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In Italia, i teologi sembrano quasi spariti dalla scena ecclesiale. Eppure, a ben guardare, non mancano le novità interessanti: dal ruolo crescente delle donne e dei laici, all’affacciarsi delle nuove leve. Allora perché questa impressione di quasi totale afasia?

Dossier – Il posto della teologia

Teologia: lo stato dell’arte
di Vittoria Prisciandaro - illustrazioni di Silvio BoselliDossier - Il posto della teologia
  



Teilhard de Chardin, Leonardo Boff, Karl Rahner e un giovane Joseph Ratzinger. Se il padre della pop art Andy Warhol avesse deciso di dare un volto alla teologia moderna, forse l’avrebbe ritratta così. Ma qual è oggi il volto del pensiero teologico in Italia? Quali le sfide che si trova di fronte? Quali i problemi e le opportunità? In occasione dei 40 anni dell’Associazione teologica italiana (Ati), un nostro viaggio in cerca di qualche risposta.
   

Dove sono finiti i teologi italiani? Era la domanda che si poneva a inizio anno il professor Paolo Prodi, in una riflessione pubblicata da un quotidiano. «Mentre si assiste a una teologicizzazione della politica», scriveva lo storico bolognese, «negli ultimi 20 anni si registra un silenzio assordante dei teologi e delle Facoltà di teologia». Nove mesi fa la provocazione era caduta nel vuoto, ma probabilmente in questi giorni rimbalzerà al congresso dell’Associazione teologica italiana (Ati), che sta celebrando i 40 anni dalla nascita. «I luoghi di ricerca e formazione teologica in Italia rischiano di essere troppo astratti dal vissuto», ci dice infatti il presidente dell’Ati, monsignor Piero Coda, docente di Teologia sistematica alla Lateranense. «Un limite che si risente anche nella scarsa capacità di dialogare con la cultura del nostro Paese. Tranne qualche eccezione, è raro trovare teologi che sappiano reagire alle istanze che vengono poste dal mondo scientifico, filosofico, artistico».

Un’«afasia teologica» che ha cause complesse, come raccontano i teologi contattati in giro per l’Italia in questo breve viaggio in un mondo spesso sconosciuto anche a gran parte della comunità ecclesiale. Dove i pensatori chiusi nella torre d’avorio finiscono per essere poche eccezioni, mentre i più sono costretti a fare i conti sia con molteplici aspettative legate al loro ruolo – impegni pastorali, divulgazione, pubblicazioni, insegnamento – sia con problemi più prosaici, che vanno dalla mancanza di tempo, al sovraccarico di impegni, alle retribuzioni talvolta scarse e a contratti spesso precari.

«Ho deciso di fare teologia per tradurre il grande tesoro della tradizione credente dal mondo apparentemente chiuso della riflessione su Dio al linguaggio ordinario», racconta Stella Morra, originaria di Fossano, docente a contratto all’Università Gregoriana. «Come teologa vivo nell’intersezione tra due mondi diversi, quello accademico, della Facoltà, e quello pastorale, della diocesi», concorda Serena Noceti, docente di Ecclesiologia a Firenze. «D’altra parte ho fatto teologia proprio per il bisogno di acquisire strumenti per pensare la fede e per proporre da laica percorsi formativi per laici».

«Venti anni fa ho scelto la Teologia dogmatica per rispondere alle domande di fondo sulla natura di Dio. Oggi da teologo mi interrogo sulla natura umana», dice Saverio Cannistrà, carmelitano, docente di Cristologia e Antropologia teologica a Firenze. «Per me la teologia è necessità di vivere la fede anche a livello di intelligenza, come maturazione della mia libertà, ed è inoltre ministero, compito che mi viene affidato dalla Chiesa come modo specifico di servire la comunità e la società», aggiunge Piero Coda.

La nota biografica non può mancare quando si parla di una "professione" che è intimamente legata all’esperienza di fede, alla visione del mondo e della Chiesa. Lo chiarisce bene don Carlo Molari, decano dei teologi italiani, quando spiega cos’è la teologia: «Essa non si sviluppa dalla dottrina, non è riflessione su Dio ma sull’esperienza di fede che una comunità ecclesiale compie in un determinato contesto culturale», dice il sacerdote che compirà 80 anni nel 2008. «Non si può vivere la fede senza formularla a partire dai modelli culturali della vita quotidiana».

È questo l’enorme compito che il Concilio aveva indicato alla teologia, preannunciando «nella Gaudium et spes, che questo cambiamento culturale avrebbe suscitato una congerie di problemi che avrebbero richiesto nuove analisi e l’apporto di tutto il popolo di Dio». Ma quando alcune teologie «hanno lavorato in questa prospettiva, sono state messe in guardia o condannate. Il cammino è stato troncato per timori di deviazioni o per il risorgente clericalismo», conclude Molari. Si è così rischiato di spegnere quello che Congar chiamava «un radar che esplora i segni del tempo», dice padre Rosino Gibellini, per anni direttore di Queriniana. I modi di fare teologia, aggiunge, sono diversi: c’è una teologia che accompagna la comunità, una che sente la responsabilità nei confronti della società e un’altra che si preoccupa dell’Accademia, come complesso di discipline della scienza. «Per affrontare questi compiti la teologia va in esplorazione, senza però mai perdere il contatto con la Scrittura e la comunità. E deve avere i necessari spazi di libertà e difenderli».

E la situazione italiana? «Nel post-Concilio la teologia si incultura nella tradizione del nostro Paese e si sprovincializza», spiega Coda, ricordando il ruolo di alcune figure profetiche, come monsignor Luigi Sartori, di recente scomparso, che è stato tra i padri fondatori dell’Ati. Con lui era don Severino Dianich, teologo specializzato in ecclesiologia, che ha nutrito la sua ricerca con il lavoro sul campo come parroco: «Rispetto alla situazione precedente in cui la teologia era esclusivamente romana, l’Ati ha reso presente una teologia che non pretende di essere italicamente collocata, ma ha contribuito a fare prodotti di tutto rispetto, pensiamo solo ai grandi dizionari di teologia o alle riviste, permettendo inoltre una rete di legami tra i teologi italiani».

La vita dell’associazione è sempre stata abbastanza dinamica, «dialettico» il rapporto con i vescovi, e non sono mancati «i momenti di tensione e qualche forma di penalizzazione, soprattutto negli anni della contestazione, per la tematica della svolta antropologica, e poi per la lettera dei 63 teologi, firmata da molti soci dell’Ati».

In sintonia con altri colleghi europei, anche alcuni teologi italiani – "63" appunto – nel maggio dell’89 decisero di firmare una lettera aperta alla gerarchia in cui rivendicavano tra l’altro la necessità di maggior libertà di ricerca. Quel documento, ricorda Adriana Valerio, docente di Storia del cristianesimo a Napoli ed esperta in teologia delle donne, «segna una tappa importante in Italia nella definizione di un clima di scarsa fiducia tra Magistero e teologi. Oggi il Magistero mostra pessimismo nella ragione e poca disponibilità verso i risultati degli studi, mentre i teologi avvertono un atteggiamento intimidatorio da parte del Magistero». Una mancanza di serenità negli studi e un’assenza di dialogo che, secondo la teologa napoletana, favoriscono due fenomeni preoccupanti: «Il nicodemismo, cioè il far credere di essere allineati con le direttive della gerarchia, dissentendone invece nel privato; e la scissione tra Magistero e teologi, e tra questi e i credenti, con i quali i teologi non riescono più a parlare».

Questa storia, fatta anche di incomprensione con il Magistero, cosa ha insegnato all’Ati? «Sotto il profilo del rapporto con l’episcopato ha insegnato a essere evangelicamente gelosi della propria autonomia, in quanto il ministero teologico ha una sua specificità, che l’esperienza dell’Ati ha aiutato a valorizzare», risponde Piero Coda. «Rispetto alle altre associazioni teologiche l’Ati è in un equilibrio dinamico, tra un appiattimento sul Magistero e una posizione dialettico-conflittuale con lo stesso. Questa autonomia diventa possibilità di un rapporto maturo con i vescovi, con una relazione di sintonia profonda nell’esperienza di fede, ma nello stesso tempo di parresia e di stimolo». Negli anni, conclude Coda, «l’Ati ha maturato la capacità di gestire la dialettica pluralistica intrinseca alla formazione teologica, facendo delle posizioni diversificate un motivo di arricchimento e non di conflittualità lacerante».

Ma qual è l’identikit della teologia italiana? Difficile tracciare un volto dai tratti univoci, però si può tentare di offrire alcune caratteristiche riconoscibili e condivise. Secondo Molari, sono «un attento ascolto di tutte le altre espressioni teologiche del mondo, una sensibilità pastorale e una diffusa prospettiva ecumenica». Insomma, «una teologia fatta da onesti artigiani», come dice Stella Morra: «Non siamo geniali e propositivi come i tedeschi, ma siamo ottimi divulgatori e abbiamo un forte raccordo con le Chiese. Dal Concilio a oggi siamo la nazione che ha tradotto di più in Europa». Un tratto negativo, per Gibellini, è che «la teologia è fatta in istituzioni esclusivamente ecclesiali e non nello spazio laico dell’università. Questo fa sì che vi sia un’eccedenza di trattatistica e meno di saggistica, di dialogica, di ricerca storiografica».

Artigiano, divulgatore, partecipe alla vita della Chiesa locale: il teologo italiano, sintetizza Coda, «non è il puro studioso, né l’attivista della prassi, ma uno che vive il ministero della teologia come modo esigente di servire la Chiesa e la società, portando nella sua esistenza il peso della difficile coniugazione di studio, ricerca, insegnamento e servizio pastorale». Richiestissimi per convegni e incontri di formazione, i teologi lamentano che nelle "alte sfere" il loro lavoro a volte è poco riconosciuto, sacrificato tra mille incombenze, non incoraggiato nella ricerca. «C’è una parte di verità quando si dice che l’episcopato italiano non è particolarmente attento alla qualificazione del lavoro teologico e non sempre mette a disposizione dei teologi strumenti e tempi necessari per eseguire con pertinenza e fedeltà il compito che viene richiesto», conviene Piero Coda.

Un capitolo, quello dei tempi e degli strumenti, molto doloroso per quei laici, numerosi negli ultimi decenni, che decidono di avvicinarsi agli studi teologici. È nel post-Concilio che il nostro Paese registra la nascita di nuove Facoltà e il moltiplicarsi degli istituti teologici. Una situazione che, da una decina di anni, ha subito una riorganizzazione complessa e controversa, con alcune modifiche radicali comportate da due processi: la necessità delle diverse strutture, pontificie e italiane, di adeguarsi agli standard richiesti dalla normativa europea per il riconoscimento dei titoli di studio – il cosiddetto "Processo di Bologna" – e la riorganizzazione degli studi teologici realizzata dalla Cei. Al di là degli esiti di questo riassetto ancora in corso (a causa del quale la Cei dichiara di non poter fornire il numero degli iscritti agli Istituti di teologia e scienze religiose), va comunque registrata la forte domanda di sapere teologico da parte dei laici. A mo’ di esempio, basta guardare le statistiche della Gregoriana, dove su circa 2.900 studenti, gli italiani sono 725, e tra questi 141 laiche e 116 laici.

«La situazione è pesante: è come se in Italia ci fosse un solo modo di fare il teologo, cioè essere prete», spiega Morra. Insomma, se è normale per un presbitero pensare a uno sbocco in teologia, un laico che decida di fare questa scelta compie un salto nel buio. Se "tiene famiglia", nel 99 per cento dei casi fa l’insegnante di religione; se è single, può puntare a qualche cattedra universitaria. In pochi possono sperare nella lungimiranza di un vescovo che investa nella presenza di teologi "professionisti" a servizio della diocesi. In questa linea si era mosso l’allora arcivescovo di Firenze, il cardinale Piovanelli, che volle assumere negli uffici pastorali diocesani cinque laici che avevano titoli teologici e passione culturale, e tra questi Serena Noceti, alla quale venne affidata la catechesi degli adulti. Una scelta profetica – qualcuno la sognerebbe fatta propria dalla Cei e proposta a ogni Chiesa locale –, che risponderebbe alla diffusa domanda di un sapere la fede oltre la catechesi.

La questione economica, però, non è irrilevante in questo discorso. «Le Facoltà di teologia non pagano il loro personale perché non hanno le risorse», sottolinea don Dianich. «I preti in Facoltà sono stipendiati dall’Istituto sostentamento del clero, anche se essendo pochi sono impegnatissimi in pastorale. Ai laici, oltre che per qualche diffidenza ancora esistente, è difficile assicurare un impiego decoroso, nonostante ci siano studiosi che potrebbero farlo ottimamente». L’unica soluzione, secondo Dianich, sarebbe un doloroso taglio: «Ridurre il numero delle Facoltà di teologia, tornare alle vecchie cinque che la Cei finanzia ancora in maniera decorosa». D’altra parte, «la moltiplicazione dei luoghi di insegnamento della teologia rischia di andare a scapito della ricerca e dell’approfondimento, perché talvolta sono le stesse persone a dover ricoprire molteplici incarichi», aggiunge Coda.

Parlare di laici che studiano teologia significa per lo più fare riferimento a un universo femminile che si va affermando non solo nei numeri, e che sta portando alla ribalta nuove chiavi di lettura sempre più condivise anche dai colleghi maschi. «Ho indirizzato la mia ricerca sulle donne perché mi sono resa conto della mia invisibilità, in studi finalizzati prevalentemente alla formazione del clero», spiega Adriana Valerio. Ultimamente la nutrita schiera di teologhe italiane ha fondato un proprio coordinamento. E sugli studi "di genere" sono nate iniziative specifiche, come per esempio la cattedra su "Donna e cristianesimo" diretta da Cettina Militello al Marianum. Studi che all’estero vantano un forte radicamento, come testimonia la Società delle teologhe europee, che riunisce 700 donne tra cattoliche, protestanti ed ebree, e che a cavallo tra agosto e settembre celebra per la prima volta un suo congresso in Italia.

Dal confronto con l’estero arrivano alcune suggestioni interessanti per il cammino della teologia italiana: rimasta fuori dalle università statali e priva di un confronto sistematico con le altre discipline accademiche, essa rischia di avere il respiro corto. Per Stella Morra, «il problema viene da una chiusura della teologia accademica ad altri ambiti, non solo culturali ma anche ecclesiali. E si manifesta in una povertà di stili, non solo linguistici ed espressivi, ma anche nella scelta delle priorità da affrontare».

«Al teologo», dice Saverio Cannistrà, «viene chiesto di proporre conoscenze certe che non movimentino troppo l’assetto e il quadro stabilito». È il male diffuso della teologia italiana, secondo il religioso carmelitano, per il quale si tratta di «una vera e propria mancanza di interesse: ci si muove a un livello ripetitivo, scontato, che genera problemi anche nei confronti dei non credenti». Lo dimostra anche l’inflazione di pubblicazioni, cui corrisponde un vistoso calo della speculazione. Questo stato delle cose, racconta Cannistrà, fa sì che per esempio in alcuni dibattiti, quando si invita il teologo cattolico, ci si aspetta che interpreti una certa parte. Argomentare, indicare vie di ricerca, suggerire prospettive non scontate, uscire dagli stereotipi, è «una fatica enorme. E alla fine vengo etichettato come "diversamente credente"».

Una situazione, dunque, poco stimolante per la ricerca, in un panorama in cui tra l’altro – tranne rare eccezioni – è difficile che i teologi si ritrovino in circoli, scuole, centri, per riflettere ed elaborare insieme. Uno scarso pluralismo che mette in discussione la natura stessa della teologia, la quale, come osserva Serena Noceti, vive di quaestiones: «Il fatto è che oggi alla Chiesa cattolica pare non interessare il dibattito, perciò non interessa la teologia».

I problemi accennati, uniti al fatto che per motivi biografici sta scomparendo la generazione dei teologi che ha dato un’impronta conciliare alla teologia e alla Chiesa italiana – Luigi Sartori, Giuseppe Barbaglio, Giuseppe Alberigo –, secondo molti intervistati non apre grandi prospettive per il futuro. «Eppure in questi quattro anni di presidenza Ati», dice Coda, «ho constatato con gioia che si sta formando una generazione di giovani teologi preparati, intelligenti e aperti, che potrà realizzare un ministero molto significativo». Proprio per loro, sottolinea Coda, l’Ati dovrà mettere in cantiere nuove iniziative, per favorire scambi e incontri specifici.

I giovani: sono loro, in effetti, la grande questione, perché rappresentano il domani della teologia nel nostro Paese. A don Carlo Molari, il decano dell’Ati, chiediamo se gli ostacoli non scoraggino dall’intraprendere un mestiere "usurante", scomodo e spesso misconosciuto. «L’azione dello Spirito ha un’ampiezza maggiore dei confini della Chiesa. Bisogna andare avanti con pazienza», risponde don Carlo. «Può capitare di non essere valorizzati, di venire emarginati, di essere lasciati soli. È un prezzo da pagare, fa parte del cammino cristiano».

Vittoria Prisciandaro
  

L’Ati mette a tema «l’identità»

L’Ati, (Associazione teologica italiana; sito: www.teologia.it) riunisce i teologi dogmatici e ha lo scopo di «promuovere la scienza teologica in Italia nello spirito di servizio e di comunicazione inculcato dal Concilio Vaticano II» (dallo Statuto); i soci sono docenti di Teologia, dottori in Scienze teologiche e semplici cultori. L’attuale presidente è il monsignor Piero Coda (nella foto), professore di Teologia sistematica alla Lateranense. In occasione del prossimo Congresso nazionale, dal titolo Piero Coda. Foto R. Siciliani.L’identità e i suoi luoghi. L’esperienza cristiana nel farsi dell’umano (Oristano 10-14 settembre 2007), vi sarà il rinnovo delle cariche elettive. L’associazione celebra ogni due anni i suoi congressi nazionali, organizza incontri zonali (nelle tre aree Nord, Centro, Sud) e corsi di aggiornamento. Inoltre cura pubblicazioni, atti dei suoi convegni e il forum ospitato dalla rivista Rassegna di teologia. L’Ati ha tra i suoi scopi anche quello della formazione e per questo organizza annualmente, verso la fine di dicembre, corsi di aggiornamento per professori di Teologia dogmatica ma aperti a tutti coloro che si interessano di teologia. Tra i membri che hanno maggiormente inciso nella crescita e nella vita dell’associazione, della quale è stato a lungo presidente, si può certamente annoverare monsignor Luigi Sartori, recentemente scomparso.

 

Varie discipline, tante associazioni

Con lo scopo di favorire lo studio comune e la divulgazione dei risultati della ricerca, esistono ormai associazioni praticamente in tutte le discipline teologiche. Il Cati (Coordinamento associazioni teologiche italiane; www.teologiacati.it) raccoglie tutte le realtà associative che, oltre all’Ati, sono: l’Abi (Associazione biblica italiana; www.associazionebiblica.it); l’Aica (Associazione italiana catecheti; www.catechetica.it); l’Ami (Associazione Foto R. Siciliani.mariologica interdisciplinare Italiana; www.mariology.it); l’Apl (Associazione professori e cultori di Liturgia; www.apl-italia.org); l’Atism (Associazione teologica italiana per lo studio della morale; www.atism.it); il Cti (Coordinamento teologhe italiane, www.teologhe.org); il Giddc (Gruppo italiano docenti di diritto canonico; www.giddc.org) e, infine, la Sirt (Società italiana per la ricerca teologica; www.sirt-italia.it). Ogni associazione ha una sua struttura propria, un suo statuto e interne regole di funzionamento. Esse sono però accomunate dalla crescente sensibilità verso un approccio interdisciplinare, anche per evitare i rischi di una frammentazione e quindi di una perdita della visione d’insieme del patrimonio della fede cattolica.

Segue: Le sfide del dialogo e dei modelli di Chiesa

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