto il movimento modernista. Questo all’inizio si era sviluppato soprattutto nei Paesi d’Oltralpe, in particolare in Francia, in Germania e in Inghilterra, e in contesti dove gli studi ecclesiastici (in particolare quelli biblici) si misuravano per la prima volta con le nuove metodologie critiche di ricerca. Tra i sostenitori del movimento in quei tumultuosi anni di inizio secolo ebbero grande notorietà due sacerdoti: l’abate bretone Alfred Loisy, professore di Sacra Scrittura all’Istituto Cattolico di Parigi, e un gesuita inglese, il teologo dogmatico George Tyrrell.

Una rara immagine del gesuita inglese modernista George Tyrrell.
Una rara immagine del gesuita inglese modernista George Tyrrell.

Ora, mentre l’opera di Loisy è ancora ricordata dagli studiosi – anzi il suo pensiero in ambito esegetico trova tuttora sostenitori convinti –, quella di Tyrrell è pressoché sconosciuta persino agli specialisti della materia teologica. Eppure egli ebbe un ruolo importante sia nella sistematizzazione della «dottrina modernista», sia nella sua divulgazione nel mondo della cultura laica. Va ricordato, inoltre, che i redattori dell’enciclica Pascendi, per la parte teologica, ebbero ben presenti (per censurarle e condannarle, naturalmente) le sue teorie.

Il "caso Tyrrell" scoppiò quando il primo gennaio del 1906 il Corriere della Sera pubblicò, anonimi, alcuni estratti della Lettera confidenziale ad un amico professore di antropologia, uno scritto che già da qualche tempo circolava in Italia clandestinamente tra i novatori. In questo scritto Tyrrell si rivolge a un immaginario professore di antropologia, angustiato in seguito ai suoi studi da gravi dubbi di fede a cui non riesce a dare risposta. Scrive l’autore: «la cosa è ben lungi dal produrre stupore poiché lo studio porta immancabilmente a dubitare; eppure», egli aggiunge, «sarebbe cosa grave pensare che l’ignoranza possa essere la sola condizione per conservare la fede». Sarebbe meglio allora allontanarsi dagli insegnamenti della Chiesa? Oppure perdere addirittura la fede? No, risponde l’autore, se teniamo ben ferma la distinzione tra due fondamentali concetti: cioè tra la «fede nella Rivelazione cristiana» e la «teologia» che cerca di tradurre questa rivelazione dal linguaggio poetico, immaginoso proprio degli antichi, nel linguaggio del pensiero scientifico contemporaneo, il quale cambia di generazione in generazione adeguandosi alle necessità dei tempi.

Papa Pio X ritratto insieme al cardinale Rafael Merry del Val, segretario di Stato vaticano.
Papa Pio X ritratto insieme al cardinale Rafael Merry del Val,
segretario di Stato vaticano.

Se dunque la fede cristiana non è una teologia, essendo questa un semplice strumento interpretativo e in più transeunte di essa, e neppure un sistema intellettuale al quale si deve obbedienza, allora l’unione con la Chiesa (cioè con la sua anima) non può essere inficiata da difficoltà scientifiche, le quali potrebbero sorgere quando la nostra fede fosse stata complicata dalle costruzioni dei teologi.

«In fondo», scrive Tyrrell al suo amico antropologo, «non è con la Chiesa che voi siete in conflitto, ma con i teologi; non è con l’autorità ecclesiastica, ma con una certa teoria concernente la natura, i limiti e i gradi di questa autorità e il valore dell’interpretazione delle sue decisioni [...] che voi siete in conflitto». E termina con una affermazione piuttosto forte, dicendo che il cattolicesimo attuale è soltanto un episodio passeggero della sua storia; forse esso deve «passare per la morte, per rivivere in una forma più grande e più sublime».

La Lettera, come era da prevedere, sollevò immediatamente dure proteste da parte di molti cattolici e l’arcivescovo di Milano, cardinale Ferrari, che era venuto a conoscenza dell’esatta identità del suo autore, ne diede subito comunicazione al generale dei gesuiti padre Luis Martín. George Tyrrell (1861-1909) fu immediatamente dimesso dalla Compagnia di Gesù e sospeso a divinis. Pochi mesi dopo egli decise di pubblicare con il suo nome il testo integrale dello scritto, al fine di eliminare le speculazioni e le false interpretazioni che si andavano facendo sul testo parziale della Lettera pubblicata sul quotidiano milanese.

Un primo piano di Alfred Loisy, il più noto tra i teologi modernisti.
Un primo piano di Alfred Loisy, il più noto tra i teologi modernisti.

Dopo che George Tyrrell fu allontanato dalla Compagnia, un vescovo francese domandò a Roma il permesso di poterlo incardinare nella propria diocesi; gli fu risposto che gli sarebbe stato concesso a patto che l’ex gesuita si fosse impegnato a non pubblicare più nessun libro e a sottoporre spontaneamente a censura la propria corrispondenza anche privata. Naturalmente Tyrrell non accettò tali richieste, che riteneva umilianti, e continuò fino alla fine dei suoi giorni la sua desolata peregrinazione, sentendosi sempre, come egli stesso ebbe a dire, intimamente unito all’anima della Chiesa, anche se non al suo corpo.

In verità, a quella data (1906) Tyrrell aveva già pubblicato i suoi scritti teologici più importanti. In particolare, già dal 1902 circolava con lo pseudonimo di Hilaire Bourdon, anche se in una ristretta cerchia di amici, il volume The Church and the Future. Esso venne denominato «le petit livre gris du modernisme anglais» e diventò il manifesto del modernismo teologico, così come i due libretti rossi di Loisy lo erano diventati per il modernismo biblico. Pare anzi che gli stessi redattori della Pascendi, nel tentativo di sistematizzare la nuova dottrina, si siano serviti in modo particolare di questo scritto di Tyrrell, poiché, secondo essi, conteneva tutte le teorie sospette dei modernisti sulla Rivelazione, sulla Chiesa, sul consensus fidelium e sul ruolo dell’autorità papale.

Sempre nel 1902 Tyrrell pubblicò Religion as a factor of life sotto lo pseudonimo di Ernest Engels. Romolo Murri prima lo pubblicò a puntate durante il 1904 nella sua rivista Cultura sociale e l’anno seguente in volume unico con il titolo Psicologia della religione e sotto lo pseudonimo di Sostene Gelli. In Italia il libro non passò inosservato nell’ambiente dei novatori; fu tuttavia il padre Enrico Rosa a metterne in luce, in uno dei suoi articoli sul modernismo teologico, gli errori di cui esso «rigurgitava».

Ma quanti prima dell’apparizione della Pascendi avevano capito la non conciliabilità delle teorie del gesuita modernista con alcune delle verità fondamentali del credo cattolico? Negli anni 1902-1903 erano apparse sotto pseudonimo le sue opere più significative e forse anche più complete dal punto di vista teologico, eppure ancora nel 1904 la Compagnia di Gesù, di cui egli era membro, e da cui sarebbe stato allontanato soltanto nel 1906, dopo la pubblicazione della Lettera ad un professore di antropologia, continuava a concedergli il nihil obstat per le sue pubblicazioni.

Dopo l’espulsione dal suo ordine e la conseguente sospensione a divinis, Tyrrell nel volgere di pochi mesi pubblicò tre opere che rivelarono chiaramente e senza mezzi termini la radicalità delle sue idee. Solo dopo questi fatti e in modo particolare dopo l’enciclica Pascendi, scritta in buona parte contro di lui, anche i non specialisti iniziarono a comprendere il vero significato di tanti suoi scritti spesso oscuri e ambigui. Non desta stupore, quindi, che Tyrrell abbia avuto lettori e difensori spesso non sospettati di modernismo, anche nel clero, fino al 1907.

Una foto molto rara di Pio X, mentre spiega il "suo" catechismo ai "suoi" parrocchiani: cittadini della Santa Sede e abitanti di Borgo radunati nei Giardini vaticani.
Una foto molto rara di Pio X, mentre spiega il "suo" catechismo
ai "suoi" parrocchiani: cittadini della Santa Sede e abitanti di Borgo
radunati nei Giardini vaticani
(foto Felici).

Gli scritti di Tyrrell ebbero tra i novatori italiani un’accoglienza entusiastica. Nel 1904 padre Giovanni Semeria presentò con grandi elogi negli Studi religiosi di Salvatore Minocchi la Lex orandi che il gesuita inglese aveva appena pubblicato, mentre la rivista di Murri non perdeva occasione per presentare ai propri lettori le novità che provenivano da oltre Manica. E fu Cultura sociale la prima rivista italiana a fare il nome di Tyrrell, e, come già abbiamo visto, essa pubblicò a puntate una sua opera. Mentre la rivista Il Rinnovamento, anch’essa di spirito apertamente modernista, ospitò diversi suoi articoli. In essa Tommaso Gallarati-Scotti prese ripetutamente le difese di Tyrrell indicandolo come «dopo Newman il più grande scrittore cattolico inglese», biasimando la ingiusta «persecuzione» di cui egli fu vittima da parte della Chiesa: «Noi dobbiamo osservare», egli scriveva, «che il vero scandalo oggi non viene dall’opuscolo, bensì dalla persecuzione di cui è vittima l’autore. La cui espulsione dall’ordine dei gesuiti ha portato come illegale conseguenza la sua esclusione dai sacramenti, nei quali crede, che egli desidera, e che la Chiesa non rifiuta oramai ai più grandi peccatori».

La Civiltà cattolica nello stesso mese della pubblicazione degli estratti della Lettera sul Corriere della Sera del 1° gennaio 1906, si occupò nella sua Rivista della Stampa della scottante questione. «Circola per l’Italia», si leggeva in essa, «un libretto anonimo di indole confidenziale, che non reca scritto né il luogo né la data della sua pubblicazione». «Alla difficoltà che abbiamo trovato nel procacciarcelo», continuava la rivista, «si deve concludere che l’opuscolo è destinato ad una cerchia di amici intimi, i quali in cose di religione si intendono tra loro». I gesuiti della Civiltà cattolica non rimasero certo inattivi e si rivolsero a loro volta ad amici milanesi per avere una copia del libretto incriminato. Un libraio milanese a un gesuita che gliene aveva fatto richiesta, così rispondeva per lettera: «Ho fatto ricerche dell’opuscolo ed ecco quanto mi è stato riferito. Esso è stampato dalla tipografia Pirola e Cella in piazza San Nazzaro. Ma esso non è affatto in commercio; esso è edito per conto esclusivo dell’autore, il quale vuole rimanere assolutamente incognito, e lo distribuisce gratis».

La stampa cattolica – e anche molti ambienti del mondo laico – dopo questi fatti non si occuparono più direttamente del "caso Tyrrell" e delle sue successive pubblicazioni, che pure furono numerose e notevoli. Su tutta la dolorosa faccenda fu steso un «velo di dimenticanza», condannando così il nome dell’ex gesuita inglese a una sorta di damnatio memoriae. Negli anni successivi molti scrittori cattolici, in particolare quelli gesuiti, si limitarono a combattere le sue teorie soltanto in linea generale, senza però portare avanti una battaglia anti-Tyrrell come qualche anno prima avevano fatto contro i petits livres rouges di Loisy.

Giovanni Sale
   

Lasciatelo morto!

Dopo la morte di G. Tyrrell, padre Herman Walmesley, assistente della provincia inglese dei gesuiti, scrisse in italiano il 15 luglio 1909 al padre Enrico Rosa sull’opportunità o meno di intervenire con qualche scritto polemico su alcuni «strascichi» dell’«affare Tyrrell»: «Sarei del parere di non scrivere nessuna risposta, eccetto forse una risposta generalissima. Pare che: 1. È meglio lasciare questo poveretto padre sepolto; 2. Non connettere più con il suo nome con la Compagnia, poiché la disputa è piuttosto una questione più generale tra i modernisti e la Santa Chiesa; 3. Non dare al nome di Tyrrell troppa importanza». In un’altra lettera, conservata presso l’Archivio della Civiltà Cattolica, lo stesso padre Walmesley ripeteva lo stesso principio: «Sono sempre di più persuaso che il silenzio è la migliore risposta».

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