CULTURA
- ALDA MERINI Cantare
Dio, celebrare la vita
di Roberto Carnero
È considerata
giustamente una delle poetesse viventi di maggiore spicco in Italia.
Pur non essendo cattolica, nelle sue opere, la fede è spesso in primo
piano. È il caso anche della sua ultima raccolta, Cantico dei
Vangeli. L’abbiamo intervistata.
Da
sempre Alda Merini si è confrontata nei suoi versi con i temi della
religione e della fede. Nata a Milano nel 1931, è oggi considerata una
dei più importanti poeti italiani viventi. Dopo l’esordio, nel 1953,
con la raccolta La presenza di Orfeo, a cui arrise da subito un
grande successo di critica, già il suo secondo libro – Paura di
Dio (1955) – faceva riferimento, sin dal titolo, a un contenuto
teologico. E poi, ancora, tra gli altri volumi: Tu sei Pietro (1962),
La Terra Santa (1984), Corpo d’amore. Un incontro con Gesù (2001),
Magnificat. Un incontro con Maria (2002), La carne degli
angeli (2003).
Al Nuovo Testamento si rifà anche l’ultima raccolta della
poetessa, Cantico dei Vangeli (Frassinelli, 2006, pp. 120, euro
14,00). Poesie incentrate su personaggi o situazioni del Vangelo, i cui
testi sono ripercorsi in tutta la loro originaria carica di
provocazione. Una provocazione che la parola poetica è in grado di
recuperare e di rendere eloquente. I gesti, le parole, i comportamenti
cruciali di Gesù, di Maria, di Pietro, di Giovanni, di Giuda, della
Maddalena sono rievocati e riletti alla luce di una sensibilità
acutissima. È a loro che l’autrice dà la parola, facendoli esprimere
in prima persona. I versi della Merini recuperano tutta la loro
umanità, in una contraddittorietà che dell’umanità è la cifra più
autentica. A volte la poesia si fa grido di dolore, polemica risposta a
quei misteri della fede che l’uomo non è in grado di comprendere.

Foto
Grazianeri/M. Valley.
Alda Merini non è una poetessa "cattolica" in senso
confessionale, e della fede religiosa parla con grande pudore. Si
descrive come una donna che nella sua vita ha molto sofferto. Tra gli
anni Sessanta e gli anni Ottanta, la sofferenza mentale l’ha portata a
lunghi ricoveri in ospedali psichiatrici, una condizione di disagio
dalla quale è emersa solo più avanti, tornando alla scrittura. Che nel
frattempo era diventata anche testimonianza di quel disagio.
- Signora Merini, qual è il suo rapporto con la fede?
«Non ho un rapporto con la fede, ho un rapporto con la vita. Con una
vita "larga", che tutto comprende e da cui nulla è escluso,
gioia e dolore, nascita e morte, alba e lutto».
- Dio non l’ha mai incontrato?
«Sì, l’ho incontrato in manicomio, un posto in sé terribile, ma
in cui non ho mai perso la speranza. Forse non sono mai stata felice
come in quegli anni di ricovero. Dovrei stare attenta a dirlo, perché
se dico che mi trovavo bene al manicomio, va a finire che qualcuno
potrebbe pensare di rinchiudermi di nuovo. Infatti potrebbe essere
interpretata come un palese segnale di pazzia l’affermazione che al
manicomio stavo bene...».

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Grazianeri/M. Valley.
- Ma come l’ha conosciuto Dio?
«Attraverso alcuni uomini. Ci sono persone che sono il rifugio dell’amore
di Dio, un amore che sono capaci di trasmettere agli altri. Del
cristianesimo amo la dimensione dell’incarnazione, che impedisce il
rifugio evasivo nell’astrattezza e nell’astrazione. I veri credenti
mi hanno aiutato a conoscere Dio».
- Perché ha scritto questo Cantico dei Vangeli?
«È un’opera che si ricollega a un mio testo precedente, Tu sei
Pietro, forse l’opera più bella che ho scritto. L’avevo
composta per un debito di riconoscenza nei confronti di un medico che
aveva fatto molto per me. Per un debito di riconoscenza e di amore».
- Che cosa l’ha affascinata del Nuovo Testamento?
«L’elementarità, cioè l’universalità, di ciò che viene
detto. Un tempo avevo un compagno che aveva avuto una vita difficile ed
era anche stato in carcere. Quando il sabato e la domenica non lavorava,
gli leggevo il Vangelo. Per lui quella fu un’importante esperienza di
guarigione interiore».

Foto
Grazianeri/G. Bruneau.
«Nella Chiesa cattolica ci sono cose che non mi piacciono, come un
certo maschilismo dell’istituzione ecclesiastica e la condanna del
piacere. Una cosa, quest’ultima, che sa un po’ di vecchia teologia,
ma che purtroppo persiste ancora in quanto predicano alcuni sacerdoti, e
lo fanno anche in buona fede. E mi sembra un po’ un tradimento del
messaggio evangelico più autentico. Che cosa ha voluto fare Cristo, in
realtà? Sollevare l’umanità dal suo stato di abiezione. Questo mi
sembra l’aspetto centrale del cristianesimo, non altri orpelli
sedimentatisi con il tempo. Ma ho molto amato un Papa come Giovanni
Paolo II».
- Che cosa le piaceva in particolare di Papa Wojtyla?
«Appena eletto Pontefice, ancora giovane, incarnava, anche nella sua
presenza fisica, un nuovo modello di Chiesa, più moderna, aperta,
vicina alla gente. Questo grazie all’immediatezza dei gesti, alla
disponibilità umana che manifestava verso tutti. Poi è stato uno
strenuo difensore della pace nel mondo. Ora che non c’è più mi manca
molto. Pensi che negli ultimi tempi, quando era molto malato, spesso mi
capitava di accendere il televisore per sapere come stava. Le notizie
sulla sua salute mi sembravano quelle più importanti del telegiornale».

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Grazianeri/M. Valley.
«No, non di persona; ma so che aveva letto e apprezzato il mio Magnificat.
Mi fece mandare un rosario da lui benedetto, che conservo come un
prezioso ricordo. Anche lui era un poeta, forse anche per questo amava e
capiva la poesia».
- Forse non sempre è scontata o evidente, ma certo c’è una
relazione tra fede e poesia. Qual è, a suo giudizio?
«Quando alcuni miei testi di contenuto religioso sono stati
rappresentati in pubblico, ho riempito chiese e teatri. Molti erano
giovani, ma credo che non venissero tanto per me, quanto per Lui. Forse
cercavano qualcuno che li guidasse. Perché la poesia è soltanto un
tramite. Da sola la letteratura non salva nessuno. In Cristo c’è la
Resurrezione, in noi la morte».
- Mi spieghi meglio: vuol dire che la poesia, in sé, non è in
grado di pronunciare parole di salvezza?
«Gesù dice che chi non è semplice come un bambino non può entrare
nel Regno dei cieli. Ebbene – lo diceva anche Pascoli –, il vero
poeta è sempre un po’ un fanciullo: sente ogni nuovo giorno come un
dono del Cielo, si stupisce e rende grazie per il fatto di esserci e per
il fatto che esiste, intorno a lui, una realtà magnifica. Ecco, nell’additare
la semplicità della vita risiede la missione del poeta. E anche la sua
utilità per il bene della vita delle persone. Forse è grazie alla
poesia che nella mia vita, pur avendo molto sofferto, non sono mai stata
disperata. Quando ho incontrato il dolore, anziché farmene annientare,
ho deciso di cantarlo».

Foto
Grazianeri/G. Bruneau.
- Ma come è possibile «cantare il dolore»?
A costo di discostarmi un po’ da alcune affermazioni più
ortodosse, direi che bisogna cominciare a essere felici sulla Terra, a
volerlo con tutte le proprie forze, e a propiziare, sulla Terra, la
felicità degli altri. Perché chi vive infelice, muore disperato».
- Che bilancio traccerebbe della sua attività letteraria?
«Cosa vuole che le dica... Non mi sono mancati i lettori, gli
apprezzamenti dei critici, i riconoscimenti di prestigiosi premi.
Recentemente sono stati messi in musica dei miei testi, recitati e
cantati nei teatri, con la collaborazione di bravissimi musicisti e
interpreti. Anche questo è un altro segno di popolarità. Ma forse
capire un’opera significa non musicarla, recitarla, dirla, bensì
tacerla. Come lettrice di poesia, amo il corpo a corpo personale con il
testo, vissuto nel silenzio di un incontro personale. Non capisco
perché, affinché la gente apprezzi Dante, ci sia bisogno che un bravo
attore debba andare a leggere la Divina Commedia in un teatro...».
- Forse perché il pubblico cerca un incontro con l’autore anche
attraverso la fisicità della parola e della performance...
«Sì, forse è proprio questo, perché l’uomo ha bisogno di prove,
di vedere con i propri occhi e di toccare con mano».

Foto
Grazianeri/G. Bruneau.
«Direi di no, la mia vita è andata come doveva andare. A sedici
anni entrai in un monastero di clausura, perché pensavo che quella
fosse la mia vocazione. Fu la mia famiglia a insistere perché uscissi
un anno dopo, affinché cercassi marito. Non so se sia stato un bene o
un male. Di certo la vita contemplativa era una condizione verso cui
sentivo una grande attrazione».
«Di morire in pace. La mia speranza nel futuro, invece, sono i miei
figli e i miei nipoti».
- Per tornare alla domanda iniziale, che forse è anche la più
personale: Alda Merini crede in Dio?
«Credo in ciò che Dio mi ha dato, che è moltissimo: la vita, i
sensi, e anche, per quello che può valere, la gloria letteraria.
Qualcuno diceva: "Se considero tutte le cose che Dio mi ha dato,
come posso sperare che mi darà anche il Paradiso?". Per questo
ogni mattina quando mi sveglio sento il bisogno di pronunciare il mio
grazie».
Roberto Carnero
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