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CULTURA - CLAUDE GEFFRÉ

I cristiani e la sfida di Babele
di Brunetto Salvarani
  

L’attuale pluralità di fedi religiose, di credenze e di visioni spirituali può apparire ai credenti la vittoria della confusione. Invece, secondo il teologo domenicano Claude Geffré, essa è una benedizione che risponde a un misterioso e sapiente disegno di Dio.
   

Teologo, degno erede della grande tradizione domenicana del Novecento francese, Claude Geffré risiede a Parigi ed è autore di alcuni tra i più importanti testi sugli effetti del pluralismo religioso nelle Chiese europee, oltre che membro del comitato scientifico della rivista internazionale di teologia, Concilium. Nel suo variopinto curriculum è stato per oltre un ventennio, a partire dal 1957, dapprima professore di Teologia dogmatica a Le Saulchoir e poi di Ermeneutica teologica, Teologia fondamentale e Teologia delle religioni all’Institut catholique di Parigi; nel ’75 è diventato direttore della prestigiosa collana "Cogitatio fidei" delle Éditions du Cerf, mentre nel ’96 è stato eletto direttore dell’École biblique di Gerusalemme. Tra le sue ultime opere tradotte in italiano ci sono Professione teologo (San Paolo, 2001) e Credere e interpretare (Queriniana, 2002), mentre sono appena usciti, in francese, due suoi libri che stanno già facendo discutere: un dialogo col filosofo Regis Debray (Avec ou sans Dieu?, Bayard, 2006) e un saggio di teologia interreligiosa (De Babel à Pentecôte, Cerf, 2006).

Il domenicano francese Claude Geffré durante l'intervista.
Il domenicano francese Claude Geffré durante l’intervista.

L’abbiamo incontrato in occasione della seconda edizione dei "Cantieri del dialogo", svoltasi a Verona qualche tempo fa. Assai disponibile, ha accettato senza problemi di riflettere con noi a tutto campo sulle trasformazioni del cristianesimo fra presente e futuro, senza negarsi di fronte a temi piuttosto delicati e complessi. E col piglio convinto di chi ha saputo coniugare nella sua vita un solido impegno intellettuale con una mai nascosta passione esistenziale.

  • Cominciamo col tema del pluralismo religioso, descrivendo tale fenomeno ed evidenziandone il ruolo attuale dal punto di vista cristiano.

«A mio parere, in quest’avvio del XXI secolo, la sfida maggiore al cristianesimo non viene tanto dal molteplice versante della religiosità di tipo sincretistico o esoterico che passa sotto l’etichetta di New Age (che pure esiste, naturalmente), quanto dalla pluralità delle grandi religioni non cristiane che stiamo conoscendo sempre meglio e che danno spesso prova di una nuova – e inattesa – vitalità. Nessuno stupore, dunque, che quello relativo alla teologia delle religioni sia ormai diventato uno dei capitoli più vivi (ma altresì più travagliati) dell’odierna ricerca teologica, e un caso serio davvero strategico per il futuro del cristianesimo».

Un turista visita la chiesa della Natività, a Betlemme, in Cisgiordania.
Un turista visita la chiesa della Natività, a Betlemme,
in Cisgiordania (foto AP/K. Frayer).

  • Tanto da diventare, il pluralismo religioso, come ha avuto occasione di affermare recentemente, «l’orizzonte della teologia del XXI secolo».

«Le nostre società postmoderne si pongono sotto il segno del pluralismo, di culture e filosofie: sembra quasi che il mito genesiaco di Babele abbia definitivamente trionfato! D’altra parte, credo si dia un pluralismo buono, e uno cattivo. Il cattivo pluralismo è l’ideologia del pluralismo, che dispera di ogni verità e di ogni gerarchia di valori; ma ce n’è anche uno buono, che testimonia semplicemente l’attuale clima culturale che è declinato al plurale e fa della diversità una chance per la conquista progressiva della verità. Pertanto, io parlo volentieri di pluralità, più che di pluralismo… E suggerisco appunto, per descrivere il fenomeno, l’icona di Babele: che, come confusione delle lingue, rappresenta una maledizione, ma in quanto riconoscimento della necessaria pluralità delle lingue, così come delle culture e delle religioni, è sicuramente una benedizione corrispondente a un misterioso e sapiente disegno di Dio».

  • Si discute oggi largamente di identità, e soprattutto di identità cristiana, in modo tale che talvolta si rischia di farne un idolo... Può sintetizzarci il suo pensiero al riguardo?

«Qualsiasi dialogo deve prendere le mosse da un’identità: i cristiani possono accettare un certo pluralismo teologico, ma la loro identità deve mantenersi. Per la verità, penso che un dialogo ben condotto conduca a una maggiore stima e considerazione della propria identità, fino a sottolinearne meglio l’originalità. Il dialogo interreligioso va considerato come un autentico segno di speranza, come una conversione spirituale, e una complicità fra le grandi tradizioni religiose (comprendendo in esse anche le "religioni senza Dio" quali, per esempio, il buddhismo). Direi che tutte le esperienze spirituali sono esperienze pasquali, cioè una messa a morte di sé per raggiungere un’apertura a Dio e agli altri ogni volta più grande...».

Alcune ragazze musulmane nel villaggio di Ribnovo, in Bulgaria.
Alcune ragazze musulmane nel villaggio di Ribnovo, in Bulgaria
(foto AP/P. Petrov).

  • Un coraggioso teologo canadese, Jean M. Roger Tillard, si era chiesto, nel suo ultimo volume: forse siamo gli ultimi cristiani? In altri termini, c’è ancora spazio, nel futuro dell’umanità, per il messaggio evangelico?

«La domanda, certo, è legittima. Attualmente l’Europa occidentale sta attraversando in pieno la stagione della fine della cristianità, e le Chiese non hanno più il controllo – né morale né culturale – dell’opinione pubblica. Nella mia Francia, ad esempio, il cristianesimo appare minoritario non solo sul mero piano delle cifre, ma anche sul versante culturale... D’altra parte, il cristianesimo può essere letto come la religione dell’uscita dalle religioni, mentre oggi assistiamo alle credenze multiple, al relativismo in chiave etica, ma anche al fenomeno di tante persone affascinate dal Discorso della montagna! Credo si possa affermare che ci troviamo alla fine di una determinata figura storica del cristianesimo, e agli inizi di una forma nuova: più democratica, più plurale al proprio interno, più aperta alle altre religioni».

  • La pluralità delle interpretazioni del messaggio cristiano rappresenta, secondo lei, la fine del cristianesimo?

«No. Siamo alla ricerca di un popolo cristiano non più fondato sulle parrocchie tradizionali, ma su comunità di elezione. Nell’Europa orientale, del resto, si nota un certo risveglio religioso: penso alle Chiese ortodosse, nonostante tutta l’ambiguità del retaggio tradizionale dell’Ortodossia (vale a dire il suo stretto rapporto col potere politico). Nel complesso, infine, l’Europa non potrà ancora a lungo ignorare l’estrema rilevanza del cristianesimo cresciuto al di fuori di essa (dall’America latina all’Africa e all’Asia): un vasto mondo cristiano che si augura quanto prima di ottenere maggiore autonomia dal pensiero teologico occidentale».

Un'immagine dell'incontro interreligioso di Assisi del 1986, voluto da Papa Wojtyla.
Un’immagine dell’incontro interreligioso di Assisi del 1986,
voluto da Papa Wojtyla (foto Periodici San Paolo/ G. Giuliani).

  • Torniamo al dialogo interreligioso. Quali ne sono, a suo parere, le prospettive odierne?

«Innanzitutto, intendo precisare che il dialogo non deve avere quale obiettivo l’unità (illusoria) tra i membri delle diverse religioni, allo scopo di ideare una sorta di super-religione mondiale che sacrifichi la ricchezza delle distinte tradizioni di fede. Al contrario, ciò cui deve puntare il dialogo interreligioso è una migliore conoscenza dell’altro colto nella sua diversità, come reciproco stimolo al servizio delle grandi cause della comunità umana. Di fronte al carattere inaccessibile della verità assoluta, che può coincidere solo con il mistero di Dio, vorrei evidenziare la necessità di superare una mentalità proprietaria, prendendo coscienza che, se la verità rivelata è unica, ciascuno la possiede in maniera parziale, e che la propria verità non è né inclusiva né esclusiva nei confronti delle altre verità».

  • E secondo la Chiesa cattolica?

«Dal punto di vista cattolico, mi pare siano due i punti di non-ritorno: il pensiero del Vaticano II sulle religioni altre (a partire dalla dichiarazione Nostra aetate), e sulla libertà religiosa (la Dignitatis humanae), da un lato, e l’evento straordinario di Assisi del 27 ottobre 1986, dall’altro. Certo, la Nostra aetate recupera dai padri della Chiesa la dottrina dei semi del Verbo (semina Verbi), senza sporgersi ancora sulla teologia del pluralismo religioso: vi si evidenziava l’eccellenza del cristianesimo, ma nel contempo vi si affermava l’invito al rispetto e alla stima per la porzione di verità e di santità che si trova nelle altre religioni. A mo’ di bilancio, perlomeno parziale, citerei inoltre il grande interesse in Europa e negli Usa per il dialogo, questa nuova forma di ecumenismo che va al di là delle relazioni fra cristiani; oltre che per la storia delle religioni, l’islam, il buddhismo...

Un monaco buddhista tibetano durante una tradizionale preghiera.
Un monaco buddhista tibetano durante una tradizionale preghiera
(foto AP/A. Nath).

  • Certamente la Chiesa cattolica è stata in qualche modo pioniera. E tuttavia non le pare che l’esempio dello spirito di Assisi non sia stato seguito dalle altre grandi religioni?

«La teologia delle religioni è una specialità tipicamente cristiana, che non si trova nell’islam, nel buddhismo, nell’induismo, e neppure nell’ebraismo. Lo stesso Benedetto XVI è molto cosciente del fatto che non c’è reciprocità, in tale ottica. Il quadro complessivo del dialogo interreligioso offre pertanto un panorama a chiaroscuri. C’è sì una volontà diffusa di dialogo, ci sono svariati colloqui, incontri, ma ciò che funziona maggiormente a mio parere è la positiva emulazione su temi più sociali e politici: pace, giustizia, rispetto della vita, salvaguardia del creato... Mi pare che oggi si dia una precisa responsabilità storica delle religioni, su scala planetaria, in vista della sopravvivenza dell’umanità! Mi riferisco alla possibilità realistica di un umanesimo islamico-ebraico-cristiano, da intendersi come una rilevante occasione per l’avvenire del nostro pianeta...».

  • La teoria citata dei semina Verbi – i semi del Verbo sparsi per il mondo e ricapitolati in Cristo – funziona a meraviglia per le religioni che preesistono al cristianesimo: cosa pensare di quelle nate successivamente? Dell’islam, in particolare, ad esempio?

«Partirei dal dato di fatto che Gesù è considerato, com’è noto, anche un grande profeta dell’islam, Isa, appunto. Certo, da cristiani, non possiamo ammettere che la rivelazione di Gesù avesse bisogno di essere completata dalla rivelazione coranica. È possibile tuttavia considerare la rivelazione coranica come la conferma delle verità essenziali del giudaismo e del cristianesimo. A mio parere l’islam, col suo assoluto monoteismo, è la conferma profetica dell’unicità di Dio contro ogni forma di idolatria, pur se – beninteso – ci sono nell’islam negazioni di realtà fondamentali del messaggio cristiano (dalla figliolanza divina di Gesù al mistero trinitario). Non va sottovalutata, infatti, un’efficacia storica, nell’islam, nel mantenimento in milioni e milioni di fedeli musulmani del senso dell’adorazione di Dio, della sua unicità: da questo punto di vista, si tratta di una funzione benefica nei confronti dell’immanentismo tipico della modernità. Questo è il ruolo dell’islam oggi, perlomeno di quello fedele alla sua tradizione: ricordare al mondo che l’uomo non ha il controllo della creazione, contro l’idolatria della scienza, e che ciò che è stato creato da Dio è sacro...».

Fedeli della religione pagana Wicca davanti alle vestigia di Stonehenge, in Inghilterra.
Fedeli della religione pagana Wicca davanti alle vestigia di Stonehenge,
in Inghilterra (foto AP/ M. Dunham).

  • Come si inseriscono, nello scenario che stiamo descrivendo, le richieste di perdono effettuate da Giovanni Paolo II a marzo del 2000, nel contesto del Grande Giubileo?

«Si tratta, ritengo, di uno dei gesti più profetici di Papa Wojtyla, che peraltro non ebbe il consenso unanime anche all’interno della Chiesa cattolica. Benedetto XVI ne prosegue oggi il percorso soprattutto nell’ambito delle relazioni ebraico-cristiane (contro il tradizionale e pernicioso sostituzionismo di una falsa teologia cristiana): egli dimostra una sentita preoccupazione, relativa all’avvenire dell’identità cattolica minacciata non solo dalla secolarizzazione ma anche da un’eccessiva apertura verso le religioni non cristiane... Questo è anche il senso della Dominus Jesus, un avvertimento verso quei teologi che legittimano troppo affrettatamente tale processo, a scapito dell’identità cristiana e della missione. D’altra parte, se deve conservarsi l’esigenza permanente della missione, è lo stile della missione stessa che occorrerà cambiare, per annunciare adeguatamente, oggi, la Buona novella, il Vangelo, appunto. Scopo della missione non è aumentare le appartenenze e le entrate nella Chiesa, bensì la possibilità di rendere visibile il Regno di Dio, nello spirito delle Beatitudini (che in effetti non confessano direttamente Gesù figlio di Dio)».

  • Per concludere. Cosa pensa delle recenti vicende relative al Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, accorpato a quello della Cultura, e dello spostamento al Cairo del suo presidente, monsignor Fitzgerald?

«Resta un gesto strano, da collegarsi verosimilmente col pensiero di Benedetto XVI sulla teologia delle religioni... Mi pare che l’attuale Pontefice tenda a derubricare il dialogo con l’islam a dialogo culturale, mentre invece – a mio parere – esso è eminentemente un fatto interreligioso: così come il dialogo col buddhismo o con l’induismo. Non basta un’attitudine morale per rispettare le altre religioni: occorre un fondamento teologico... Il che si pone, del resto, nello spirito del Vaticano II e dell’incontro di Assisi che abbiamo ricordato sopra. Per sintetizzare con uno slogan, vorrei concludere: Cristo è universale, ma il cristianesimo storico no!».

Brunetto Salvarani

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