Dossier - Il
silenzio brezza del divino Silenzio,
sussurro di Dio
di Piero Pisarra
Il clamoroso e imprevisto successo del film-documentario di Philip
Gröning Il grande silenzio (allegato a questo numero di Jesus)
ha riportato d’attualità il dibattito sul timore-tremore che circonda
la vita contemplativa. Spaventosa e affascinante, la scelta dei monaci
di vivere lontano dai rumori del mondo suscita insieme curiosità e
perplessità. Una fuga dalle ansie della modernità? Una ricerca dell’essenziale
per l’uomo? O piuttosto un fare silenzio per ascoltare meglio, un
"ritrarsi" per aprirsi a Dio e agli altri?
Rumori
del traffico. Decibel da discoteca. Musiche da aeroporto. iPod e
telefonini. Un rumore di fondo accompagna l’uomo occidentale nelle sue
giornate. È come se la modernità fosse nemica del silenzio. O come se
di esso si cogliesse soltanto la polarità negativa. Perché c’è un
silenzio di morte e uno di vita, il silenzio dei cimiteri e quello del
neonato soddisfatto dopo la poppata. Un silenzio di disprezzo, di sfida.
E uno di compassione, di pietas. Un silenzio di complicità con
il male. E un altro che è in realtà urlo assordante di fronte alle
ingiustizie.
Il silenzio spaventa. E affascina. Spaventa, perché obbliga a
guardarsi dentro, nelle profondità dell’anima, col rischio di
scoprire il vuoto abissale di una vita riempita soltanto dagli oggetti.
Affascina, perché è il "luogo" del possibile, in cui
riposarsi, prendere fiato, dedicarsi a un vero faccia a faccia con se
stessi o con Dio. Il silenzio è sempre di più una "merce"
rara, un frutto esotico da coltivare come un bene prezioso. Roba da
eccentrici. E da monaci. Come i certosini di cui Philip Gröning, nel
suo film, mostra i volti in preghiera o durante le altre occupazioni
quotidiane. Volti pacificati, assorti in un dialogo silenzioso con Dio.

Monache domenicane contemplative del
convento Matris Domini
(Bergamo
- foto M. Sestini/Grazia Neri).
Il regista tedesco ha trascorso più di quattro mesi con i discepoli
di san Bruno, nel monastero alpino della Grande Certosa. Ha scrutato l’alternarsi
delle stagioni, il risvegliarsi della natura dopo il gelo invernale, i
fremiti di vita in un fiore o nei rami di un albero e poi di nuovo la
neve che copre tutto. E i passi sulla neve, il rumore di una vanga, il
miagolio dei gatti ai quali un certosino porta da mangiare, le grida di
animali in lontananza, lo scrosciare dei torrenti, la musica del creato.
Senza manierismi, senza artifici apparenti, Gröning propone alcuni
"quadri" che, per l’uso della luce e delle ombre, sembrano
ispirarsi ai notturni di La Tour. Quelle che vediamo sullo schermo non
sono "nature morte", bensì "vita silenziosa", come
dicono i tedeschi.
Non ci sono fatti, eventi, nel film. Non c’è una storia. Il tempo
è sospeso o, finalmente, liberato, sottratto alla ripetizione di gesti
alienanti e restituito all’essenziale. Non ci sono parole, se non
quelle, pochissime, pronunciate durante una passeggiata domenicale. Non
c’è musica, se non quella della natura. È, per chi guarda, un’immersione
nel silenzio, dapprima quasi controvoglia e poi, dopo aver messo in
sordina la cacofonia del mondo, come una necessaria purificazione, una
forma di ascesi, atto liberatorio dalla zavorra che ci ingombra.

Certosino in preghiera.
Il silenzio non ha buona stampa, non è trendy, sembra un
lusso, la scelta un po’ snob di aristocratici e perdigiorno. Eppure è
un bisogno vitale, pena la dispersione, la vanità o la vacuità di una
vita ridotta a un alternarsi di esperienze epidermiche. Perché ha
ragione il filosofo Karl Jaspers: «Gli esseri umani che non conoscono
la comunione nel silenzio non sono capaci di una vera comunicazione». C’è,
del resto, come diceva Pascal, «un’eloquenza del silenzio», che in
amore vale più di ogni linguaggio.
Il silenzio è una componente essenziale della grammatica del
desiderio, come sanno gli innamorati e i mistici. Ma c’è – dicevamo
– silenzio e silenzio. C’è un silenzio che non sa far tacere il
tumulto interiore ed è espressione di paura o di vuoto. C’è il
silenzio enigmatico di Buddha. E c’è il silenzio abitato dai volti
che amiamo. Un silenzio che flirta col nulla. E un altro che è
liberazione dai pensieri importuni, da tutto ciò che ci distrae. Un
silenzio-alienazione. E un silenzio che, alla scuola degli antichi
monaci, è anzitutto habitare secum. C’è il mutismo volontario
di Andrej Rublev di fronte agli orrori del mondo, come racconta
Tarkovskij nel suo film. E l’afasia involontaria che ci colpisce di
fronte a un evento imprevisto.

Un cistercense del monastero Dominus Tecum
a Pra’d Mill
(Cuneo
- foto G. Lobera/Periodici San Paolo).
Se la spiritualità cristiana insiste sul valore del silenzio, è
perché in esso scorge il luogo in cui ritrovare l’unità del cuore,
mettendosi alla presenza di Dio. L’Altissimo non è, infatti, nel
frastuono, non è nei proclami roboanti, non è nei fuochi d’artificio,
nelle apparizioni in technicolor, negli effetti speciali di una
religiosità ridotta a psicodramma o allucinazione collettiva. Non è
nel furore o nel clangore delle armi, nella retorica dello scontro di
civiltà. È nel sussurro di una brezza leggera, nella «voce di un
silenzio sottile», come sperimenta Elia sul Monte Horeb (1Re 19,12).
Dai
padri del deserto ai certosini, da Teresa d’Avila ai mistici renani e
fiamminghi, dalle Piccole sorelle di Gesù alle nuove comunità
monastiche, il silenzio è la via del cuore, condizione indispensabile
per aprirsi all’ascolto. Perché non vi è attenzione senza silenzio,
la capacità di far tacere i rumori del mondo, i pensieri che
accaparrano ogni energia, per concentrarsi sull’essenziale. E se già
Marco Aurelio e gli stoici consideravano che «in nessun altro luogo l’uomo
potrebbe trovare un ritiro più dolce e più tranquillo che nell’intimità
della sua anima, soprattutto se possiede dentro di sé quei beni
preziosi che al solo contemplarli infondono una grande tranquillità di
spirito», per i cristiani il silenzio è anche lotta, frutto di ascesi,
una battaglia invisibile che ha come teatro il cuore di ognuno. «Siamo
come guerrieri sotto la tenda», diceva san Bernardo, parlando dei
monaci. Strani guerrieri. Che combattono una ancora più strana
battaglia, in cui vincitore e vinto sono la stessa persona.

Suore assunzioniste di un convento a
Manila
(Filippine
- foto P. Roque/AP/La
Presse).
Questo silenzio implica sempre due movimenti, come in una sinfonia
breve o incompiuta: il primo, "negativo", è il ritrarsi, il
distaccarsi dai rumori e dalle agitazioni, dal vaniloquio che mortifica
la parola, alla ricerca di un rifugio sicuro in cui ritrovarsi e
ritrovare gli altri, senza il velo delle illusioni, delle distinzioni di
classe, del potere o del rango, ma nella loro "nudità" di
esseri umani. È il deserto degli antichi monaci, popolato da bestie
feroci, terra di insidie e di miraggi, ma anche luogo in cui gli occhi,
come scrive Giovanni Crisostomo, «possono fissarsi su Dio solo e le
orecchie protendersi unicamente nell’ascolto attento delle parole
divine». Nel deserto, l’udito interiore – aggiunge il santo
patriarca di Costantinopoli – si diletta talmente «della sinfonia
armoniosa dello spirito che l’anima, affascinata da quella melodia, la
preferisce a ogni altra cosa, dimenticando il cibo, la bevanda e il
sonno».
Nulla può distrarre da questa attenzione, perché «il frastuono che
sale dal basso non raggiunge le altezze in cui l’anima è stabilita».
Il Crisostomo propone un paragone che non sorprenderà gli appassionati
di alpinismo: «Come coloro che sono saliti sulle vette dei monti non
sentono e non vedono quanto avviene nelle città – solo giunge a loro
un rumore insignificante e spiacevole simile al ronzio delle vespe –,
così quelli che si sono allontanati dalle cose di questo mondo per
innalzarsi fino alle vette della sapienza spirituale non percepiscono
più nulla di quanto avviene in mezzo alle folle».

Una suora recita le preghiere nel buio di
una chiesa
(foto B. Linsley/AP/La
Presse).
Ma
il silenzio non è soltanto una forma di "alpinismo
spirituale" o di trekking dell’anima. Perché se il primo
movimento implica il "ritrarsi", il secondo suppone l’aprirsi,
a Dio e agli altri. Come sottolinea la tradizione benedettina con l’insistenza
sull’ascolto.
Vi è, insomma, la via "negativa", «apofatica», come la
chiamano i teologi dell’Oriente cristiano, lo stupore privo di parole
di fronte alla tenebra luminosissima, allo sfolgorante mistero di Dio.
Vi è la lotta ai pensieri, alle rappresentazioni, agli idoli. E vi è
il silenzio-contemplazione, muto colloquio dell’Amata con l’Amato.
Un silenzio-abbandono, in cui si "molla la presa" per
affidarsi alla pazienza e alla provvidenza di Dio. È un silenzio
popolato di sguardi, in cui risuonano il pianto e il grido di dolore
delle vittime innocenti, la sofferenza del giusto. Nella preghiera
entrano così i rumori del mondo, il crollo di due torri a New York, gli
spari e le bombe di Baghdad, l’eco delle cannonate in Afghanistan o
nel Darfur, i singhiozzi delle mamme di Cana, le urla dei torturati.
Kabul e Guantanamo. Ma anche il volto sfiorito della vicina di casa, la
sofferenza del vecchio malato, il mistero dell’iniquità che esplode
nella violenza gratuita, assurda, nel non-senso di una vita alla deriva.
O i momenti di gioia, l’allegria di un incontro in cui «ogni cosa è
illuminata» e tutto è «molto forte, incredibilmente vicino».

Un certosino nel giardino del monastero di
Serra San Bruno
(foto G. Archinà).
Sister Betty, sister Jean, sister Ruth e le altre carmelitane di
Indianapolis, negli Stati Uniti, portano nel loro silenzio i rumori dell’attualità,
come testimonia il bel sito internet (www.praythenews.com)
in cui le notizie di agenzia e i ritagli di giornale nutrono la
contemplazione. Perché la preghiera non è ripiegarsi in se stessi,
alla scoperta del proprio ombelico. È apertura a un orizzonte più
vasto, a un mondo trasfigurato.
Non altro dicono gli sguardi luminosi dei certosini di Gröning. I
volti solcati dalle rughe, segnati dalla lotta con l’Angelo, assorti
nel dialogo con Colui che, secondo Ignazio di Antiochia, è «il Logos
che procede dal silenzio». La nostra storia sarà fatta pure di rumore
e di furore, ma – come dice l’Amleto di Shakespeare – il resto è
silenzio: «The rest is silence».
Piero Pisarra
| Un elisir di
lunga vita chiamato Chartreuse
Nelle
valli che circondano Grenoble un imponente edificio si staglia
contro le vette: è la Grande Chartreuse (quella dove è stato
girato Il grande silenzio). Questo è il luogo che san
Bruno scelse per fondare il suo Ordine ed è qui che i monaci
Certosini da oltre 400 anni producono la Chartreuse, «l’elisir
di lunga vita», «l’efficace cordiale», «il tonico e
digestivo» la cui ricetta – ancor oggi segreta – ha una
storia avventurosa e affascinante che inizia nel 1030, anno in
cui Bruno nasce a Colonia. Giovanissimo, va a studiare presso la
scuola della cattedrale di Reims e in pochi anni ne diventa
Maestro, cioè Rettore dell’Università. Ma quest’uomo «prudente,
dalla parola profonda», voleva quella solitudine e
contemplazione che trova solo vicino a Grenoble, nell’impervia
valle di Chartreuse. Qui con soli sei confratelli costruisce il
primo eremo: qualche capanna di legno affacciata su un chiostro
centrale, una piccola chiesa, il refettorio, la sala del
capitolo. Una valanga distrugge tutto nel 1132. I monaci
ricostruiscono più a valle l’eremo che diventerà la futura
Grande Chartreuse. Nel 1138 papa Urbano II – suo ex allievo
– chiama a Roma Bruno che obbedisce e, a malincuore, lascia il
silenzio della Chartreuse. Dopo pochi mesi, con il consenso del
Papa, torna nuovamente alla vita solitaria. Stavolta è a Serra
San Bruno, in Calabria: qui fonda un nuovo eremo dove si ritira
sino alla morte, il 6 ottobre 1101.

Un monaco nelle cantine di
Voiron, vicino Grenoble, dove
i Certosini distillano la Chartreuse, un «elisir di lunga vita»
composto di 130 erbe aromatiche e medicinali
(foto P. Scarsi).
In alcune sue lettere Bruno raccomanda solitudine e vita
contemplativa. Un ideale di vita e preghiera che fece presto
molti proseliti: nel periodo di massima diffusione in Europa c’erano
200 certose. Oggi sono 24 in tutto il mondo e ospitano quasi 400
monaci e monache. Tutti compiono almeno 3 dei 7 anni di
noviziato nella casa madre di Grenoble, che è abitata da una
trentina di monaci.
I Certosini da sempre lavorano per vivere: sono stati
boscaioli, fabbri, falegnami, artigiani, farmacisti. Così è
nato «l’elisir di lunga vita» che da secoli assicura le
entrate all’Ordine. Il distillato originale, composto da 130
erbe aromatiche e medicinali, venne realizzato per la prima
volta nel 1605 a Parigi, dove, negli attuali Jardin de
Luxembourg sorgeva una piccola ma importante certosa. Nel 1789
con la Rivoluzione francese gli ordini monastici furono sciolti:
alla Grande Chartreuse rimase un solo monaco, cui fu affidata la
ricetta originale. Quando venne arrestato, passò la ricetta a
un altro monaco che, non potendola utilizzare e pensando che l’Ordine
non si sarebbe mai più costituito, la cedette a monsieur
Liotard, farmacista in Grenoble. Nel 1810 Napoleone decise che
tutti i «rimedi segreti» dovevano essere consegnati al
ministero degli Interni per essere esaminati e il farmacista
Liotard inviò la ricetta in suo possesso, che venne rispedita
al mittente con il timbro «rifiutato». Alla sua morte il
manoscritto ritornò alla Grande Chartreuse, nel frattempo
riconsegnata ai monaci e l’elisir venne così nuovamente
distillato. Nel 1935 una frana distrusse la distilleria, che
venne trasferita a Voiron, una cittadina distante 25 chilometri
dalla Grande Chartreuse. Le cantine di Voiron sono le più
grandi del mondo e ogni anno producono oltre un milione di
bottiglie di Chartreuse. La sua ricetta è ancor oggi
segreta perché solo 2 padri Certosini ne conoscono la formula
esatta e ogni 20 o 30 anni un monaco viene iniziato e diventa
loro assistente.
Paola Scarsi |
Segue:
Serra San Bruno: la
comunità di solitari che sorridono
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