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APPUNTI SUL COMODINO

Indossiamo anche noi 
l’abito effimero della spiritualità

di Ferruccio Parazzoli
scrittore

  

Ma guarda! Mentre in Italia centinaia di migliaia di persone, quelle che, in taluni casi d’eccezione, leggono e, forse, riflettono, sono sempre più affascinate da un pensiero fitto e incalzante che non è laico, che non è ateo ma, semplicemente, a-religioso e, di conseguenza, a-cattolico e, di conseguenza, a-monoteista – ecco sopravvenire, per puro caso mediatico, un’infatuazione di ritorno che si sovrappone a quella preesistente e si allarga anche su coloro che non leggono e che, forse, non riflettono. È il buddhismo.

«Domani indossiamo tutti qualcosa di rosso», incita la giornalista del telegiornale che, come di dovere, già lo indossa lei stessa sul suo mezzobusto. E perché mai? Per solidarietà con quelle centinaia di monaci buddhisti che marciano a mani nude, nelle loro tonache rosse per le strade di Rangoon contro la dittatura militare. È vero che il buddhismo non è laico, non è monoteista e nemmeno è ateo nonostante quanto se ne sia detto. Potremmo anche dire che non è una religione, non almeno come la intendiamo noi. Tuttavia l’immagine di quei monaci vestiti di rosso, con il cranio rasato, tranquilli, concentrati in se stessi, sono bastate a risvegliare quel desiderio di spiritualità che, al seguito dei pifferai che venivano a disincantarci delle nostre – per altro un po’ appassite – convinzioni religiose antiche e nuove testamentarie, avevamo momentaneamente abbandonato. Le mode del pensiero sono come le nuvole che, sospinte dal vento, vengono e passano, piegando e rialzando la debole erba del campo abbandonato a se stesso.

Mentre scrivo questi appunti che, come ogni altra cosa legata all’attualità del momento, sono effimeri, non so quanto durerà questo innamoramento buddhistico nella nostra omogeneizzata società e se, incrementata da editori e autori reduci dai trascorsi successi di mercato, tornerà l’ondata sospinta da quelle che vorrei chiamare "le piccole ragioni" e che mi fanno venire in mente un’immagine di quando ero bambino. Non giravano soldi per casa e di comprare maglie e maglioni nuovi al sopraggiungere dell’inverno, non se ne parlava proprio. Così mia madre e mia nonna disfacevano un paio di vecchie maglie monocolori per farne una terza bicolore per noi bambini.

L’immagine per me affascinante era proprio quella del disfacimento: trovato il bandolo, tutto il filo del tessuto veniva dietro e la maglia diventava sempre più corta, sempre più piccola, fino a scomparire. Era la facilità con cui, semplicemente tirando un filo, un’intera, complessa costruzione che era costata fatica e che aveva dato calore e vita, scomparisse interamente. Così mi è sembrato avvenisse ultimamente per le religioni. Qualcuno si è attaccato al bandolo, ha tirato il filo e tutto il tessuto se n’è venuto dietro. Questo, almeno, è quanto è sembrato avvenire alla folla dei seguaci incantati dal suono dei pifferai.

Il gioco al disfacimento ad opera delle "piccole ragioni" forse tornerà. Ma ora, stasera, mentre scrivo, indossiamo idealmente tutti "qualcosa di rosso". Il buddhismo ci ha conquistato. O meglio, i suoi monaci seri, concentrati, non violenti. Stasera siamo tutti "figli del Buddha". Che, se fosse un po’ vero, non sarebbe poi niente di male. Un famoso monaco e scrittore statunitense è stato uno dei più convinti studiosi del buddhismo: Thomas Merton, l’autore de La montagna dalle sette balze e di Nessun uomo è un’isola. Oplà, eccoci tornati spirituali, magari non cattolici, non monoteisti ma, almeno, spirituali. Al che mi faccio una irrispettosa domanda: riscuoterebbe lo stesso risultato un’analoga marcia di frati e preti cattolici per le strade di Roma se marciassero compatti, vestiti di nero, contro l’oppressione e la violenza? L’annunciatrice televisiva inciterebbe: «Domani indossiamo tutti qualcosa di nero»? Onestamente non so darmi e non voglio darmi una risposta. Certo, ricordo l’entusiastica ammirazione per i preti della Teologia della liberazione quando si opponevano ai regimi di forza e alla miseria. Ma erano altri tempi e noi – io – eravamo molto giovani. Furono disapprovati e condannati: purtroppo non pochi di loro avevano imbracciato il mitra. I monaci rossi, no. E di Helder Camara, il piccolo vescovo di Recife, non ce n’erano molti in giro, almeno che si sapesse, anche se, di certo, ancora oggi, di sconosciuti Helder Camara sono convinto ce ne siano tanti sparsi per il mondo.

Che dire, dunque? Accontentarci per il momento di allargare il nostro spirito – senza disfare la maglia di lana che ci ha tenuti caldi nelle giornate di freddo – con un profondo "Om"? Guardo la ciotola birmana che pende sopra il mio comodino in compagnia di un grappolo di rosari tibetani e mi abbandono al sonno anche se "domani" non è "un altro giorno", come diceva quella tale signora, ma è il risultato di quanto siamo oggi e siamo stati ieri.

Ferruccio Parazzoli

Jesus n. 11 novembre 2007 - Home Page