ATTUALITÀ
- IL PAPA IN TURCHIA Pellegrino
a piedi nudi
di Giovanni Ferrò
La preghiera silenziosa
nella Moschea blu, spalla a spalla con il Muftì di Istanbul, è stato
il punto più alto della visita di Benedetto XVI in Turchia. E lascerà
un segno profondo in tutto il pontificato di Papa Ratzinger: dopo il
tempo delle incomprensioni, è l’ora dell’ascolto reciproco, del
confronto aperto e dell’intesa fraterna.
«Sostando
qualche minuto in raccoglimento in quel luogo di preghiera, mi sono
rivolto all’unico Signore del cielo e della terra, Padre
misericordioso dell’intera umanità». Queste poche parole sono state,
nelle scorse settimane, oggetto di analisi filologica da parte di
vaticanisti, teologi e vescovi. Girata e rigirata come un calzino, la
frase è – comunque la si interpreti – una di quelle che lascerà
traccia profonda nel pontificato di Benedetto XVI.
A pronunciarla è stato Papa Ratzinger stesso, durante l’udienza
generale del 6 dicembre, all’indomani della conclusione del viaggio in
Turchia. Il «luogo di preghiera» di cui parla è la famosa Moschea blu
di Istanbul. E il rivolgersi a Dio in raccoglimento, un modo raffinato
ed elegante per dire che – per la prima volta nella storia – un
Pontefice ha pregato silenziosamente, spalla a spalla con un Muftì, all’interno
di un tempio musulmano.

Il Papa insieme al patriarca ortodosso
Bartolomeo I
(foto
AP/S.
Suki).
A molti fedeli comuni, uomini e donne di buona volontà, tale gesto («non
previsto», ha aggiunto Benedetto, che «la divina Provvidenza mi ha
concesso di compiere, quasi alla fine del mio viaggio») non apparirà
nulla di più se non un atto di amicizia spirituale, particolarmente
sensato in tempi di «scontro di civiltà». Eppure si tratta di
qualcosa di più, anzi di qualitativamente diverso.
Per quali motivi? Innanzitutto perché Joseph Ratzinger è un teologo
e non un diplomatico. La sosta alla Moschea blu, dunque, non è
spiegabile solo come mossa tattica per rimediare al caos provocato dal
discusso discorso di Ratisbona, che tanto aveva irritato il mondo
musulmano. E neppure si può pensare a un evento che gli sia
"sfuggito di mano": il Pontefice è troppo avvertito perché
si possa credere che egli non abbia valutato le implicazioni dottrinali
del gesto.
Il fatto è che la sosta alla Moschea blu rappresenta una indubbia
novità non soltanto nel pontificato di Benedetto XVI, ma nell’intera
storia personale e intellettuale di Joseph Ratzinger. È stato lui, per
oltre venti anni, il custode della sana dottrina cattolica sotto il
pontificato di Giovanni Paolo II. È stato lui che ha parzialmente
frenato gli entusiasmi di Papa Wojtyla in materia proprio di dialogo
interreligioso e di preghiera comune con i rappresentanti delle fedi non
cristiane: non è un segreto per nessuno, tanto per citare un esempio,
che il cardinale Ratzinger sia stato uno dei porporati più
"freddi" riguardo all’evento della grande preghiera per la
pace di Assisi del 1986.

Benedetto XVI e il Muftì di Istanbul
nella Moschea blu
(foto
AP/P.
Hertzog).
Che
cosa è successo, dunque, in Turchia per contribuire in maniera così
determinante a far compiere a Benedetto XVI un gesto che nessuno,
neppure gli osservatori più avvertiti, si aspettava e che (fino a tre
giorni prima) non risultava nel programma ufficiale della visita? Se –
come pensiamo – la sosta nella Moschea blu non può essere considerata
una boutade o un atto improvvisato, allora essa è frutto di una
riflessione profonda del Pontefice. Senza pretendere di dare spiegazioni
definitive e nette (evidentemente, se già è così difficile spiegare
propri moti profondi dell’animo, figuriamoci quelli altrui), un’ipotesi
di lavoro si può fare: Papa Ratzinger è stato realmente colpito dalla
Turchia, dalla sua popolazione musulmana, dalle piccole comunità
cristiane – cattoliche, ortodosse, armene – che la abitano. Il suo
viaggio, insomma, è stato l’immersione in un mondo "altro"
che, però, non è apparso affatto "nemico". Insomma: il
Pontefice teologo ha lasciato spazio al pastore di anime, che guarda
più al cuore delle persone, alla sincerità e forza della loro fede,
invece che alla loro testa, al modo in cui elaborano intellettualmente
tale fede.
La Turchia ha molti volti, ma tutti affascinanti: alcune città sono
megalopoli di stampo occidentale e il Paese segna uno sviluppo economico
stupefacente, con un tasso di crescita che sfiora l’8 per cento annuo.
Ma quanto più ci si sposta verso Oriente, tanto più il panorama cambia
e mostra regioni rurali, ferme in un tempo antico, distanti e separate
dall’Occidente. È un Paese massicciamente islamico, con i suoi mille
minareti ottomani, eppure lo Stato voluto da Ataturk si ispira a una
ferrea laicità sul modello francese. Con oltre 70 milioni di abitanti,
la Turchia conta solo 100 mila cristiani, divisi sul piano dell’appartenenza
confessionale, fragili e invisibili sul piano dell’incidenza sociale,
che però custodiscono con gioia e umiltà le antiche radici della
Chiesa apostolica.

Papa Ratzinger e Bartolomeo I al Fanar,
sede del patriarcato ecumenico
(foto
AP/P.
Hertzog).
Proseguendo
la tradizione avviata da Paolo VI e confermata da Giovanni Paolo II,
anche Benedetto XVI ha voluto dunque recarsi in questa terra, che
colpisce per la sua ricchezza e le sue contraddizioni. E lo ha fatto da
pellegrino, ponendosi in atteggiamento di ascolto degli interlocutori:
le autorità politiche (in particolare, il premier Erdogan, che lo ha
accolto all’aeroporto), i rappresentanti della piccola comunità
cattolica (specialmente la Conferenza episcopale, che ha avuto un ruolo
fondamentale nell’aiutare il Pontefice a "leggere" la
situazione), i vertici delle altre Chiese cristiane (indimenticabile il
fraterno abbraccio con Bartolomeo I, patriarca ecumenico di
Costantinopoli) e, infine, i rappresentanti dell’islam turco, i muftì
di Ankara e di Istanbul. Il resto – e qui sta il "segreto"
del successo di questo viaggio – lo ha fatto il soffio dello Spirito.
Giovanni Ferrò
Segue:
Il Muftì di
Istanbul: ora basta conflitti religiosi
|