EUROPA
I cattolici francesi si buttano a destra: un sondaggio di La Croix sul
voto
Il
voto dei cattolici francesi si sposta sempre più a destra e sembra
aver trovato in Nicolas Sarkozy la persona adatta a
rappresentare le proprie istanze e i propri sentimenti, mentre
rimangono bassi i consensi non solo per la socialista Ségolène
Royal ma anche per il cattolico François Bayrou, che non
riesce a "sfondare" proprio in quello che dovrebbe essere il
suo gruppo di elettori di riferimento.
I risultati di un recente sondaggio del quotidiano cattolico
francese La Croix, condotto a due mesi dalle decisive elezioni
presidenziali in programma per il 22 aprile, mostrano un candidato
della destra in grado di raccogliere il 33% dell’elettorato
cattolico al primo turno, percentuale che sale addirittura al 42% tra
i praticanti e che arriverebbe – nel caso di un ballottaggio che lo
vedesse sfidare la socialista Royal – addirittura al 60% (72% tra i
praticanti). Sarkozy raccoglie anche molti dei voti che nelle ultime
elezioni del 2002 erano andati al partito di estrema destra di Jean-Marie
Le Pen. Quest’ultimo, anche quest’anno, al primo turno
raccoglierebbe comunque un buon 16% del voto dei praticanti,
esattamente quanto la Royal, che si attesta invece al 22% del voto
cattolico complessivo.
La Croix parla di droitisation ("destrizzazione")
clamorosa, riconducibile a un dato fondamentale: «L’elettorato
cattolico si dice di destra e la destra, oggi, è Sarkozy». I
cattolici di sinistra, aggiunge ancora il quotidiano francese, «oggi
non hanno più un portavoce e i soli politici che mettono in evidenza
un legame forte tra la loro fede e il loro impegno politico sono a
destra». Anche la dottrina sociale della Chiesa, secondo La Croix,
non riesce più a suggerire un approccio centrista. Secondo l’analisi
dello storico René Rémond, oggi come oggi, «l’espressione
pubblica del cristianesimo si riduce ad alcuni elementi che derivano
dalla tendenza integralista. Se in politica è politicamente scorretto
richiamarsi alla fede in Gesù Cristo, allora solo i più convinti lo
fanno».
L’approccio marcatamente laico del cattolico Bayrou, che durante
la campagna elettorale ha sempre avuto cura di non mostrarsi come un
"democristiano" e ha ripetuto come, per lui, «la politica
non possa essere ridotta a una religione», sarebbe quindi destinato
all’insuccesso presso un elettorato cattolico sempre più
identitario. Il candidato centrista, infatti, raccoglie appena il 19%
del voto dei cattolici: appena un punto in più della percentuale di
consensi che fa registrare, secondo il sondaggio de La Croix,
all’interno di tutto l’elettorato francese. Se Bayrou guadagna,
insomma, e arriva a insidiare per il ballottaggio la candidata
socialista, lo deve all’apporto dei voti della sinistra, non certo
al sostegno dei cattolici.
Alessandro Speciale
ITALIA
Il Family day, manifestazione laica
tra valori in positivo e dubbi politici
L'appuntamento
è per il 12 maggio a Roma in piazza San Giovanni Laterano. Trentatré
anni dopo il referendum sul divorzio. La coincidenza non è voluta, la
data – tra le elezioni amministrative e la Conferenza governativa
sulla famiglia – alla fine era obbligata. Ma sarà gioco facile
leggere il Family day, promosso da un folto cartello di
aggregazioni ecclesiali, come una prova di forza della Chiesa cattolica
contro la legge sui "Diritti e i doveri delle persone
conviventi" (Dico). «Un disegno legislativo inaccettabile sul
piano dei principi, ma anche pericoloso sul piano sociale ed educativo»,
ha dichiarato il 26 marzo il presidente della Cei, Angelo Bagnasco,
nella prolusione di apertura del Consiglio permanente.
Non sono mancati appelli, da parte degli organizzatori e di qualche
vescovo, affinché «la festa della famiglia» non abbia un carattere
antigovernativo: «È la migliore risposta a tutte le polemiche, un modo
per confermare che la Chiesa difende la famiglia fondata sul matrimonio
tra uomo e donna», ha detto l’arcivescovo di Pisa, monsignor Alessandro
Plotti. «Spero solo», ha aggiunto, «che questa giornata non
assuma connotazioni di polemica politica, che sarebbero fuori luogo, pro
o contro i Dico, questioni di cui si occupa il Parlamento».
Secondo le indicazioni dello stesso Bagnasco, la manifestazione,
proprio perché nasce «dal cuore delle aggregazioni laicali», per non
dare «adito ad altre interpretazioni inutili», non dovrebbe prevedere
la presenza in piazza dei vescovi, che «naturalmente danno il loro
appoggio e consenso all’iniziativa».
Di certo in piazza si intrecceranno umori diversi. Per i politici,
per esempio, esserci o non esserci diventa motivo non solo di più o
meno opportuno presenzialismo, ma anche, in qualche modo, risposta a
quella Nota pastorale sui Dico (in cui per i cattolici che la votano
potrebbe essere paventato un "rischio immoralità"), che al
momento in cui scriviamo il Consiglio della Cei sta decidendo se
rinviare per l’approvazione all’assemblea plenaria dei vescovi che
si terrà dal 21 al 25 maggio. E quindi dopo la manifestazione di piazza
San Giovanni.
La Nota della Cei, secondo quanto dichiarato da monsignor Bagnasco,
rimanderà a due documenti sull’impegno dei cattolici in politica –
firmati dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, nel 2003, da prefetto
della Congregazione per la dottrina della fede – in cui si fa obbligo
ai cattolici di non votare leggi che danneggino la famiglia o diano «riconoscimento
legale» alle coppie omosessuali. Cosa che si appresta a fare il
progetto di legge sui Dico. Tutto giocato in positivo è invece il
manifesto proposto per la manifestazione del 12 maggio.
Intitolato Più famiglia e pubblicato il 19 marzo, il testo
parte dalla definizione di famiglia su cui le associazioni si
ritroveranno in piazza: quella «fondata sull’unione stabile di un
uomo e una donna, e aperta a un’ordinata generazione naturale». Il
testo afferma che «senza un legame stabile di un padre e di una madre,
senza un’esperienza di rapporti fraterni, crescono le difficoltà di
elaborare un’identità personale e maturare un progetto di vita aperto
alla solidarietà e all’attenzione verso i più deboli e gli anziani».
I firmatari, partendo da queste premesse antropologiche, sostengono che «la
difesa della famiglia fondata sul matrimonio sia compito primario per la
politica e per i legislatori, come previsto dagli articoli 29, 30 e 31
della Costituzione» e chiedono «al Parlamento di attivare – da
subito – un progetto organico e incisivo di politiche sociali in
favore della famiglia».
Nel testo non manca un riferimento esplicito al disegno sui Dico: «Le
esperienze di convivenza, che si collocano in un sistema di assoluta
libertà già garantito dalla legislazione vigente, hanno un profilo
essenzialmente privato e non necessitano di un riconoscimento pubblico
che porterebbe inevitabilmente a istituzionalizzare diversi e
inaccettabili modelli di famiglia, in aperto contrasto con il dettato
costituzionale».
vi.pri.
AMERICA DEL NORD
Giro di vite sui rifugiati: i vescovi americani
contro il presidente Bush
Semaforo
rosso dell’episcopato a stelle e strisce all’amministrazione Bush. I
vescovi degli Stati Uniti si sono schierati, assieme ad altri leader
religiosi e associazioni di difesa dei diritti umani, contro due
progetti di legge sostenuti dai Repubblicani per contrastare il
terrorismo internazionale. L’accusa è che il Real Id Act e il
più noto Patriot Act, concepiti per evitare che si ripetano
attentati come quelli dell’11 settembre 2001, neghino i diritti
elementari dei rifugiati e dei richiedenti asilo.
Le due proposte prevedono, tra l’altro, che vengano respinte le
richieste di chi ha offerto «sostegno materiale» alle organizzazioni
terroristiche. «Non è prevista nessuna eccezione per coloro che sono
stati obbligati con l’uso di forza estrema a fornire cibo ai signori
della guerra, hanno pagato un riscatto ai guerriglieri per ottenere la
propria libertà o sono stati costretti ad altre forme di sostegno»,
denuncia la Conferenza episcopale. Non solo: «Paradossalmente, la legge
definisce le "attività terroristiche" in modo così generico
da includere anche le azioni di gruppi che hanno combattuto accanto alle
truppe americane in Vietnam o, più di recente, in Iraq».
I vescovi tornano, così, ad alzare la voce nei confronti di un’amministrazione
che, per altro verso, apprezzano in materia di bioetica e difesa dei
valori tradizionali. Non è la prima volta, infatti, che l’episcopato
nordamericano critica Bush e il suo partito per le politiche di
immigrazione, per le modalità con cui viene condotta la guerra al
terrorismo e, più in generale, per scelte di politica estera come l’intervento
in Iraq. «L’amministrazione Bush non è riuscita ad affrontare il
problema in modo adeguato», precisa la nota.
«Questo progetto di legge farà poco per migliorare la nostra
sicurezza ma metterà gravemente in pericolo il nostro impegno a favore
della libertà», ha detto da parte sua Timoty Edgar, consulente
legislativo della American Civil Liberties Union, un’associazione
laica ben distante dai vescovi americani sui rapporti tra Stato e
Chiesa.
Del cartello di organismi che chiedono al Congresso un passo indietro
fanno parte, tra gli altri, anche Amnesty International, la American
Conservative Union, e l’associazione dei parenti pacifisti delle
vittime dell’11 settembre (September 11th Families for Peaceful
Tomorrows).
Un dossier preparato dai vescovi americani sul tema spiega come in
passato siano state rimpatriate donne e bambini che nel Paese di origine
erano stati violentati o torturati. «Le leggi per la sicurezza
nazionale dovrebbero fare una ragionevole distinzione tra coloro che
rappresentano un vero pericolo per la nazione e i rifugiati innocenti
che hanno bisogno di protezione e costituiscono un beneficio per la
nostra società», ha chiosato Kevin Appleby, direttore dell’Ufficio
migrazioni e rifugiati dell’episcopato Usa.
Iacopo Scaramuzzi
AMERICA LATINA
Costarica - DENUNCE DELLA CARITAS
Il
tribunale di Liberia ha assolto padre Ronald Vargas, direttore
della Caritas della diocesi di Tilarán, dalle accuse di ingiurie,
calunnie e diffamazione per aver affermato che il sindaco di La Cruz, Matias
Gonzaga, aveva acquistato illegalmente nel 1990 alcuni terreni dell’Istituto
per lo sviluppo agrario, poi venduti all’attuale presidente della
Repubblica, Oscar Arias. Il giudice ha, infatti, accolto come prova
un rapporto dell’Organo di controllo generale della Repubblica, il quale
conferma che i lotti furono assegnati irregolarmente a Gonzaga. Il
ministro della presidenza, Rodrigo Arias, ha dichiarato che suo
fratello comprò i terreni «in buona fede», ignorandone l’origine.
AFRICA
Uganda del Nord: una pace in bilico
che ha bisogno di appoggio e sostegno
Ci
stanno provando in molti a portare la pace nel Nord dell’Uganda,
devastato da un’assurda guerra che da vent’anni oppone i ribelli
dell’Esercito di liberazione del Signore (Lra) e i militari
governativi. Un conflitto che ha provocato decine di migliaia di morti e
un milione e 700 mila sfollati. Lo scorso 28 febbraio scadeva il
cessate-il-fuoco siglato nell’agosto 2006 a Juba, in Sud Sudan, in un
clima che non prometteva nulla di buono. Interessi contrastanti,
ostilità e incomprensioni, giochi di potere interni ed esterni al Paese
sembravano destinati a far naufragare per l’ennesima volta un processo
caratterizzato da troppi ostacoli e ritardi. E invece, la volontà di
molti che ancora ci credono tenacemente sembra aver riavviato la
trattativa su nuovi binari.
«Sono fiducioso sul fatto che le due parti siano ancora disponibili
a continuare i colloqui di pace», ha dichiarato monsignor John
Baptist Odama, arcivescovo di Gulu, impegnato da tempo, insieme ad
altri capi religiosi dell’etnia locale, quella degli acholi, in un’importante
opera di mediazione. A metà febbraio, monsignor Odama ha incontrato a
Nairobi una delegazione del Lra, ribadendo la necessità di concentrarsi
seriamente sul cammino di pace per il bene della popolazione. L’incontro
è avvenuto alla Shalom House, una struttura creata da padre Kizito
Sesana, missionario comboniano e fondatore dell’associazione Africa
Peace Point (App), direttamente implicata nel negoziato. «La
delegazione del Lra», spiega il missionario, «ha chiesto ad App di
aiutarli a uscire dallo stallo in cui erano precipitati i negoziati. App
sta lavorando al massimo delle sue possibilità per tenere aperti canali
di comunicazione fra ribelli e governo ugandese. La nostra principale
preoccupazione è che si arrivi a una pace giusta e duratura per il Nord
Uganda».
Anche in Italia, una piattaforma di circa 50 organizzazioni e
personalità religiose e laiche (tra cui gli istituti missionari, Pax
Christi, Caritas italiana, Beati i costruttori di pace e Good
Samaritan), si sta mobilitando per sollecitare il nostro governo a
intervenire direttamente. Dopo aver inviato tre mesi fa un appello al
ministero degli Esteri Massimo D’Alema – che ha promesso un
contributo di 100 mila euro per il processo di pace e di circa 10
milioni di euro all’anno per l’emergenza umanitaria – lo scorso 14
marzo una delegazione ha incontrato il viceministro Patrizia
Sentinelli, che a sua volta ha assicurato l’interessamento del
governo. Intanto, cinque Paesi africani si sono già impegnati
direttamente a garantire la mediazione: Sudafrica, Mozambico, Tanzania,
Kenya e Repubblica democratica del Congo.
Accanto al processo di pace, sottolinea padre Kizito, è urgente «mobilitare
aiuti umanitari per le persone, soprattutto donne e bambini, che vivono
ancora in una situazione di insicurezza in tutta l’area toccata dalla
guerra».
Anna Pozzi
ASIA e OCEANIA
A Timor Est, voto e
guerriglia
Il
giorno di Pasquetta i cittadini di Timor Est andranno alle urne per
eleggere il presidente della giovane e tormentata Repubblica,
indipendente dal maggio 2002. Tra gli otto candidati spicca il nome
dell’attuale primo ministro e Nobel per la pace José Ramos-Horta,
che ha ottenuto l’avallo dei vescovi, ma dovrà misurarsi con
avversari agguerriti. A cominciare da Francisco "Lu-Olo"
Guterres, presidente del maggior partito, il Fretilin. Vista la
situazione dell’ordine pubblico non è neppure certo che le elezioni
possano regolarmente svolgersi. Da quasi un anno la capitale Dili è
teatro di disordini. Le cose si sono messe veramente male a partire
dall’aprile-maggio 2006, quando circa 600 militari – poco meno
della metà dell’esercito – si ammutinarono e vennero congedati
dal capo del governo dell’epoca, il musulmano Mari Alkatiri.
Sentendosi minacciata, la popolazione di Dili cadde in preda al panico
e almeno 100 mila persone abbandonarono le case. Ancora oggi circa 25
mila persone si rifiutano di abbandonare 26 improvvisati campi per
sfollati.
Gli sbandati dell’esercito e i loro fiancheggiatori continuano a
dare filo da torcere alle forze di sicurezza est-timoresi, soccorse da
un contingente internazionale, che nelle ultime settimane è impegnato
in una ruvida caccia all’uomo per catturare il leader degli insorti,
il maggiore Alfredo Alves Reinado. Nel caos generale Reinado e
Ramos-Horta hanno chiesto ai due vescovi cattolici del Paese – Basilio
do Nascimento, di Baucau, e Alberto Ricardo da Silva, di
Dili – di agire da mediatori. In un Paese con un milione di abitanti
al 96 per cento cattolici, le autorità ecclesiastiche non possono
certo tirarsi indietro. E il nunzio apostolico, monsignor Leopoldo
Girelli, ha offerto collaborazione a nome della Santa Sede. La
posta in gioco è alta: rasserenare il clima in vista delle prossime
elezioni parlamentari e, ancora prima, sfamare la popolazione di Dili
rimasta senza approvvigionamenti, dato che le navi mercantili
disertano il suo porto. Nella foto: alcuni sostenitori di José
Ramos-Horta.
Giampiero Sandionigi
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