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Nelle foto di queste pagine, alcune immagini della poetessa Alda Merini, ritratta nello studio della sua eccentrica abitazione. La Merini è nata nel 1931 a Milano.

Tra i molti preziosi ricordi che Alda Merini conserva nel suo studio, c’è anche un rosario che Giovanni Paolo II le inviò dopo aver letto la sua raccolta di poesie Magnificat.

 

CULTURA - ALDA MERINI

Cantare Dio, celebrare la vita
di Roberto Carnero
  

È considerata giustamente una delle poetesse viventi di maggiore spicco in Italia. Pur non essendo cattolica, nelle sue opere, la fede è spesso in primo piano. È il caso anche della sua ultima raccolta, Cantico dei Vangeli. L’abbiamo intervistata.
   

Da sempre Alda Merini si è confrontata nei suoi versi con i temi della religione e della fede. Nata a Milano nel 1931, è oggi considerata una dei più importanti poeti italiani viventi. Dopo l’esordio, nel 1953, con la raccolta La presenza di Orfeo, a cui arrise da subito un grande successo di critica, già il suo secondo libro – Paura di Dio (1955) – faceva riferimento, sin dal titolo, a un contenuto teologico. E poi, ancora, tra gli altri volumi: Tu sei Pietro (1962), La Terra Santa (1984), Corpo d’amore. Un incontro con Gesù (2001), Magnificat. Un incontro con Maria (2002), La carne degli angeli (2003).

Al Nuovo Testamento si rifà anche l’ultima raccolta della poetessa, Cantico dei Vangeli (Frassinelli, 2006, pp. 120, euro 14,00). Poesie incentrate su personaggi o situazioni del Vangelo, i cui testi sono ripercorsi in tutta la loro originaria carica di provocazione. Una provocazione che la parola poetica è in grado di recuperare e di rendere eloquente. I gesti, le parole, i comportamenti cruciali di Gesù, di Maria, di Pietro, di Giovanni, di Giuda, della Maddalena sono rievocati e riletti alla luce di una sensibilità acutissima. È a loro che l’autrice dà la parola, facendoli esprimere in prima persona. I versi della Merini recuperano tutta la loro umanità, in una contraddittorietà che dell’umanità è la cifra più autentica. A volte la poesia si fa grido di dolore, polemica risposta a quei misteri della fede che l’uomo non è in grado di comprendere.

Foto Grazianeri/M. Valley.
Foto Grazianeri/M. Valley.

Alda Merini non è una poetessa "cattolica" in senso confessionale, e della fede religiosa parla con grande pudore. Si descrive come una donna che nella sua vita ha molto sofferto. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, la sofferenza mentale l’ha portata a lunghi ricoveri in ospedali psichiatrici, una condizione di disagio dalla quale è emersa solo più avanti, tornando alla scrittura. Che nel frattempo era diventata anche testimonianza di quel disagio.

  • Signora Merini, qual è il suo rapporto con la fede?

«Non ho un rapporto con la fede, ho un rapporto con la vita. Con una vita "larga", che tutto comprende e da cui nulla è escluso, gioia e dolore, nascita e morte, alba e lutto».

  • Dio non l’ha mai incontrato?

«Sì, l’ho incontrato in manicomio, un posto in sé terribile, ma in cui non ho mai perso la speranza. Forse non sono mai stata felice come in quegli anni di ricovero. Dovrei stare attenta a dirlo, perché se dico che mi trovavo bene al manicomio, va a finire che qualcuno potrebbe pensare di rinchiudermi di nuovo. Infatti potrebbe essere interpretata come un palese segnale di pazzia l’affermazione che al manicomio stavo bene...».

Foto Grazianeri/M. Valley.
Foto Grazianeri/M. Valley.

  • Ma come l’ha conosciuto Dio?

«Attraverso alcuni uomini. Ci sono persone che sono il rifugio dell’amore di Dio, un amore che sono capaci di trasmettere agli altri. Del cristianesimo amo la dimensione dell’incarnazione, che impedisce il rifugio evasivo nell’astrattezza e nell’astrazione. I veri credenti mi hanno aiutato a conoscere Dio».

  • Perché ha scritto questo Cantico dei Vangeli?

«È un’opera che si ricollega a un mio testo precedente, Tu sei Pietro, forse l’opera più bella che ho scritto. L’avevo composta per un debito di riconoscenza nei confronti di un medico che aveva fatto molto per me. Per un debito di riconoscenza e di amore».

  • Che cosa l’ha affascinata del Nuovo Testamento?

«L’elementarità, cioè l’universalità, di ciò che viene detto. Un tempo avevo un compagno che aveva avuto una vita difficile ed era anche stato in carcere. Quando il sabato e la domenica non lavorava, gli leggevo il Vangelo. Per lui quella fu un’importante esperienza di guarigione interiore».

Foto Grazianeri/G. Bruneau.
Foto Grazianeri/G. Bruneau.

  • Come vede la Chiesa?

«Nella Chiesa cattolica ci sono cose che non mi piacciono, come un certo maschilismo dell’istituzione ecclesiastica e la condanna del piacere. Una cosa, quest’ultima, che sa un po’ di vecchia teologia, ma che purtroppo persiste ancora in quanto predicano alcuni sacerdoti, e lo fanno anche in buona fede. E mi sembra un po’ un tradimento del messaggio evangelico più autentico. Che cosa ha voluto fare Cristo, in realtà? Sollevare l’umanità dal suo stato di abiezione. Questo mi sembra l’aspetto centrale del cristianesimo, non altri orpelli sedimentatisi con il tempo. Ma ho molto amato un Papa come Giovanni Paolo II».

  • Che cosa le piaceva in particolare di Papa Wojtyla?

«Appena eletto Pontefice, ancora giovane, incarnava, anche nella sua presenza fisica, un nuovo modello di Chiesa, più moderna, aperta, vicina alla gente. Questo grazie all’immediatezza dei gesti, alla disponibilità umana che manifestava verso tutti. Poi è stato uno strenuo difensore della pace nel mondo. Ora che non c’è più mi manca molto. Pensi che negli ultimi tempi, quando era molto malato, spesso mi capitava di accendere il televisore per sapere come stava. Le notizie sulla sua salute mi sembravano quelle più importanti del telegiornale».

Foto Grazianeri/M. Valley.
Foto Grazianeri/M. Valley.

  • Lo ha mai incontrato?

«No, non di persona; ma so che aveva letto e apprezzato il mio Magnificat. Mi fece mandare un rosario da lui benedetto, che conservo come un prezioso ricordo. Anche lui era un poeta, forse anche per questo amava e capiva la poesia».

  • Forse non sempre è scontata o evidente, ma certo c’è una relazione tra fede e poesia. Qual è, a suo giudizio?

«Quando alcuni miei testi di contenuto religioso sono stati rappresentati in pubblico, ho riempito chiese e teatri. Molti erano giovani, ma credo che non venissero tanto per me, quanto per Lui. Forse cercavano qualcuno che li guidasse. Perché la poesia è soltanto un tramite. Da sola la letteratura non salva nessuno. In Cristo c’è la Resurrezione, in noi la morte».

  • Mi spieghi meglio: vuol dire che la poesia, in sé, non è in grado di pronunciare parole di salvezza?

«Gesù dice che chi non è semplice come un bambino non può entrare nel Regno dei cieli. Ebbene – lo diceva anche Pascoli –, il vero poeta è sempre un po’ un fanciullo: sente ogni nuovo giorno come un dono del Cielo, si stupisce e rende grazie per il fatto di esserci e per il fatto che esiste, intorno a lui, una realtà magnifica. Ecco, nell’additare la semplicità della vita risiede la missione del poeta. E anche la sua utilità per il bene della vita delle persone. Forse è grazie alla poesia che nella mia vita, pur avendo molto sofferto, non sono mai stata disperata. Quando ho incontrato il dolore, anziché farmene annientare, ho deciso di cantarlo».

Foto Grazianeri/G. Bruneau.
Foto Grazianeri/G. Bruneau.

  • Ma come è possibile «cantare il dolore»?

A costo di discostarmi un po’ da alcune affermazioni più ortodosse, direi che bisogna cominciare a essere felici sulla Terra, a volerlo con tutte le proprie forze, e a propiziare, sulla Terra, la felicità degli altri. Perché chi vive infelice, muore disperato».

  • Che bilancio traccerebbe della sua attività letteraria?

«Cosa vuole che le dica... Non mi sono mancati i lettori, gli apprezzamenti dei critici, i riconoscimenti di prestigiosi premi. Recentemente sono stati messi in musica dei miei testi, recitati e cantati nei teatri, con la collaborazione di bravissimi musicisti e interpreti. Anche questo è un altro segno di popolarità. Ma forse capire un’opera significa non musicarla, recitarla, dirla, bensì tacerla. Come lettrice di poesia, amo il corpo a corpo personale con il testo, vissuto nel silenzio di un incontro personale. Non capisco perché, affinché la gente apprezzi Dante, ci sia bisogno che un bravo attore debba andare a leggere la Divina Commedia in un teatro...».

  • Forse perché il pubblico cerca un incontro con l’autore anche attraverso la fisicità della parola e della performance...

«Sì, forse è proprio questo, perché l’uomo ha bisogno di prove, di vedere con i propri occhi e di toccare con mano».

Foto Grazianeri/G. Bruneau.
Foto Grazianeri/G. Bruneau.

  • Ha rimpianti?

«Direi di no, la mia vita è andata come doveva andare. A sedici anni entrai in un monastero di clausura, perché pensavo che quella fosse la mia vocazione. Fu la mia famiglia a insistere perché uscissi un anno dopo, affinché cercassi marito. Non so se sia stato un bene o un male. Di certo la vita contemplativa era una condizione verso cui sentivo una grande attrazione».

  • Qual è la sua speranza?

«Di morire in pace. La mia speranza nel futuro, invece, sono i miei figli e i miei nipoti».

  • Per tornare alla domanda iniziale, che forse è anche la più personale: Alda Merini crede in Dio?

«Credo in ciò che Dio mi ha dato, che è moltissimo: la vita, i sensi, e anche, per quello che può valere, la gloria letteraria. Qualcuno diceva: "Se considero tutte le cose che Dio mi ha dato, come posso sperare che mi darà anche il Paradiso?". Per questo ogni mattina quando mi sveglio sento il bisogno di pronunciare il mio grazie».

Roberto Carnero

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