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UNA CITTÀ, UNA DIOCESI - TRIESTE

Intervista a Eugenio Ravignani
Verso un’alba di riconciliazione
di Annachiara Valle – foto di Matilde Gattoni
  

«È una città che ha bisogno di riconciliarsi con la sua storia». Monsignor Eugenio Ravignani, nativo di Pola e vescovo di Trieste dal 1997, conosce bene il passato della sua terra, gli anni dell’irredentismo, della guerra, dell’occupazione tedesca e le lacerazioni che ancora pesano sulla memoria di italiani, sloveni e croati. «Non arriveremo mai a una lettura condivisa dei fatti», spiega il vescovo, pensando agli anni in cui si sono consumati odii e violenze, «ma, nel rispetto reciproco, possiamo e dobbiamo arrivare a qualcosa di più: alla riconciliazione. E giungere, per una via cristiana, al perdono che solo porta alla pace». Nel suo stemma episcopale c’è un mare limpido, che lascia intravedere l’alba, e il motto «Dunc dies elucescat» («Fin quando non spunti luminoso il giorno». Ed è per rendere possibile questo sorgere che il vescovo e tutta la diocesi si stanno impegnando in un cammino di purificazione della memoria.

Monsignor Eugenio Ravignani.
Monsignor Eugenio Ravignani.

  • Come ci si muove in una diocesi così complessa?

«Con molto rispetto, come hanno fatto anche i vescovi venuti prima di me. Con una comprensione del territorio, con una vicinanza alla gente, con una conoscenza della storia, con gesti di accoglienza e riconciliazione. Nel 2000, in occasione della festa di San Francesco di Sales, ho fatto un appello alla città proprio per la purificazione della memoria. Non l’ho fatto in cattedrale, ma con i giornalisti, perché penso che questo messaggio debba essere rivolto a tutti i cittadini, non solo ai credenti. Qui a Trieste la questione della convivenza è al primo posto, dobbiamo fare i conti con presenze autoctone di persone che parlano lingue diverse e con una realtà di carattere ecumenico specifica per la nostra città».

  • Nonostante questo travaglio, Trieste sembra una città accogliente. È solo apparenza?

«Direi di no. Trieste è una città a misura d’uomo, potremmo dire tollerante, anche se questa è una parola che amo poco. La usò Maria Teresa d’Austria, quando ammise gli altri culti dando loro, appunto, la "patente di tolleranza". Io credo, però, che bisognerebbe andare oltre questa semplice definizione. Credo che i triestini possano farlo perché hanno questo senso di accoglienza e di accettazione. C’è un rispetto per l’altro abbastanza radicato, che nasce dal vivere accanto, dalla quotidianità. Le tensioni sono di carattere nazionalistico e politico. Se riusciamo a superare, in una visione cristiana, queste contrapposizioni, mi pare che già costruiamo».

  • Come superare le tensioni?

«Con un dialogo franco e aperto, fatto seriamente. Che vuol dire affrontare le questioni, non dire un generico "lasciamo andare". Credo che Trieste sia una delle città in cui questo dialogo tra le diverse componenti etniche, culturali e religiose è davvero pane quotidiano. Questa città è un po’ un laboratorio e forse la Chiesa può dare un buon esempio mostrando come nell’ambito delle diverse confessioni religiose, qui, ci sia comprensione, armonia, accoglienza».

Il vescovo di Trieste, monsignor Ravignani.
Il vescovo di Trieste, monsignor Ravignani.

  • Un cammino che è già cominciato?

«Sì, l’ho ereditato dai miei predecessori. All’inizio, era il 1967, si facevano preghiere comuni "contingentate", cioè vi partecipavano un egual numero di persone di ogni confessione. Il numero era stabilito in 50 a testa, non uno di più. Adesso siamo passati alla liturgia della Parola che concordiamo insieme. E, in più, ci sono rapporti intensi e fraterni fra i vari responsabili e iniziative di approfondimento biblico. Negli scorsi anni è nato un gruppo ecumenico che è poi diventato interreligioso. Si sceglie un tema di riflessione condiviso e, con cadenza bimensile, cattolici, islamici, protestanti, ortodossi si riuniscono per discuterne. Abbiamo visto che ciò che un tempo era semplicemente rispetto reciproco oggi è diventato necessità di incontrarsi».

  • Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, quali sono le specificità di Trieste?

«Credo che siamo totalmente uguali al resto d’Italia, almeno per quanto riguarda la secolarizzazione. Anzi, se abbiamo una particolarità è quella di anticipare fenomeni che poi si riscontrano nel resto del Paese. Questo avviene per quella che io definisco una sana laicità della nostra città. Uno dei nodi da affrontare è il rapporto con i giovani. Ci sono anche persone impegnate, ma la sostanza è che abbiamo un po’ perso il contatto con le nuove generazioni. La loro indifferenza denuncia un’insufficienza di quello che noi siamo stati capaci di dare. Per questo il piano pastorale per il prossimo anno sarà rivolto principalmente a loro e per questo abbiamo commissionato all’Osservatorio sulla religiosità una ricerca sui giovani della nostra città».

  • Dal Convegno di Verona quali spunti avete poi ripreso in diocesi?

«Innanzitutto quello della fragilità, in particolare in campo affettivo. Ci interroghiamo su come essere accanto alle famiglie in difficoltà, ma anche su come essere vicini a coloro che sono in situazioni economiche di disagio. Trieste è una città con fasce di povertà nascoste, sconosciute ai più. Durante le mie visite pastorali ho potuto rendermi conto di molte situazioni difficili. Su queste fasce di povertà non si è ancora potuti intervenire in modo strutturale. Noto che, soprattutto nelle periferie, ci sono fenomeni preoccupanti non di ordine pubblico, ma di sopravvivenza delle persone. Ci sono anziani soli, persone sole. La città sta invecchiando e molti vivono nelle loro case con la loro misera pensione alle soglie della sussistenza».

La facciata di San Silvestro, la più antica chiesa d'Italia.
La facciata di San Silvestro, la più antica chiesa d’Italia.

  • E oltre alla fragilità?

«L’altro discorso che mi preoccupa è quello della trasmissione della fede. Penso che bisogna recuperare la capacità di lavorare insieme. In parte lo si è fatto con la Consulta delle aggregazioni laicali, ma bisogna essere meno divisi. I vari gruppi, dall’Azione cattolica ai Focolarini a Sant’Egidio, devono riuscire a dare testimonianza. La trasmissione della fede avviene attraverso la carità, che la rende credibile, e attraverso l’accostamento alle persone. È un lavoro di relazioni».

  • Quindi nella trasmissione della fede vede un ruolo privilegiato per il laicato?

«Certamente. Il laicato va valorizzato su questo punto, ma non solo. Negli anni ho promosso l’inserimento dei laici negli impegni diocesani, dalla Caritas alla gestione dei mezzi di comunicazione. Sarei contento se l’impegno si verificasse anche sul piano sociopolitico. Il tema della cittadinanza ci dice che non possiamo vivere in una città senza avere una passione d’amore per essa. In questa ottica sta per risorgere la scuola di formazione sociopolitica gestita dalla diocesi».

  • Anche a Trieste le vocazioni sono in calo. Si pensa di arrivare alle unità pastorali come in altre zone d’Italia?

«Mi sembra che le cosiddette unità pastorali, a Trieste, possano corrispondere ai nostri decanati. Nessuna parrocchia, neppure la più dotata, può fare tutto. Io credo che si debba avviare, all’interno del decanato, una collaborazione tra parroci. Collaborazione che vorrei fosse espressa con un miniconsiglio decanale al quale partecipino i laici vicepresidenti dei consigli pastorali parrocchiali. Penso a riunioni periodiche che li faccia incontrare per programmare le attività pastorali controllandone poi l’attuazione. Ci sarebbe una maggiore responsabilizzazione dei laici e una valorizzazione sia delle singole parrocchie che del camminare insieme».

Annachiara Valle

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