MARZO 2012 – Meditazione per l'Istituto "Santa Famiglia"

BEATI GLI AFFLITTI

Mistero pasquale nella vita di famiglia

 

Ø  Mt 7,13-20   Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!

Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.

 

«Entrate per la porta stretta», ci dice Gesù. È la porta della sofferenza e delle prove della vita. Ognuno di noi vi deve entrare. È il mistero pasquale attraverso il quale noi possiamo essere come Gesù. Quanto è importante, allora, educare i figli al sacrificio e al valore della sofferenza!

«Beati gli afflitti, perché saranno consolati». Nel nostro modo di pensare c'è un profondo solco, in alcuni casi invalicabile, tra felicità e afflizione, tra beatitudine e sofferenza. Ci sembra masochistico quello che Gesù propone. Ma il suo insegnamento è illuminato dalla seconda parte: «perché saranno consolati». Quindi, non la gioia dell'afflizione, la consolazione della sofferenza, ma la gioia nell'afflizione, la consolazione nella sofferenza. È stata questa l'esperienza di san Paolo: «Sono pieno di gioia nella mia tribolazione» (2Cor 7,4).

Ci aiuti Gesù (cf Mt 11,28-30) a comprendere il divino impasto tra afflizione e consolazione, in cui è chiaro che la tribolazione è conseguenza del peccato di origine e la consolazione  è dono dello Spirito Santo.

1) L'afflizione evangelica del fallimento. – Marco e Matteo dicono che Pietro, Giacomo e Giovanni nell'orto del Getsemani "dormivano", tanto che Gesù li dovrà rimproverare (cf Mt 26,40). Luca ci tramanda la natura di questo "sonno": «Gesù… li trovò che dormivano per la tristezza» (Lc 22,45).

Che cosa significa "dormire per la tristezza? Di solito pensiamo che si possa dormire per la stanchezza, per un colpo di sonno. Invece, si può dormire anche per la tristezza provocata dallo scoraggiamento, dal crollo delle aspettative, dal fallimento di ogni prospettiva. Luca, da bravo medico e fine psicologo, conosce il pericolo di questa tristezza, che porta al sonno per dimenticare, ma che può portare la persona anche a gesti più gravi.

I tre apostoli erano scoraggiati, intristiti perché colui in cui avevano creduto viveva una prostrazione totale; di conseguenza tutto ciò che avevano sperato stava svanendo.

A volte ci troviamo anche noi nella situazione dei tre apostoli: con tanto entusiasmo abbiamo iniziato un'azione, con il desiderio di far tanto del bene; voi avete accolto con gioia i figli, non avete lesinato sacrifici, vi siete consumati. E poi… Tutto sembra franare! Pensate a  quanti casi di suicidio e di alienazione di sé. Demotivazione, scoraggiamento, sensazione di perdere il senso della vita e di fallire.!

Ma ecco l'interrogativo che ci interpella per sperimentare la "consolazione" dello Spirito: "Quando si fallisce nella logica di Dio?". Gesù ha provato il fallimento della croce per illuminarci sul suo senso autentico. A volte ciò che è fallimento per noi, non lo è per Dio. L'esperienza del fallimento è necessaria per educarci a uscire dal nostro "io" e così  entrare nella logica di Dio; altrimenti, ci ritroveremo, a ondate ricorrenti, a "dormire per la tristezza", o come don Chisciotte a combattere contro i mulini a vento gridando: "Tutto è inutile".

Due slogan ci rivelano il modo di ragionare  di Dio. Dobbiamo stamparli nel cuore:

·   «Dio non misura con il metro ma con il termometro». «Dio non guarda all'apparenza ma al cuore» (Sam 16,7). Quindi, per Dio ciò che misura il successo di quello che facciamo è l'amore, il disinteresse e l'oblatività.

·   «Fare le cose ordinarie in modo straordinario». L'azione della povera vedova, che getta quattro spiccioli nel tesoro del tempio, è un successo, mentre è un fallimento il gesto presuntuoso e saccente dei ricconi (cf Lc 21,1-4).

2) L'afflizione evangelica della sofferenza e della malattia. Per entrare con consapevolezza in questa dimensione dell'afflizione dobbiamo rifarci a un'espe-rienza di Paolo: la spina nella carne, di cui l'apostolo parla in 2Cor 12,7ss: «Io ho avuto grandi rivelazioni. Ma… perché non diventassi orgoglioso, mi è stata inflitta una sofferenza che mi tormenta come una spina nella carne, come un messaggero di Satana che mi colpisce per impedirmi di diventare orgoglioso».

Le discussioni sulla sua natura sono senza numero. Alcuni pensano ad una malattia umiliante, forse l'epilessia, legata a quel tempo alla possessione diabolica. Lo si può dedurre da un'espressione della lettera ai Galati: «…la mia infermità fu una prova per voi; eppure voi mi dimostraste né disprezzo né ribrezzo. Ma come un inviato di Dio mi accoglieste, come Gesù Cristo stesso» (Gal 4,14).  Termini molto forti, soprattutto "ribrezzo", con cui si qualificava l'atteggiamento verso un epilettico.

Se tale fosse stata la malattia, riconosciamo anche noi quanto pregiudicasse l'apo-stolato di paolo. È più che giustificata la preghiera: «Tre volte ho supplicato il Signore di liberarmi da questa sofferenza. Ma egli mi ha risposto: "Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole». Quindi, proprio grazie alla "spina nella carne", la forza di Dio in Paolo si manifestava maggiormente. Allora, occorre valorizzare la sofferenza e le tribolazioni.

3) L'afflizione del cuore. – Di questo tipo di afflizione abbiamo un esempio significativo nel libro di Neemia. Neemia è in esilio a Babilonia ed è coppiere del re Artaserse. Quando viene a sapere in quale situazione penosa è Gerusalemme e il suo tempio, si rattrista. Il re la definisce "tristezza del cuore": «Perché il tuo volto è triste? Eppure non sei malato. Non può che essere una tristezza del cuore».

Neemia risponde: «Viva il re per sempre! Come potrebbe il mio aspetto non esser triste quando la città, dove sono i sepolcri dei miei padri, è in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco?». Gerusalemme è la città dei suoi padri, per cui Neemia sente su di sé la situazione di disagio del suo popolo. Non dà la colpa a questo o a quello. La colpa del popolo è anche sua;  allora si chiede: «Che cosa posso fare?».

L'afflizione lo porta a compiere tre gesti quanto mai attuali anche oggi. Dice il testo: «…mi sedetti e piansi; feci lutto per parecchi giorni, digiunando e pregando, davanti al Dio del cielo». Neemia assume tre impegni che sono i presupposti per ogni opera di ricostruzione e ci fanno sperimentare la "consolazione" di Dio.

·       Piange. La ragione del pianto non è la stizza o la rabbia, ma è il forte senso di appartenenza che lega Neemia alla sua terra.

·       Digiuna. Il digiuno è una feconda "opera penitenziale". Neemia digiuna per far morire il suo "io", così da entrare nel progetto di Dio. 

·       Prega. Questo è il vero momento della ricostruzione, anche se Neemia non è ancora partito.

Tutto poi fiorisce nel desiderio operativo di far qualcosa. Difatti, con il permesso del re, va a Gerusalemme per l'opera di ricostruzione.

4) La consolazione evangelica. L'"essere consolati" nell'afflizione è una promessa formale di Gesù. Però non dobbiamo commettere l'errore di cercare di più le consolazioni di Dio che non il Dio di ogni consolazione. Pur sommersi dalle tribolazioni e afflizioni di ogni genere, saremo ricolmi di consolazioni se coltiviamo nel cuore la certezza  che la consolazione di Dio è lo stesso Spirito Santo, il Consolatore. Allora, come reagire perché possiamo godere della "consolazione" che Dio promette?

a)      Tenere sempre viva la coscienza che il Consolatore non abita lassù, ma nei nostri cuori; invocarlo sovente, soprattutto nel momento dell'afflizione.

b)      i tre atteggiamenti assunti da Neemia: piangere, digiunare e pregare sono proprio quelli a cui invita la Madonna delle lacrime a Siracusa.

c)       Come dar valore e reagire in modo giusto alla sofferenza e al fallimento?

·         Nell'affrontare l'ingiustizia della passione, Gesù non reagisce, ma prega: «…in preda all'angoscia, pregava più intensamente» (Mt 26,44; Mc 14,38). Nella sofferenza accettata si sperimenta la consolazione. Luca scrive: «Gli apparve un angelo dal cielo a confortarlo» (22,43). Dobbiamo far nostra la dinamica di Gesù se vogliamo sperimentare la consolazione di Dio.

·         Nella sofferenza della malattia fisica, morale e spirituale dobbiamo accogliere, come Paolo, l'invito di Dio: «Ti basta la mia grazia». Dio ha bisogno della nostra debolezza per manifestare la sua potenza. In questi casi recitare il "segreto di riuscita".

 

 

 

Riflessioni personali o di coppia

·         Sullo stile di famiglia quale incidenza ha l'immagine della "porta stretta"? Vi porta a valorizzare il sacrificio; vi dà la capacità di privarvi di qualcosa?

·         Valutate la capacità di educare i vostri figli ad accettare la fatica e il sacrificio. Occorre che i "no" alle loro esigenze siano più numerosi dei "sì".

·         Che cosa significa per voi "dormire per la tristezza". Applicate questa intuizione lucana alle situazioni dei nostri quotidiani fallimenti. Come avete reagito?

·         Quale incidenza educativa hanno i due slogan: «Dio misura con il metro, non con il termometro» e «Fare le cose ordinarie in modo straordinario»?

·         Che cosa potete fare per collaborare al risanamento sociale di un popolo che va alla deriva morale e spirituale?

 


 "Abundantes divitiæ gratiæ suæ" (AD)

 

Le difficoltà

assicurano la fecondità dell'opera

 

Percorrendo la vita del beato Alberione, viene spontaneo pensare a "san Paolo vivo oggi" anche per quanto riguarda la sua costituzione fisica, psichica, morale e spirituale. Nella sua persona sembrano riprodursi le stesse difficoltà che diventano, di conseguenza, la prova dell'autenticità dell'opera a cui è stato chiamato.

1. La salute malferma. Lo accompagnò tutta la vita; a 39 anni era stato dato per spacciato dai medici. Lo annota lui stesso in AD: «Non lo salverete; la tbc sta prendendolo» (n. 112); e al n. 64 aveva già affermato: «A san Paolo va attribuita anche la guarigione del Primo Maestro». E dopo la fondazione della prima casa un misterioso dolore alle gambe lo accompagnò tutta la vita, e non gli permetteva di dormire che poche ore ogni notte. E sappiamo quanto ha sofferto per l'artrosi.

2. Difficoltà interiori. Furono tante, anche di ordine morale. Scrive nel "Diario giovanile": «Salvami, Maria, da sì terribile stato, da sì schifoso fango! Fa' che non cada in quell'infame stato, in cui il corpo ancor ambulante è già più che infracidito» (n. 11). «Trascorsero anni turbinosi per il mio naturale, fatali per il mio istinto che anelava alla lode, alla grandezza... ma la grazia di Dio e Maria mi salvò» (n. 93).

Il carattere stesso: non fu facile per i primi paolini stargli accanto e non tutti erano d'accordo con il suo modo di fare; a volte è dovuto intervenire energicamente per troncare quelle che considerava "presunzioni" di comprendere meglio di lui il progetto che Dio gli aveva affidato.

3. Difficoltà esteriori. Furono numerosissime, a motivo della novità assoluta di una tale istituzione. Scrive in AD 164: «Si corsero vari pericoli e di vario genere, personali, economici; accuse in relazioni scritte e verbali; si visse pericolosamente giornate e giornate. San Paolo fu sempre salvezza». Più volte nel testo di AD ricorda i pericoli corsi. Erano per lui la prova più certa che l'opera era voluta da Dio.

Il suo impegno a modificare il carattere e a valorizzare le difficoltà lo rende un "santo" vicino a noi: ogni giorno ha cercato di rendere trasparente la sua persona alla presenza di Dio. Basti una preghiera: «O Gesù, il mio ministero fu troppo azione, insufficiente in preghiere. Presunsi di me, non ho temuto i pericoli. Spesso ero io da correggere, anziché gli altri. Fui spesso debole; spesso, poi, violento. Più semplicità, meno astuzia. Più le anime che la organizzazione».

Dobbiamo avere la certezza assoluta che la Famiglia Paolina è voluta da Dio.

 

 

Per informazioni sull'ISTITUTO SANTA FAMIGLIA:

Istituto "Santa Famiglia" – Circonvallazione Appia, 162
00179 ROMA – Tel. 06/7842455

   

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