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Che storia

 
LA VERA STORIA DI JOHN BROWN

Centocinquant’anni fa veniva condannato a morte per impiccagione il paladino della lotta alla schiavitù negli Stati Uniti d’America, immortalato da una canzone nota in tutto il mondo. Il giudizio sulla sua persona e sul suo operato resta però sospeso: fu un eroe o un fanatico sanguinario?
  

«Glory, glory, hallelujah…». Alzi la mano chi non ha mai cantato a squarciagola questo ritornello? Oppure chi non ricorda almeno due strofe di questa canzone?
Al campeggio, con gli scout, in parrocchia, migliaia di giovani chitarristi hanno accompagnato con un semplice giro d’accordi questo canto che si è trasformato presto in un inno, una marcetta popolare che ricorda le imprese di tale John Brown, la cui "anima vive ancor", eroe controverso di una vicenda che continua a interrogare storici e curiosi a 150 anni dalla morte.

CHI ERA JOHN BROWN?

Pur essendo d’accordo su di un punto, ovvero che fu uno dei sostenitori dell’abolizione della schiavitù negli Usa, gli storici hanno un giudizio spesso opposto sulle vicende e sul personaggio di John Brown. C’è chi lo ritiene un eroe antischiavista e chi invece un violento e un fanatico sanguinario.
John Brown muore a Charles Town il 2 dicembre 1859, nello stato della Virginia negli Usa. Venne impiccato, condannato con l’accusa di omicidio, tradimento e istigazione alla rivolta. Una forte campagna stampa accompagnò il suo processo, dove tra le accuse non mancarono parole di ammirazione, come quelle del romanziere francese Victor Hugo: «Per noi che preferiamo il martirio al successo, John Brown è più grande di Washington» (il primo presidente degli Stati Uniti d’America).
John nasce il 9 maggio 1800 a Torrington nello stato del Connecticut, in una famiglia profondamente religiosa. Fin da ragazzo è un tipo inquieto, vivace, dall’accesa fantasia, profondamente sincero. Grazie ai genitori si avvicina al movimento per l’abolizione della schiavitù negli Stati del Nord America e si convince che la schiavitù sia «la più grave mancanza dell’America nei confronti di Dio».

Lo attirano diverse professioni, che sperimenta: è commerciante di pelli, agricoltore, venditore di bestiame e di campi, topografo specializzato per l’agricoltura, mercante di lana, persino impiegato alle poste, girando per i diversi Stati dell’Unione. Si sposa nel 1820 e ha sette figli, alcuni dei quali lo seguirono nelle sue imprese, per quanto dense di pericoli. Sua moglie, Dianthe Lusk, muore nel 1832 e John si risposa. Dalla seconda moglie avrà 13 figli, alcuni dei quali morirono in tenerissima età.
La leggenda lo vuole da sempre dedicato alla lotta per l’abolizione della schiavitù, ma non fu sempre così. Per quanto alcune idee lo accompagnarono dall’infanzia, solo nel 1840 cominciò a dedicare forze ed energie a queste a imprese, escogitando piani d’azione e pensando alla possibilità di porli in atto anche utilizzando la violenza.

Nel 1855, con 5 dei suoi figli parte per il Kansas, dove sono in atto battaglie tra schiavisti e fautori dell’abolizione della schiavitù. Iniziano così una serie di azioni, anche violente, dove molte persone rimangono uccise. E John è esaltato come "Old Brown" (il vecchio Brown): coraggioso e spietato. Raccoglie fondi, fa fuggire gli schiavi dalle piantagioni, li libera e li difende; tutte azioni che lasciano molti morti sul terreno. Nell’ultima sua impresa assale un’armeria e poi attacca un treno cercando di creare un piccolo esercito per la liberazione degli schiavi. Fermato da un reparto di marines guidati dal generale Robert E. Lee, viene imprigionato, processato e giustiziato.

Sulle sue azioni, sull’uso spregiudicato delle armi e sulla lotta di liberazione violenta degli schiavi d’America molto si è discusso. C’è chi dice che usò la violenza per porre fine a un’altra violenza, quasi una sorta di "guerra giusta". C’è chi lo condanna perché "l’orrendo crimine della schiavitù" fu cancellato con troppo sangue e creando troppa sofferenza.
17 mesi dopo la sua esecuzione, agli inizi della guerra di secessione americana, lanciandosi in battaglia i soldati degli Stati del nord cantavano «John Brown giace…».
Quattro anni dopo fu proclamata la fine della schiavitù in America.

Stefano Gorla

JOHN BROWN

John Brown giace nella tomba là nel pian
dopo una lunga lotta contro l’oppressor;
John Brown giace nella tomba là nel pian,
ma l’anima vive ancor.

Glory, glory hallelujah
glory, glory hallelujah,
glory, glory hallelujah
ma l’anima vive ancor.

Con diciannove suoi compagni di valor,
dall’Est all’Ovest la Virginia conquistò;
con diciannove suoi compagni di valor,
ma l’anima vive ancor.

Poi l’hanno ucciso come fosse un traditor
ma il traditor fu quell’uomo che l’impiccò;
poi l’hanno ucciso come fosse un traditor,
ma l’anima vive ancor.

John Brown è morto ma lo schiavo è in libertà,
tutti fratelli, bianchi e neri siamo già.
John Brown è morto, ma lo schiavo è in libertà,
ma l’anima vive ancor.

Oh, non temere colui che il corpo ucciderà
se la tua anima rapir non ti potrà;
oh, non temere colui che il corpo ucciderà
se l’anima vive ancor.

Stelle dei cieli non piangete su John Brown,
stelle dei cieli sorridete con John Brown;
stelle dei cieli non piangete su John Brown,
la sua anima vive ancor.

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Il Giornalino n. 05 del 31-1-2010


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