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UNA CITTÀ, UNA DIOCESI - TRIESTE

Memoria e futuro nella città coriandolo
di Annachiara Valle – foto di Matilde Gattoni
  

Ha vissuto sulla propria pelle le violenze dei nazisti e quelle dei titini. È stata segnata dal conflitto tra slavi e italiani. È una città profondamente laica, ma anche ricca di una pluralità di confessioni ed esperienze religiose. Tutto questo fa di Trieste una città di confine, e non soltanto in senso geografico. Affacciata sull’abisso di un passato doloroso e difficile da superare, chiede aiuto anche alla comunità cristiana per trovare la forza necessaria ad affrontare un domani nuovo, più aperto e sereno.
   

Trieste è una città coriandolo. Nell’aria fluttua un po’ di tutto: la brezza del mare e l’odore della montagna, la laicità e la religione, l’accoglienza e l’insofferenza per l’altro. C’è la sinagoga più grande d’Europa e la Risiera di San Sabba, dove il forno crematorio – l’unico in territorio italiano – riduceva in cenere e fumo ebrei e comunisti, oppositori politici del nazifascismo e persone, a vario titolo, scomode per il regime. Sul Carso ci sono le foibe, dove i partigiani titini uccidevano, a loro volta, gli italiani legati al fascismo o comunque considerati contrari al progetto di Tito.

Una veduta del lungomare di Trieste.
Una veduta del lungomare di Trieste.

Trieste è una città di frontiera, in senso reale e metaforico. Sconvolta da ripetuti aggiustamenti dei propri confini, costretta a vedere, da una parte, la violenta nazionalizzazione a opera dei fascisti con l’eliminazione progressiva di «tutte le istituzioni nazionali slovene e croate». E, dall’altra, costretta ad assistere alla vendetta sulle popolazioni italiane seguita all’armistizio dell’8 settembre. Come recita il testo definitivo dell’analisi bilaterale Italia-Slovenia sottoscritto nell’aprile 2001: «Nella Venezia Giulia le scuole furono italianizzate, gli insegnanti licenziati o costretti a emigrare, vennero posti limiti all’accesso degli sloveni nei pubblici impieghi».

Nulla fu risparmiato, neppure la Chiesa. Anzi. All’eliminazione politica delle minoranze, si accompagnò da parte del regime mussoliniano un’azione che «aveva l’intento di arrivare alla bonifica etnica della Venezia Giulia, con la repressione attuata nei confronti del clero, che rappresentava un importante momento di sintesi della coscienza nazionale delle minoranze, e l’abolizione dell’uso della lingua slovena nella liturgia e nella catechesi».

Italianità offesa e italianità sopraffattrice. La complicata storia triestina, dall’irredentismo alla fine della seconda guerra mondiale, all’esodo italiano dall’Istria e dalla Croazia di più recente memoria, sembra non conoscere pace. «Una lettura condivisa dei fatti è impossibile», dice il vescovo di Trieste monsignor Eugenio Ravignani, «perché qui c’è stato un fenomeno molto doloroso di odio e violenza. Ci sono state vittime da tutte le parti. Qui ci sono le fosse comuni, c’è stata un’occupazione tedesca molto dura con un campo di sterminio dove sono morti in tanti. La questione della convivenza tra persone autoctone di diversa lingua, cultura, tradizione, etnia, qui è fondamentale».

Una via del centro città nel giorno di mercato.
Una via del centro città nel giorno di mercato.

In certe ore del giorno il mare è di un blu inquietante. La bora spazza il cielo e la marea che sale e scende a vista d’occhio incalza la città. La sostiene, ma al tempo stesso sembra impedirle di prendere riposo. Una città che sembra un giardino, anzi un salotto, nei cui caffè passa una parte importante di vita. Al Caffè Garibaldi sedevano James Joyce e Italo Svevo, a quello Tergeste, per contrasto, si accomodava Umberto Saba. E osservava prostitute e ladri, italiani e slavi. Oggi, in via Cesare Battisti, «al San Marco trionfa, vitale e sanguigna, la varietà», annota Claudio Magris.

Vitale e sanguigno anche il mondo religioso: tre comunità ortodosse, e poi evangelici luterani, valdesi, metodisti. Una piccola chiesa avventista, alcune sette eredità del protettorato americano. Ebrei, islamici, cattolici. «E anche tante persone indifferenti alla fede», spiega Alessandro Castegnaro, direttore dell’Osservatorio socio-religioso del Triveneto. L’organismo ha appena curato, per conto della diocesi di Trieste, una ricerca su giovani e religione.

«A Trieste c’è una particolarità che non si riscontra in altre zone del Triveneto o nel resto d’Italia», spiega il sociologo. «Dalla ricerca emerge infatti che il 35 per cento dei giovani sostiene di non appartenere ad alcuna religione. È una percentuale più che doppia rispetto a quella nazionale. Così come è alta (52 per cento) la percentuale di chi non si avvale dell’insegnamento della religione al quinto anno di scuola superiore. C’è anche da dire, però, che alla disattenzione della maggioranza, a Trieste fa da contrappeso l’esistenza di un nucleo di giovani più identificati nella religione cui appartengono». Pochi, ma buoni, si potrebbe sintetizzare, «o meglio pochi, ma molto "fedeli"», precisa Castegnaro.

La sinagoga di Trieste.
La sinagoga di Trieste.

«Trieste è molto particolare», aggiunge Corrado Belci, stretto collaboratore di Benigno Zaccagnini, parlamentare Dc per quattro legislature e direttore de Il Popolo dal 1976 al 1980. Istriano di nascita, giunto a Trieste da Pola nel 1947, quando il Trattato di pace assegnò la città e gran parte dell’Istria alla Jugoslavia, Belci ricorda che «sebbene la religione cattolica sia ampiamente minoritaria in città, essa ha avuto un ruolo fondamentale nella difesa delle minoranze e della stessa identità cittadina». Il nome di monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria e poi della sola Trieste fino al 1975, richiama in tutti, credenti e atei, un senso di rispetto e gratitudine. «Fui e sono un sacerdote cattolico e mi sforzai sempre di essere giusto», disse durante l’esodo istriano. «Mi sforzai di esserlo in tempi difficili, quando tenere duro in certi settori (lingua slava nelle chiese, difesa dei sacerdoti slavi) e affermare certe tesi (i diritti delle popolazioni slave) era difficile e pericoloso... E se ieri difesi ebrei e slavi perseguitati, oggi difendo gli italiani cacciati dalle loro terre. Alludo alle terre che, da sempre abitate da italiani, sono state aggiudicate contro ogni diritto ad altra nazione».

La sala della croce nella Risiera di San Sabba, luogo tristemente famoso per essere stato l'unico campo di sterminio nazista in suolo italiano.
La sala della croce nella Risiera di San Sabba, luogo tristemente famoso
per essere stato l’unico campo di sterminio nazista in suolo italiano.

«Parlare di Trieste vuol dire fare continuamente i conti con la spartizione della città e con i confini mancati», spiega padre Mario Vit, gesuita, presidente del Centro culturale Veritas, «e, insieme, significa cercare il modo di non creare nuove barriere tra le persone». La struttura, che quest’anno compirà 50 anni, è un esempio di dialogo tra le religioni e con la società civile, «un modo», spiega il gesuita, «per formare cuori pensanti».

A pochi passi dal Centro, nelle stanze messe a disposizione dai gesuiti, si ritrovano in tanti. Il calendario degli appuntamenti è fitto. Si parla di politica e di religione, la lettura rabbinica di alcuni libri della Bibbia si interseca con l’introduzione all’islam e ai primi rudimenti di aramaico. Qui si studia, si dibatte, si ascolta. E si prega. In fondo a una delle sale c’è un semicerchio spoglio: «Abbiamo voluto ricreare una piccola dumia», spiega padre Vit, «un luogo pensato come quello che è in Terra santa, nel villaggio "Nevé Shalom-Wahat as-Salam" voluto da Bruno Hussar. Una tenda vuota, senza simboli religiosi, dove nel nulla ciascuno possa ritrovare se stesso e il suo rapporto con Dio, comunque lo concepisca. Le fratture che attraversano questa città hanno bisogno di spazi come questo, dove si possa far riposare il cuore, gli uni accanto agli altri, senza prevaricazioni».

L'interno della basilica di Santa Maria Assunta a Muggia Vecchia.
L’interno della basilica di Santa Maria Assunta a Muggia Vecchia.

Di allenamento al dialogo, Trieste continua ad avere bisogno. «C’è da dire, però, che sono stati fatti molti passi in avanti», continua Belci. «All’inizio chi proponeva il dialogo, chi proponeva di cambiare pagina, perché la storia aveva compiuto il suo misfatto e, dunque, bisognava costruirne una nuova, era considerato un traditore. Anch’io sono stato accusato di questo. Poi, nel tempo, sia il mondo laico che il mondo cattolico hanno avvertito l’esigenza di superare questo concetto del "nemico eterno". Si è avversari nella storia per delle fasi contingenti, ma non si può essere nemici per l’eternità. Slavi e italiani, invece, a lungo si sono considerati tali. Questo, adesso è stato largamente superato, con fatica, con contrasti. E, in questo, la Chiesa cattolica ha molto aiutato. Superando tali contrasti, ci si è anche aperti al dialogo con le altre religioni e con le altre culture. In fondo poi, Trieste, con la sua vocazione laica, è anche spinta a superare le divisioni».

Trieste che si confronta con le cicatrici della storia, non ha però lo sguardo rivolto soltanto al passato. «Trieste è una città ricca di cultura, di tradizioni, ma anche proiettata in avanti, all’avanguardia nella ricerca scientifica e nello sviluppo economico», dice Fabiana Martini, direttrice del settimanale diocesano Vita Nuova. Prima donna a guidare il giornale della Curia, Martini traccia con chiarezza anche i problemi di una città «che invecchia, con politiche pensate più per gli anziani che per le nuove generazioni, con un individualismo crescente, e poca attenzione agli ultimi». Lo scorso anno in tanti ricordano la cosiddetta "rivolta delle panchine", quando le organizzazioni sociali scesero in strada contro la decisione del sindaco di togliere i sedili in pietra e in legno nel centro storico così da impedire ai barboni di sdraiarvisi sopra.

Mario Ravalico, direttore della Caritas di Trieste, passeggia nella foiba di Basovizza.
Mario Ravalico, direttore della Caritas di Trieste,
passeggia nella foiba di Basovizza.

«Questa è una città molto austriaca, da salotto buono», sottolinea Martini, «che a volte fa fatica ad accettare la povertà e il disagio». Eppure questa è anche la città che rese possibile a Franco Basaglia la sperimentazione delle sue teorie sulla psichiatria, che portarono alla chiusura dei manicomi in tutta Italia. «La conquista della libertà del malato deve coincidere con la conquista della libertà dell’intera comunità», diceva Basaglia. Su questa strada tanti lo hanno seguito. Don Mario Vatta, che ha appena ricevuto "la civica benemerenza della Città di Trieste", per «l’impegno sociale svolto a favore del prossimo attraverso l’opera della Comunità di San Martino al Campo, che dal 1970 accoglie e assiste chi ha bisogno d’aiuto», è uno dei sacerdoti che più si è impegnato nel settore. «La mia non è stata un’azione assistenziale», spiega, «ma una testimonianza, un segno di come la città deve accompagnare le persone e metterle nelle condizioni di dare e avere il meglio».

La comunità di don Vatta, che ha una casa di accoglienza per i tossicodipendenti e una per la malattia mentale, è ormai un punto di riferimento per la città. Così come le strutture della Caritas. «Nonostante ci sia un piano di rilancio economico e imprenditoriale della città», sottolinea Mario Ravalico, direttore della Caritas diocesana, «vediamo che aumenta anche il cosiddetto disagio sociale». I numeri parlano chiaro: nel 2006 la Caritas ha erogato 22.337 pasti, considerando solo una delle mense, il refettorio "Giorgia Monti"; e 1.047 persone sono state accolte nel centro d’ascolto diocesano (contro le 704 che si erano recate al centro nel 2000). «A fronte di una mancanza di politiche familiari», aggiunge Fabiana Martini, «i dati ci dicono che il 34 per cento delle famiglie con due o tre figli sfiora il livello di povertà».

Piazza Unità d'Italia, nel centro di Trieste.
Piazza Unità d’Italia, nel centro di Trieste.

La Chiesa è sempre un punto di riferimento. «La nostra è un’azione di assistenza e sostegno sempre più in prima linea», continua Ravalico. «Anche se minoranza, la città ci vede come un punto di riferimento. La Chiesa ha una sua credibilità soprattutto a livello parrocchiale. Sul territorio siamo presenti e la nostra azione è riconosciuta. Anche qui cerchiamo di promuovere il dialogo, collaborando strettamente con altri organismi ecclesiali e laici. E guardando anche dall’altra parte della frontiera». Dall’alto della terrazza della sede della Caritas si vedono la Croazia e la Slovenia. Da questa parte guardano anche gli operatori che hanno promosso un laboratorio odontoiatrico a disposizione dei bambini portatori di handicap a Mostar.

«Noi che abbiamo sempre convissuto con il problema dei confini vogliamo superarli con azioni concrete. Vogliamo alimentare la vocazione triestina all’apertura verso gli altri». Anche per questo don Silvano Latin, direttore del Centro comunicazioni sociali della Curia e parroco della Beata Vergine delle Grazie, vuole ricordare la missione in Kenya. «Anche se scontiamo, come tutti, il calo delle vocazioni, la diocesi ha mandato in Africa i nostri migliori preti. Nel momento in cui sembrano venir meno certi valori, e la società triestina sembra ripiegata su se stessa, andare verso gli altri, offrire le proprie migliori energie all’esterno non può che aprire orizzonti nuovi anche in casa nostra».

Annachiara Valle

Una statua all'interno della basilica di Santa Maria Assunta, a Muggia Vecchia.
Una statua all’interno della basilica di Santa Maria Assunta, a Muggia Vecchia.
 

Piccola diocesi di soli trent’anni

Con la Costituzione apostolica Prioribus saeculi, proclamata il 17 ottobre 1977, due anni dopo il discusso trattato di Osimo tra Italia e Jugoslavia, Paolo VI definiva lo spinoso problema della circoscrizione territoriale e del governo della diocesi, dichiarandola separata da quella di Capodistria, cui era stata unita fin dal 1828. Lo stesso giorno furono anche nominati il nuovo vescovo di Trieste, monsignor Lorenzo Bellomi, e il vescovo della restituita diocesi di Capodistria, monsignor Janez Jenko. Il territorio della diocesi venne dunque enormemente ridotto tanto che oggi Trieste è la più piccola diocesi d’Italia, con una superficie di 134 chilometri quadrati. Comprende Trieste città con tutte le sue frazioni e tre comuni: Monrupino, Muggia, San Dorligo della Valle. In tutto la popolazione (poco più di 241 mila abitanti) può contare su 102 sacerdoti diocesani, 61 sacerdoti religiosi, 10 diaconi permanenti, 7 sacerdoti extradiocesani, 12 religiosi non sacerdoti, 2 cappellani militari e 196 suore. Dodici sacerdoti diocesani operano fuori diocesi. Al patrono della città, san Giusto, è dedicata la splendida cattedrale del 1300.

Segue: Verso un'alba di riconciliazione

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