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INCHIESTA - ISLAM IN ITALIA

Il dilemma della Consulta
di Vittoria Prisciandaro
  

Nata per favorire il dialogo tra le istituzioni italiane e le comunità musulmane presenti nel nostro Paese, la Consulta per l’islam voluta dal ministero dell’Interno è oggi in una situazione di stallo. Ma le sue traversie hanno avuto il pregio di portare alla luce le diverse anime del mondo musulmano, spingendole a un confronto interno e a una riflessione positiva intorno al grande nodo della laicità.
   

Nascerà ad aprile. Figlia di un incidente di percorso, il suo avvento è stato osteggiato o guardato con scetticismo da quanti avrebbero avuto il compito di farla crescere, maturare, diventare adulta. La "Carta dei valori" voluta dal ministro dell’Interno Giuliano Amato è l’ultima tappa del cammino a ostacoli della Consulta per l’islam italiano. L’organismo consultivo creato dal precedente governo, per volontà dell’allora ministro Giuseppe Pisanu, ad aprile sarà chiamato a far suo un documento che, prima ancora di nascere, ha già cambiato più volte finalità. In un comunicato ufficiale del ministero dell’8 agosto veniva presentato come testo «su cui costruire l’islam italiano», da sottoporre «per la firma ai componenti della Consulta»; i 3 ottobre veniva poi precisato che «dovrà riguardare tutti coloro che vogliono vivere stabilmente in Italia» e che dunque «sarebbe sbagliato fosse sottoposto per la firma solo ai musulmani».

Le ultime indiscrezioni mettono in forse la firma e parlano di generica «ricezione». Di certo c’è che al momento un comitato di cinque esperti, scelti dal ministro Amato, ha elaborato una bozza di testo, già presentata ai sedici membri della Consulta, e che nei prossimi mesi verrà sottoposta alle comunità ortodosse, ebraiche e di altre religioni nonché ai rappresentanti di vari gruppi etnici in Italia.

L'interno della Grande moschea di Roma.
L’interno della Grande moschea di Roma

(foto Periodici San Paolo/A. Sabbadini)
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Una prima parte della Carta ha un taglio internazionale e tratta della necessità della convivenza e del reciproco rispetto tra le nazioni, della ricerca della pace, dei principi della democrazia, della libertà di pensiero e di espressione, di parità dei diritti uomo-donna, con una netta condanna di antisemitismo e islamofobia. Una seconda parte fa riferimento al piano nazionale, si sofferma sul ruolo della donna, i diritti dei minori, la parità dei coniugi anche nell’educazione dei figli, la libertà di culto, i temi dell’integrazione in relazione ai fenomeni migratori.

Al di là della sua sorte futura, un primo obiettivo la "Carta dei valori" lo ha sicuramente raggiunto: ha costretto i litigiosi membri della Consulta a entrare nel merito di questioni che interessano il milione e passa di musulmani presenti in Italia molto più di altri argomenti, importanti ma meno urgenti, come la legge sul velo e la poligamia. Temi come, per esempio, l’insegnamento della religione nelle scuole, pubbliche e private, e la formazione degli imam, ai quali si è proposto di affiancare una sorta di assistenti spirituali del culto, figure di mediazione che possano aiutare le comunità a gestire i rapporti con lo Stato e la società italiana.

Si tratta solo di alcune indicazioni. Per capire come e perché si sia arrivati al documento in questione bisogna infatti fare un passo indietro. E rileggere la tormentata storia di un organismo nato «più per rassicurare noi italiani che per una reale necessità dei musulmani», commenta il sociologo Stefano Allievi, autore di testi come Islam italiano. Viaggio nella seconda religione del paese.

Un musulmano di origini africane in preghiera.
Un musulmano di origini africane in preghiera
(foto AP/S. Azim).

La Consulta viene istituita il 10 settembre 2005 al fine di «favorire il dialogo istituzionale con le comunità musulmane d’Italia, migliorare la conoscenza delle problematiche di integrazione allo scopo di individuare le più adeguate soluzioni per un armonico inserimento delle comunità stesse nella società nazionale, nel rispetto della Costituzione e delle leggi della Repubblica», si legge nel decreto istitutivo pubblicato a fine ottobre sulla Gazzetta ufficiale. Già la scelta dei membri della Consulta, che hanno funzione di consulenti del ministro e non di rappresentanti dei musulmani d’Italia, è un parto difficile. Il vicedirettore del Corriere della Sera, Magdi Allam, chiede a Pisanu di non chiamare come consulenti quelli che definisce gli «integralisti islamici dell’Ucoii», l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche italiane.

Ad Allam si contrappongono con un appello alcuni intellettuali italiani, che invece invitano a non tenere in disparte l’associazione più rappresentativa dei musulmani italiani, che federa circa 130 centri di culto. Alla fine il Viminale chiama anche Mohamed Nour Dachan, il presidente dell’Ucoii, e altre quindici persone. Un insieme di personalità estremamente eterogeneo, per origini nazionali, impostazione ideologica e tradizione culturale. Oltre a Dachan, ci sono esponenti dell’islam laico, alcuni intellettuali, e i membri di altri due organismi rappresentativi, il dottor Mario Scialoja, rappresentante della Grande moschea di Roma (il cosiddetto «islam degli Stati»), e l’imam Yahya Sergio Pallavicini, vicepresidente della Coreis, la Comunità religiosa islamica, che comprende in maggioranza italiani convertiti.

Fedeli musulmani si avviano alla preghiera del venerdì nella Grande moschea di Roma.
Fedeli musulmani si avviano alla preghiera del venerdì nella
Grande moschea di Roma
(foto Periodici San Paolo/A. Sabbadini).

Queste ultime due realtà, insieme all’Ucoii, in passato si sono proposte allo Stato come interlocutrici a nome dei musulmani italiani, presentando ciascuna una bozza di Intesa. Di fatto il tempo delle Intese sembra lontano, non essendoci un interlocutore unico e riconosciuto dallo Stato che rappresenti l’islam italiano. E d’altra parte sulla stessa opportunità di un’Intesa non tutti sono d’accordo: «Laddove non c’è una Chiesa non vedo perché dovrebbe inventarla lo Stato», dichiara Khaled Fouad Allam, parlamentare, docente di islam, e autore del recente La solitudine dell’Occidente. «Il problema», dice il deputato, nominato tra i cinque saggi chiamati da Amato a elaborare la "Carta dei valori", «non è tanto fare delle Intese ma inventare dei rapporti sinergici che permettano riconoscimento e dialogo sul piano pubblico tra le diverse sensibilità e istanze della società italiana. È importante, insomma, creare un clima giuridico, sociale e politico per impostare una migliore convivenza con gli immigrati, musulmani e non. Il governo, con la "Carta dei valori", la legge sulla cittadinanza e quella sulla libertà religiosa, sta lavorando in questa direzione».

Da un’ottica diversa, anche Magdi Allam si dichiara contrario alle Intese: «Oggi è il tempo della chiarezza: i musulmani, a differenza degli ebrei, sono al 99 per cento stranieri e nella maggioranza non sono integrati, non condividono i valori fondanti della società italiana. La loro integrazione deve poggiare, come per tutti gli altri immigrati, su tre pilastri: lingua, cultura e valori. È un pacchetto che va richiesto prima del loro ingresso in Italia. Quando avremo dei cittadini italiani di fede musulmana, anche l’islam sarà percepito in modo diverso. E sarà possibile un’Intesa».

L'esterno della moschea.
L’esterno della moschea
(foto Eidon/D. Giagnori).

L’Intesa avrebbe comunque regolato una serie di problemi che oggi vengono gestiti con soluzioni a livello locale: tentativi di integrazione che nei fatti vanno avanti, e potrebbero essere esemplari anche per i livelli più alti di riflessione. «L’agenda concreta», dice Allievi, «è fatta dalla gestione della vita quotidiana delle comunità religiose: il diritto ad avere luoghi di culto, la presenza di esponenti di culto negli ospedali, nelle carceri, la gestione della macellazione rituale, i cimiteri. Questi sono tutti argomenti che sarebbero materia dell’Intesa e che oggi diventano competenza oggettiva della Consulta. La quale, avendo una natura ambigua, un organismo religioso di nomina politica, di consulenti che però vengono percepiti come rappresentanti, ha insomma qualche problema di identità e di identificazione delle priorità».

I nodi vengono al pettine già alla prima riunione della Consulta, l’8 febbraio 2005, quando sul tavolo sono depositati due documenti diversi, di taglio opposto. Il primo, "laico", votato da undici membri e promosso da Souad Sbai, leader dell’Associazione donne marocchine d’Italia, condanna il terrorismo e punta a un controllo sulle attività di culto islamiche, chiedendo, tra l’altro, che sia lo Stato ad abilitare gli imam. Una proposta che, per alcuni osservatori, intacca i principi di libertà religiosa garantiti dalla Costituzione. Il documento dell’anima "religiosa", invece, a firma dell’Ucoii, parla di integrazione dei musulmani nella società ma lo fa anche con proposte "fuori registro" rispetto ai principi di laicità dello Stato, come per esempio la creazione di banche islamiche o l’introduzione di un’ora di religione islamica nelle scuole pubbliche.

Il ministro dell'Interno Giuliano Amato.
Il ministro dell’Interno Giuliano Amato
(foto LaPresse/M. Scrobogna).

All’epoca, il ministro Pisanu decide di ignorare i due testi. Si arriva così alle elezioni politiche, al cambio di maggioranza, e alla nomina del nuovo ministro dell’Interno. Giuliano Amato conferma la Consulta e nella prima convocazione invita a formulare «proposte concrete», anche in relazione al disegno di legge sulla cittadinanza che si accinge a promuovere. Ad agosto arriva però un nuovo incidente di percorso: l’Ucoii pubblica su vari quotidiani un’inserzione pubblicitaria in cui si accostano le azioni militari di Israele ai crimini nazisti. Questo episodio, cui segue la richiesta di alcuni membri della Consulta di escludere l’Ucoii dalle successive consultazioni, mette in seria difficoltà Amato. Il quale tira fuori dal cilindro la famosa "Carta dei valori".

Agli osservatori appare una forca caudina sotto la quale far passare l’Ucoii. L’associazione sotto accusa per il suo manifesto antisionista parla di «errore di comunicazione», ma al contempo chiede che la futura Carta venga firmata dai rappresentanti di tutte le religioni, per non essere recepito come «un atto di discriminazione verso i musulmani». L’obiezione viene accolta e il ministro, nella riunione del 3 ottobre, definisce la Carta il manifesto di adesione di tutti i gruppi che «vogliono vivere stabilmente in Italia», con l’obiettivo di «favorire il processo di integrazione nella comunità nazionale».

Nel giorno della "festa del sacrificio", un macellaio vende carne di montone fuori dalla moschea di Roma.
Nel giorno della "festa del sacrificio", un macellaio vende carne di montone
fuori dalla moschea di Roma
(foto Eidon/V. Tersigni).

Non si sa come procederà la vicenda. Ma quello che sembrava uno strumento coraggioso, la Consulta – segno di un riconoscimento pubblico dell’islam italiano, elevato a interlocutore dello Stato nell’elaborazione di strategie di integrazione e informazione, importanti per la pacifica convivenza tra gli italiani –, rischia di rivelarsi un buco nell’acqua. «La colpa è delle istituzioni che non hanno saputo sfruttare al meglio questa opportunità», dichiara Khalid Chaouki, 24 anni, marocchino, membro della Consulta, autore del libro Salaam Italia ed ex presidente dei Giovani musulmani d’Italia. «La responsabilità è però anche di quelle componenti interne che hanno approfittato di questo organismo per fare i loro interessi di bottega, cercando visibilità e proponendosi come interlocutori di alcune parti politiche e non della comunità musulmana o italiana nel suo insieme». Insomma, dice Chaouki, «la Consulta è in difficoltà sia per alcune forme di laicismo che tendono a criminalizzare e a parlare dell’islam solo in negativo, senza avere nessun legame con la comunità musulmana e senza nessuna volontà di risolvere i problemi; sia perché ci sono persone che vivono da decenni in Italia, ma non sono ancora in grado di elaborare concetti che permettano loro di rapportarsi con uno Stato laico, in una relazione civile di democrazia».

Anche l’imam Pallavicini, della Coreis, contesta soprattutto all’Ucoii di «voler promuovere un’islamizzazione della società, che non ha nulla di religioso». Così come ritiene «meno attenti a specificità religiose quelle componenti segnate da una più marcata anima laica».

Espressione dell’anima laica è Souad Sbai, giornalista e leader dell’Associazione donne marocchine, «una piccola realtà in crescita». La Consulta, dice, «ha avuto il merito di mostrare che in Italia esiste un islam moderato. Anche gli scontri che abbiamo registrato sono positivi: ci hanno permesso di conoscerci e di cercare un punto mediano di incontro», che al momento sembra però ancora lontano.

L'imam della moschea di Roma, Sheik Hamad Sheiwita.
L’imam della moschea di Roma, Sheik Hamad Sheiwita
(foto Eidon/D. Giagnori).

Chiamato più volte in causa, Mohamed Nour Dachan, il presidente dell’Ucoii, rifiuta di rilasciare qualunque dichiarazione: «Sono onorato di essere consulente del ministro e i miei consigli li do solo a lui». Non ha invece problemi a intervenire il portavoce dell’Ucoii, Hamza Piccardo: «La nostra associazione rappresenta 130 realtà. Per questo motivo stanno tentando di dividerci e di fare pressione sulle comunità locali». Degli ultimi "passi falsi" dell’associazione Piccardo dichiara di esserne venuto a conoscenza in un secondo momento. Per il futuro pensa che, una volta varata la "Carta dei valori" e promosso il disegno di legge sulla libertà religiosa, «la Consulta non dovrà costruire un islam di Stato, perché la società civile si deve creare da sé interagendo al suo interno. Piuttosto potrà continuare ad avere un ruolo di consulenza, anche se dovrebbe curare una maggiore rappresentatività: oggi su 16 membri, 13 rappresentano solo se stessi». Di certo l’Ucoii, l’associazione più contestata e più numerosa, sembra attraversata da un forte dibattito interno. Gli organi rappresentativi rischiano di esserlo sempre meno, e un ricambio ai vertici viene richiesto sia dalle giovani generazioni (qualche anno fa i giovani musulmani italiani decisero di rendersi autonomi dai padri che li avevano generati) che da molte associazioni di base.

Al di là del futuro dell’Ucoii, oggi è la Consulta a dover decidere cosa fare da grande. «È un organismo eccezionale, figlio dell’eccezionalismo islamico, ma non è invenzione solo italiana», dice Stefano Allievi. «Altri Paesi europei, come Francia e Belgio, hanno sentito il bisogno di costituire uno strumento ad hoc». L’eccezionalità islamica, aggiunge Fouad Allam, «nasce dal fatto che, lontano dai Paesi d’origine, l’islam manca di un nodo strutturale, perché non c’è chiesa né territorio o istituzioni che lo strutturi. Ciascun Paese sta cercando una sua via nazionale all’islam, che per la prima volta nella storia si presenta come religione di minoranza». Questa situazione, spiega Fouad Allam, ha conseguenze enormi. Una delle principali è la necessità di «rendere compatibili alcuni elementi costitutivi dell’islam con la normativa vigente nei Paesi europei, penso ad esempio al tema del matrimonio poligamico. D’altra parte i musulmani devono fare uno sforzo di rinnovamento: la norma nell’islam va interpretata a seconda delle condizioni storiche, l’identità religiosa non è mai uguale a se stessa, ma si riformula in funzione delle caratteristiche del suo tempo».

Secondo Adnane Mokrani, uno dei temi-chiave su cui si giocherà l’integrazione dei musulmani immigrati nel nostro Paese è il concetto di «laicità», che non a caso agita tanto il dibattito politico italiano. Mokrani, giornalista dalla doppia cittadinanza tunisina e algerina, docente di Studi islamici alla Gregoriana, e membro del Comitato dei cinque saggi che stanno lavorando alla "Carta dei valori", spiega: «Non si può pensare alla libertà religiosa senza uno spazio laico, che garantisca l’uguaglianza dei cittadini».

Nella storia del pensiero islamico, la laicità è stata spesso presentata in modo sbagliato, come separazione tra religione e Stato, che per la mentalità islamica vuol dire etica senza religione e quindi incoraggiamento della corruzione. «Oggi c’è bisogno di presentare la laicità in modo positivo, come garanzia di uguaglianza e di giustizia, che sono due principi fondamentali nella teologia islamica», conclude Mokrani. «Vivere in Europa, lontani dal contesto di origine, permette ai musulmani di scoprire questo valore come qualcosa di universale, e non soltanto locale o europeo».

Vittoria Prisciandaro

Segue: La sottosegretaria Lucidi: integrazione nel rispetto

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