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Nelle foto di questa pagina: don Luisito Bianchi all’interno del monastero delle Benedettine di Viboldone. Il prete è legato a questo luogo di contemplazione sin dagli anni Cinquanta e oggi è considerato dalle suore il loro cappellano.

 

Dossier - Il silenzio brezza del divino

Il silenzio? Grazia di Dio,
non patrimonio dell’istituzione
di Annachiara Valle - foto M. Gattoni/Periodici San Paolo.
  

A San Giuliano Milanese, alle porte del capoluogo lombardo, sorge l’abbazia di Viboldone. Le benedettine che vi abitano hanno preferito non rilasciare interviste in tempo di Quaresima. Parla per loro don Luisito Bianchi, il prete scrittore che da anni è il loro cappellano.
  

Gesù crocifisso, con le braccia aperte ad accogliere l’umanità. Adamo in basso a sinistra, che regge la mela. Eva, sulla destra, che torce il busto e indica il Cristo con la mano. L’affresco sull’arco dell’abbazia di Viboldone, posto in fondo alla chiesa, prima dell’altare, sembra dire al pellegrino che entra l’indissolubile unione tra Dio e le sue creature. I mattoni rossi usati nella costruzione, completata nel 1348, custodiscono da generazioni un segreto antico: l’amore gratuito di Dio, il dono misterioso del silenzio.

Don Luisito Bianchi a Viboldone.
Don Luisito Bianchi a Viboldone
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San Giuliano Milanese: in questo pezzo di terra padana, a pochi chilometri dal capoluogo lombardo, una comunità di una trentina di suore benedettine, guidata dalla priora madre Maria Ignazia Angelini, vive senza grate la propria clausura. Accolgono le persone, ma non amano parlare, fedeli alla regola di san Benedetto che recita: «Facciamo come dice il profeta: "Ho posto un freno sulla mia bocca, non ho parlato, mi sono umiliato e ho taciuto anche su cose buone"». E ancora: «L’importanza del silenzio è tale che persino ai discepoli perfetti bisogna concedere raramente il permesso di parlare, sia pure di argomenti buoni, santi ed edificanti, perché sta scritto: "Nelle molte parole non eviterai il peccato"; e altrove: "Morte e vita sono in potere della lingua". Se infatti parlare e insegnare è compito del maestro, il dovere del discepolo è di tacere e ascoltare».

Sorridono gentili mentre aprono la porta del convento. Ma è tempo di Quaresima e la regola prescrive che durante questi giorni, ancora di più che nel resto dell’anno, si «mortifichi la propria inclinazione alle chiacchiere e allo scherzo». Senza contare, aggiunge madre Angelini, «che sarebbe un controsenso mettersi a parlare del silenzio. Un negare con i fatti ciò che si vorrebbe affermare con le parole». Nessuna intervista, dunque, anche se l’abbazia resta aperta e l’ospitalità pronta.

In quello che qualcuno ha definito «luogo di accoglienza spirituale alle porte della città», si viene per pregare, per meditare, per allontanarsi dal clamore della vita quotidiana.

«Sarebbe un errore, però, pensare che qui si possa fare esperienza di silenzio», dice don Luisito Bianchi, da molti anni cappellano del monastero. «Il silenzio non è un’esperienza, non è un fatto. Esso è un dono gratuito di Dio, il dono dell’ascolto. Si possono usare molte tecniche per "fare silenzio", si può fare filosofia attorno al silenzio, si può pensare di cercare il silenzio. Si può persino credere che si possa venire in monastero per "sentire" il silenzio. Ma tutto questo è un’illusione. Il silenzio non è una cosa che si trova perché la si cerca. È un dono che si riceve. E perché lo si riceve? Per grazia di Dio, soltanto per questo».

La vita di don Luisito si intreccia da subito con quella del monastero. Giovane prete, nel 1953, subito dopo la guerra, incontra madre Margherita Marchi. Donna intelligente e di fede profonda, madre Marchi aveva lasciato la casa delle Sorelle dei poveri attratta sempre più dalla componente monastica che, pur presente nel suo Ordine, non ne era però la caratteristica principale. Dalla sua esigenza di maggiore contemplazione, condivisa da alcune sue consorelle, nasce una ricerca interiore che la porterà ad aderire pienamente – da donne – alla regola dei monaci benedettini. Dopo diverse traversie, nel 1941, madre Margherita porta a Viboldone una trentina di suore provenienti dalle comunità di Montefiolo della Sabina e dalle catacombe di Santa Priscilla in Roma. E così, dopo 160 anni di silenzio e di abbandono, l’abbazia torna a rivivere per diventare, in pochi anni, di nuovo, punto di riferimento spirituale per la città e non solo.

Le monache furono accompagnate, nei loro primi passi, da un giovane benedettino spagnolo esule, Aurelio Maria Escarré, il futuro abate di Monserrat. «Ma fu madre Margherita, priora dal 1941 fino alla sua morte, avvenuta nel 1956, la vera anima della comunità», spiega don Luisito. «Con la sua femminilità aveva una capacità straordinaria di accogliere e comprendere. Fu lei ad avere la grande intuizione di un monachesimo femminile nuovo, diverso da quello che c’era un tempo. Condividevano l’ideale di una vita contemplativa come quella dei Benedettini ma, al tempo stesso, pensavano a una vita autosufficiente dal punto di vista pratico. Erano intenzionate a vivere del lavoro delle loro mani e a nutrirsi, in autonomia da una certa tutela clericale, attingendo direttamente alle sorgenti bibliche, patristiche, liturgiche della spiritualità cristiana».

Dopo aver preso in esame diversi edifici e luoghi, le suore si erano stabilite a Viboldone, accanto all’abbazia fondata dagli Umiliati. L’edificio era stato abbandonato dalla Chiesa nel 1773. La storia racconta che alla congregazione iniziale, sciolta nel 1571 dopo che alcuni frati avevano congiurato per assassinare il cardinale Carlo Borromeo, erano sopraggiunti gli Olivetani. Anche questi frati erano poi stati allontanati in seguito alla riforma religiosa voluta dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria. Da quel momento cominciò la decadenza dell’intero complesso, non più di proprietà della Chiesa, cui fu posto rimedio soltanto da sporadici interventi di restauro. Anche se il luogo non sembrava salubre, e se non c’era grande spazio per sistemare tutte le consorelle, madre Marchi con le sue monache si stabilirono qui volentieri. Avevano preso accordi con il cardinale Schuster e chiesto il luogo in affitto alla famiglia Castelbarco Albani, che intanto ne aveva acquisito la proprietà.

Il primo maggio 1941 segna la data ufficiale di nascita della comunità, anche se è solo nel 1960 che il cardinale Montini, dopo che era stato firmato l’atto di donazione della casa di Viboldone alle suore, può scrivere alle monache: «Ecco la soluzione del problema che teneva in attesa e apprensione tutta la comunità: Viboldone era una sede di passaggio. Il Signore vi teneva nell’incertezza: staremo qui? Dove andremo? Dove avere un monastero nostro? E ora è divenuto una sede stabile. Il Signore ha sciolto tutti gli interrogativi della grossa e annosa questione, e la risposta è venuta, risposta che è stata molto combattuta, varia, drammatica in molte vicende, ma che ora è venuta affermativa e speriamo per secoli, perché quel che voi fate è per sempre, per i secoli».

Questa stabilità sembra essere custodita persino dalle pietre: «Pietre rosse», commenta don Luisito, «mattoni duri, cotti al fuoco, resistenti. Ma la vera resistenza fu quella di madre Marchi: aveva una tale intelligenza e intuizione e fede che da lei sarebbero potuti uscire moltitudini di mattoni rossi per nuove abbazie».

Mattoni dell’anima, costitutivi della comunità più di quelli di pietra. Lo sapeva bene madre Margherita. E lo sapeva bene il benedettino Ildefonso Schuster. Non a caso il cardinale di Milano, quando nell’autunno del 1943, a causa della guerra, dovette far sospendere in duomo la pratica tradizionale della preghiera corale, dette incarico alle monache di Viboldone di pregare per tutta Milano e per l’intera arcidiocesi. In una lettera alla priora scriveva: «Esse che già con tanta pietà e perizia d’arte liturgica solevano celebrare la divina officiatura, lo facciano adesso anche in nome nostro e di tutta Milano, perché non manchi da parte della metropoli quella adorazione continua e perfetta in spirito e verità che la liturgia rende all’augusta Triade». Viboldone divenne allora, e per certi versi lo è tutt’ora, il cuore della Chiesa ambrosiana.

Ma, aggiunge don Luisito, «c’è sempre una tentazione: quella di confinare la preghiera, la fede, il silenzio, il dono gratuito di Dio, all’interno di un’istituzione. Il silenzio non è patrimonio dei monasteri. L’ho già detto, è una grazia. Ed è grazia quando si vive in un monastero, quando si lavora, quando si è a casa propria. Anche per rendere evidente questo non confinarsi in una struttura, da anni, io trascorro una settimana qui e una nella mia città. Da quando ho avuto un piccolo incidente mi sono dovuto fermare qui, ma al più presto spero di poter riprendere il mio andirivieni. Non dobbiamo cedere alla tentazione dei discepoli che chiedono al Signore "facciamo tre tende"».

A Viboldone, nel 1976, don Luisito, reduce dal lavoro in fabbrica e poi da quello di infermiere, aveva fatto il suo anno sabbatico. E da qui si era mosso poche volte. «Ma sono rimasto un prete diocesano, anche se i miei testi sono spesso presentati come scritti monastici». Del monaco Luisito ha il tono basso di voce, l’inclinazione alle lunghe pause tra una parola e l’altra, l’abitudine alla meditazione. Con il monastero condivide anche la concezione di gratuità, che significa «non vendere la parola di Dio, non vendere la preghiera».

Per questa intuizione fin dall’inizio le monache hanno lavorato, hanno messo in piedi una tipografia, si sono dedicate al restauro dei libri antichi. Fedeli all’ora et labora e alla propria autonomia, madre Margherita Marchi diceva: «Se le vestali ci fossero ancora, dovrebbero fare le commesse di negozio per potersi dedicare a mantenere il fuoco sacro. Noi facciamo le tipografe per conservare la possibilità di dedicarci alla preghiera».

Preghiera, silenzio, ascolto. «Certo qui può essere più facile pensare di poter pregare e ascoltare, ma il silenzio non è un fatto esterno», sottolinea ancora don Luisito. «La mia esperienza mi dice che il silenzio non è un luogo, ma è l’incontro con Cristo. L’ascoltare le sue parole, non le nostre. La nostra ricerca di identità, il nostro chiacchiericcio finisce per mettere a tacere il Vangelo. Il monastero di Viboldone è come una luce, ma il mio ascolto è stato preparato durante gli anni di fabbrica, con il vociferare dei motori. È in mezzo al rumore che ho ricevuto il dono del silenzio».

Annachiara Valle

Jesus n. 4 aprile 2007 - Home Page