Catechesi per il mese di  Marzo 2011 
per i Fratelli/Sorelle dell’Ist. "Santa Famiglia"

  

  
GESÙ E GLI AMICI DEL PARALITICO
Il valore educativo della fede


Lc 5,17-26

Un giorno Gesù stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. Ed ecco alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati».
Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?».
Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire "Ti sono perdonati i tuoi peccati", oppure dire: "Àlzati e cammina"? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico: – "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua"». Subito si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio. Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore, dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».

Soffermiamo la nostra attenzione sui personaggi del racconto, soprattutto sugli amici che portano il malato da Gesù, per essere, come afferma mons. Tonino Bello, morto nel 1993, "cirenei della gioia", oltre che "cirenei della croce". I due aspetti sono così collegati, che portano Paolo a esclamare: «Sono pieno di gioia nella mia tribolazione».

A) CONTESTO DEL RACCONTO. – Tutti e tre i Sinottici, con particolari diversi ma integranti, riportano questo episodio. La versione di Luca non dice in quale città della Galilea avvenga il miracolo. Matteo, invece, scrive che «quando giunse nella sua città…» (9,1-2). La città, scelta da Gesù come centro della sua vita pubblica, è proprio Cafarnao. Notizia confermata da Marco (cf 2,1).

B) LA SITUAZIONE FISICA E SPIRITUALE DEI PERSONAGGI. – È importante visualizzare come si situano i personaggi nei confronti di Gesù.

1) I "seduti là". Sono i maestri della Legge e i farisei, talmente bloccati nei loro dogmatismi da essere incapaci di aprirsi alle novità di Dio. Il loro cuore è indurito; notiamo l'assurdo: indurito proprio a motivo del loro servizio alla legge di Dio e al tempio. "Seduti là". Dove?

Un legalismo che minaccia sempre la Chiesa gerarchica con conseguenze a volte gravi. Dio può parlare, ma lo si mette a tacere! Guai avere il cuore indurito dei farisei.

2) La gente. La ressa della folla doveva essere tale che gli amici del malato sono costretti a salire sul tetto e, «attraverso le tegole», calare il lettuccio davanti a Gesù. Non ci interessa disquisire sul fatto delle tegole, che erano proprie delle case greche e romane, non di quelle palestinesi. A noi interessa il comportamento della folla, che in questi casi è fortemente egoista: si chiude a riccio nell'esigere il rispetto delle precedenze.

3) L'uomo paralizzato. In questo episodio non dice una parola. Di solito è il malato che chiede di essere guarito: il cieco nato (Gv 9,1ss), l'emorroissa (Mc 5,21ss), i dieci lebbrosi (Lc 17,12ss), e così via; e il discorso avviene tra Gesù e il malato, perché, grazie alla fede, il malato possa udire l'annuncio salvifico: «Va', la tua fede ti ha salvato». Vien da pensare che forse era paralizzato anche nella lingua. Al paralitico rivolgerà solo i due "comandi" di rinascita spirituale («Uomo, ti sono rimessi i peccati») e fisica («Alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua»).

Questo fa pensare che il malato fosse totalmente demotivato; non solo malato nel fisico, ma anche depresso, sfiduciato. Doveva vivere una sorda rassegnazione, così che le persone che lo volevano aiutare, sentivano ancora più pesante il loro servizio. Se poi aveva capito che la sua situazione fisica era stata in qualche modo provocata dal suo disordine morale, di certo viveva il tutto in un tetro scoraggiamento. È vero, la connessione tra malattia e peccato non è rigida; anzi, nel caso del cieco nato, Gesù afferma chiaramente che non aveva peccato né lui né i suoi genitori. Però, nel caso del malato che da 38 anni cercava di entrare nell'acqua della piscina di Siloe, Gesù dice dopo averlo guarito: «Va' e non peccare più, perché non ti succeda di peggio» (cf Gv 5,14). Nel caso del paralitico è da supporre.

4) Gli amici del paralitico. Non è detto chi siano; non importa la loro fisionomia fisica o il loro nome. Ne emerge la stupenda statura morale e spirituale: una fede incrollabile in Gesù e un amore verso il prossimo molto forte. Su di loro vogliamo riflettere.

C) UN APOSTOLATO FECONDISSIMO. - Quali insegnamenti ricavare da quello che dice Gesù, scrutando il cuore dei quattro amici? «Vista la loro fede». Che cosa suppone?
1) Noi possiamo credere per l'altro. La fede degli amici diventa pressione sul cuore di Gesù. È il "ministero di intercessione", donato a tutti nel battesimo, ma che acquista un'efficacia maggiore nella vita consacrata in generale e ancor più potente in certe espressioni carismatiche, quale la nostra. Il punto D) della riflessione ce lo farà capire. La fede dei portatori ha tolto e bruciato gli ostacoli che si opponevano alla guarigione morale, spirituale e fisica del paralitico.

2) Noi possiamo espiare per l'altro. Il sacrificio degli amici, la loro fatica nello stare accanto al malato e nel portarlo da Gesù diventano espiazione "per" l'altro, anche se mai "al posto" dell'altro. Forse conoscevano i canti del servo di Jahvè del profeta Isaia, colpiti dalla figura del servo che paga per i peccati degli altri. La missione espiatrice è l'aspetto più qualificante, perché fa il consacrato simile a Gesù, che si è fatto peccato pur essendo senza peccati; così il consacrato deve assumere su di sé il "peccato del mondo", opponendo il suo «offrirsi in libagione», accettando la sua consumazione sacrificale
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D) I "DI PIÙ" DELLA SAPIENZA DI DIO. – Nella situazione di degrado che tocca la società e la famiglia di oggi, Dio ha voluto che la vostra vita di coppia, già consacrata nel matrimonio, avesse un "più", che il beato Alberione ha intuito quando Gesù gli fece comprendere di dover passare da un' "associazione di laici", impegnati nell'uso dei mezzi della comunicazione, a religiosi e consacrati, esprimendo questa consacrazione con la forza e l'efficacia dei voti di castità, povertà e obbedienza. Scrive: «Da una parte portare anime alla più alta perfezione, quella di chi pratica anche i consigli evangelici, ed al merito della vita apostolica. Dall'altra parte dare più unità, più stabilità, più continuità, più soprannaturalità all'apostolato». Quattro "più" di grande importanza.
I quattro "più" non sono per merito nostro, ma per grazia. Nessuno di noi ha fatto concorsi per essere accettato come membro. Dio ha deciso così, e non può essere la presunzione umana a pensarla diversamente.

1) «Dare più unità». La Famiglia Paolina è unita se tutti operano per lo stesso scopo; il nucleo familiare stesso è unito non perché tutti lavorano o fanno lo stesso lavoro, ma per lo scopo che si propongono. È la motivazione che crea unità, non il lavoro che si svolge; evidentemente la motivazione non dev'essere solo il benessere materiale, la stima, la posizione sociale; invece, pur nella diversità degli impegni e dei lavori, tutti ci sentiamo spinti dalle due motivazioni che ci ha consegnato il Fondatore: gloria a Dio e pace degli uomini.

2) «Dare più stabilità». Comunque siano le vicende della vita e le prove a cui possiamo andare incontro, siamo fondati sulla salda roccia della volontà di Dio; egli non ritirerà le promesse che ha fatto al Fondatore, riassunte nelle tre frasi del sogno: "Non temete, io sono con voi; di qui voglio illuminare; abbiate il dolore dei peccati".

3) «Dare più continuità». Avendo alle spalle una struttura, che è fiorita tra le mani del Fondatore "per grazia" e non per la sua bravura, abbiamo la certezza di continuare nel tempo, perché il dono avrà sempre qualcuno che lo accoglie dalle mani di coloro che fino ad allora lo hanno vissuto e sviluppato. Il dono della FP ha sapore di eternità.

4) «Dare più soprannaturalità». È l'aspetto più importante, anche se è quello che rischiamo di sottovalutare. Esemplifico: come sacerdote, quando tengo un discorso, scrivo un articolo o pubblico un libro, ho il desiderio che sia ben scritto, ben impaginato, insomma che si presenti bene! Questa è la fecondità naturale! Ma desidero soprattutto che colpisca il cuore di chi legge e lo orienti al Signore; e questa è la fecondità soprannaturale. Lo stesso vale per voi genitori credenti, quando fate un discorso ai figli.


Ora se la prima fecondità dipende in qualche modo da noi ed è avvalorata dagli studi che possiamo aver fatto; la seconda dipende unicamente da Dio che però ha deciso di servirsi di noi. Se tagliamo i ponti con Dio, veniamo privati della fecondità che conta, quella che cambia il cuore. Mai come oggi, nella situazione di degrado globale, si sente il bisogno di sperimentare la fecondità soprannaturale. Ebbene, il Fondatore ha recepito che il Signore, per questo aspetto, avrebbe donato un "di più" per poter intervenire con più effi-cacia nelle situazioni concrete della vita. Per questo, lo stesso discorso che voi come genitori fate ai vostri figli ha più fecondità dello stesso discorso che fa una coppia non consacrata.

CONCLUSIONE. -Si spera di non incappare nel superficialone di turno (non siatelo voi) che obietta: «Ma voi chi vi credete!». Ci crediamo nulla, solo strumenti indegni ed inetti; la domanda non va posta a noi, ma a Dio. È lui che ha deciso così, senza alcun merito da parte nostra. Sono i "più" della sapienza di Dio, che noi dobbiamo accogliere, gioiosi ma responsabili per la vocazione a cui abbiamo risposto, senza rimpianti di sorta.

Riflessioni personali o di coppia
  

  • Che cosa dice a voi, famiglia in rapporto ad altre famiglie, l'affermazione "seduti là"?
  • Riflettete sulla possibile connessione tra malattia fisica e disordine morale.
  • Nell'educazione dei figli, come attuate il duplice ministero dell'intercessione e dell'espiazione?
  • Come consacrati che cosa vi dicono i quattro "più" che il beato Alberione ha accolto dall'alto?

 


La forza spirituale del "far coraggio"
  

Due uomini, entrambi molto malati, occupavano la stessa stanza d'ospedale. Ad uno dei due era permesso mettersi seduto sul letto per un'ora ogni pomeriggio per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo. Il suo letto era vicino all'unica finestra della stanza. L'altro uomo doveva restare sempre sdraiato. Pian piano i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore. Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto. Ogni pomeriggio l'uomo che stava nel letto vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra.

L'uomo nell'altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo e-sterno. La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto. Le anatre e i cigni giocavano nell'acqua, mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo. Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c'era una bella vista della città in lontananza. Mentre l'uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l'uomo dall'altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena.


Passarono i giorni e le settimane. Un mattino l'infermiera del turno di giorno portò loro l'acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell'uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno. L'infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo.
Non appena gli sembrò appropriato, l'altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra. L'infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo.

Lentamente, dolorosamente, l'uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno. Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra, vicino al letto. Essa si affacciava su un muro bianco. L'uomo chiese all'infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra. L'infermiera rispose che l'uomo era cieco e non poteva nemmeno vedere il muro.
– Forse, voleva farle coraggio – disse.


Epilogo: vi è una straordinaria felicità nel rendere felici gli altri, anche a dispetto della nostra situazione. Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità divisa è raddoppiata
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Istituto "Santa Famiglia" – Circonvallazione Appia, 162
00179 ROMA – Tel. 06/7842455

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