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In questa pagina, un altro capolavoro contenuto nel catalogo della mostra di Illegio pubblicato da Skira: Nicolò e Giovanni, Il giudizio universale, 1061-1071, custodito nella Pinacoteca dei Musei Vaticani. Questo dipinto, a tempera e oro su tavola di castagno, proviene originariamente dal monastero femminile di San Gregorio Nazianzeno presso Santa Maria in Campo Marzio.

 

DossierApocalisse: l’oro e il diaspro

Il ritorno dell’Anticristo,
la scimmia e il Messia
di Paolo Pegoraro
  

Relitto teologico, oggetto di eccentriche speculazioni e di dozzinali film horror, la figura dell’Anticristo perpetua il monito a vigilare, cercando il regno di Dio oltre le sue falsificazioni. Perché più diabolico del male è il bene apparente.
   

Destino curioso, quello dell’Anticristo. Scomparsa dalla riflessione teologica, l’ascesa di un "messia del male" continua ad affascinare l’immaginario più commerciale: affolla tanto il più bieco revival di cinema millenarista – oltre a film più riusciti come Rosemary’s Baby (1968) o L’avvocato del diavolo (1997) – come pure i manga di Naoki Urasawa o Kentaro Miura. Insomma, oggi l’Anticristo è cosa da B-movie o da fumetti giapponesi. Eppure ha una storia antica. E pochi sanno che il nome «Anticristo» non compare nell’Apocalisse, anche se di lui si parla già nei primi scritti del Nuovo Testamento.

La figura di un avversario che si contrapporrà a Dio alla fine della storia è testimoniato in testi extrabiblici (Testamento di Levi III,3), come pure nell’Antico Testamento (Dan 7,19-27), dove l’oppressivo dominio di Antioco IV viene stigmatizzato a simbolo del male.

Che l’avvento del Messia trovasse resistenze era nozione condivisa nel giudaismo, ma soltanto con la confessione della fede nella divinità di Gesù comincia a delinearsi il profilo individuale dell’Anticristo come agente umano, storico, non sovrapponibile al potere demoniaco. La così detta "apocalisse sinottica" contenuta nel Vangelo di Marco (13,21-23), ad esempio, mette in guardia contro «falsi cristi e falsi profeti» che tenteranno di sedurre gli eletti attraverso segni e prodigi.

Una descrizione più accurata, e al singolare, ce la fornisce l’apostolo Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi (2,3-4.8-10), dove assicura che il ritorno glorioso di Cristo non avverrà «se prima non viene l’apostasia e non si rivela l’uomo dell’iniquità» che, in linea con il peccato delle origini, «s’innalza su tutto ciò che è chiamato Dio o che è oggetto di culto, fino a sedersi egli stesso nel trono di Dio, dichiarando se stesso Dio». Sarà Ireneo di Lione a identificare questa figura con la bestia che sale dal mare in Ap 13,1-3 per poi ricevere dal drago, come scrive Paolo, «ogni genere di potenza, con miracoli e prodigi di menzogna».

A sorpresa, il vocabolo antichristos compare esclusivamente nella prima lettera di Giovanni, che ne annuncia la venuta futura, anche se molti «anticristi» già sono all’opera; egli sarà «colui che nega che Gesù è il Cristo» (1Gv 2,22; 4,3; 2Gv 7).

Sorprende che a dilungarsi tanto sul tema sia proprio la Prima lettera di Giovanni, nota ai più come la lettera sull’amore di Dio, quasi che l’autore volesse chiarire la differenza tra la rivelazione autentica – «Dio è amore» – e ciò che questa rivelazione scimmiotta, «L’Amore – ma quale? – è Dio». In effetti la logica dell’imitazione, coma ha rilevato Rinaldo Fabris, è alla base di molti simboli dell’Apocalisse: proprio come la grande prostituta è la caricatura della donna vestita di sole, così il drago onnipotente, che è la parodia del Padre, dona il suo potere alla bestia che sale dal mare, imitazione dell’Agnello sgozzato ma vivo. Se per i Padri della Chiesa Satana è l’invidiosa simia Dei, per le Scritture l’Anticristo è una contraffazione del Messia.

Il nocciolo della riflessione scritturistica, tuttavia, fu per lo più accantonato perché troppo forte, ieri come oggi, era il fascino esercitato dal miraggio di codici segreti che solo pochi eletti avrebbero saputo decriptare. Basta dare uno sguardo alle interminabili interpretazioni attribuite al famoso 666 attraverso la gematria, cioè l’equazione del valore numerico di una parola. Ireneo vi lesse Lateionos (impero latino) o Teitan (Titano), altri Qesar Neron (Nerone), Therion (cioè «bestia» in greco), ma anche Gaios Kaisar (Caligola); e poi Innocenzo IV, Luigi XIV, Napoleone... La storia dell’Anticristo, scrive Bernard McGinn, è «la storia degli odi e delle paure dei cristiani» che finisce col demonizzare – letteralmente – gli avversari.

Nasce una vera e propria retorica dell’Anticristo pronta per calunniare gli avversari, sconfessare eretici e scismatici, attaccare Papi e imperatori, polemizzare contro riformatori e antiriformatori della vita monastica. Ci sono delle eccezioni, naturalmente. Come già Origene e Agostino, Gregorio Magno applica un’esegesi ampia, interiorizzata, che passa al setaccio la propria coscienza prima di accusare l’esterno, concludendo che «l’opera dell’Anticristo si compie quotidianamente tra i malvagi». Non è la regola, purtroppo. Straordinaria diffusione ebbe la vita dell’Anticristo composta dal monaco Adso verso il 950, una sorta di agiografia rovesciata che compendiava tutte le credenze sul tema. Ma anche maggiore fu il successo del Commento all’Apocalisse di Gioacchino da Fiore, dove s’identifica la bestia che sale dal mare con un re potentissimo, «quasi imperatore di tutto il mondo», e la bestia che sale dalla terra con «un pontefice universale del mondo intero».

La strada per l’identificazione dell’Anticristo con un Papa era aperta. I primi ad adoperarla furono i movimenti pauperistici radicali contrari a Bonifacio VIII, ma è in seguito allo scisma d’Occidente che l’attesa dell’Anticristo si fa spasmodica. L’Anticristo è ovunque: nella predicazione dei santi Vincenzo Ferrer e Bernardino da Siena, nel ciclo pittorico di Luca Signorelli presso il duomo di Orvieto, nella retorica antipapale di John Wycliffe e Jan Hus... I tempi sono maturi. Alla Bolla di scomunica del 15 marzo 1520 Lutero risponde con un secco: «Colui che dettò la Bolla, io e voi tutti lo si deve ritenere per l’Anticristo!». Ne seguirà un tale abuso ideologico e iconografico che l’idea stessa di Anticristo finisce per consumarsi e perdere ogni forza. Ricompare, di tanto in tanto, come capo di accusa, ma è stanca ripetizione. L’ultima apparizione degna di nota sono i bizzarri calcoli con cui Isaac Newton tenta di stabilirne l’avvento.

Solo sul crinale tra XIX e XX secolo la riflessione sull’Anticristo torna ad alzare la testa, ma lo fa attraverso la letteratura, riavvicinandosi inaspettatamente alla riflessione biblica. Gli Anticristi del nuovo secolo sono figure benevole che realizzano il paradiso in senso esclusivamente orizzontale – scimmiottando cioè il paradiso autentico –, quasi profetizzando il progetto utopico dei grandi totalitarismi a venire. Punto di partenza è il Grande Inquisitore inscenato da Fëdor Dostoevskij ne I fratelli Karamazov, un uomo che, sebbene non possa identificarsi con l’Anticristo, ne ha sposato la causa. È nel Regno di Dio senza Dio che l’Inquisitore auspica «tutti saranno felici e non si ribelleranno più, non si uccideranno più a vicenda come hanno fatto dovunque al tempo della Tua libertà».

L’unico costo? Che ognuno gli affidi l’intollerabile peso della propria libertà individuale. In cambio avrà pane, miracoli e misteri. Nel 1887, pochi mesi prima di crollare sotto la malattia mentale, Friedrich Nietzsche conclude L’Anticristo, pamphlet destinato a «chiudere i conti» con il cristianesimo, che il filosofo tedesco riduce a un mancato umanitarismo: «Si vede che cosa ha trovato termine con la morte sulla croce: un nuovo avvio, assolutamente originario, a un pacifico movimento buddhistico, a una effettiva, e non semplicemente promessa, felicità sulla terra».

Ma è con il grande pensatore russo Vladimir Solov’ev che l’argomento torna alla carica. Nel 1899, in polemica con Nietzsche e con la religione dell’umanità tolstoiana, egli conclude i Tre dialoghi e un breve racconto dell’Anticristo. La venuta dell’Anticristo è descritta non come rifiuto della fede, ma come sua assimilazione: «Il nome di Cristo sarà sfruttato da tutte le potenze umane che nelle azioni e nello spirito sono estranee e direttamente ostili a Cristo e al suo Spirito». Racconta poi una possente parabola sul futuro. Il presidente degli Stati Uniti d’Europa è bello, eloquente, spiritualista: «Un filantropo, compassionevole e amico non solo degli uomini ma dei viventi». Nel primo anno di governo istituisce la pace mondiale. Nel secondo anno sconfigge la miseria e la fame instaurando «l’uguaglianza della sazietà universale». Nel terzo anno invita un taumaturgo a deliziare la popolazione mondiale con prodigi e meraviglie. Ma quando gli viene chiesto di confessare l’unica signoria di Gesù, rivela la sua natura di Anticristo e scatena la persecuzione contro ebrei e cristiani... La conclusione? Alle porte di Gerusalemme.

Sulla stessa linea Robert Hugh Benson, pastore anglicano convertito al cattolicesimo, scrisse giusto un secolo fa Il padrone del mondo (1907), un inquietante romanzo dove la globalizzazione come la conosciamo oggi è già realtà. Anche qui l’Anticristo viene prima eletto presidente d’Europa e poi del mondo: è Julian Felsenburgh, il politico di cui il mondo ha bisogno, carismatico, pacifico, convinto dell’inconciliabilità tra umanesimo e cristianesimo. Giunge anche qui la persecuzione... Ricordiamo infine i sette romanzi inaugurati da Il nemico (1996), in cui Michael O’Brien ha ripreso questi spunti, sviluppandoli all’interno in una massiccia struttura teologica, che talora prevale sull’aspetto romanzesco ma non ne intacca la godibilità. L’originalità di O’Brien sta nell’essersi posto radicalmente la questione: può un uomo essere predestinato a diventare l’Anticristo? Che ne sarebbe del suo libero arbitrio? Da questi interrogativi il romanzo imbocca una strada piuttosto insolita ma cristianamente sensata. La missione del protagonista, padre Elia, non sarà quella di opporsi e sconfiggere l’uomo eletto presidente della Federazione degli Stati europei, quanto invece quella di «salvargli l’anima» evitando che divenga il nuovo Anticristo.

A conti fatti, se nella figura dell’Ultimo Nemico si concentrano le inquietudini di un’epoca, allora possiamo ben scorgere l’ansia che la religione del benessere e la scristianizzazione dell’Europa hanno alimentato nel nostro secolo. Ansia che non deve trasformarsi in una paralizzante chiusura in se stessi ma piuttosto rinvigorire, incoraggiare, spingere a riscoprire qual è il cuore pulsante e insostituibile della fede. Perché, scrive O’Brien, «guardare nell’oscurità e vedere la vittoria di Cristo è l’essenza della speranza».

Paolo Pegoraro
   

I tanti modi per leggere l’Apocalisse

Domani non sarà un buon giorno, o almeno così sostengono molti scrittori che hanno rimpinguato il filone della distopia ovvero dell’utopia negativa. Un futuro angoscioso, governato da società totalitarie e onnipervasive, viene prospettato da Aldous Huxley ne Il mondo nuovo, da George Orwell in 1984, da Fahreneit 451 di Ray Bradbury. E non va certo meglio se apriamo la tetralogia catastrofista di James G. Ballard, La macchina del tempo di Herbert G. Wells, per non parlare delle opere di Kurt Vonnegut. 

L’olocausto nucleare fa da sfondo tanto allo splendido Un cantico per Leibowitz di Walter Miller jr. (1961) quanto al recentissimo La strada di Cormac McCarthy, vincitore del Pulitzer 2007. Dove collocare, allora, l’Apocalisse? Tra i libri utopici o tra quelli distopici? Né tra i primi né tra i secondi. Kathleen Norris, oblata in un monastero benedettino nel North Dakota, scrive che l’Apocalisse è un’opera profondamente realista perché «rivela il mondo così com’è» e allo stesso tempo «ci offre una speranza amara e tonificante, come la speranza che palpita al pronto soccorso o al reparto di terapia intensiva». Il testo della Norris è contenuto all’interno di Apocalissi. Ventidue modi di leggere la Bibbia (Isbn Edizioni, 2007), un volume eterodosso e scoppiettante che raccoglie alcune introduzioni ai libri biblici affidate dall’editore Jamie Byng a rockstar (Bono, Nick Cave), scrittori (David Grossman, Antonia S. Byatt), artisti dello spettacolo e personalità come il Dalai Lama.

Segue: L'Apocalisse? Vademecum della vita della Chiesa

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