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CULTURA - RUBEM ALVES

Il sogno di un’ostrica infelice
di Brunetto Salvarani
  

Poeta e scrittore brasiliano di successo, Rubem Alves è anche un noto esponente della teologia narrativa. Che in questa intervista spiega così: «Dio ci parla negli spazi vuoti, negli interstizi, nei silenzi». Per questo, attraverso le storie, «siamo in grado di contemplare le cose dell’anima».
   

Capita talvolta, anche se di rado, di imbattersi in un maestro che, se provassi a definirlo, ti sfuggirebbe come un’anguilla. L’incontro con Rubem Alves produce esattamente questo effetto. Alla fine della chiacchierata con lui, in occasione di una sua recente tournée nel nostro Paese dove ha parecchi estimatori, dopo esserti lasciato felicemente travolgere da un fiume in piena di intuizioni poetiche, parresìa e gusto per la vita, in realtà il tentativo di definirlo ti pare persino inutile: poeta? Sociologo? Psicanalista? Teologo? Favolista? Tutto questo, certo, ma anche molto di più e di diverso, un prisma con tante altre sfaccettature.

Scorcio di una favela di Brasilia.
Scorcio di una favela di Brasilia
(foto AP/E. Peres).

Conviene arrendersi, accettare la cosa e passare, per chi ancora non lo conosca, a qualche dato più oggettivo. Classe 1933, brasiliano, nato a Boa Esperança nello Stato di Minas Gerais e residente a Campinas, già pastore della Chiesa presbiteriana, ora è un intellettuale libero, globetrotter dell’animo, premuroso marito e dolce padre di famiglia. Immancabilmente suscitatore di emozioni in chi lo ascolta o lo legge, Alves predilige il bozzetto, la storia breve, più che il trattato o l’affondo metafisico. I suoi libri (70 fino a oggi, suddivisi fra 35 per adulti e altrettanti per l’infanzia) sono stati tradotti in venticinque lingue, anche se in italiano, sorprendentemente, sono ancora pochi: Figlio del domani (Queriniana), Parole da mangiare (Qiqajon), La scuola che ho sempre sognato (Emi).

Amico di Chico Buarque e Vinicius Moraes, collabora stabilmente con un paio di quotidiani, il Correiro Popular e la Folha de Sao Paulo. Da sette anni si possono leggere i suoi racconti di vita sulla rivista Cem Mondialità: la sua pagina è l’ultima del mensile, ma inevitabilmente la prima che i lettori si godono... Il suo prossimo libro, in uscita in Brasile nei primi mesi del 2007, ha un titolo, tanto per cambiare, intrigante: Perguntaram-me se acredito em Deus («Mi hanno chiesto se credo in Dio»).

Il teologo Rubem Alves.
Il teologo Rubem Alves
(foto B. Salvarani).

  • Rubem, mi trovo in difficoltà a spiegare chi sei, per chi non ti conosca...

«Beh, se ti può consolare è una difficoltà che capisco bene, e che condivido! D’altra parte, sono arrivato sin qui perché tutto quello che ho pianificato, nella mia vita, è andato storto... Mai avrei pensato di diventare uno scrittore, né tanto meno uno scrittore di storie! Picasso, quando gli si domandava quale fosse il suo metodo artistico, la sua teoria, rispondeva: "Io non cerco, trovo", e a me capita più o meno la stessa cosa. Ho scritto storie che non ho cercato: esse mi appaiono, quando meno me l’aspetto, e non posso far altro che farle mie... E ho scoperto di essere narratore di storie raccontandole alla mia bimbetta, Rachele, quando aveva quattro anni. Mi piace pensare che le storie si formino allo stesso modo in cui si forma una perla dentro un’ostrica: ostriche felici non fanno perle, occorre che un granello di sabbia vi entri dentro e raggiunga la sua carne molle. Il granello di sabbia rende l’ostrica infelice, e per liberarsi dal dolore essa avvolge pazientemente l’aspro granello di una sostanza liscia, senza punte e rotonda: la perla. Le storie nascono così! Mia figlia è nata col viso difettoso, e io la riempivo di storie per mutare tale dolore in bellezza: ma per far questo era necessario che io possedessi il potere dei maghi. Sì, le storie sono riti magici...».

Manifestazione contro la violenza della polizia a Minas Gerais.
Manifestazione contro la violenza della polizia a Minas Gerais
(foto AP/V.R. Caivano).

  • Narratore di storie, dunque: ma tu sei anche teologo, sei stato pastore... Qual è la situazione religiosa del tuo Brasile, a lungo considerato il Paese più cattolico del mondo?

«È una situazione molto complicata! Oggi, per dirla sinteticamente, hanno successo quelle Chiese evangeliche per cui "il tempio è denaro". C’è una fortissima richiesta di miracolismo... Ho un amico, insonne, che passa la notte guardando la televisione, e mi dice che un po’ dappertutto trova dei pastori che prima predicano e poi suggeriscono formule magiche per diventare ricchi e mantenersi in buona salute! Del resto, devo ammettere che, se ripenso alla mia giovinezza, ricordo che anch’io ero fondamentalista e inquisitore, convinto delle mie certezze granitiche su Inferno e Paradiso, per cui provo molta pazienza nei confronti di quelle Chiese che, oggi, attraversano questa stessa fase».

Alcuni bimbi in una scuola di Santarem.
Alcuni bimbi in una scuola di Santarem
(foto Grazia Neri/E. Mancuso).

  • Che cosa pensi del dialogo fra le grandi religioni?

«Ritengo che occorrano persone con dei dubbi, per dialogare: le persone prive di dubbi e piene di certezze ascoltano gli altri solo per pura gentilezza. In realtà, il dialogo è possibile solo fra due poveri. Amo molto un libro del filosofo polacco Leszek Kolakowski, Elogio dell’incoerenza, in cui descrive la coerenza come la piena rispondenza fra il pensiero e l’azione. E arriva a sostenere, a mio parere con ottime ragioni, che solo gli incoerenti si possono aprire veramente all’altro. In questo senso, mi piace chiamare la mia teologia una teologia comica, ludica».

La Borsa di Sao Paulo.
La Borsa di Sao Paulo
(foto AP/A. Penner).

  • Hai cominciato il tuo percorso come teologo della liberazione e della speranza, poi hai preso ben altre strade. Cos’è successo per farti cambiare rotta così radicalmente?

«Beh, ti darò una risposta su cui i teologi della liberazione non sarebbero per nulla d’accordo... Eppure, per me, quella teologia è stata una teologia interamente razionale, basata sulla sociologia e sul marxismo, che immaginava che il popolo si muova a partire dalla ragione: invece non è così! Ha detto bene Dostoevskij, per il quale "il popolo non cerca Dio, ma il miracolo"; mentre la teologia della liberazione, scegliendo di imboccare il cammino della razionalità, non ha saputo parlare al popolo. Da parte mia, come ti dicevo, scrivo storie, ma i teologi non sanno che farsene, delle storie! Le storie appartengono all’anima, e loro le vorrebbero condurre invece nel regno della ragione. Eppure, noi uomini ci alimentiamo principalmente di cose che non esistono, di sogni. Come si interrogava retoricamente il poeta Paul Valery, "cosa sarebbe di noi senza l’aiuto delle cose che non esistono?"».

Un uomo al lavoro nella discarica di una grande metropoli.
Un uomo al lavoro nella discarica di una grande metropoli

(foto La Presse/G. Moroni)
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  • E perché hai scelto – o ti è toccato in sorte, a quanto mi hai detto – di scrivere racconti e favole, di rivolgerti in primo luogo ai bambini?

«È ovvio: perché i bambini sono assolutamente meravigliosi! Essi sono dotati del desiderio di conoscere perché conservano lo stupore/spavento davanti alle cose. Se i greci dicevano che si comincia ad apprendere quando si ha davanti a una cosa un sentimento di meraviglia, i bambini hanno proprio questo: si meravigliano delle cose più semplici! Noi adulti, purtroppo, abbiamo ormai smarrito la capacità di spaventarci delle cose: chi di noi si spaventa davanti all’uovo della gallina? Pensa al processo di conoscenza del bambino: prima di tutto vede, e avvicina la mano per poter toccare... Quand’ero piccolo, mi piaceva sbucciare il mandarino non tanto per mangiarlo, ma molto di più per infilarci il dito dentro! Il mandarino è un frutto commestibile, lo era anche per me, ma per me era ancor più un oggetto ludico! Secondo atto: il bimbo prende l’oggetto e lo porta alla bocca, perché per lui l’organo della conoscenza per eccellenza è la bocca. "Gustate e vedete che il Signore è buono", dice il Salmo. Assaporate, dunque! La visione è data dall’esperienza del mangiare. Il bimbo, sin dal ventre della mamma, lo impara: ci sono cose buone che devono essere mangiate e altre non saporite che devono essere sputate fuori. Questa è una metafora minima per ciò che deve capitare nel processo dell’apprendimento: ecco perché sostengo che occorre passare da una pedagogia dei saperi a una pedagogia dei sapori! Stiamo assistendo a sforzi straordinari per far sì che le nostre catene di montaggio chiamate scuole divengano tanto ben fatte come quelle giapponesi: ma ciò che a me piacerebbe è chiuderle tutte. Sogno una scuola retrograda, artigianale, che sia un frammento di futuro, in cui i curricoli somiglino alla canzone La banda del mio amico Chico Buarque, che fa marciare tutti senza imporre, solo grazie all’amore di cui parla. Fintanto che non arriva la società felice, vorrei ci fossero almeno dei frammenti di futuro, in cui la gioia sia servita come sacramento, perché i bambini imparino che il mondo può essere differente».

Bambini nell'Amazzonia brasiliana.
Bambini nell’Amazzonia brasiliana
(foto AP/D. Lopez-Mills).

  • A chi ti sei ispirato, per questa tua pedagogia?

«A un classico della tradizione cristiana, sant’Agostino, in particolare a due paragrafi del De educatione christiana, dove sostiene che tutte le cose, nella vita, si possono raggruppare in due mercati. Il primo è il mercato delle utilità: cioè delle cose utili, gli utensili, le ferramenta... Se ne può stilare una lista: il corpo stesso è un utensile, e così gli occhi, le parole, l’intelligenza, la scuola, i medici, tutto ciò che è necessario come mezzi per vivere. Il primo compito dell’educazione è insegnare a usare questi utensili ma, come sostiene Agostino, essi sono sì necessari, però non ci danno gioia. La gioia s’incontra nel secondo mercato, il mercato della fruizione. A me piace, questa parola, perché deriva da frutto! Sebbene i dietologi mi ripetano che la frutta appartiene al primo mercato per la sua utilità, io non mangio mai un frutto perché è utile, ma perché è delizioso. La mia teoria è che il frutto dell’Eden non fosse una mela, che è soda e va sbucciata, ma un caco. Se tu guardi un caco, lui dice: "Mangiami!". Non occorre un coltello per sbucciarlo, basta un dito: il caco, dunque, è il simbolo del secondo mercato, quello che dà felicità. Dio, nei primi sei giorni, è stato nel mercato delle utilità, ma c’è stato per arrivare a creare il secondo mercato... Se vuoi sapere cosa c’è nel mio personale secondo mercato, ecco qui: il canto gregoriano, fare la doccia sotto una cascata, le poesie di Fernando Pessoa, le musiche di Bach e di Franck, le intuizioni di Nietzsche, il giocare con le mie nipotine, il fare l’altalena... Io viaggio molto su e giù per il Brasile, e in tutte le città che visito do regolarmente un consiglio ai sindaci: che la smettano col costume perverso di fare nei giardini pubblici le altalene solo per i bambini, ma che le costruiscano anche a misura di adulto. Quindi, l’arte dell’educazione si divide in due momenti: insegnare le utilità e poi insegnare il piacere, ma quel "poi" non è poi un "poi"...».

Una ragazza durante una manifestazione nello Stato di Minas Gerais.
Una ragazza durante una manifestazione nello Stato di Minas Gerais

(foto
AP/V.R. Caivano).

  • Oggi, anche in Italia, si è ripreso a parlare di teologia narrativa, di catechesi e pedagogia narrative. Quanto spazio c’è, a tuo parere, per la narrazione nel nostro tempo?

«È vero, oggi c’è maggiore sensibilità, e si tratta di un segnale importante. La possibilità di fare narrazione c’è, e secondo me è direttamente proporzionale alla disponibilità dei genitori di mettersi in gioco. I genitori sono i primi narratori per i figli, e il vero problema della narrazione è lo scarso tempo a loro disposizione. Permettimi una provocazione: i genitori sono spesso i nemici dell’educazione, e andrebbero educati, a loro volta, a essere genitori, cosa che accade assai raramente. È impopolare dirlo? C’è un aforisma che ripeto sempre, e che ho rubato a T. S. Eliot: "In una terra di fuggitivi, colui che cammina nella direzione contraria sembra che stia fuggendo". Ed è così che io mi sono sempre sentito, camminando da solo nella direzione contraria!».

Studenti manifestano contro la violenza sessuale a Brasilia.
Studenti manifestano contro la violenza sessuale a Brasilia

(foto
AP/E. Peres).

  • Caro Rubem, vuoi salutarci con una poesia che tu ami in maniera speciale?

«Volentieri. Ho in mente spesso una poesia di Pessoa, il grande autore portoghese famoso per i suoi eteronomi, in cui egli si rivolge al poeta, o al narratore di storie, che sono la stessa cosa: "Cessa il tuo canto,/ cessa, perché mentre l’ascoltavo,/ udivo un’altra voce/ come se venisse dagli interstizi/ del blando incanto/ con cui il tuo canto veniva a noi./ Ti udivo e la udivo/ unite e differenti/ che cantavano./ E la melodia che non c’era/ se ben ricordo/ mi fa piangere". La magia non risiede nelle parole di chi parla, ma nei vuoti, negli interstizi fra le parole, nel silenzio: è lì che si ode un’altra voce, che non è quella del poeta. Si odono due voci, quella del poeta e quella del vuoto: ed è da tale vuoto che sboccia e fiorisce la melodia che non c’era prima; e che, per il fatto di non esserci, fa piangere il corpo. Continua Pessoa: "È stata la tua voce l’incantesimo che/ in un momento vago ha risvegliato/ un essere qualunque a noi alieno/ che ci ha parlato?". Che essere estraneo è questo che ci parla nei silenzi musicali della voce del poeta? Dio? Forse... C’è una teologia che il mistico Silesius (nato nel 1624) chiamava del primo occhio, quella scientifica, che ha la pretesa di parlare di Dio, di spiegarlo: inutilmente! La teologia narrativa, quella delle storie, del secondo occhio, apre invece lo spazio vuoto affinché si possa udire la musica divina. Solo grazie al nostro secondo occhio diventiamo in grado di contemplare le cose dell’anima, quelle eterne, quelle che persistono e ci danno gioia».

Brunetto Salvarani

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