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Dossier - Aparecida - Una Chiesa che si sporca le mani

Aparecida: lavori in corso
di Annachiara Valle
  

Mentre andiamo in stampa, ad Aparecida si svolge la V Conferenza del Consiglio episcopale latinoamericano. All’assemblea partecipano 162 vescovi che hanno idee e opzioni pastorali differenti. Tutti sono uniti, però, dal desiderio di discutere liberamente del futuro del cattolicesimo nel continente.
   

Insegne a caratteri cubitali, grandi stele luminose, canali Tv dedicati e un messaggio forte e chiaro: «Venite da noi e Dio vi darà la felicità». Gli evangelical di marca statunitense sono sbarcati in forze in America latina e, anno dopo anno, stanno conquistando massicciamente il "mercato religioso" del continente. Frotte di fedeli lasciano le loro Chiese d’origine per convertirsi al nuovo credo. La Chiesa cattolica, dicono le statistiche, perde ogni anno l’un per cento dei propri fedeli a vantaggio delle "Assemblee di Dio" e consorelle. Solo in Brasile si tratta già di 40 milioni di persone, dato che fa della nazione il secondo Paese evangelical del mondo.

«Ma non è sempre una scelta di fede», confida uno dei tanti "neopentecostali" del Rio Grande do Sul. «In realtà non siamo noi che abbiamo lasciato la Chiesa, ma è la Chiesa che ha abbandonato noi. Io continuo a sentirmi cattolico, ma cosa posso farci se nella zona in cui vivo non c’è nessuna celebrazione domenicale? Alla fine io e la mia famiglia abbiamo deciso di frequentare l’Assemblea di Dio anche se ci sentiamo ancora cattolici».

Alcuni fedeli pregano davanti all'ingresso della chiesa della Virgen de los Remedios, a Cholula, in Messico.
Alcuni fedeli pregano davanti all’ingresso della chiesa della Virgen
de los Remedios, a Cholula, in Messico
(foto C. Cruz/AP/La Presse).

«Non è la prima volta che sento questo genere di affermazioni», conferma dom Moacyr Grechi, vescovo di Porto Velho, nello Stato di Rondonia. «Il popolo è molto religioso, anche se spesso a modo suo. Conosco comunità che, pur partecipando al culto dell’Assemblea di Dio, vogliono essere cattolici. Però dicono: "Là c’è la chiesa, l’unica dove possiamo andare la domenica"». Noto per le sue battaglie in difesa dei seringueiros dello Stato dell’Acre, accanto a Chico Mendes, di cui era amico personale, dom Moacyr è uno dei 162 vescovi delegati ad Aparecida per la quinta Conferenza generale del Celam.

«Il numero crescente di cattolici che lasciano la Chiesa è uno dei temi in discussione in questa Conferenza», dice il vescovo. «Bisogna ammettere che, per diverse ragioni, non siamo riusciti ad accompagnare la crescita e l’urbanizzazione della popolazione. È diminuito il clero, il laicato era quasi inesistente, la Chiesa non era preparata a seguire lo spostamento di milioni di persone. Per fare un esempio, a Rondonia, 30 anni fa, tutto lo Stato aveva 80 mila abitanti. Oggi la regione conta un milione e 400 mila persone e i preti sono rimasti lo stesso numero. Quest’esplosione di popolazione e il grande esodo verso le città ci ha trovati impreparati. Di fronte a questa situazione dobbiamo cercare soluzioni coraggiose, dare più spazio ai laici, riconfigurare le comunità di base. Tenendo presente che alcune cose sono patrimonio acquisito e irrinunciabile, come anche il Papa ha sottolineato: la continuità con Puebla e Medellín, l’opzione per i poveri, una teologia che risponda alle sfide della nostra realtà composta in maggioranza da esclusi, l’approfondimento non intimista della fede».

Una donna di etnia aymara con il figlio sulle spalle per le vie di una cittadina boliviana.
Una donna di etnia aymara con il figlio sulle spalle per le vie
di una cittadina boliviana
(foto J. Saenz/AP/La Presse).

La continuità con i precedenti appuntamenti postconciliari del Consiglio episcopale latinoamericano e dei Caraibi (Medellín 1968, Puebla 1979, Santo Domingo 1992) viene sottolineata costantemente in tutte le sedi. E non è un caso se qui ad Aparecida i vescovi dai capelli bianchi non siano in pochi. «Gli episcopati», c’è chi confida a bassa voce, «hanno preferito mandare come delegati i vescovi più anziani perché sono quelli con più esperienza e maggiore solidità teologica e pastorale. Le nuove nomine episcopali, che hanno spesso favorito i movimenti, non sono state sempre gradite, da queste parti».

Il grande santuario della Madonna dell’Aparecida, il più grande del mondo dedicato al culto mariano, fa da palcoscenico all’assise dei vescovi. C’è chi dice che la riunione sia stata voluta qui per marcare la diversità con gli evangelical che, a differenza dei cattolici, non credono alla Madonna. E che questa sia anche la ragione per la quale si sia scelto il 13 maggio, giorno dedicato a Maria, per dare inizio ai lavori.

Benedetto XVI insieme a due vescovi brasiliani nella cattedrale di São Paulo.
Benedetto XVI insieme a due vescovi brasiliani
nella cattedrale di São Paulo
(foto S. Izquierdo/AP).

L’edificio, consacrato nel 1980 da Giovanni Paolo II, è imponente e occupa la parte centrale di un paesino di poco più di 36 mila abitanti. Tutte le mattine, delegati, periti e collaboratori a vario titolo – in tutto oltre 300 persone – si ritrovano per la Messa all’interno della basilica, disposti a semicerchio ai piedi di questa madonnina nera, alta 30 centimetri, che la leggenda vuole sia stata ripescata, spezzata in due parti, nel fiume Paraiba che costeggia la città.

In questo quinto appuntamento, che ha per titolo "Discepoli e missionari di Gesù Cristo perché i nostri popoli abbiano la vita", e che riunisce, dal 13 al 31 maggio, gli episcopati di 22 nazioni, non si sta parlando solo della crisi dei cattolici in America latina e dei loro rapporti con le altre confessioni religiose. Anzi, nei primi giorni i presidenti delle Conferenze episcopali hanno indirizzato i lavori verso una disamina innanzitutto sociopolitica, economica e culturale del continente.

I vescovi latinoamericani con il Pontefice nella basilica di Aparecida.
I vescovi latinoamericani con il Pontefice nella basilica
di Aparecida
(foto S. Izquierdo/AP).

«Abbiamo deciso di seguire il metodo vedere, giudicare, agire», spiega monsignor Geraldo Lyrio Rocha, neoeletto presidente della Cnbb, la Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani. «Il che significa che partiamo dall’esame della realtà. È la prima volta che una Conferenza del Celam si apre con le relazioni dei presidenti dei vari episcopati. Questo ci ha permesso di avere un quadro chiaro della situazione del continente. E di affrontare le questioni partendo dai dati concreti». Nell’incontro di Aparecida il peso maggiore lo avranno proprio i brasiliani, che tra cardinali, vescovi, teologi e invitati speciali arrivano a 40 persone. D’altra parte, i padroni di casa hanno anche il maggior numero di cattolici al mondo: oltre 145 milioni.

Nelle prime giornate si parla poco dell’esodo dei cattolici latinoamericani verso altre fedi. Tengono banco invece i temi della grande povertà del continente, della disparità nella distribuzione delle ricchezze, della violenza, della questione della riforma agraria. «Noi brasiliani abbiamo riproposto il tema della foresta amazzonica», continua monsignor Lyrio Rocha, «non solo come questione ambientale, ma per rimettere al centro i diritti di tutte le popolazioni che vivono nella regione, indigeni per primi».

Un ragazzino gioca per la strada in un barrio popolare di Lima, capitale del Perù.
Un ragazzino gioca per la strada in un barrio popolare di Lima,
capitale del Perù
(foto M. Mejia/AP/La Presse).

La questione sociale è imprescindibile, dicono i vescovi riuniti in assemblea. E lo ha sottolineato pure il Papa, aprendo i lavori della Conferenza: «La fede ci libera dall’isolamento dell’io, perché ci porta alla comunione: l’incontro con Dio è, in se stesso e come tale, incontro con i fratelli, un atto di convocazione, di unificazione, di responsabilità verso l’altro e verso gli altri. In questo senso l’opzione preferenziale per i poveri è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci con la sua povertà», aveva detto Benedetto XVI.

«È il senso della nostra teologia», commenta padre Ernesto Cavassa, presidente della Conferenza dei provinciali gesuiti dell’America latina. «quando il Papa parla di un Dio che non è solo pensato, ma che ha un volto umano, fa un discorso che può far parte di un’eccellente Teologia della liberazione. Quando parla dell’opzione per i poveri dice quello che dice la Teologia della liberazione, che dice la teologia in generale, che dice Sobrino, che dice il magistero. Dopo le sue parole, la strada dell’impegno della Chiesa in America latina ha un solco ben preciso da seguire: quello inaugurato a Medellín e a Puebla».

Benedetto XVI inaugura la Conferenza dei vescovi ad Aparecida.
Benedetto XVI inaugura la Conferenza dei vescovi ad Aparecida
(foto R. Mazalan/AP).

Ordinatamente seduti ciascuno al proprio banco, nelle salette predisposte nella parte inferiore del santuario, i delegati ascoltano le relazioni. Emergono posizioni molto diverse, ma qui non tira aria di scontro. Non apertamente, almeno. «Le sétte avanzano e noi siamo chiamati a intensificare l’esperienza della fede, a dare un annuncio pieno di entusiasmo e di ragioni, non a dividerci al nostro interno», spiega monsignor Filippo Santoro, vescovo di Petropolis e rappresentante di Comunione e liberazione. «La prima sfida», dice, «è il secolarismo, l’indifferentismo, la distanza della fede dalla vita quotidiana. La mancanza di incidenza della fede nella vita di tutti i giorni ha avuto come suo contrappunto l’avanzata delle sétte. Quando in un terreno secolarizzato, soprattutto nelle periferie urbane dove la gente arriva senza radici, si fa una proposta interessante, entusiasmante di vita, con una prospettiva di successo immediato nei vari campi, è evidente che questa cosa trascina molte persone. C’è bisogno da parte nostra di una missione popolare che ci faccia andare casa per casa, famiglia per famiglia. Solo così si vede se le persone sono battezzate, se vanno a scuola, se hanno fame, se hanno bisogno di cure mediche. C’è bisogno di comunicare la bellezza dell’annuncio della fede non separato da un’accoglienza e da una attenzione ai problemi umani che si incontrano sul posto».

Di una "grande missione continentale" parla il documento di sintesi portato in assemblea e di cui si dovrà discutere. «Bisogna però chiarirsi sui termini», interviene dom Moacyr Grechi, che non parla di "sétte", ma di "diverse denominazioni religiose" o di "pentecostali". «Deve essere chiaro», dice il vescovo, «che la missione non è un’azione di proselitismo. E che l’obiettivo non è quello di contrastare gli altri culti con i loro stessi metodi. Noi pensiamo a missioni popolari fatte dal popolo, da uomini e donne che si preparano e che vanno in missione di casa in casa senza escludere alcuno. Abbiamo bisogno di comunità, di gruppi di Vangelo che approfondiscano la Parola e l’impegno con i più poveri, di gruppi che promuovano discussioni su come legare fede e politica».

Una donna guatemalteca di etnia quiché mentre prepara delle tortilla.
Una donna guatemalteca di etnia quiché mentre prepara delle tortilla

(foto S. Sady/
AP/La Presse).

Intanto su Aparecida marciano i disoccupati, fanno sentire la loro voce gli indigeni, discutono i teologi, dentro e fuori dalle aule ufficiali. «Non c’è opposizione o antagonismo», sottolinea il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, Honduras. «Siamo aperti a tutti i contributi, abbiamo anche consultato sia i teologi amerindi che quelli della liberazione. Non si può prescindere dalle loro riflessioni, così come non va dimenticata la vita dei martiri latinoamericani». Il documento finale dirà se si tratta solo di buone intenzioni. Così come si vedrà se le divergenze con Roma sono davvero superate. «Il Papa non è venuto a metterci una camicia di forza, ma il suo discorso apre gli orizzonti», sottolinea con convinzione monsignor Enrique Baltazar Porras Cardozo, vescovo di Merida, Venezuela.

Anche il caso di Jon Sobrino e gli attacchi alla Teologia della liberazione vengono ridimensionati: «Con Roma manca una comunicazione diretta in due sensi», dice ancora dom Moacyr, «non abbiamo ancora trovato una strada perché l’informazione arrivi in Vaticano in modo completo, non parziale, e un modo perché anche noi possiamo sapere quale sia realmente il pensiero del Papa senza mediazioni. Non abbiamo ancora trovato strade di dialogo trasparente. Noi del Brasile, per esempio, siamo il Paese con il numero più grande di cattolici nel mondo e nella Curia romana abbiamo avuto quasi sempre pochi rappresentanti e di una linea non coerente con quella della Conferenza. Questo ha comportato che a Roma arrivassero continuamente versioni parziali e non la realtà».

Un'immagine aerea della Messa di papa Benedetto XVI alla basilica di Aparecida.
Un’immagine aerea della Messa di papa Benedetto XVI
alla basilica di Aparecida
(foto J. Varella/AP).

Aggiunge monsignor Alvaro Ramazzini, vescovo di San Marcos e presidente della Conferenza episcopale guatemalteca: «Quando il dialogo è diretto anche le conseguenze sono diverse. Alle volte molti problemi nascono da una cattiva comunicazione. Qui bisogna sottolineare la grande libertà di dibattito. La lezione di Santo Domingo è servita. In questa Conferenza le cose stanno andando molto diversamente. Abbiamo la possibilità di consultarci con i nostri esperti e teologi, anche con quelli che non sono periti ufficiali, abbiamo ampia facoltà di dibattere». Certamente pesano i decenni passati. «Abbiamo bisogno di una maggiore formazione dei laici, ma anche dei pastori», dice padre Cavassa. «Oggi c’è un grande disicanto e l’intransigenza degli anni passati non ha certo fatto bene alla riflessione teologica. Così come non ha giovato alla formazione di pastori e laici in grado di affrontare la complessità del mondo contemporaneo».

La discussione è in corso. Il programma viene modificato giorno per giorno, «perché il calendario dei lavori viene via via cambiato dai vescovi». I quali hanno deciso che, oltre al Documento finale approvato punto per punto e mandato a Roma per la recognitio, firmeranno anche un Messaggio al continente, che sarà reso noto al termine dei lavori. Un altro modo per dire che il dibattito è libero ed è appena cominciato.

Annachiara Valle

Segue: Guardare al futuro senza nostalgie restauratrici

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