Contattaci

  

 

 

 

  

EUROPA
Inghilterra: le scuole restano "cattoliche"

La Chiesa cattolica in Gran Bretagna ha messo a segno un importante successo politico sul controverso tema delle scuole confessionali, nel Paese che più di ogni altro in Europa deve fare i conti con una società multietnica e multiculturale. Il governo laburista guidato da Tony Blair ha infatti ritirato un disegno di legge che avrebbe costretto tutte le scuole di matrice religiosa ad ammettere almeno un quarto di studenti di altra fede oppure atei, con l’intento di prevenire la "ghettizzazione" delle diverse comunità di fede. Il progetto aveva però incontrato la netta opposizione della Chiesa nonché di numerosi parlamentari laburisti, timorosi di perdere il tradizionale sostegno della comunità cattolica in un periodo di sondaggi sfavorevoli. In particolare, a guidare la lotta contro il disegno di legge è stato monsignor Vincent Nichols, arcivescovo di Birmingham e presidente del Catholic education service. Dopo una settimana di trattative e l’interessamento, a quanto pare, dello stesso Blair, il ministro dell’Istruzione Alan Johnson ha ritirato il progetto: le scuole confessionali potranno adesso, senza alcun obbligo, accogliere «fino a un 25%» di studenti di altre religioni ma dovranno rispettare i criteri di «integrazione» previsti dall’autorità scolastica nazionale.

Alessandro Speciale

   

ITALIA
L’impegno delle Acli proteso a rafforzare
i legami associativi

   

«Rinnovare la propria missione restando fedeli alla Chiesa, alla democrazia e ai lavoratori, interpretando questi valori alla luce delle novità di oggi». Andrea Olivero, presidente delle Acli dallo scorso marzo, sintetizza così l’impegno dell’associazione. Un impegno difficile, in un momento in cui l’occupazione appare sempre più destrutturata e in cui si registra una perdita di coscienza degli stessi lavoratori rispetto al senso del lavoro nel nostro Paese. La Conferenza organizzativa delle Acli tenutasi a Bari lo scorso dicembre ha fatto il punto su questo primo anno di lavoro e programmato gli impegni futuri. «In questi anni», sottolinea Olivero, «nonostante le difficoltà che vive tutto il mondo dell’associazionismo, abbiamo mantenuto un forte radicamento territoriale e popolare». Le Acli hanno circoli e centri di servizi in oltre 5 mila luoghi. «Molte volte, però», confessa il presidente delle Acli, «facciamo fatica ad aggregare nuove persone e tendiamo a diventare autoreferenziali e poco propositivi rispetto ai territori nei quali operiamo».

Partendo da questa analisi, le Acli lanciano la sfida di un associazionismo che «torni a essere sale, capace di rigenerare relazioni e di guardare al positivo del nostro Paese». Proprio a Bari le Acli hanno lanciato la campagna "Scommessa Italia": «Si tratta di circa mille esperienze di un’Italia che si rimbocca le maniche e che sta già oggi operando per il proprio futuro, costruendo una vita buona e felice», aggiunge Olivero. «Abbiamo notato che nel nostro Paese c’è un diffuso pessimismo, la tendenza a vedere un’Italia impazzita e addormentata, ma crediamo che questo non sia l’unico volto del nostro Paese e che anzi esista un’Italia fatta di cittadini che si danno da fare, che si uniscono, partendo magari talvolta anche da elementi di disagio per trasformarli in risorsa», dice il presidente delle Acli.

Così, da Nord a Sud scopriamo che ci sono asili multiculturali messi in piedi da associazioni impegnate sull’immigrazione, avvocati di strada che assistono i senza fissa dimora, cooperative di portatori di handicap che restaurano antichi strumenti musicali o associazioni che si occupano di turismo solidale. A tutti questi progetti, spesso promossi proprio dalle Acli, l’associazione vuole dare spazio. Per tentare di ricostruire un tessuto di relazioni, per far emergere lo sforzo di questi anni e per «dare anche una dignità politica all’impegno personale», precisa Olivero.

«A Bari», conclude Olivero, «abbiamo messo l’accento proprio sull’importanza di rafforzare i legami associativi. E poi abbiamo assunto l’impegno di un rilancio dell’azione volontaria, da accompagnare e rimotivare».

a.v.
   

AMERICA DEL NORD
Stati Uniti
ABORTO E DIRITTI UMANI

I vescovi degli Stati Uniti hanno chiesto ad Amnesty International di respingere la proposta, nata al suo interno, di includere l’aborto tra i diritti umani da difendere. «Tradizionalmente Amnesty ha rappresentato una voce coraggiosa per le popolazioni abbandonate e senza voce. Non dovrebbe minare la propria missione mettendo da parte, di fatto, milioni di esseri umani senza voce», ha dichiarato Deirdre A. McQuade, direttrice del settore informativo del Segretariato pro-life dei vescovi americani. E ha aggiunto: «Se Amnesty International definisse l’aborto come un diritto umano, inevitabilmente creerebbe un attrito con i suoi membri cattolici e allontanerebbe molte altre persone e organizzazioni per le quali il diritto alla vita è fondamentale nella lotta per la giustizia».

   
  

AMERICA LATINA
Messico: le tensioni nello stato di Oaxaca coinvolgono la Chiesa

A oltre sei mesi dalla proclamazione dello sciopero dei maestri, la situazione politica nello Stato di Oaxaca, uno dei più poveri del Messico, appare lungi dal normalizzarsi. La lotta degli insegnanti, partita in maggio per rivendicare aumenti salariali, si era trasformata in una rivolta popolare dopo il fallito tentativo, il 14 giugno, della Polizia statale di sgomberare violentemente i presìdi del Sindacato nazionale dei lavoratori dell’istruzione.

Si era così costituita l’Assemblea popolare dei popoli di Oaxaca (Appo), che aveva riunito 350 organizzazioni sindacali, indigene (la regione è a maggioranza indigena), studentesche, contadine e di altre espressioni della società, attorno alla richiesta di dimissioni del governatore Ulises Ruiz, un notabile del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) accusato di corruzione e autoritarismo. L’Appo aveva rapidamente dato vita a un’originale forma di autogoverno – da molti denominato «la Comune di Oaxaca» – attraverso l’occupazione permanente degli uffici pubblici di numerosi municipi, l’utilizzo di mezzi di informazione comunitari (in particolare le radio), l’erezione di centinaia di barricate per difendersi dagli attacchi di poliziotti in borghese e paramilitari legati al governatore (che avevano già causato morti e feriti) e un processo decisionale fondato su assemblee di quartiere.

La situazione è però precipitata a fine ottobre, quando il tentativo delle squadracce di Ruiz di riprendere violentemente il controllo della città, uccidendo almeno quattro persone, tra cui il giornalista indipendente statunitense Bradley Will, ha offerto il pretesto per l’intervento della Polizia federale preventiva, che ha portato a 17 i morti accertati da Amnesty International, a oltre 350 gli arrestati e alla denuncia di una quarantina di desaparecidos, tutti tra le file dell’Appo. Tuttavia, se i militari sono riusciti a sgomberare le barricate, le proteste non si sono fermate, assumendo anzi una valenza nazionale sia per l’intreccio con le mobilitazioni promosse contro l’insediamento, il 1° dicembre, del nuovo presidente della Repubblica, Felipe Calderon, del Partito azione nazionale (conservatore), da Andrés Manuel Lopez Obrador, candidato del centrosinistra uscito sconfitto di misura nelle elezioni di luglio su cui gravano forti sospetti di brogli, sia per quello che è apparso uno «scambio» tra il sostegno garantito dal Pri al capo dello Stato entrante e l’azione di forza dell’esecutivo federale a favore di Ruiz.

In questa vicenda, rilevante è stata la partecipazione della Chiesa cattolica, ai suoi diversi livelli, sia pur in forme differenti e con posizioni non sempre omogenee. Considerevole è stato, infatti, il coinvolgimento nelle mobilitazioni popolari di preti e soprattutto Comunità ecclesiali di base. La Commissione giustizia e pace dell’arcidiocesi di Antequera-Oaxaca ha denunciato a più riprese «gli arbitri» commessi dalle forze dell’ordine, chiedendo la «liberazione di quanti sono stati ingiustamente arrestati»; il rappresentante legale dell’arcidiocesi, Wilfredo Mayrén, ha parlato di «terrorismo di Stato»; e l’arcivescovo, monsignor Luis Chavez Botello, pur ripetendo che non intendeva «schierarsi a favore di nessuna delle parti», ha indicato «l’ingiustizia sociale, la povertà lacerante, l’impunità e la corruzione generalizzata» quali cause del conflitto e ha chiesto «un patto sociale» in vista di una «trasformazione strutturale» necessaria per «una pace autentica e duratura».

A livello nazionale le cose sono apparse più ambigue: mentre la Caritas ha denunciato il ricorso alla forza da parte del governo, il cardinale Norberto Rivera, arcivescovo di Città del Messico, ha invece definito un’opzione necessaria l’intervento della Polizia federale, di cui il presidente della Conferenza episcopale messicana, monsignor José Martín Rábago, arcivescovo di Leon, ha dichiarato di essere stato informato in anticipo dall’esecutivo, avallandolo. Intanto si è messa in moto una Commissione di intermediazione, guidata da monsignor Samuel Ruiz, vescovo emerito di San Cristobal de las Casas, e promotore, nel 1994 di un’analoga istanza che permise di aprire un dialogo tra governo federale ed Esercito zapatista di liberazione nazionale.

Mauro Castagnaro
   

AFRICA
Congo-Brazzaville
I VESCOVI PER I DIRITTI UMANI. 

«Pubblicate quello che pagate». È lo slogan lanciato dall’organizzazione britannica Global Witness nel 2004 per denunciare lo "scandalo del petrolio", che alimenta conti miliardari e per nulla trasparenti. Tra i principali accusati il Congo-Brazzaville, dove ancora oggi c’è chi sta pagando a caro prezzo il fatto di aver aderito alla campagna a livello locale. Si tratta di due attivisti, Brice Mackosso, segretario della Commissione giustizia e pace, e Christian Mounzeo, presidente dell’associazione Incontri per la pace e i diritti dell’uomo. Entrambi sono stati arrestati e processati con modalità che i vescovi del Paese definiscono «inquietanti». La Conferenza dei vescovi del Congo, si afferma in una dichiarazione, «osserva con stupore e inquietudine le numerose irregolarità nello svolgimento della procedura» e invita «a rispettare le procedure giudiziarie e a prevenire ogni forma di rappresaglia».

   

OCEANIA
I vescovi australiani si mettono in ascolto del disagio dei cattolici

I vescovi australiani dicono di nutrire un «profondo e crescente desiderio di riallacciare i ponti con coloro che hanno lasciato la Chiesa e di ascoltare le loro esperienze». Per attuare questo progetto, l’Ufficio progetti pastorali della Conferenza episcopale ha commissionato una ricerca sui cosiddetti Disconnected Catholics ("Cattolici scollegati"). L’indagine è stata realizzata su un campione di cattolici, fra i 29 e i 74 anni d’età, che hanno smesso di andare a Messa. Le risposte fornite dagli intervistati evidenziano la disillusione nei confronti della Chiesa, generata dagli scandali che hanno coinvolto il clero. Assumono un certo peso anche i problemi di relazione con i sacerdoti della parrocchia. Alcuni degli intervistati hanno detto che il loro parroco promuoveva un ambiente anti-intellettuale in cui «la sua parola era legge e il pensiero critico era scoraggiato». Altri hanno notato problemi di alcolismo tra i preti.

Fra le ragioni più frequentemente citate per il distacco, la sensazione che teologi cattolici di rilievo siano messi a tacere dalla gerarchia, che le decisioni siano prese senza consultazione e che la Chiesa sia fondata più sulle norme che sulla compassione. Altri vivono con disagio il poco spazio concesso alle donne e non sopportano la scarsa qualità delle omelie. La fede, insomma, non sembra più offrire agli individui ispirazione e guida nella vita di tutti i giorni. Percezione che contrasta con l’accresciuto richiamo alle istanze etico-religiose da parte dei due schieramenti politici, laburisti e conservatori.

Un dato confortante per i vescovi è che molti dei "cattolici scollegati" intervistati non escludono un ritorno alla pratica religiosa e alla Messa domenicale. Secondo i dati del censimento del 2001, si professano cattolici 5 milioni di australiani (il 26 per cento della popolazione). Tra questi, però, solo il 15 per cento va a Messa ogni domenica. In un clima sempre più secolarizzato, calano a picco anche i matrimoni in chiesa: se nel 1971 si erano sposate davanti al parroco 9.784 coppie, nel 2005 sono state solo 4.075, che equivale al 40 per cento degli sposi.

Un’altra indagine, condotta sulla spiritualità dei giovani australiani fra i 13 e i 29 anni, in vista della Giornata mondiale della gioventù che si terrà a Sydney nel 2008, rivela la diffusione di una cultura consumista, indifferenza religiosa, individualismo e un basso interesse verso le pratiche religiose tradizionali.

In un’Australia in gran parte da rievangelizzare, la Chiesa cattolica può contare su 32 diocesi e quasi 1.400 parrocchie. Oltre 3 mila sono i preti, per quasi due terzi appartenenti al clero diocesano (con un’età media tra i 55 e i 60 anni). Le 100 congregazioni religiose femminili hanno 6.400 suore, mentre sono poco più di mille i religiosi non preti delle cinque congregazioni maschili.

g.sand.

Jesus n. 1 gennaio 2007 - Home Page