INTERVISTA
- PADRE CAMILLO DE PIAZ La
fedeltà e la libertà
di Camillo e di Davide
di Annachiara Valle - foto di Matilde Gattoni
Padre servita
quasi novantenne, amico fraterno di David Maria Turoldo, padre Camillo
De Piaz vive da anni ritirato sui monti della Valtellina. Siamo andati
a trovarlo per ricordare i 15 anni dalla scomparsa del grande
profeta-poeta friulano. E lui ci ha messo in guardia dalle tentazioni
di oggi e ci ha rammentato: «Non bisogna usare il nome di Dio invano».
L'aria
è pungente a Madonna di Tirano. Il fiato diventa fumo mentre si
percorre il largo viale che separa la stazione ferroviaria dal santuario
retto per anni dai frati Servi di Maria. Il campanile della chiesa dà
la direzione ai passi. E le Alpi, tutt’intorno, sembrano richiamare a
un’armonia antica dove hanno ancora cittadinanza il silenzio, la
cordialità, il pensiero meditato e profondo. Questo non è luogo dove
le parole si sprechino.

Padre Camillo De Piaz a passeggio sui
sentieri che circondano il paese.
Nello spiazzo antistante il santuario giocava, con i suoi coetanei,
il piccolo Camillo De Piaz. Più tardi sarebbe andato a Monte Berico,
vicino Vicenza, nello studentato dei Servi di Maria. «Era l’11
settembre 1929», ricorda, «un giorno memorabile: incontrai Davide
Turoldo e, da quel momento, ebbe inizio la nostra vita insieme». Alle
soglie dei novant’anni, padre Camillo De Piaz ricorda il suo amico di
una vita, gli anni della Resistenza, i fermenti del Concilio, l’impegno
di oggi. Con il riserbo tipico della gente di montagna tenta di
schermirsi; poi, piano piano, si lascia andare.

Padre Camillo De Piaz davanti al santuario
della Madonna di Tirano.
«Non amo essere in primo piano», spiega tranquillo, «chi conosceva
me e Davide diceva che io ero la buca del suggeritore mentre a lui si
addiceva il palco. Ed era vero. Davide era portato, anche fisicamente, a
calcare le scene, non poteva non parlare, era costituzionalmente pubblico.
Avevamo caratteri differenti, ma siamo sempre stati in sintonia, anzi
forse proprio le nostre differenze ci completavano».

Padre Camillo nella chiesa di Tirano, suo
paese natìo. Il religioso vive qui
dal 1957, quando fu esiliato da Milano per ordine del Sant’Uffizio.
- Quest’anno, il 6 febbraio, sono stati ricordati i 15 anni dalla
morte di padre David Maria Turoldo. Una figura come la sua è ancora
attuale?
«Certamente. È di straordinaria attualità in un contesto come
quello di oggi, dove si sta tentando di mettere fuori gioco il Concilio.
Io e Davide abbiamo vissuto con pienezza quei tempi, ci incontravamo con
i grandi teologi, c’era un dialogo aperto e serrato con la cultura
contemporanea. Con la nostra attività culturale, con la fondazione del
Centro Corsia dei Servi, a Milano, siamo stati un po’ gli anticipatori
di quello che poi è avvenuto con il Concilio».

- Non sempre siete stati ben visti per questa attività...
«Le vicende sono note. C’eravamo molto esposti negli anni della
Resistenza. Avevamo fondato una rivista clandestina, L’Uomo,
organo del Movimento per l’Unità d’Italia nato nelle stanze del
convento di Santa Maria dei Servi, a Milano. Il primo numero esce l’8
settembre del 1943, mentre la nostra attività di Resistenza era in
pieno fermento. Su indicazione del Comitato di liberazione nazionale ci
occupavamo anche delle famiglie dei perseguitati politici. Furono gli
anni dell’amicizia con Eugenio Curiel, il militante comunista che
verrà ucciso nel 1945 in piazzale Baracca, a Milano. Curiel era grande
fautore del dialogo con il mondo cattolico».

«Proprio questa attività di dialogo. E, in particolare, l’apertura
verso il mondo comunista. Durante l’epoca clandestina della Resistenza
c’era stata la costituzione del Fronte della gioventù, nome di cui
poi si è impossessato il Msi. Il nostro Fronte convogliava i giovani
dei vari partiti che avevano partecipato alla Resistenza. Non un solo
partito, dunque. Questo non ha mai incontrato il favore delle gerarchie.
Dall’altra parte noi invece abbiamo sempre mal tollerato l’identificazione
della Chiesa con un partito. Questo è un punto importante per giudicare
la nostra vicenda. C’è stato un periodo in cui la gente veniva
portata a votare per la Chiesa: è una contraddizione in termini. La
Chiesa è diversa da un partito. In una certa misura quello che abbiamo
vissuto ricorda le vicende di oggi».

«C’è la tentazione, c’è sempre stata, di usare la politica a
fini religiosi e la religione a fini politici. Questo rischio è stato
sempre il nostro bersaglio. Ci piaceva ricordare un episodio di De
Gasperi: quando Pio XII, per le elezioni amministrative di Roma, gli
chiese l’alleanza con il Movimento sociale, De Gasperi rispose di no.
Da quel momento non è più stato ricevuto dal Papa. Ma non poteva fare
diversamente. La classe politica democristiana era preparata a difendere
la propria autonomia e in questo modo credo facesse anche il bene della
Chiesa. Oggi quelle tentazioni ci sono ancora e la risposta dovrebbe
essere la stessa. Lazzati, Dossetti, La Pira, per citarne solo alcuni,
ci hanno insegnato questo. Anzi aggiungerei che la scelta di Dossetti di
abbracciare la vita religiosa discendeva anche dal fatto che riteneva
che il rapporto corretto con la politica era da affrontare all’interno
della Chiesa. Eravamo molto amici e abbiamo parlato a lungo proprio su
questo problema, vero allora come oggi».

- Cosa vi dicevate con Dossetti?
«Era già presente allora un’idea che oggi si va affermando. Si
dice che la società è scristianizzata. Già su questo punto avrei
delle osservazioni, perché non si può capire la società secolarizzata
senza un qualche riferimento al cristianesimo e all’incarnazione. Il
cristianesimo ha al suo centro un Dio che da sacro si fa profano. Su
questo credo che non ci sia una sufficiente riflessione. Comunque, per
tornare al sillogismo: un certo modo di intendere la Chiesa fa dire
"la società è scristianizzata". E allora cosa si fa? La si
occupa. E come la si occupa? Prendendo i posti di potere. È una
tentazione che tanta parte del mondo ecclesiastico non è preparata a
contrastare. Questo allontana il popolo di Dio. Sta accadendo il
contrario di ciò che ha caratterizzato i grandi Ordini religiosi.
Ordini che nascevano dal basso della società e non dall’alto dei
poteri. Non a caso si chiamavano serviti, minori, minimi. Adesso si
approfitta di un certo ritorno al religioso per occupare il potere: una
cosa che alla lunga si ritorcerà contro di noi. L’uso politico del
religioso e l’uso religioso del politico danneggia tutte e due le
componenti».

- Sta parlando di tentazioni. Lei non ha mai avuto la tentazione di
lasciare l’Ordine, di lasciare la Chiesa?
«Con Davide abbiamo avuto molte traversie. Nel ’54, per intervento
del Sant’Uffizio, Davide è stato mandato via dall’Italia per
qualche anno. Nel ’57 arrivò anche per me l’ordine di allontanarmi
da Milano e dalla Corsia dei Servi. Il mio superiore mi concesse di
scegliere il luogo in cui ritirarmi e io sono venuto qui, nel mio paese
natìo. Naturalmente senza mai perdere i contatti con la Corsia dei
Servi e con Davide. E senza interrompere il nostro lavoro di dialogo e
formazione. Tanti, negli anni, sono stati richiamati... anche al
silenzio. Alcuni si sono allontanati e hanno preso altre strade. Per
quanto riguarda me e Turoldo, ci ha distinto il fatto che, anche negli
anni più difficili, quelli della contestazione, non abbiamo mai
lasciato la Chiesa e neanche l’Ordine. Davide era durissimo con i
nostri amici che mollavano e se ne andavano, salvo poi essere molto
accogliente e molto caritatevole con qualcuno che, andatosene, si
trovava poi nel bisogno. Ma la nostra caratteristica era quella di
essere sempre su posizioni molto esposte, si può dire di avanguardia,
senza però andarcene».

- Cosa vi dava la forza di resistere?
«La fedeltà. È un cliché dire che Davide fosse un ribelle.
Forse lo ero più io, tanto che mi feci espellere dal collegio
internazionale del nostro Ordine durante il mio terzo anno. Mi avevano
trovato alcuni numeri dell’Osservatore Romano, cosa proibita
perché non potevamo leggere alcun giornale, e una copia dell’Origine
della specie di Darwin. Anche allora avevo accettato l’espulsione
senza protestare. Eravamo degli obbedienti. E, ripeto, dei fedeli.
Soltanto la vera fedeltà al Vangelo e alla Chiesa può permettere di
essere liberi».

- La Resistenza, gli anni all’Università Cattolica, la Corsia dei
Servi, il Concilio Vaticano II, la Firenze di La Pira, padre
Balducci e don Milani. Il suo rapporto con don Primo Mazzolari, l’amicizia
con Papa Montini. Ha nostalgia di tutto ciò?
«Abbiamo vissuto vicende importantissime per l’Italia e per la
Chiesa, ma non sono un nostalgico. Sono fortemente legato a quella
stagione, ma non per un semplice ricordo. C’è ancora molto da fare.
Stiamo ancora aspettando che il Concilio dia i suoi frutti. Penso per
esempio alla costituzione Lumen gentium, che mette al centro la
Chiesa come popolo di Dio. È stata una rivoluzione, ma siamo ancora
lontani dall’aver tratto, da ciò, tutte le conseguenze. Oggi si sta
cercando di dare un’interpretazione diversa del Concilio. C’è una
parte di popolo di Dio che è ferita da questo. Ma sono fiducioso. L’esperienza
vissuta con Davide mi dice che ci sono momenti in cui bisogna essere
capaci di soffrire non solo pour l’église, ma anche par l’église,
per mano della Chiesa. E poi il Concilio è opera dello Spirito, non si
può cancellare come se nulla fosse».

- Alle soglie dei novant’anni, cosa consiglia a noi oggi?
«Il silenzio. Penso che oggi vada riscoperto il comandamento del non
nominare Dio invano. Il nome di Dio va usato con parsimonia per non
banalizzarlo e per non renderlo, alla fine, innocuo e insignificante».
Annachiara Valle
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