GIUGNO 2012 – Meditazione mensile per l'Istituto "Santa Famiglia"

BEATI  I  MISERICORDIOSI

La famiglia è attenta alla realtà sociale

 

Mt 5,38-48: Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.

Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

 

Questa beatitudine è oggi di un'attualità sconcertante e stupenda nello stesso tempo, non solo perché ci aiuta a porre un freno alle violenze inenarrabili che si stanno moltiplicando, ma perché diventa cammino di maturità luminoso, anche se sofferto, per quei genitori che devono rapportarsi con figli che hanno deviato, con realtà sociali di estrema povertà spirituale e morale.

A) La misericordia: il secondo nome dell'amore. La beatitudine ci rimanda alla contemplazione del volto del Padre celeste, "ricco di misericordia". La "prospettiva centrale" della predicazione di Gesù è la rivelazione della misericordia del Padre. Giovanni Paolo II, nell'enciclica "Dives in misericordia", afferma che il secondo nome dell'amore è la misericordia. L'amore ha un nome: misericordia.

Più volte Gesù afferma: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma gli ammalati. Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori. Misericordia io voglio, non sacrifici» (Mt 9,12-13; cf Lc 5,32; Mc 2,17). Gesù è venuto su questa terra non per salvare i buoni e punire i cattivi (giustizia), ma proprio per salvare i cattivi e guarire gli ammalati (misericordia).

La misericordia diventa la forma assunta dall'amore per affrancare l'uomo dal peccato, dalla sofferenza e dalla morte, i tre mali introdotti nel mondo con il peccato di origine. Dio non poteva rassegnarsi al peccato e alla miseria della sua creatura.  Questa miseria lo sollecita a farsi carico della nostra situazione. Paolo affermerà che «Cristo si è fatto peccato» (2Cor 5,21). Il Cristo si è fatto nostro compagno di viaggio per condividere con noi la situazione di morte provocata dal nostro peccato e sanarla mediante la sua sofferenza espiatrice.

B) L'infinita misericordia del Padre. La parabola del "figliuol prodigo" è la più commovente (Lc 15,11ss) di quelle raccontate da Gesù. Il titolo fa cadere la nostra attenzione sul figlio scapestrato che fugge di casa. Non è questo l'intento prioritario di Gesù.

1) Anzitutto, a chi è raccontata? È raccontata «a coloro che lo criticavano e mormoravano» (v 2), perché amava stare con i peccatori e i pubblicani; quindi a coloro che si identificavano nel figlio maggiore; il quale, pur rimanendo nella casa del padre, vi viveva come uno schiavo e non come un figlio, incapace di assumere la stessa misericordia del padre.

L'intento di Gesù: far risaltare la meschinità del figlio maggiore e di tutti coloro che, vantando i loro diritti per il dovere fatto bene (cf la parabola del fariseo e del pubblicano: Lc 18,9-14; o dei due figli: Mt 21,28-32), si chiudono ad ogni sentimento di comunione con chi soffre e con chi sbaglia e diventano critici spietati sia di chi pecca, sia di chi cerca di aiutare chi è nel disagio fisico e morale.

2) In secondo luogo Gesù dirige in modo prioritario la nostra attenzione sulla straordinaria e gratuita misericordia del padre, posta in risalto da molti particolari:

·   «Dammi la parte di patrimonio che mi spetta»: richiesta esigente e categorica, assolutamente fuori luogo, poiché il figlio, per la legge ebraica, non aveva alcun diritto e la spartizione dei beni avveniva solo alla morte del genitore. Il senso della richiesta del figlio è questa: «Dammi la parte di beni che mi spetta, perché tu sei per me già morto». Il padre accantona questi suoi diritti e accontenta il figlio. A noi il padre pare troppo debole!

·   L'attesa di ogni giorno. Il fatto che «quando era ancora lontano, il padre lo vide» rivela che ogni giorno il padre scrutava l'orizzonte nella speranza di veder tornare il figlio. Per questo è lecita una domanda: perché il figlio è tornato? Rispondere a questo interrogativo ci fa comprendere la ragione vera delle conversioni.

·   Il correre del padre incontro al figlio! Un gesto inconcepibile nel quadro della famiglia patriarcale ebraica, in cui il padre è la figura sovrana. Era già segno di grande misericordia attendere sulla porta di casa.

·   La commozione del padre. Il verbo, usato da Luca, indica una compassione così viscerale da pensare che il padre abbia patito in sé le conseguenze del peccato del figlio.

·   Infine i particolari della totale  reintegrazione del figlio nella conduzione della casa:

-   l'abbraccio e il bacio, segno di una riconciliazione totale;

-   le vesti gentilizie, restituzione totale nella dignità precedente;

-   l'anello, segno del comando;

-   i sandali, accoglienza come figlio, non come schiavo;

-   il banchetto, segno della comunione ricostruita.

 

C) Siamo tutti bisognosi di misericordia. – Comprendiamo ora meglio la figura del figliuol prodigo. Chi più chi meno, tutti dobbiamo identificarci in lui per operare ogni giorno nella nostra vita un "ritorno al Padre", di cui abbiamo sempre bisogno.

·   Anzitutto avviene il rifiuto di una dipendenza dal padre; la sentiamo un peso, una schiavitù: non fare questo, non fare quello...; i comandamenti…; il peso della preghiera, il peso di certi criteri del vangelo. Desideriamo anche noi fare quel che ci piace.

·   Ma ecco l'esperienza di una schiavitù ben peggiore: la schiavitù del male, delle amicizie che ti spolpano e poi ti abbandonano, la schiavitù del "fare ciò che piace a me" che si scontra con "ciò che piace all'altro".

·   In questa situazione di umiliazione, ecco il ripensamento: stavo meglio quando pensavo di stare peggio. Una considerazione interessata, che ha però il potere di far decidere il ritorno, per poi scoprire, nell'umiltà profonda di dire "Padre, ho peccato", che il padre non aveva mai cessato di amarci.

Da quel momento il figlio comprende la bellezza della casa paterna, in cui accetta d'ora in poi di vivere non come schiavo, ma come figlio.

D) Imitatori della misericordia del Padre.La seconda parte della beatitudine «…perché troveranno misericordia» ci fa riflettere sull'impegno di incarnare in noi la misericordia del Padre celeste per diffonderla agli altri. L'atteggiamento del fratello maggiore, fedelissimo nella conduzione della casa, lo pone nel rischio di "non trovare misericordia".

La parabola finisce con le parole del padre, ma non è detto quel che vorremmo sapere: il figlio maggiore ha accolto anche lui il fratello, perdonandolo come il padre aveva perdonato? Ci manca la conclusione della favola: «E tutti vissero felici e contenti!».

Ma il racconto di Gesù non è una favola; è una storia di vita vissuta, tanto che noi abbiamo già nel cuore la finale del racconto: l'atteggiamento del padre verso il figlio minore ci appare debole e siamo convinti che il figlio maggiore non abbia voluto vedere il fratello. Difatti, notiamo la sua durezza: «Ecco, io ti servo da tanti anni... Ma ora che questo tuo figlio…». Il padre risponde: «Figlio, tu sei sempre con me... ma bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello…». Si contrappone decisamente la giustizia del fratello (la "vecchia giustizia") alla misericordia del padre (la "nuova giustizia").

Allora comprendiamo perché Gesù lasci sospesa la parabola. La devi concludere tu, la devo concludere io. Tocca a noi decidere se accettare la misericordia e il perdono del padre e comportarci di conseguenza quando ci si offre l'occasione; oppure se questo modo di ragionare ci appare così debole da condannare non solo il fratello che ha fatto il male, ma anche il padre perché troppo debole. Il rifiuto del fratello è sempre rifiuto del Padre: non vi è via di mezzo. Nel rifiuto stesso decretiamo la nostra condanna.

 

Conclusioni. – Se per natura siamo tutti peccatori, per vocazione nella società e nella chiesa siamo tutti padri e madri. Il servizio della paternità e della maternità va, perciò, modellato su quello del Padre celeste. Ecco alcune conclusioni operative.

a)      L'autorità paterna o materna non è esercizio di potere, ma un servizio. Il "qui comando io" non è cristiano, ma neppure umano. La parola "servizio" significa essere totalmente a disposizione della persona da servire. Se Dio in Cristo Gesù si è fatto servo dell'uomo (lavanda dei piedi), è segno che il servizio è una perfezione di Dio, co-municata all'uomo. Il servizio non è l'atteggiamento dello schiavo nei confronti del padrone (questo è servilismo), ma del padre nei confronti dei figli e viceversa.

b)      il servizio paterno e materno è tale se unicamente motivato dall'amore. Allora si ama servire. Altrimenti anche il gesto più umile diventa subdolo esercizio di potere; e vi è un potere psicologico ben più temibile di quello autoritario, poiché sottomette la coscienza dei figli.

c)       le deviazioni del figlio, i suoi errori, le sue fughe non sono necessariamente segno del fallimento nell'opera di educazione. Se tutto si è fatto per amore, non si sono commessi errori. L'amore vero lascia il figlio libero di sbagliare. Nella parabola il padre cede addirittura allo sbaglio del figlio, senza mai abbandonarlo.

d)      il padre vive l'attesa del ritorno del figlio amandolo con più intensità. Occorre credere che l'amore non ha barriere di spazio e di tempo. Dovunque siano, voi potete raggiungere i figli amandoli, e amandoli ancor più quando sbagliano.

e)       infine, chiedere perdono dei peccati dei figli, sentendone tutto il peso, ponendo in atto l'espiazione. «Fatevi carico gli uni dei pesi (= peccati) dell'altro» (Gal 6,2).

Le stesse modalità vanno vissute da coloro che nell'Istituto "Santa Famiglia" hanno il servizio di animare i gruppi, il cosiddetto servizio dell'autorità.

 

Riflessioni personali o di coppia

·         Che cosa vi suggerisce il valore della misericordia, definita come "il secondo nome dell'amore"?

·         Come papà, mamma, nonno, nonna… quale cuore vi sembra di aver maturato o state maturando? Quello simile al padre della parabola?

·         Come educate i vostri figli o nipoti al valore della misericordia, che ha nel perdono la sua massima evidenza?

·         Che cosa vi suggerisce la misericordia nei casi di contrasto e incomprensione soprattutto nelle relazioni familiari?


"Abundantes divitiæ gratiæ suæ" (AD) - 6

 

 

Il "Segreto di riuscita"

 

 

Il beato Alberione spiega lui stesso il senso delle frasi che il Maestro Divino gli consegna nel "sogno" (cf AD 156-157). Quando giunge all'affermazione "Abbiate il dolore dei peccati" scrive: «…significa un abituale riconoscimento dei nostri peccati, dei difetti, insufficienze. Distinguere ciò che è di Dio da quello che è nostro: a Dio tutto l'onore, a noi il disprezzo. Quindi venne la preghiera della fede, "Patto o Segreto di riuscita"» (AD 158).

È la preghiera che fiorisce dalla coscienza profonda della propria creaturalità, convinti, come afferma san Paolo, che «tutto posso in colui che mi dà forza» (Fil 4,16), coscienti di conseguenza che – come scrive il Fondatore - «da me nulla posso, con Dio posso tutto»;  per cui desideriamo vivere due atteggiamenti, che sono come le due facce della stessa medaglia: umiltà e fede, le due condizioni perché il "patto" possa funzionare e ognuno di noi possa sperimentare la fedeltà di Dio.

Difatti, nel commento che di questa potente preghiera fece lo stesso Fondatore, durante un corso di Esercizi alle suore, il 26 aprile 1963, così spiega le due condizioni:

«L'orgoglio è il nemico per cui non si vincono certe passioni, quindi il lavoro spirituale non progredisce abbastanza! Le anime che progrediscono è perché si appoggiano su Dio.

Associare sempre umiltà e fede: da me nulla posso, con Dio posso tutto! Fede! Non temere, non guardare le difficoltà, non pensare che le cadute dipendano dalle tentazioni, dai pericoli e dagli ambienti dove andate! Fede! Da me nulla posso, ma con Dio posso tutto!... Fare solo il proposito dell'umiltà è uno sbaglio, e far il proposito sulla fede è uno sbaglio: bisogna che facciamo due propositi assieme: da me nulla posso, ma con Dio posso tutto».

È importante, perciò, comprendere bene la natura di questi due atteggiamenti, richiesti per sperimentare la fedeltà di Dio.

1) Umiltà. – La parola deriva da "humus" = terra. Siamo polvere e in polvere ritorneremo. Però, essere umili non significa solo accettare la propria creaturalità, ma soprattutto somigliare a Dio, che si è fatto uno di noi per farci come lui (cf Fil 2,8). Allora diventiamo potenti, appunto perché l'umiltà di Dio in noi vincerà l'arroganza dei superbi, confonderà l'arroganza dei sapienti di questo mondo. Maria è un esempio stupendo perché ha incarnato l'umiltà di Dio nel dono del Figlio che ci ha salvati.

2) Fede. – Dalla coscienza esatta della nostra creaturalità, che non considera l'umiltà come l'atteggiamento dell'inferiore nei confronti del superiore, ma un atteggiamento costitutivo fondamentale della personalità come pensata da Dio, scaturisce l'atteggiamento della fede, intesa come fiducia ed abbandono in Dio. Fede che ha come oggetto la persona di Gesù prima che le verità da credere.

La preghiera o patto si deve recitare ogni giorno nell'Adorazione eucaristica e poi quando si deve iniziare qualche opera... Ricordiamo a Gesù il patto, allora! Non cominciare a dubitare di Dio, ma dubitare di noi, sì, quella è umiltà! Ma che ci sia anche la fede.

 

   
Istituto "Santa Famiglia" – Circonvallazione Appia, 162
00179 ROMA – Tel. 06/7842455

clicca qui per stampare la pagina