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La vita di Camillo De Piaz è narrata da Giuseppe Gozzini nel bel volume Sulla frontiera (Libri Scheiwiller).

Nel 2001 Camillo De Piaz ha scritto un commosso librettino per ricordare L’evento Turoldo (Servitium Editrice).

In questa pagina: alcune foto che ritraggono la vita quotidiana di padre Camillo De Piaz a Tirano.

 

INTERVISTA - PADRE CAMILLO DE PIAZ

La fedeltà e la libertà
di Camillo e di Davide
di Annachiara Valle - foto di Matilde Gattoni
  

Padre servita quasi novantenne, amico fraterno di David Maria Turoldo, padre Camillo De Piaz vive da anni ritirato sui monti della Valtellina. Siamo andati a trovarlo per ricordare i 15 anni dalla scomparsa del grande profeta-poeta friulano. E lui ci ha messo in guardia dalle tentazioni di oggi e ci ha rammentato: «Non bisogna usare il nome di Dio invano».
   

L'aria è pungente a Madonna di Tirano. Il fiato diventa fumo mentre si percorre il largo viale che separa la stazione ferroviaria dal santuario retto per anni dai frati Servi di Maria. Il campanile della chiesa dà la direzione ai passi. E le Alpi, tutt’intorno, sembrano richiamare a un’armonia antica dove hanno ancora cittadinanza il silenzio, la cordialità, il pensiero meditato e profondo. Questo non è luogo dove le parole si sprechino.

Padre Camillo De Piaz a passeggio sui sentieri che circondano il paese.
Padre Camillo De Piaz a passeggio sui sentieri che circondano il paese.

Nello spiazzo antistante il santuario giocava, con i suoi coetanei, il piccolo Camillo De Piaz. Più tardi sarebbe andato a Monte Berico, vicino Vicenza, nello studentato dei Servi di Maria. «Era l’11 settembre 1929», ricorda, «un giorno memorabile: incontrai Davide Turoldo e, da quel momento, ebbe inizio la nostra vita insieme». Alle soglie dei novant’anni, padre Camillo De Piaz ricorda il suo amico di una vita, gli anni della Resistenza, i fermenti del Concilio, l’impegno di oggi. Con il riserbo tipico della gente di montagna tenta di schermirsi; poi, piano piano, si lascia andare.

Padre Camillo De Piaz davanti al santuario della Madonna di Tirano.
Padre Camillo De Piaz davanti al santuario della Madonna di Tirano.

«Non amo essere in primo piano», spiega tranquillo, «chi conosceva me e Davide diceva che io ero la buca del suggeritore mentre a lui si addiceva il palco. Ed era vero. Davide era portato, anche fisicamente, a calcare le scene, non poteva non parlare, era costituzionalmente pubblico. Avevamo caratteri differenti, ma siamo sempre stati in sintonia, anzi forse proprio le nostre differenze ci completavano».

Padre Camillo nella chiesa di Tirano, suo paese natìo.
Padre Camillo nella chiesa di Tirano, suo paese natìo. Il religioso vive qui
dal 1957, quando fu esiliato da Milano per ordine del Sant’Uffizio.

  • Quest’anno, il 6 febbraio, sono stati ricordati i 15 anni dalla morte di padre David Maria Turoldo. Una figura come la sua è ancora attuale?

«Certamente. È di straordinaria attualità in un contesto come quello di oggi, dove si sta tentando di mettere fuori gioco il Concilio. Io e Davide abbiamo vissuto con pienezza quei tempi, ci incontravamo con i grandi teologi, c’era un dialogo aperto e serrato con la cultura contemporanea. Con la nostra attività culturale, con la fondazione del Centro Corsia dei Servi, a Milano, siamo stati un po’ gli anticipatori di quello che poi è avvenuto con il Concilio».

  • Non sempre siete stati ben visti per questa attività...

«Le vicende sono note. C’eravamo molto esposti negli anni della Resistenza. Avevamo fondato una rivista clandestina, L’Uomo, organo del Movimento per l’Unità d’Italia nato nelle stanze del convento di Santa Maria dei Servi, a Milano. Il primo numero esce l’8 settembre del 1943, mentre la nostra attività di Resistenza era in pieno fermento. Su indicazione del Comitato di liberazione nazionale ci occupavamo anche delle famiglie dei perseguitati politici. Furono gli anni dell’amicizia con Eugenio Curiel, il militante comunista che verrà ucciso nel 1945 in piazzale Baracca, a Milano. Curiel era grande fautore del dialogo con il mondo cattolico».

  • Cosa vi rimproveravano?

«Proprio questa attività di dialogo. E, in particolare, l’apertura verso il mondo comunista. Durante l’epoca clandestina della Resistenza c’era stata la costituzione del Fronte della gioventù, nome di cui poi si è impossessato il Msi. Il nostro Fronte convogliava i giovani dei vari partiti che avevano partecipato alla Resistenza. Non un solo partito, dunque. Questo non ha mai incontrato il favore delle gerarchie. Dall’altra parte noi invece abbiamo sempre mal tollerato l’identificazione della Chiesa con un partito. Questo è un punto importante per giudicare la nostra vicenda. C’è stato un periodo in cui la gente veniva portata a votare per la Chiesa: è una contraddizione in termini. La Chiesa è diversa da un partito. In una certa misura quello che abbiamo vissuto ricorda le vicende di oggi».

  • In che senso?

«C’è la tentazione, c’è sempre stata, di usare la politica a fini religiosi e la religione a fini politici. Questo rischio è stato sempre il nostro bersaglio. Ci piaceva ricordare un episodio di De Gasperi: quando Pio XII, per le elezioni amministrative di Roma, gli chiese l’alleanza con il Movimento sociale, De Gasperi rispose di no. Da quel momento non è più stato ricevuto dal Papa. Ma non poteva fare diversamente. La classe politica democristiana era preparata a difendere la propria autonomia e in questo modo credo facesse anche il bene della Chiesa. Oggi quelle tentazioni ci sono ancora e la risposta dovrebbe essere la stessa. Lazzati, Dossetti, La Pira, per citarne solo alcuni, ci hanno insegnato questo. Anzi aggiungerei che la scelta di Dossetti di abbracciare la vita religiosa discendeva anche dal fatto che riteneva che il rapporto corretto con la politica era da affrontare all’interno della Chiesa. Eravamo molto amici e abbiamo parlato a lungo proprio su questo problema, vero allora come oggi».

  • Cosa vi dicevate con Dossetti?

«Era già presente allora un’idea che oggi si va affermando. Si dice che la società è scristianizzata. Già su questo punto avrei delle osservazioni, perché non si può capire la società secolarizzata senza un qualche riferimento al cristianesimo e all’incarnazione. Il cristianesimo ha al suo centro un Dio che da sacro si fa profano. Su questo credo che non ci sia una sufficiente riflessione. Comunque, per tornare al sillogismo: un certo modo di intendere la Chiesa fa dire "la società è scristianizzata". E allora cosa si fa? La si occupa. E come la si occupa? Prendendo i posti di potere. È una tentazione che tanta parte del mondo ecclesiastico non è preparata a contrastare. Questo allontana il popolo di Dio. Sta accadendo il contrario di ciò che ha caratterizzato i grandi Ordini religiosi. Ordini che nascevano dal basso della società e non dall’alto dei poteri. Non a caso si chiamavano serviti, minori, minimi. Adesso si approfitta di un certo ritorno al religioso per occupare il potere: una cosa che alla lunga si ritorcerà contro di noi. L’uso politico del religioso e l’uso religioso del politico danneggia tutte e due le componenti».

  • Sta parlando di tentazioni. Lei non ha mai avuto la tentazione di lasciare l’Ordine, di lasciare la Chiesa?

«Con Davide abbiamo avuto molte traversie. Nel ’54, per intervento del Sant’Uffizio, Davide è stato mandato via dall’Italia per qualche anno. Nel ’57 arrivò anche per me l’ordine di allontanarmi da Milano e dalla Corsia dei Servi. Il mio superiore mi concesse di scegliere il luogo in cui ritirarmi e io sono venuto qui, nel mio paese natìo. Naturalmente senza mai perdere i contatti con la Corsia dei Servi e con Davide. E senza interrompere il nostro lavoro di dialogo e formazione. Tanti, negli anni, sono stati richiamati... anche al silenzio. Alcuni si sono allontanati e hanno preso altre strade. Per quanto riguarda me e Turoldo, ci ha distinto il fatto che, anche negli anni più difficili, quelli della contestazione, non abbiamo mai lasciato la Chiesa e neanche l’Ordine. Davide era durissimo con i nostri amici che mollavano e se ne andavano, salvo poi essere molto accogliente e molto caritatevole con qualcuno che, andatosene, si trovava poi nel bisogno. Ma la nostra caratteristica era quella di essere sempre su posizioni molto esposte, si può dire di avanguardia, senza però andarcene».

  • Cosa vi dava la forza di resistere?

«La fedeltà. È un cliché dire che Davide fosse un ribelle. Forse lo ero più io, tanto che mi feci espellere dal collegio internazionale del nostro Ordine durante il mio terzo anno. Mi avevano trovato alcuni numeri dell’Osservatore Romano, cosa proibita perché non potevamo leggere alcun giornale, e una copia dell’Origine della specie di Darwin. Anche allora avevo accettato l’espulsione senza protestare. Eravamo degli obbedienti. E, ripeto, dei fedeli. Soltanto la vera fedeltà al Vangelo e alla Chiesa può permettere di essere liberi».

  • La Resistenza, gli anni all’Università Cattolica, la Corsia dei Servi, il Concilio Vaticano II, la Firenze di La Pira, padre Balducci e don Milani. Il suo rapporto con don Primo Mazzolari, l’amicizia con Papa Montini. Ha nostalgia di tutto ciò?

«Abbiamo vissuto vicende importantissime per l’Italia e per la Chiesa, ma non sono un nostalgico. Sono fortemente legato a quella stagione, ma non per un semplice ricordo. C’è ancora molto da fare. Stiamo ancora aspettando che il Concilio dia i suoi frutti. Penso per esempio alla costituzione Lumen gentium, che mette al centro la Chiesa come popolo di Dio. È stata una rivoluzione, ma siamo ancora lontani dall’aver tratto, da ciò, tutte le conseguenze. Oggi si sta cercando di dare un’interpretazione diversa del Concilio. C’è una parte di popolo di Dio che è ferita da questo. Ma sono fiducioso. L’esperienza vissuta con Davide mi dice che ci sono momenti in cui bisogna essere capaci di soffrire non solo pour l’église, ma anche par l’église, per mano della Chiesa. E poi il Concilio è opera dello Spirito, non si può cancellare come se nulla fosse».

  • Alle soglie dei novant’anni, cosa consiglia a noi oggi?

«Il silenzio. Penso che oggi vada riscoperto il comandamento del non nominare Dio invano. Il nome di Dio va usato con parsimonia per non banalizzarlo e per non renderlo, alla fine, innocuo e insignificante».

Annachiara Valle

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