
Un messaggio senza anatemi
di Vincenzo Marras
Nel
1968 Paolo VI indisse la prima Giornata della pace. Con quella del 1°
gennaio 2007, siamo giunti alla quarantesima della serie. In quel
primo messaggio, Papa Montini scriveva che «la pace si fonda sopra
una nuova mentalità circa l’uomo e i suoi doveri e i suoi destini».
E metteva in guardia dal nascondere tutte quelle «concezioni vili e
pigre che riguardano la persona» e non proclamano «i più alti e
universali valori della vita: la verità, la giustizia, la libertà, l’amore».
Evoca la stessa attenzione e un’analoga preoccupazione il tema
scelto da Benedetto XVI per l’edizione di quest’anno:
"Persona umana, cuore della pace". Nel suo messaggio, Papa
Ratzinger esprime la convinzione che il rispetto della dignità della
persona umana è una condizione essenziale per la pace della famiglia
umana. Perciò chiede di riscoprire una nuova "grammatica"
della pace, invitando ad andare oltre una lettura geopolitica e
sociologica dei conflitti e a risalire agli ostacoli più profondi che
impediscono una convivenza pacifica, identificati in tutti gli
attentati alla dignità di ogni essere umano: i conflitti armati, la
proliferazione delle armi nucleari, il terrorismo, le più svariate
forme di violenza, ma anche «le visioni riduttive dell’uomo,
viziate da pregiudizi ideologici e culturali o da interessi politici
ed economici, che incitano all’odio e alla violenza», «le morti
silenziose provocate dalla fame, dall’aborto, dalla sperimentazione
sugli embrioni e dall’eutanasia». A «fare scempio della vita umana»
sono anche – denuncia Benedetto XVI – le tante ingiustizie ancora
tragicamente presenti nel mondo, le persistenti disuguaglianze tra
uomo e donna nell’esercizio dei diritti umani fondamentali, la non
sufficiente considerazione per la condizione femminile, lo
sfruttamento e le tante forme di mancanza di rispetto per la dignità
delle persone, gli atteggiamenti irrispettosi verso l’ambiente, l’accaparramento
violento delle risorse della terra.
Si
promuove la pace rispettando e difendendo la dignità di uomini e
donne, bambini, giovani e adulti, di quanti sono nel dolore e nella
sofferenza, di chi vive minacciato dalla violenza e dalla forza delle
armi, di chi è calpestato nella sua dignità. È il compito di ogni
credente. In una società connotata da relazioni fragili e
conflittuali, occorre allora incoraggiare comunità attente alla
qualità delle relazioni, al loro interno e nei confronti di tutti
coloro che, consapevolmente o inconsapevolmente, bussano alla porta
della Chiesa. Per questo, più che anatemi e scomuniche – e il Papa
non ne ha lanciati, con buona pace di tanti titoli giornalistici –,
è necessario «cogliere ovunque e far crescere i segni di vita che ci
sono in tutti, come ha fatto Gesù con Zaccheo: in lui, grappolo
marcio e rinsecchito, nella curiosità ha colto il succo e l’ha
portato all’accoglienza». Ce lo suggerisce, con sapienza, dall’eremo
di Mosciano, il monaco camaldolese dom Paolo Giannoni, che ci invita a
«offrire sanità come Gesù medico, al quale offrire prima di tutto
noi. Con l’animo del fratello che accoglie il cuore del Padre
misericordioso occorre vivere il testo grande e severo di Isaia 65,8:
"Come quando si trova succo in un grappolo, si dice: non
distruggetelo, perché qui c’è una benedizione"».
Vincenzo Marras
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