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REPORTAGE - ETIOPIA

Il leone assediato
di Enzo Romeo
  

Un Paese di antichissima tradizione cristiana nel cuore dell’Africa, aperto all’ospitalità e alla convivenza tra fedi religiose diverse. Questo è stata per secoli l’Etiopia. Le tensioni tribali e l’emergere dell’integralismo islamico, però, hanno mutato la situazione. Così che oggi, anche tra i cattolici, si avverte il timore di uno «scontro di civiltà». E si diffonde il consenso sulla guerra contro il terrorismo e le corti islamiche somale, che ha portato all’occupazione di Mogadiscio.
   

Nella stagione delle piccole piogge ad Addis Abeba la cosa più bella sono gli alberi in fiore. Adornano qua e là gli enormi e polverosi viali, colorandoli di fucsia, di rosso, di giallo. Perfino la caotica Churchill Road, un tempo viale Mussolini, sembra ingentilirsi. Addis Abeba: il «nuovo fiore», come volle chiamarla la regina Taytu, moglie di Menelik II, che alla fine dell’Ottocento scelse questo luogo salubre, a duemila e seicento metri d’altitudine, per fondare la nuova capitale dell’impero. E in effetti qui i fiori sbocciano spontanei, come è spontanea l’ospitalità degli abitanti. E contagiosa.

Ne sa qualcosa suor Mariolina Cattaneo, comboniana, catapultata in Etiopia sei anni fa dalla fredda e operosa Brianza. Accogliere un ospite in Africa è un dovere sacro. Così è lei che all’aeroporto mi sottrae all’assedio dei tassisti abusivi e mi infila nella sua auto. Ama questo Paese. Quando prese i voti perpetui volle indossare il netelà, lo scialle bianco tipico delle donne abissine. Si trova in Etiopia con un permesso di soggiorno da rinnovare ogni anno. La Chiesa cattolica non ha riconoscimento giuridico e i missionari sono ufficialmente dei lavoratori stranieri.

Cristiani copti preparano le bandiere per il pellegrinaggio a un santuario.
Cristiani copti preparano le bandiere per il pellegrinaggio a un santuario.

Suor Mariolina non porta il velo, guida come un pilota di formula uno e fuma Rothmans, eppure ha un ruolo molto istituzionale: segretaria della Conferenza dei Superiori maggiori, l’organismo che coordina le congregazioni cattoliche presenti nel Paese. Sono 53, con un migliaio di religiosi, di cui la metà etiopici e per circa il 70% donne. «Stiamo cercando di garantire una formazione permanente a queste persone, che altrimenti rischiano di rimanere isolate», dice. Adesso più che mai bisogna avere la capacità di guardarsi intorno. Tutto sta cambiando in fretta, anche in Etiopia. E poi la formazione, insieme all’assistenza sanitaria, è il punto forte dei cattolici, che rappresentano solo l’1% della popolazione. In Etiopia ci sono 335 scuole cattoliche frequentate da quasi 88 mila allievi. Lo scorso 27 gennaio ad Addis Abeba è stata posta la prima pietra dell’erigenda Università cattolica.

Parlando siamo arrivati al Museo nazionale. Non si può venire ad Addis Abeba e non far visita alla signorina Lucy. La sua piccola stanza è l’ultima al piano interrato. La donna è distesa in una teca: è solo lo scheletro di un ominide, eppure davanti a noi c’è con molta probabilità la nostra progenitrice, l’Eva della Genesi. Nessuno che abbia avuto fattezze umane è vecchio come lei: tre milioni e duecentomila anni! Fu in un giorno di fine novembre del 1974 che gli americani Donald Johanson e Tom Gray la rinvennero tra le sabbie dell’Afar, nell’Etiopia orientale. Allo scheletro venne dato un nome in codice: A.L. 288. Ma in quel periodo la radio trasmetteva in continuazione un successo dei Beatles, Lucy in the sky with diamonds. Ecco, la loro vecchia amica si sarebbe chiamata così, Lucy.

Un sacerdote copto etiope durante una cerimonia religiosa.
Un sacerdote copto etiope durante una cerimonia religiosa.

Le orgogliose popolazioni dell’Etiopia, invece, ribattezzarono quella donna Dinqinesh, cioè «sei meravigliosa». Per loro la scoperta fu la conferma che tutto era iniziato da lì, dal Corno d’Africa, tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, terra di montagne altissime e di pianure torride. Con voragini, picchi, gole profonde, rocce frastagliate, e con le famose ambe, i monti dalle sommità piatte. Un paesaggio impressionante che fin dalla notte dei tempi ha fatto da sfondo a un crogiuolo di popoli, lingue, costumi, tradizioni. Pare, anzi, che Abissinia abbia come radice etimologica la parola «miscuglio». La culla della civiltà, insomma, ma con tutte le contraddizioni della civilizzazione umana, comprese sopraffazioni, violenze e guerre.

L’ultima, iniziata nel dicembre scorso, ha visto le truppe etiopiche entrare in Somalia per dar man forte al governo provvisorio contro le corti islamiche, accusate di favorire la penetrazione del terrorismo qaedista. Il conflitto ha registrato poi il coinvolgimento degli Stati Uniti, che hanno bombardato alcuni villaggi del Sud, al confine con il Kenya, ritenuti covo degli uomini legati ad al-Qaeda. La crisi armata è stata dipinta come l’ennesimo scontro di civiltà: da una parte l’islam radicale, di matrice wahabita, che profittando del vuoto somalo tenta la conquista definitiva dell’Africa; dall’altra l’Etiopia, il leone di Giuda assediato, ultimo bastione cristiano in quella parte del continente. Dietro la semplificazione c’è una verità: la progressiva trasformazione che sta subendo la nazione etiopica dal punto di vista sociale e religioso e la partita geo-politica che si gioca intorno all’ex colonia italiana.

Un sacerdote copto di fronte alla cattedrale ortodossa di Addis Abeba, dedicata alla Santissima Trinità.
Un sacerdote copto di fronte alla cattedrale ortodossa di Addis Abeba, dedicata alla Santissima Trinità
(foto K. Prinsloo/AP/La Presse).

Saluto suor Mariolina. Adesso è Alberto Di Lorenzo a farmi da guida portandomi in giro con la sua vecchia Fiat 125. Alberto è un italo-etiopico di seconda generazione. È nato qui, ha studiato in Italia e ha provato a restarci, ma alla fine la nostalgia dell’Africa ha avuto la meglio. Gestisce una falegnameria, e lo fa con i ritmi di queste latitudini, senza gli affanni che aveva conosciuto durante il periodo italiano. Con Alberto andiamo alla chiesa della Santissima Trinità, la cattedrale copta. La sua costruzione venne iniziata nei primi anni Trenta, poi sospesa con l’occupazione italiana, quindi completata dopo la liberazione del 1942. L’edificio ha una pianta ottagonale come molte delle chiese copte e nell’abside ci sono dieci colonne, una per ogni comandamento. Nella colonna dove c’è il trono dell’imperatore c’è scritto «Non uccidere» e sembra una sentenza beffarda.

Due mesi e mezzo prima del ritrovamento di Lucy, nel giorno del capodanno etiopico di quel fatidico 1974, era stato deposto Hailè Selassiè, 225° e ultimo imperatore d’Etiopia. Il "suo" esercito lo aveva relegato nel Ghebì, la fortezza reale, mentre iniziava l’ascesa del sanguinario colonnello Menghistu Haile Mariam, capo del Derg, la giunta militare. Nell’agosto del ’75 il re dei re verrà soffocato con un cuscino nel suo letto e il cadavere nascosto per 17 lunghi anni, prima di essere ritrovato e traslato nella cattedrale, come egli stesso desiderava. Il nuovo regime, che presto assunse connotazioni marxiste-leniniste, temeva che il luogo della sepoltura dell’imperatore divenisse un luogo di culto. Il negus era venerato dal popolino come un semidio. Il suo nome significa «Potenza della Trinità» e la sua dinastia secondo la leggenda deriva da Salomone e dalla regina di Saba. Tutto ciò non bastò a salvarlo: alla fine venne abbandonato anche dalla Chiesa copta a cui pure era devoto e che aveva protetto. Era stato lui ad affrancarla nel 1948 dalla Chiesa copta d’Egitto e a renderla Chiesa di Stato. Il giorno prima della deposizione dell’imperatore, il patriarca Théofilos lesse un discorso alla radio in cui benediceva «il grande movimento rivoluzionario diretto dalle Forze Armate». Quella rivoluzione prenderà presto le sembianze di «terrore rosso» e costerà all’Etiopia decine di migliaia di morti e milioni di sfollati. Anche Théofilos verrà assassinato misteriosamente nel 1976.

Alunni di una scuola cattolica della capitale etiope.
Alunni di una scuola cattolica della capitale etiope
(foto E. Romeo).

Il 12 dicembre scorso Menghistu è stato riconosciuto colpevole di genocidio dall’Alta corte federale etiopica e condannato in contumacia all’ergastolo. L’ex dittatore ha appreso della sentenza ad Harare, nello Zimbabwe di Robert Mugabe, dove vive in esilio dopo la sua cacciata dall’Etiopia, avvenuta nel ’91. Alcuni suoi collaboratori trovarono rifugio nell’ambasciata italiana. Due ancora vi risiedono: sono l’ex capo di Stato maggiore del Derg, Addis Tedla; e l’ex ministro degli Esteri, Berhanu Baye. Baye è stato anche ministro della cooperazione e sa molte cose sul fiume di denaro giunto dall’Italia durante l’era Craxi per finanziare il faraonico progetto del Tana Beles, che si rivelò solo un meccanismo di deportazione di massa. Ma c’è anche chi nella nostra ambasciata si è suicidato o chi, come il governatore dell’allora provincia eritrea, Tesfaye Gebre Kidane, è stato misteriosamente ucciso.

L’uscita di scena di Hailè Selassiè e l’avvento della dittatura accelerarono la crisi e la frammentazione dell’Etiopia. Il Tigrai e le zone oromo vennero attraversate da forti correnti indipendentiste, la popolazione degli altipiani fu trasferita forzatamente nelle regioni più fertili del Sud-ovest, la collettivizzazione rese ancor più fragile l’economia a cui diede il colpo di grazia la terribile carestia del 1984. Nel ’91 si arrivò alla secessione dell’Eritrea e con l’ascesa di Meles Zenawi, tutt’ora al potere, l’Etiopia si diede la forma di Repubblica federale su base etnica. I tigrini tornarono a controllare l’Etiopia dopo più di un secolo di egemonia amharo-scioana. Il fatto che da 16 anni governi lo stesso premier la dice lunga sulla fatale necessità che una nazione dove si parlano 84 lingue e 200 dialetti abbia al vertice un uomo forte, sia esso monarca, capo militare o presidente. Il ribollire del magma tribale unito alle istanze democratiche ha portato a un ultimo scoppio di violenze nel 2005, dopo le elezioni che hanno confermato al potere Meles, accusato di brogli e di aver messo in atto un golpe bianco. Ad Addis Abeba ci sono state barricate, scontri con i reparti speciali della polizia e decine di morti.

Parata militare all'aeroporto di Addis Abeba.
Parata militare all’aeroporto di Addis Abeba
(foto K. Prinsloo/AP).

In un clima così, fa comodo riattizzare l’odio verso il nemico esterno ed evocare minacce che distolgano l’attenzione dal complicato puzzle nazionale. Nonostante il cessate-il-fuoco del 2000 non si è mai giunti alla pace con l’Eritrea, mentre la questione somala è tornata prepotentemente alla ribalta. Gli eritrei hanno dato sostegno alle corti islamiche e questo è stato un elemento in più che ha spinto Zenawi a intraprendere la marcia armata verso Mogadiscio. Con uno sponsor d’eccezione, gli Stati Uniti di Bush, impegnati nella guerra globale al terrorismo e che hanno presto dato man forte sfruttando la base di Gibuti, dove sono di stanza 1.500 loro soldati. Proprio in questi mesi il Pentagono sta progettando la creazione di un sesto comando regionale, dedicato specificamente all’Africa, da dove gli Usa importano sempre più petrolio e dove da un lato si vuol compensare l’avanzata cinese, dall’altro evitare a tutti i costi la nascita di nuovi Afghanistan.

La suora comboniana Mariolina Cattaneo.
La suora comboniana Mariolina Cattaneo
(foto E. Romeo).

Il coinvolgimento in Somalia, tuttavia, va ben al di là del risvolto militare. Esso rappresenta un test del Dna di questa nazione e della sua graduale modificazione. A partire da quella religiosa. Fino all’epoca di Hailè, l’Etiopia fu uno Stato confessionale cristiano. Ma gli stravolgimenti degli ultimi trent’anni hanno favorito la forte penetrazione musulmana. Importante, se non decisivo, il sostegno dell’Arabia Saudita e il flusso dei petrodollari. In un Paese dove metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà è gioco facile far proseliti aprendo scuole o dispensari gratuiti accanto alle moschee. Così le conversioni alla mezzaluna sono in costante aumento tra gli oltre 75 milioni di etiopici e oramai il numero dei fedeli di Maometto sfiora quello dei cristiani. Potrebbe verificarsi in maniera morbida ciò che quattro secoli e mezzo fa non riuscì in modo cruento: la «conquista» all’islam dell’antico regno abissino. Allora gli eserciti musulmani vennero sconfitti con l’aiuto dei portoghesi nella zona del Lago Tana. Oggi chi può opporsi al proselitismo islamico e con quali mezzi? I gangli dell’economia (dal commercio, all’edilizia, alle miniere) sono in mano musulmana. Il potente sceicco Mohammad al-Amoudi, proprietario del superlussuoso Hotel Sheraton di Addis Abeba, è fedele amico del primo ministro e fa da terminale per le operazioni d’affari saudite in Etiopia.

Un prete copto legge la Bibbia durante una cerimonia religiosa.
Un prete copto legge la Bibbia durante una cerimonia religiosa.

Il travaso religioso potrebbe dunque compiersi silenziosamente, senza sobbalzi, se non fosse per la fretta delle frange radicali e jiahdiste. Il capo sconfitto del Consiglio supremo islamico di Somalia, il colonnello-sceicco Hassan Daher Aweis, ha lanciato un appello alla guerra santa contro l’Etiopia. Ma il sacro fuoco degli estremisti può trasformarsi paradossalmente in una barriera all’islam, proprio nel momento in cui esso sta imponendosi numericamente in una terra di antica tradizione cristiana.

Mi sposto alla parrocchia del Santissimo Salvatore, dove c’è la comunità dei Cappuccini, una delle più antiche presenze cattoliche in Etiopia, erede del cardinal Massaia, mitica figura di missionario dell’800. Attualmente ci sono sedici padri, alcuni distaccati dalla provincia cappuccina lombarda. Ma questo è un porto di mare: si arriva e si parte continuamente verso i quattro angoli della nazione. Il luogo giusto per tastare il polso della situazione. I padri affettano distacco e tranquillità di fronte alla crisi somala, ma basta scambiare qualche parola in più per fare emergere la paura del «sorpasso» islamico. Padre Gabriele Canavesi è il più anziano. Figlio di un italiano e di un’eritrea, ne ha viste di tutti i colori nei suoi 78 anni di vita. «Ogni giorno rivolgo questa preghiera al Signore: "Liberaci dal terrorismo e dall’islamismo anticristiano"». Lui non ha dubbi sull’opportunità dell’intervento militare in Somalia: «Era legittimo e necessario», taglia corto. Gli altri frati sono più diplomatici, ma la sostanza più o meno è la stessa.

Il padre cappuccino Gabriele Canavesi.
Il padre cappuccino Gabriele Canavesi
(foto E. Romeo).

La chiesa dei Cappuccini fu costruita nel 1938 per i militari italiani, ma oggi è uno dei luoghi in cui si pratica la doppia liturgia, quella latina e quella in Ge’ez, l’antica lingua amharica. I canti e l’incenso, così abbondanti nel rito orientale, salgono verso il versetto conclusivo di Matteo dipinto a grandi caratteri sopra l’altare: «Et ecce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad consumationem saeculi». Il cosiddetto «bi-ritualismo», che apparentemente è una ricchezza, costituisce anche un problema in Etiopia. Il Ge’ez è una lingua morta, esattamente come il latino, e non ha nessun appeal fuori da Addis Abeba e dai suoi altipiani. Oltre tutto, l’autonomia sancita dalla nuova Costituzione sta privilegiando le lingue locali rispetto all’amharico. Per molti, anche vescovi, è giunto il momento di passare con decisione al rito occidentale, ma non si ha ancora il coraggio di compiere questo passo.

Né può dirsi che il rito in Ge’ez accorci le distanze dalla Chiesa copta etiopica. Che è rimasta finora chiusa in se stessa e gelosa delle sue tradizioni, legate fortemente al monachesimo monofisita e con influenze ebraiche, come la circoncisione, la festività settimanale di sabato, la suddivisione delle carni in pure e impure, e la mitica presenza dell’Arca dell’Alleanza. Al fondo c’è l’idea dell’Etiopia ombelico del mondo, dove religione, storia e folclore si confondono. Ne è un esempio il culto dei rasta, nato in Giamaica e reso famoso da Bob Marley. I seguaci del Ras Tafari, incarnato in Hailè Selassiè, credono che l’Etiopia sia la terra promessa del popolo nero. Facile riconoscerli: lunghi capelli a treccine col nastro verde, giallo e rosso (i colori della bandiera etiopica), la barba incolta, la marijuana in tasca e l’andatura tamburellante come il reggae che amano.

Truppe somale del governo di transizione filoetiopico.
Truppe somale del governo di transizione filoetiopico
(foto M. Sheikh Nor/AP).

Questa mescolanza ha reso nei secoli il popolo etiopico aperto e tollerante. Addis Abeba è una città multietnica: ci sono arabi, ebrei, greci, armeni. Gli italiani, al termine dell’avventura fascista, anziché essere cacciati furono invitati dal negus a collaborare per ricostruire il Paese.

Transito dal Benin Sefer, il quartiere del Benin, nome tipicamente ebraico. Visito la piccola sinagoga, proprio accanto a una nuova moschea in costruzione. Sembra l’ennesimo contrasto, ma mi spiegano che quel terreno venne donato ai lavoratori yemeniti proprio dagli ebrei, che li avevano assunti come operai: i musulmani avrebbero avuto un luogo dove pregare vicino al posto di lavoro e il vantaggio sarebbe stato comune.

Nel settembre prossimo l’Etiopia celebrerà l’ingresso nel terzo millennio. Il calendario giuliano la pone in ritardo di quasi otto anni rispetto a noi. Chissà che non si possa cominciare da qui a realizzare una nuova stagione di convivenza.

Enzo Romeo

Una mandria sugli aridi altipiani etiopici.
Una mandria sugli aridi altipiani etiopici
(foto L. Lucas/AP/La Presse).

Meles, la volpe del Tigrai

Meles Zenawi, 51 anni, è nato ad Adua, nel Tigrai. Lasciò gli studi di medicina per divenire leader del Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf) e quindi portavoce del Fronte rivoluzionario democratico (Eprdf). Alla caduta di Menghistu ha assunto il ruolo di presidente del governo provvisorio etiopico, carica a cui è stato riconfermato con le elezioni del ’95, del 2000 e del 2005. Meles ci riceve a fine giornata, al termine di una lunga serie di colloqui politici. Viene considerato un ottimo oratore e un politico furbo e navigato.

Il presidente Meles Zenawi.
Il presidente Meles Zenawi
foto Les Neuhaus/AP/La Presse).

  • L’Etiopia si sente assediata dal terrorismo islamico?

«La presenza delle corti islamiche a Mogadiscio rappresentava per noi un serio rischio. Ma oggi non siamo in pericolo come lo eravamo alcuni mesi fa, prima del nostro intervento militare».

  • Anche gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente in Somalia. C’è un’alleanza strategica tra Addis Abeba e Washington?

«L’intervento americano è stato successivo al nostro. Gli Stati Uniti sono nostri amici, ma con loro non abbiamo nessuna alleanza strategica per fare la guerra. Semmai l’alleanza è per combattere la fame e la povertà».

  • Il primo ministro italiano Romano Prodi ha detto che serve una soluzione politica per la crisi somala e che l’Italia è pronta a organizzare una conferenza di pace. Qual è la sua opinione in merito?

«Certo, l’ultima soluzione dev’essere politica. Il presidente del governo provvisorio somalo ha proposto di aprire un dialogo interno al suo Paese ed è necessario coordinare questa esigenza con offerte esterne come quella italiana. L’Italia, comunque, potrà avere un ruolo di rilievo nel processo di riconciliazione della Somalia».

Donne somale.
Donne somale
(foto M. Sheikh Nor/AP).

  • Nel Suo Paese operano molti volontari italiani, soprattutto legati alla Chiesa o a organizzazioni cattoliche: che giudizio dà della loro presenza in Etiopia?

«Contiamo molto sulla cooperazione italiana. Ci sono molte persone di buona volontà che vengono ad aiutare il popolo etiopico in modo disinteressato, a prescindere dalla loro appartenenza ecclesiale o dal credo religioso. Ad esempio, ho conosciuto negli anni scorsi una coppia di medici italiani, marito e moglie, che hanno dedicato tutti se stessi alla cura dei malati nel nostro Paese. E lo hanno fatto senz’altro scopo che quello di offrire un sostegno fraterno e gratuito. Credo che in Etiopia tutti – musulmani o cristiani che siano – possano dare il loro contributo».

e.r.

Segue: I vescovi: quella brutta, sporca, ineluttabile guerra

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