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È una delle parti della Bibbia che più hanno segnato la cultura occidentale. Ma a volte per le ragioni sbagliate. L’Apocalisse infatti è stata spesso equivocata: non si tratta di un ricettario di punizioni o del manifesto di un millenarismo catastrofista, ma lo svelamento dell’azione salvifica di Gesù Cristo.

In questa pagina, diversi particolari di un’immagine tratta dal catalogo della mostra di Illegio su l’Apocalisse, l’ultima rivelazione: Beatus di Liebana, Commentario dell’Apocalisse, pergamena dell’XI secolo, conservata alla Biblioteca nazionale di Parigi.

Un’altre immagini del catalogo della mostra di Illegio: l’Apocalisse della Bibbia di San Paolo fuori le mura, Reims 870 d.C. circa, conservata a Roma, nella basilica di San Paolo fuori le mura.

 

DossierApocalisse: l’oro e il diaspro

Il libro della speranza
di Piero Pisarra
  

Dossier – Apocalisse: l’oro e il diaspro.
 
 
L’Apocalisse è un libro bianco come la grazia di Dio e rosso come il suo furore. Costruito sui simbolismi dei colori e delle pietre preziose, è anche uno dei libri della Bibbia che più hanno colpito l’immaginario dell’uomo occidentale. Ma proprio per questo, assai spesso equivocato. 
Non si tratta, infatti, di un catalogo degli orrori o di drammatiche profezie, bensì del preannuncio immaginifico del gioioso secondo avvento del Signore Gesù Cristo.
   
  
 

Rumore e furore. Canti, inchini, processioni e genuflessioni. Angeli con la tromba. Volute di incenso. Mostri. Draghi. Un fuoco d’artificio da far impallidire Hellzapoppin. E poi un repertorio di simboli. Un dramma cosmico che ha acceso speranze, alimentato sogni di rivolta. Un oscuro racconto, in cui leggere in filigrana l’eterna lotta tra il bene e il male, la distruzione del mondo e la sua rigenerazione.

Pochi altri libri hanno segnato così in profondità la cultura occidentale quanto l’Apocalisse. Spesso per ragioni sbagliate. E tuttavia da prendere sempre sul serio, come indizi, tracce, sintomi di un’inquietudine profonda, di un malessere troppo a lungo covato e che, di epoca in epoca, finisce per trasformarsi in ribellione aperta, sogno utopico di una città nuova.

Per quale strano motivo questo piccolo libro, in cui confluiscono l’immaginario del tardo giudaismo, le visioni dei profeti, i miti e i mostri di una copiosa letteratura orientale, è diventato sinonimo di catastrofe, disastro, distruzione, sconvolgimento? Per quale equivoco designa – nel linguaggio comune – un catalogo di orrori, un mondo cupo in cui regnano il disordine, il caos, strepiti e urla? Per quale gigantesco malinteso l’attesa gioiosa del Figlio dell’uomo che viene sulle nubi si è trasformata nella celebrazione del furore di Dio?

Forse perché l’Apocalisse è dinamite, anzi materia incandescente da maneggiare con gli strumenti adeguati o con le dovute precauzioni. O forse perché in essa l’umanità ha trovato il riflesso di paure ancestrali, lo specchio di un’angoscia che viene dai sotterranei della storia e dagli abissi del cuore. O perché in quelle pagine scorgeva una promessa di redenzione, un’idea di riscatto per i dannati della terra, l’annuncio di un mondo in cui le ingiustizie, la malattia e la morte sarebbero state vinte.

L’Apocalisse è stata letta come un rebus, una raccolta di enigmi in cui il simbolismo dei numeri svolge un ruolo di primo piano. Oppure in maniera rozzamente letterale come l’annuncio di flagelli e di minacce. O, ancora, come l’allucinato poema di un giudeo-cristiano visionario che, tra le righe, inveisce contro il potere imperiale di Roma, nuova Babilonia.

«È il libro più detestabile della Bibbia», scrisse David H. Lawrence, il celebre avventuriero inglese, antenato dei tanti atei bigotti di oggi, incapaci di applicare al testo quegli stessi criteri scientifici che pretendono di mettere in pratica in altri campi. Lawrence fu traumatizzato da un’educazione puritana in cui dominava l’evocazione del castigo divino, vittima di una lettura fondamentalista come quella ancora in voga presso molte sette, americane e non. Una lettura di cui il millenarismo, questo fiume carsico che attraversa la storia e che di tanto in tanto riaffiora travolgendo gli argini della ragione, è l’elemento centrale.

Da Tertulliano a Gioacchino da Fiore, da Fra’ Dolcino a Thomas Müntzer e agli Anabattisti, fino a Marx e Bakunin e ai rivoluzionari di oggi, il filo rosso dell’Apocalisse lega esperienze disparate, contraddittorie. E, tuttavia, accomunate dalla ricerca di un orizzonte nuovo, di una giustizia da imporre, se necessario, anche con le armi.

Il millenarismo nasce dall’interpretazione letterale del capitolo 20 dell’Apocalisse, là dove è detto che un angelo, sceso dal cielo con la chiave dell’abisso, «afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò per mille anni, perché non seducesse più le nazioni».

Passaggio tra i più enigmatici del Nuovo Testamento. All’origine di un sogno che ricorre quando non sembrano esserci vie d’uscita e l’orizzonte è troppo cupo. Lo "schema" millenarista prevede infatti una fase di crisi acuta, un conflitto tra il bene e il male, segnato da tribolazioni e sofferenze, ma con la promessa della vittoria finale e l’avvento di una nuova èra.

Poche idee nel corso della storia si sono rivelate così feconde e così disastrose, portatrici di progresso e di mostruosità, di aspirazioni all’uguaglianza e di atroci violenze. Il millenarismo ha attraversato le epoche e le frontiere, mantenendo viva la stessa ansia e la stessa aspirazione alla felicità. Perché – come l’utopia – esso è «nostalgia del futuro», secondo la formula dello storico Jean Delumeau. Nostalgia di un regno di pace e di beatitudine. Un’epoca d’oro da opporre alle banalità, alla monotonia e ai mali del presente. Frutto di un malinteso, di una grossolana interpretazione letterale, l’idea millenarista fu contestata già da Origene e da Agostino (che nei mille anni vedeva il tempo della Chiesa e nella prima resurrezione, la rinascita battesimale di ogni cristiano). Non si può ridurre, dunque, l’Apocalisse a un duello o a un western in technicolor tra il bene e il male. Affresco grandioso, visione fantasmagorica di un dramma che si compie nei cieli e nel cuore di ognuno, essa è come il libro che l’angelo ordina a Giovanni di ingoiare: in bocca dolce come il miele; nelle viscere, amaro come l’assenzio (10,8-11).

Una successione di scene che con la loro potenza hanno influenzato per sempre il nostro immaginario. A cominciare dalla prima visione, quando Giovanni, rapito in estasi, ode una voce «come di tromba» che gli ingiunge di scrivere in un libro quello che vede e di mandarlo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatira, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea. Ecco allora «uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro». «I capelli della testa erano candidi», aggiunge l’autore, «simili a lana candida come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza» (1,13-16).

Questa è soltanto la prima della lunga serie di immagini di cui si sarebbero impadroniti gli artisti sui timpani delle chiese romaniche (a Moissac, Carennac, Beaulieu), nei manoscritti miniati, nel bestiario fantastico delle cattedrali gotiche. E poi Albrecht Dürer in una serie di quindici incisioni (1498).

Già in questa scena liminare troviamo il simbolismo dei colori, con l’insistenza sul bianco, perché il significato del libro, come ha notato Pietro Citati, «sta tutto in questo contrasto di pietre e di colori, tra il diaspro e il sardio, tra il bianco e il rosso». «L’Apocalisse è un libro bianco come la grazia di Dio e la purezza, i capelli e la veste di Jahve nel libro di Daniele, gli abiti di Gesù il giorno della Trasfigurazione, le vesti del gran sacerdote ebraico, di Salomone, degli angeli sul sepolcro di Cristo; ed è un libro rosso come il male, il furore di Dio, gli abiti macchiati di sangue di Jahve nel libro di Isaia, le vesti dei sacerdoti di Dioniso, degli imperatori romani e dei condannati a morte».

Bianco e rosso, diaspro e sardio, vetro cristallino e fuoco. La grammatica dei colori e delle pietre preziose è applicata anche alla descrizione della Gerusalemme celeste, con i dettagli che avrebbero incantato gli artisti. A cominciare dai miniatori – Maius, Florentius, Facundus, Ende e gli altri di cui non ci è giunto il nome – che illustrarono i commentari di un oscuro monaco delle Asturie, Beato di Liebana (VIII secolo), dando vita a un ciclo tra i più affascinanti della storia dell’arte.

Nelle pagine dei commentari, copiati e ricopiati nei monasteri fino all’autunno del Medioevo, c’è tutto il potere di suggestione dell’Apocalisse, con le sue battaglie cosmiche, Gog e Magog, i simboli e i messaggi cifrati di cui abbiamo perso la chiave. I disegni stilizzati dei Beatus, la loro invenzione grafica, la scomposizione dello spazio in grandi fasce orizzontali, l’esplosione dei colori che avrebbe fatto invidia a Gauguin e a Picasso, colgono il messaggio centrale delle visioni di Giovanni: l’adorazione di un Messia che è già venuto, Alfa e Omega della storia. Perché se l’Apocalisse non è un catalogo di sciagure, un elenco di cataclismi cosmici, essa è la rivelazione, lo «svelamento» dell’azione salvifica di Gesù Cristo. Non un libro sulla fine, sui tempi ultimi. Non una profezia di ciò che dovrà accadere, ma un resoconto visionario di ciò che è già accaduto e continua ad accadere.

È questa la tesi di Eugenio Corsini in un libro del 1980 (Apocalisse prima e dopo), ripubblicato nel 2002 con un titolo più esplicito: Apocalisse di Gesù Cristo secondo Giovanni (Sei, Torino). L’apocalisse di cui parla Giovanni riguarderebbe insomma il rivelarsi di Gesù Cristo nella storia della salvezza. «Un’azione», scrive Corsini, «che non è incominciata con la sua venuta storica, con l’evento pasquale e la fondazione della Chiesa, ma ha avuto inizio con la creazione del mondo, dal momento che fin da allora egli "è stato sgozzato" e fin da allora esiste un "libro della vita" che è di sua proprietà e in cui sono scritti da sempre i nomi dei salvati».

In questa chiave, l’Apocalisse giovannea è la ricapitolazione di una storia che «ha avuto la sua manifestazione suprema nella morte di croce e nella risurrezione, e da allora continua fino alla fine del mondo nella vita della Chiesa». Tesi suggestiva. E che, tuttavia, non può mettere in ombra la tensione verso il nuovo presente nelle pagine di Giovanni, il ripetere che il tempo è vicino, l’uso dell’esclamazione «Vieni!». Non una storia già scritta, non un film già visto, dunque. Perché in quest’opera neotestamentaria «esiste una tensione verso un punto d’arrivo finale», come ha scritto un altro grande studioso, Ugo Vanni. Una tensione messa in luce dalla struttura letteraria, dal crescendo di immagini e dal tempo che scorre veloce.

Rifiutando di ingigantire il già a detrimento del non ancora, l’Apocalisse consente di riscoprire – quando sono ormai cadute le speranze ideologiche che hanno dominato la scena degli ultimi secoli – il duro nocciolo della speranza, quella speranza che, secondo Sergio Quinzio, «è la più consapevole della sua radicale difficoltà, quella che non bara al gioco, quella che osa guardare senza autoingannarsi alla tragicità della sua situazione». Perché, come la grazia, anche la speranza – ci dice l’Apocalisse – è a caro prezzo.

Piero Pisarra

Segue: Il ritorno dell'Anticristo, la scimmia e il Messia

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