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A un primo sguardo la Chiesa cattolica appare compatta e monolitica. Eppure, sotto questa superficie si agita una pluralità di idee e orientamenti che talvolta finiscono per scontrarsi fino a lacerare l’unità. È il caso, per esempio, dei lefebvriani o del movimento creato da monsignor Emmanuel Milingo.

 

Dossier - Il dialogo a casa propria

Quiete sospetta a Roma
di Annachiara Valle
  
Dossier - Il dialogo a casa propria.


Se il movimento ecumenico è in fase di stallo, è anche a causa delle tensioni che ogni comunità di fede vive al suo interno. Oggi più che mai cattolici, anglicani, ortodossi e protestanti devono fare i conti con la sfida della diversità.
  
   

 

 

Ne erano attesi mille, ma ne sono arrivati 200. La convention di preti sposati convocata dall’8 al 10 dicembre nel New Jersey dall’arcivescovo scomunicato Emmanuel Milingo si è conclusa con l’ordinazione di tre sacerdoti coniugati e con la promessa di una lettera pastorale sul ruolo della donna nella Chiesa. Con un esercito di mogli coreane accanto e l’ombra del ricco e potentissimo reverendo Moon, i seguaci del vescovo ribelle non sembrano però riscuotere le simpatie di quanti considerano il tema del celibato argomento serio, su cui impegnare più il dibattito teologico che il folclore dell’ex arcivescovo di Lusaka.

Anche in Vaticano sembrano convinti che sia meglio far calare il silenzio su Married Priests Now, il movimento fondato da Milingo, autoproclamatosi portavoce «dei circa 150 mila preti cattolici sposati in tutto il mondo, che sono stati cacciati in modo assurdo dalla Chiesa». La Santa Sede continua a parlare di scomunica e non di scisma, contando forse anche sulla sconfessione di Milingo da parte di due delle più numerose organizzazioni statunitensi di preti sposati: Corpus e Celibacy is the Issue. Entrambi i movimenti hanno dichiarato di non tollerare la sempre più visibile presenza del reverendo coreano Sung Myung Moon.

Processione di preti cattolici davanti alla cattedrale di Hanoi.
Processione di preti cattolici davanti alla cattedrale di Hanoi

(foto
AP/A. Favila).

Anche se molto sui generis e forse non destinato ad avere troppi seguaci, quello di Milingo è comunque solo l’ultimo "strappo" nella «rete» della Chiesa cattolica. Una «rete» della cui tenuta si è preoccupato, non a caso, lo stesso Papa Ratzinger nell’omelia della Messa di inizio pontificato, il 24 aprile 2005. Perché, al di là delle punte dell’iceberg che, da "destra" o da "sinistra", rompono le maglie del tessuto cattolico, è innegabile che tra i milioni di cristiani fedeli alla Chiesa di Roma si agitano tensioni e insoddisfazioni profonde, di segno assai diverso e non sempre facili da contenere.

Senza riandare ai grandi scismi con l’Ortodossia o con la Riforma protestante, bisogna ricordare che anche negli ultimi 150 anni di vita della Chiesa sono avvenuti piccoli o grandi «strappi», significativi soprattutto per i motivi di scontento che esprimevano, piuttosto che per la quantità di fedeli che si portavano via. È il caso, per esempio, della Chiesa dei Vecchio cattolici che, sotto la giurisdizione della Conferenza episcopale internazionale dell’Unione di Utrecht, raggruppa quelle comunità cattoliche che si separarono da Roma nel 1870 contestando il dogma dell’infallibilità del Papa deciso dal Concilio Vaticano I.

Ordinazione sacerdotale di alcune donne da parte di un gruppo cattolico dissidente.
Ordinazione sacerdotale di alcune donne da parte
di un gruppo cattolico dissidente (foto AP/R. Kuehne).

Nata con lo scopo di ritornare alla fede del primo millennio, la Chiesa dei Vecchio cattolici conta oggi non più di 250 mila fedeli, di cui circa 300 in Italia. Tra le caratteristiche principali, oltre al rifiuto dell’infallibilità del Papa, c’è la negazione dei dogmi mariani dell’Immacolata concezione e dell’Assunzione, l’ammissione al matrimonio del clero e la possibilità, in taluni casi, di risposarsi in chiesa dopo un divorzio. In tempi relativamente recenti alcune delle Chiese che si riconoscevano nell’Unione di Utrecht sono tornate in comunione con Roma non condividendo la decisione, assunta nel 1996, di ammettere all’ordine – diaconale, presbiterale ed episcopale – anche le donne.

In casa cattolica proprio l’ordinazione femminile – insieme con il primato petrino, il celibato dei preti e il tema dei divorziati risposati – è uno dei principali motivi di tensione e dissenso. Lo scorso 24 giugno è finita in scomunica la cerimonia organizzata dal "Gruppo sacerdotesse cattolico-romane dell’Europa occidentale". In quella data, la teologa svizzera Monika Wyss, e altre due donne, sono state ordinate "prete" da altrettante donne "vescovo". Già nel 2002, su iniziativa della stessa organizzazione, erano state ordinate altre sette donne in Germania, Austria e Usa. Per il Vaticano le ordinazioni femminili sono nulle, mentre costituiscono un problema più serio quelle maschili. Quando c’è la successione apostolica, infatti, le ordinazioni – anche compiute da vescovi scomunicati – sono pienamente valide anche se non legittime.

Il Papa durante l'udienza del mercoledì in piazza San Pietro.
Il Papa durante l’udienza del mercoledì in piazza San Pietro
(foto AP).

Per questo – sul fronte opposto – sono considerati validamente ordinati i quattro vescovi consacrati a suo tempo da Marcel Lefebvre e da Antonio de Castro Mayer. La frattura con i lefebvriani, che data 30 giugno 1988, ha le sue basi nel rifiuto del Concilio Vaticano II, in particolare per quanto riguarda la riforma liturgica e le dottrine sull’ecumenismo e sulla libertà religiosa . Pur avendo da subito adottato la formula di «atto scismatico», il Vaticano ha fatto di tutto per riconquistare a Roma i fedeli di Lefebvre. Già il 2 luglio del 1988 Giovanni Paolo II, con il motu proprio Ecclesia Dei, pur parlando esplicitamente di «disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima e di capitale importanza per l’unità della Chiesa», aveva istituito una Commissione per facilitare la riconciliazione con Roma di sacerdoti e fedeli seguaci dell’arcivescovo francese. Il motu proprio si spingeva fino a concedere un’ampia applicazione delle direttive per l’uso del Messale romano del 1962, l’ultimo valido per i lefebvriani.

La mossa vaticana servì, negli anni, a provocare alcune defezioni fra i sacerdoti e i fedeli legati alla Fraternità sacerdotale di San Pio X, fondata dallo stesso Lefebvre già nel 1970. Per far "ritornare le pecorelle all’ovile" il Vaticano ha consentito, come previsto dall’Ecclesia Dei, che un gruppo di sacerdoti rientrasse in comunione con Roma, pur all’interno di un "ridotto" tradizionalista, la Fraternità sacerdotale San Pietro costituita ad hoc per continuare a celebrare la Messa secondo il rito di san Pio V.

Monsignor Milingo consacra vescovi quattro preti sposati a Washington, il 24 settembre scorso.
Monsignor Milingo consacra vescovi quattro preti sposati a Washington,
il 24 settembre scorso
(foto AP).

Anche Benedetto XVI ha mostrato di avere a cuore la questione. A pochi mesi dalla sua elezione al soglio pontificio, nell’agosto del 2005, Papa Ratzinger ha ricevuto in udienza Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità San Pio X e uno dei quattro vescovi consacrati da Lefebvre. Nel settembre 2006, poi, si è ripetuto il copione della Fraternità San Pietro, con la costituzione di un Istituto Buon Pastore, che ha raccolto un gruppetto di transfughi lefebvriani francesi. E oggi si continua a discutere della ormai prossima pubblicazione di un motu proprio del Papa che liberalizzerebbe la celebrazione della Messa secondo il rito preconciliare.

Queste aperture vaticane (l’ultimo incontro della Commissione Ecclesia Dei è del 12 dicembre scorso) hanno suscitato il netto malumore della Conferenza episcopale francese, oltre che quello – più prevedibile – dei settori "progressisti" del mondo cattolico. Verso questi ultimi – notano molti osservatori – la Santa Sede si è mostrata nel tempo assai meno indulgente: teologi, vescovi e sacerdoti dalle posizioni più avanzate sono stati richiamati e talvolta allontanati dall’insegnamento.

Monsignor Bernard Fellay, vescovo scismatico che guida i lefebvriani della Fraternità San Pio X.
Monsignor Bernard Fellay, vescovo scismatico che guida
i lefebvriani della Fraternità San Pio X (foto AP/C. Gazzini).

Senza fare l’elenco completo dei teologi incorsi nelle condanne, ricordiamo la sospensione dall’insegnamento del teologo svizzero Hans Küng, che era stato perito al Concilio, la messa sotto accusa del teologo olandese Edward Schillebeeckx, di quello peruviano Gustavo Gutierrez e di quello brasiliano Leonardo Boff. O, ancora, il caso dei 163 teologi che firmarono, il 6 gennaio 1989, la Dichiarazione di Colonia, in cui si contestavano, tra l’altro, i criteri con i quali, da Roma, venivano scelti teologi e vescovi, privilegiando più la fedeltà e l’obbedienza a Roma che le esigenze delle Chiese locali. Alla pubblicazione di quel testo, che riscosse consensi in tutto il mondo, il Vaticano rispose con il documento Donum veritatis.

Il fermento, però, non si è spento. Lo dimostra, tra l’altro, il movimento "Noi siamo Chiesa", nato in Austria e poi allargatosi oltre i confini europei. Dopo un periodo di grande clamore, anche "Noi siamo Chiesa" è sparito dalla scena mediatica. Ma questo non significa che sia tutto pacificato, se ha ragione lo studioso Pietro Prini, che, in un suo noto volume pubblicato da Garzanti, parla di «Scisma sommerso». Sempre più spesso, insomma, i "critici" non escono allo scoperto, preferendo una formale adesione a Roma e, nel contempo, una pratica gestione della fede secondo coscienza. Questa frattura è forse meno rumorosa e imbarazzante per la Chiesa cattolica, ma meriterebbe un’attenta riflessione. Così come meritano ascolto le sofferenze che molti fedeli vivono quotidianamente e che rischiano di minare, in modo più lacerante di quanto non facciano pubbliche dichiarazioni di dissenso, il cuore della cattolicità.

Annachiara Valle

Un sacerdote cattolico durante una confessione.
Un sacerdote cattolico durante una confessione
(foto AP/K. Frayer).

Il complicato puzzle dell’unità nella diversità

Il dialogo ecumenico – si dice spesso – è in crisi, attraversa una fase di stanca, di riflusso. Oppure si usa la metafora delle stagioni e del meteo: autunno dell’ecumenismo, gelata sul dialogo, eccetera. Sì, di certo è tramontata «l’età dell’innocenza», come accenniamo più avanti in questo dossier. Quell’età, cioè, in cui l’entusiasmo della novità ecumenica faceva pensare che gli ostacoli alla riconciliazione e alla piena unità tra i cristiani fossero facilmente sormontabili.

Eppure, la questione è più complicata e non si spiega soltanto con la facile psicologia, come si trattasse di un passaggio obbligato, dalle illusioni dell’adolescenza allo scetticismo della maturità. Il fatto è che l’ecumene cristiana, sin dal suo nascere, è stata plurale. La varietà nei modi di intendere e di vivere concretamente la sequela di Gesù è costitutiva della fede che professiamo. E la tensione tra unità e diversità ha sempre prodotto, nel corso della storia, incomprensioni, lacerazioni, conflitti. Fino a dare vita, nei casi più eclatanti, a scismi ed eresie.

una manifestazione di cattolici tradizionalisti svizzeri contro il Gay Pride a Lucerna.
una manifestazione di cattolici tradizionalisti svizzeri contro
il Gay Pride a Lucerna (foto AP/S. Tischler)

La novità del nostro tempo, la sua specificità, è che sempre più la sorte del dialogo tra le diverse confessioni cristiane è collegata all’esito che avranno le tensioni che agitano dall’interno le singole comunità di fede. Ogni Chiesa – che si parli di quella cattolica, anglicana, ortodossa o della variegata famiglia protestante – vive oggi una fase di difficile gestione del "pluralismo" a casa propria. E ciò ha evidenti e pesanti ricadute sulle altre Chiese, separate ma "sorelle". La cristianità, in fondo, è come un antico e delicato tappeto, che presenta strappi in vari punti. E quando si tenta di ricucirlo da una parte, c’è il rischio che si danneggi da un’altra.

Il movimento ecumenico ha spinto le varie confessioni a rivalutare il dialogo a casa propria, ma è anche esso stesso motivo di nuove fratture interne. Il caso della Chiesa cattolica è il più eclatante: il Vaticano II, con la sua spinta alla riconciliazione con i fratelli separati, ha anche prodotto per reazione lo scisma lefebvriano. Che impatto avrebbe il ritorno dei tradizionalisti in seno alla Chiesa di Roma sull’impegno della Santa Sede per l’unità dei cristiani? Ne parla Annachiara Valle nel primo servizio di questo dossier.

il patriarca di Mosca, Alessio II.
il patriarca di Mosca, Alessio II
(foto AP).

La Comunione anglicana vive una situazione ancora più difficile: divisa in due, tra un’anima più "evangelica" e una più "cattolica", alla prova dell’introduzione dell’episcopato femminile corre il rischio – spiega John Wilkins, ex direttore dell’autorevole settimanale inglese The Tablet – di andare incontro a uno scisma gravido di conseguenze.

Non è più serena l’atmosfera nel mondo ortodosso: Luigi Sandri, che è stato corrispondente dell’Ansa in Russia, racconta nel suo articolo che lo stallo nel dialogo con la Santa Sede è condizionato anche da una dura contesa per il primato interno, che vede contrapposti i patriarcati di Costantinopoli e di Mosca.

Più abituate a fare i conti con la varietà sono le Chiese nate dalla Riforma protestante. Ma la crisi della secolarizzazione ha investito anche loro. E il ciclone pentecostale, sottolinea Paolo Naso, ne è la risposta. Il dialogo con i fratelli separati, insomma, non basta più. Bisogna riscoprire l’ecumenismo a casa propria.

Segue: Nella Comunione anglicana è finita l'età dell'innocenza

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