Contattaci

  

 


 

Dossier - Il dialogo a casa propria

Una contesa sul potere
tra Mosca e Costantinopoli
di
Luigi Sandri
  

L’Ortodossia oggi è scossa dal conflitto tra la "seconda" e la "terza" Roma, cioè i due patriarcati più importanti tra le 15 Chiese "sorelle" che compongono questo universo così ricco di storia e di spiritualità. Ma dietro tale complicata contesa ci sono questioni piuttosto prosaiche.
  

Un mese fa, quando al Fanar – l’antico quartiere di Istanbul dove ha sede il patriarca di Costantinopoli – Bartolomeo I ha celebrato la divina liturgia davanti a Benedetto XVI, tutti abbiamo visto vescovi orientali, imponenti con il loro copricapo nero, la folta barba, e l’icona dorata che pende sul petto; o solenni nei loro paramenti liturgici che brillano alla luce delle molte candele sempre accese nelle chiese ortodosse. O le processioni ortodosse: la gente che avanza levando alte le sante icone; teorie di donne, bambini, anziani, ma anche giovani, ripetono e ripetono «Signore, pietà» e si segnano con devozione. E i diaconi, instancabili, con i loro turiboli spargono ovunque l’incenso.

Da queste lunghissime cerimonie, ricolme di simboli, gesti e canti interminabili, l’Ortodossia può apparire immacolata e rassicurante. Eppure, essa oggi è scossa da molte tensioni. Fermenti di unità, ma anche inconciliabili punti di vista storico-teologici, la percorrono. E la contrapposizione tra Mosca e Costantinopoli turba anche l’insieme delle quindici Chiese "sorelle", autocefale ma unite dalla stessa fede, dalla stessa fedeltà alla Tradizione e dalla comunione eucaristica.

Il patriarca di Mosca Alessio II (al centro) con un gruppo di altri patriarchi ortodossi nella cattedrale di Cristo Salvatore, nella capitale russa.
Il patriarca di Mosca Alessio II (al centro) con un gruppo di altri patriarchi ortodossi nella cattedrale di Cristo Salvatore, nella capitale russa
(foto AP).

Queste contese forse non sfiorano la gente semplice, ma certo pesano sui vertici delle Chiese. La seconda (Costantinopoli) e la terza Roma (Mosca) si contrappongono, per il papato, alla prima Roma; ma, su altre questioni, la rivalità è tra esse. Come mai? Per capirlo occorre gettare lo guardo, con alcuni flash, sul lontano passato.

Sulla scia del secondo Concilio ecumenico, celebrato a Costantinopoli nel 381, quello di Calcedonia del 451, nel canone 28, precisò: «I padri concessero privilegi alla sede dell’antica Roma, perché essa era la città imperiale. Essi hanno accordato uguali privilegi alla sede della nuova Roma, pensando, a ragione, che la città onorata dalla presenza dell’imperatore e del senato, e godendo di privilegi civili uguali a quelli dell’antica città imperiale di Roma, dovesse apparire altrettanto grande anche nel campo ecclesiastico essendo la seconda dopo Roma». E aggiunse: i vescovi di alcune diocesi poste «in territorio barbaro» saranno consacrati da Costantinopoli.

Prete ortodosso suona le campane del monastero Danilov.
Prete ortodosso suona le campane del monastero Danilov
(foto AP/M. Japaridze).

I Papi non mandarono giù questa "innovazione" e respinsero sempre il canone 28, sostenendo che la loro autorità non derivava dal fatto, contingente, di avere sede nella prima città dell’impero, ma da un indefettibile mandato divino, in quanto successori di Pietro.

Sono note le successive vicende tra le due Rome: teologiche (in Occidente, nel secolo IX, violando le disposizioni dei Concili ecumenici che avevano proclamato «intoccabile» la tessera della fede, si aggiunge al Credo una fatidica parolina: lo Spirito Santo procede dal Padre «e dal Figlio», «Filioque») e politiche (il papato si allea con i Franchi, nemici dei bizantini). Infine, il 16 luglio 1054 il cardinale Umberto da Silva Candida depone sull’altare di Santa Sofia la bolla di scomunica al patriarca Michele Cerulario, che risponde con gesto analogo. Ma, nella coscienza del popolo greco, il vero scisma sarà consumato nel 1204, quando i Crociati devastano brutalmente Costantinopoli.

Il patriarca ecumenico Bartolomeo I insieme al patriarca armeno di Turchia, Mesrob II.
Il patriarca ecumenico Bartolomeo I insieme al patriarca armeno
di Turchia, Mesrob II (foto AP/M. Sezer).

Due secoli dopo il basileus e il Patriarca, al Concilio di Firenze del 1439, firmeranno la pace col papato, sperando però che gli occidentali, per battere gli ottomani che avanzavano verso Costantinopoli, intraprendessero una crociata. Che però non venne; e il 29 maggio 1453 la nuova Roma cadde in mano ai turchi. Il metropolita Isidoro, titolare di Kiev, ma vescovo a Mosca, per poco non fu ucciso quando, tornato in patria, annunciò la decisione del Concilio di Firenze e l’accordo con Roma: la gente, infuriata, gridò contro il cedimento al «papismo» e contro il tradimento operato da Costantinopoli. Poi anche questa farà marcia indietro, e la decisione del 1439 sarà sepolta.

Nel 988 missionari bizantini battezzano il principe Vladimir di Kiev: perciò tutta la Rus’ (Ucraina e Russia meridionali) deve farsi cristiana. L’invasione tartara del secolo XIII spinge i metropoliti di Kiev a fuggire, fino a che approdano a Mosca, là risiedendo pur mantenendo il titolo ucraino. La città, nata solo nel 1147, stava diventando la più potente in Russia.

Quando i turchi prendono la seconda Roma, Mosca – Chiesa e Stato – si sente l’erede spirituale e politica di Costantinopoli. E così nasce lo slogan: «La Prima Roma è caduta nell’eresia del papismo; la Seconda è in mano ai turchi; Mosca è diventata la Terza Roma, e rimarrà per sempre». La colonna dell’Ortodossia, insomma, sta salda al Cremlino. Nel 1462 il granduca Ivan III sposa la principessa bizantina Zoe, si proclama zar (Cesare), e assume le insegne che erano degli imperatori romani d’Oriente. Nel 1589 il metropolita di Mosca diviene patriarca. Il passaggio dalla seconda alla terza Roma – nella mente dei russi – è così completato.

Il monastero ortodosso Danilov a Mosca.
Il monastero ortodosso Danilov a Mosca
(foto AP/M. Japaridze).

Abolito da Pietro il Grande, il patriarcato di Mosca verrà ristabilito solo nel 1917, con la nomina di Tikhon I. Due mesi dopo scoppia la Rivoluzione d’Ottobre: nell’aspra situazione allora creatasi, il neoeletto adotta, tra le altre, una misura che avrà conseguenze complesse: affida «temporaneamente» la Chiesa ortodossa estone al patriarca Meletios di Costantinopoli che, nel 1923, l’accoglie come Chiesa «autonoma». Tikhon, nel 1925, viene strozzato in carcere; il potere sovietico impedisce la nomina di un successore.

Nel 1940 l’Armata rossa invade i Paesi baltici; l’arcivescovo ortodosso di Tallinn, Aleksander Paoulos, fugge a Stoccolma dando vita alla Chiesa ortodossa estone in esilio, formata da una decina di preti e da settemila fedeli. Nel frattempo, la Chiesa ortodossa estone in patria torna a far parte della giurisdizione di Mosca, e il metropolita di Leningrado assumerà anche il titolo di Tallinn. Nel 1943 Stalin, proprio lui, permette l’elezione di un nuovo patriarca russo.

Nel 1978 Costantinopoli ritiene «inoperativa» la decisione del 1923; in pratica ammette l’esistenza di una sola Chiesa ortodossa estone, legata a Mosca. Quando però nel 1990 l’Estonia proclama l’indipendenza, e l’anno successivo crolla l’Urss, gli esuli in Svezia ritornano, e vogliono che la Chiesa ortodossa estone sia legata alla seconda Roma: la quale, nel ’95, dichiara di nuovo «operativa» la decisione di Meletios. Come risposta a questa sfida, nel febbraio del ’96 il Santo Sinodo russo fa cancellare dalla liturgia il ricordo del patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli: è la rottura della comunione eucaristica tra le due Chiese, cioè, in senso stretto, il loro primo scisma in mille anni.

Patriarchi di varie Chiese ortodosse sulla scalinata della cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca.
Patriarchi di varie Chiese ortodosse sulla scalinata
della cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca (foto AP).

Dopo sei mesi di trattative, si arriva a un compromesso (teologicamente doloroso, perché ammette due vescovi ortodossi nella stessa città): in Estonia vi saranno due Chiese ortodosse, l’una legata a Mosca, l’altra a Costantinopoli. Ma, su una popolazione di 1,5 milioni di abitanti, nel Paese baltico i russofoni sono un terzo, mentre la grande maggioranza degli estoniestoni è luterana. Lo stesso Aleksij II era metropolita di Leningrado quando nel 1990 fu eletto patriarca di Mosca; ed è nato a Tallinn nel 1929, da una famiglia, Rüdiger, di origine tedesca.

Nel maggio 2006 il vescovo Vassili Osborne, capo della diocesi di Surozh – la circoscrizione ecclesiastica russa in Gran Bretagna – prega il patriarcato di Costantinopoli di prenderlo sotto la sua giurisdizione. Mosca dichiara anticanonica la sua azione; ma Bartolomeo I e il suo Sinodo «anche sulla base del canone 28 del Concilio di Calcedonia», l’8 giugno hanno accolto la domanda di Vassili. Secca, il 19 luglio, la risposta russa: «Quella di Costantinopoli è un’arrogante interferenza negli affari interni di altre Chiese locali, e una scelta incompatibile con l’ecclesiologia ortodossa... Il riferimento al canone 28 è manifestamente illegale e comporta una sua antistorica reinterpretazione».

Anche motivi contingenti attizzano le polemiche: così, Mosca ha giudicato irricevibile quanto affermava il sito del patriarcato ecumenico in occasione della visita di Benedetto XVI in Turchia: «Bartolomeo I è il leader spirituale e la voce che rappresenta trecento milioni di ortodossi nel mondo. Ha l’autorità storica, canonica e teologica di coordinare le azioni di tutte le Chiese ortodosse». Per i russi, invece, essendo lui solo un primus inter pares, non può mai interferire negli affari interni delle Chiese "sorelle", o presumere di rappresentarle.

Il patriarca Alessio II benedice una preziosa icona.
Il patriarca Alessio II benedice una preziosa icona
(foto AP).

Il contrasto è riesploso in settembre a Belgrado. Qui s’è riunita la Commissione mista cattolico-ortodossa per riaprire il dialogo, arenatosi nel 2000 – causa insuperabili contrasti sugli uniati, i cattolici di rito orientale – nella sessione di Baltimora: Hilarion ha negato quanto sostenuto dalla maggioranza dei presenti, e cioè che tra i criteri per definire l’Ortodossia vi sia quello di «essere in comunione con Costantinopoli».

La polemica in atto non esaurisce l’Ortodossia. Non si può dimenticare, ad esempio, le Chiese rumena, ellenica e il patriarcato di Antiochia. Tuttavia grava su di essa, portando a differire sine die l’ipotizzato Grande Sinodo panortodosso, la cui preparazione era iniziata negli anni Sessanta ed è proseguita per tre decenni. E ha pesato sugli incontri di Papa Ratzinger al Fanar, ove ogni accordo teologico è stato rinviato alla citata Commissione che, entro questo decennio, dovrebbe affrontare il nodo più aspro: il ruolo della prima Roma nell’ekumene. Nel prossimo round della Commissione (previsto per quest’autunno in Italia), la Santa Sede rischia di attirarsi le ire della seconda o della terza Roma. E, in tale triangolo, l’articolo stantis aut cadentis Ecclesiae non pare l’Evangelo, ma la questione del potere nella Chiesa.

Luigi Sandri

Jesus n. 1 gennaio 2006 - Home Page