CULTURA - CORRADO ALVARO Cristiano
incantato e muto
di Enzo Romeo
Calabrese di San Luca, cresciuto in
un universo di religiosità popolare, Alvaro prende le distanze dal
cattolicesimo formalista e talvolta connivente. Però la sua ricerca di
fede non venne mai meno.
Corrado
Alvaro se ne andò per sempre all’alba dell’11 giugno del ’56. La
scalinata romana di Trinità dei Monti, dove s’affacciava la finestra
del suo studio, stava per illuminarsi di sole. Lo scrittore aveva 61
anni. Un tumore se lo portava via mentre era ancora nel pieno della sua
attività e si sussurrava di un possibile Premio Nobel. Accanto a lui,
come sempre, la moglie bolognese, Laura Babini, e il figlio Massimo.
Corrado gli aveva dato il nome del fratello minore, don Massimo,
sacerdote, che in quei giorni era giunto dalla Calabria per stare al
capezzale del moribondo. Nell’estremo faccia a faccia col fratello
prete aveva detto con l’ultimo soffio che gli restava in corpo: «Oggi
comincia per me un’altra vita». Singolari parole per uno che aveva
sempre tenuto alla propria laicità. Poi qualcuno dei presenti aveva
tirato fuori dalla tasca un rosario e un quadro della Madonna di Polsi,
patrona dell’Aspromonte, era stato posto accanto al letto.
La prima prova d’autore Corrado Alvaro l’aveva fatta proprio
raccontando in un libretto, stampato a Gerace nel 1912, il
pellegrinaggio al santuario di Polsi. Aveva 17 anni e si era unito alla
famiglia e all’intero paese che, a piedi, saliva verso quel luogo
sacro e selvaggio, celato tra le montagne. Alvaro guardava le donne che
si trascinavano in ginocchio davanti alla Madonna per sciogliere un
voto, gli uomini che ballavano le tarantelle sfrenate; ascoltava i
racconti dei contadini, gli spari dei fucili in aria, il suono delle
zampogne. Assorbì ogni cosa come il tampone l’inchiostro e l’impronta
di quel viaggio a Polsi riemerse anni dopo nei lavori più maturi,
specie nel capolavoro Gente in Aspromonte.

Un ritratto dello scrittore calabrese
Corrado Alvaro.
Il padre, maestro elementare, lo aveva mandato a studiare al
Venerabile Seminario di Frascati. Corrado era quasi un bambino; il
genitore voleva sottrarlo a tutti i costi al destino miserevole di
quelle zone. Un gesuita francese, padre Orbain, divenne sua guida e
confessore. Gli fece comprendere che non c’è solo il Dio della paura,
quello temuto e invocato nelle processioni del suo paese. In L’età
breve (1946) Alvaro scriverà: «...E si volgeva ora a suo padre e
sua madre che amavano Dio e pregavano, certo, come i pastori di creta
del presepe in cui l’amore di Dio è come una luce e una speranza, ma
che non capiscono, e Dio è molto buono con loro perché sono semplici,
rimangono abbagliati e tremanti della potenza di Dio, e non sanno che
possono amarlo e che tutto è amore».
Riemergono ricordi infantili, quando il padre allestiva il presepe,
dove tutti i pastori somigliavano a persone conosciute e pareva un paese
vero. C’era un personaggio, in particolare, che colpiva la fantasia di
Corrado, l’incantato: «...È un pover’uomo che non ha nulla e non
porta nulla. S’è fermato accanto alla grotta e guarda la stella che s’è
posata come una farfalla tra la neve della roccia, sulla mangiatoia dove
è nato il Signore. Non si muove e non fa nulla. Sta lì a braccia
aperte, bocca spalancata a guardare quella stella. Ma l’incantato è
là come uno scimunito, colpito dal segno celeste, senza poter parlare.
Egli ha capito tutto, conosce il miracolo della nascita del Signore. Ma
non potrà raccontarlo a nessuno» (da Sussidiario, 1925).

Uno scorcio di San Luca
(foto Periodici San Paolo/A. Del Canale).
A
Frascati succederà, però, qualcosa di imprevisto: Corrado verrà
espulso dal collegio perché sorpreso a leggere testi proibiti. «Fu un’espulsione
ingiusta, che ha segnato profondamente l’animo di Alvaro, caricandolo
di oscuri sensi di colpa». Così afferma il mariologo padre Stefano De
Fiores, concittadino e studioso di Corrado Alvaro. Per De Fiores quell’episodio
segnò il passaggio del futuro scrittore a un cristianesimo laico.
Alvaro sarà un duro osservatore dei vizi e delle deformazioni del
cattolicesimo. Nel 1951 annota nel suo diario: «Thomas Mann ha chiesto
udienza al Papa per dirgli che il cattolicesimo deve ritornare cristiano».
Dice De Fiores: «Ciò che Alvaro osserva nel cattolicesimo
preconciliare è la mancanza di vera carità e di giustizia, il
formalismo vuoto e perfino la connivenza con il male». Lo scrittore
ascolta i sermoncini in cui si parla di elemosine e di remissione alla
legge dei potenti e nel ’48 nel diario descrive così il suo rapporto
con la fede: «Credi ancora in Dio, ma hai rifiutato tutti quelli che
credono di detenere Dio. La religione ufficiale è fallita e dà l’impressione
di un continuo oltraggio a Dio».
Eppure cerca contatti con la Chiesa, o almeno con i rappresentanti
che egli considera più liberi e profetici. A Roma fin dal 1934 stringe
sincera amicizia con don Giuseppe De Luca. Con lui si incontra o gli
scrive spesso, «questuante di consigli». De Luca era, tra l’altro,
consulente della Morcelliana di Brescia, che rispondeva alla sua idea di
strumento culturale cattolico ma non ecclesiastico. Il prete lucano
apprezzava moltissimo Alvaro e lo volle tra gli autori delle collane da
lui curate, «di quelli che creano, senza provocare reazioni
confessionali, stati d’animo nuovi». Alvaro aveva sempre avuto orrore
di farsi assorbire dalla cultura dominante. Per questo aveva rifiutato
di prendere la tessera del partito fascista, e tanto meno avrebbe mai
accettato etichette da credente. Nel ’38 regala una poesia alla
sorella di don De Luca, Maddalena, piena di pathos religioso, ma
con scritto in calce: «Riproduzione vietata a scopo di propaganda
cattolica».

Il fratello sacerdote dello scrittore, don
Massimo
(foto Periodici San Paolo/A. Del Canale).
Nel dopoguerra conosce e diviene amico di un altro prete sui
generis, don Zeno Saltini. Visita Nomadelfia nel marzo del ’51 e
si interroga sull’utopia che lì si cerca di realizzare. Rimane
colpito dal tentativo di far divenire legge la fraternità, di applicare
quel vangelo dell’amore di cui egli sente profondamente nostalgia. È
attratto dall’utopia, come lo furono altri illustri calabresi, da
Gioacchino a Campanella, ma non riesce a sciogliere il dubbio sul futuro
che potrà avere la cittadella voluta da don Zeno.
La
Bibbia era stata amica di Alvaro negli anni difficili della fine della
guerra e del regime mussoliniano, quando fu costretto a riparare a
Chieti. Perciò non deve sorprendere se nel ’47 compare una traduzione
alvariana del Vangelo di Marco. Era stato l’editore veneziano Neri
Pozza a chiedere a quattro scrittori di curare un’edizione dei
Vangeli, preceduta da un saggio di don Giuseppe De Luca. Gli altri tre
erano stati affidati a Nicola Lisi, Diego Valeri e Massimo Bontempelli.
Il testo di Marco, il più breve di tutti, ben si adattava allo stile
essenziale di Alvaro, secco e asciutto.
Nel ’54, scrivendo nel suo diario, Alvaro si professa «irrimediabilmente
cristiano». Torna in mente Benedetto Croce e padre De Fiores nota: «Forse
quello che manca in Croce e in Alvaro è la chiara e coraggiosa
professione di fede nel Cristo morto e risorto, cioè nel mistero
pasquale annunciato e celebrato dalla comunità cristiana». Torna in
mente l’incantato del presepe, che comprende il mistero ma non può
raccontarlo. Chiosa padre Giancarlo Bregantini, che della terra natale
di Alvaro è vescovo: «Alvaro è un uomo che molto ha pensato, molto ha
sofferto e molto ha scritto. Ha viaggiato per mezza Europa e di ogni
fatto e luogo – a cominciare dalla sua Calabria – ha offerto una
lettura critica, interiore che penetra e nutre».

Un altro ritratto di Alvaro.
E
ora torniamo a Roma, a quel caldo 11 giugno del ’56. Fu lo stesso don
Massimo a celebrare il funerale, il giorno dopo, nella vicina chiesa di
Sant’Andrea delle Fratte. Durante il corteo, dietro alla bara di legno
chiaro, si erano allineati, vestiti di nero, i parenti giunti da San
Luca, il paese dove Alvaro era nato. Ha osservato Giovanni Russo: «Il
tratto è lungo quanto il corso di un piccolo paese calabrese. Passava
per Piazza di Spagna un funerale meridionale». La parrocchia era retta,
allora come oggi, dai Padri Minimi e su uno degli altari campeggia la
grande statua del loro fondatore, san Francesco di Paola, patrono della
Calabria.
Dopo cinquant’anni Alvaro è quasi dimenticato. A poco gli è valso
raggiungere le vette della letteratura del nostro Novecento, essere voce
e coscienza del Mezzogiorno, dare respiro europeo all’asfittica
cultura italiana della sua epoca, stretta tra l’ottusità del fascismo
e la mondanità provinciale del dopoguerra. Eppure, nella terra che gli
ha dato i natali e l’ispirazione letteraria, il tempo sembra essersi
fermato.
Tra balze paurose e boschi intricati, la festa di Polsi si ripete
intatta alla fine di ogni estate. Don Massimo, ormai ultranovantenne, fa
sempre il parroco nel paesino di Caraffa del Bianco. Sembra ieri quando
tornò dal funerale di Roma e raccontò una bugia all’anziana mamma,
che non avrebbe retto alla notizia della morte di Corrado, il figlio
prediletto. Per anni, dopo la scomparsa del fratello, don Massimo
scrisse lettere alla madre firmandole «Tuo Corrado». Raccontava che
tutto andava bene, che la pensava assai e che un giorno o l’altro
sarebbe tornato ad abbracciarla.
Enzo Romeo
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