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Manuel Rui Costa
Fuoriclasse e gentiluomo

   Il Giornalino n. 42 del 21-10-2001 - Home Page Il talento portoghese non separa la carriera dalla famiglia e dà un consiglio ai giovani: «Comportarsi in campo e nella vita sempre correttamente, avendo anzitutto rispetto per il prossimo».

Sono sempre più rari, nel calcio odierno, i campioni di tutti, cioè quei calciatori che, incarnando il bello del gioco, appartengono all’intera popolazione di appassionati, a prescindere dalla maglia. Tra queste eccezioni c’è sicuramente Manuel Rui Costa, un gentiluomo degli stadi, passato in estate al Milan dopo una lunga milizia nella Fiorentina.

Estroso, ricco di classe, corretto negli atteggiamenti e nei discorsi, rispettoso di compagni e avversari, spesso geniale nelle sue giocate, il portoghese è stato voluto espressamente dall’allenatore Fatih Terim come regista offensivo della squadra rossonera e Rui non ha faticato a conquistare le simpatie anche in una città esigente come Milano.

Manuel Rui Costa.

  • E allora, Rui, raccontaci il segreto di questo tuo fascino universale.

«Ma è proprio sicuro che sono così gradito anche agli avversari?».

  • Hai forse un’impressione diversa?

«Beh, diciamo allora che molto aiuta il ruolo: non devo picchiare nessuno».

  • Ne saresti capace?

«No. La più grande delusione della mia vita fu un’ingiusta espulsione rimediata in un Portogallo-Germania decisivo per le qualificazioni ai Mondiali. A fine gara l’arbitro mi chiese scusa, ma io non sapevo che cosa farmene».

  • Tu sei nato a Lisbona, ma sei dei nostri da tanto tempo.

«Sono arrivato nel ’94, quindi gioco l’ottavo campionato italiano».

  • Eri una bella scommessa, all’epoca.

«Sì, una scommessa. Ma fino a un certo punto, perché mi aveva già adocchiato il Barcellona. Pareva tutto fatto, quando successe una rivoluzione nel club. La Fiorentina mi portò via per dieci miliardi».

Qui è contrastato da Gianluca Pessotto.
Dopo l’infortunio alla prima giornata di campionato,
Rui ha ripreso le redini del Milan. Qui è contrastato da Gianluca Pessotto

  • Il tuo Benfica se la passava male...

«Ho cambiato due squadre e sempre per esigenze di cassa. Io sono un fedele, non sarei mai andato via dalla mia città, così come non avrei lasciato Firenze. Una volta accertato che la mia cessione era di vitale importanza per Cecchi Gori, ho preteso solo una cosa: poter scegliere la nuova squadra».

  • E hai scelto il Milan...

«Perché mi ha sempre dato la sensazione di essere il club meglio organizzato, perché Terim ama il bel calcio e perché ho maggiori possibilità di vincere lo scudetto. Il mio grande amico Batistuta, lasciata la Fiorentina, ha centrato l’obiettivo al primo tentativo. Chissà che non capiti lo stesso a me».

  • Nel tuo albo d’oro c’è uno scudetto portoghese col Benfica.

«Chiaro, è il club portoghese più importante. Logico che vinca parecchi scudetti. Io venni via immediatamente dopo la conquista del ’94. Ma il ricordo più bello della mia carriera resta il Mondiale Under 20 vinto sul Brasile allo stadio Da Luz, il più grande della mia città, davanti a centotrentamila portoghesi impazziti. Finì ai rigori e io realizzai quello decisivo del 4-2».

  • Un’impresa mondiale che il Portogallo può ripetere in Giappone?

«Siamo una buona generazione, con Figo, Couto e diversi altri fuoriclasse. Un Mondiale è come una lotteria, staremo a vedere. Fondamentale è esserci. Prima, comunque, ci sarebbe lo scudetto col Milan. Io con Pippo e Sheva: che cosa c’è di meglio?».

Col suo primo club, il Benfica.

Con la maglia della Fiorentina, la sua ex squadra.

Col suo primo club, il Benfica.

Con la maglia della Fiorentina,
la sua ex squadra

  • Chi erano i tuoi idoli?

«Anzitutto Platini, poi Maradona e Van Basten. Ma ricordo che una volta, sostituito, rimasi in panchina per aspettare la maglietta di Roberto Baggio. E oggi sono davvero onorato di aver giocato insieme con Gabriel Batistuta».

  • Il piccolo Rui com’era?

«Figlio unico, papà ex attaccante di campionati minori, uno zio, Antonio, che ha il suo negozio di ciabattino nella stessa casa dei miei genitori: due camere da letto in cui si respirano valori come la sincerità, l’onestà, la solidarietà, l’affetto familiare. All’epoca pregavo i miei di darmi un fratello, non riuscivo a capire che proprio non avrebbero potuto allevarci, in due».

  • A scuola?

«Ehm, poca roba. Passavo le mie giornate al Ginasio, il club sportivo del quartiere. Ping-pong, pattini, calcetto. Finché papà capì che avevo il pallone nel sangue e con l’aiuto dello zio Antonio mi procurò un provino per il Benfica. Ricordo la data: 13 marzo 1982, ore 10. Campo 4, senza erba. Ma al di là della rete di recinzione c’era sua maestà Eusebio, il più famoso calciatore portoghese. Io toccai due palloni: sul primo dribblai in pallonetto due avversari più forti, sul secondo decisi di andare in porta da solo e ci riuscii saltandone tre. Fu sufficiente a Eusebio per prendermi nelle giovanili».

Nella Nazionale portoghese, con cui andrà al Mondiale.
Nella Nazionale portoghese, con cui andrà al Mondiale.

  • E da allora tutto facile?

«Macché, una faticaccia. Fra l’altro, al primo allenamento venni espulso proprio da Eusebio, che non tollerava parolacce. Non sapevo che cosa dire a mio padre, così mi inventai un infortunio e uscii dal campo zoppicando».

  • La classica bugia a fin di bene.

«Come quella volta che volevo a tutti i costi vedere alla Tv la semifinale di Coppa dei Campioni Benfica-Steaua Bucarest, ma ero ricoverato in ospedale in attesa dell’operazione di appendicite. Beh, vidi che gli esami del mio compagno di camera erano negativi e allora scambiai le cartelle. Così quando vennero i medici dissi che mi sentivo bene e loro trovarono conferma nelle analisi. Mi dimisero in tempo per la partita, il Benfica vinse 2-0 e io ai gol esultavo e vomitavo. Poi l’appendice non me la sono più tolta».

  • Il Benfica a un certo punto ti diede in prestito a una squadra di Serie C.

«Quante lacrime! Avevo diciott’anni, chiesi il motivo della cessione e mi risposero che mi voleva solo il Fafe. Eppure fu un anno importante, i tifosi mi adottarono, mi chiamavano "il principino". E a fine stagione tornai al Benfica per essere incluso nella rosa di prima squadra».

  • Di Firenze qual è il ricordo migliore?

«Di ricordi ne ho tanti. A livello calcistico, direi la festa notturna allo stadio Franchi dopo la conquista della Coppa Italia. A livello privato, l’amicizia con i coniugi Batistuta. Nessuno sa che mia moglie, tempo fa, perse un bambino al quinto mese di gravidanza. Beh, Gabriel e sua moglie Irina ci furono particolarmente vicini e ricordo l’abbraccio intensissimo di Batistuta negli spogliatoi dello stadio quando mi dedicò il suo primo gol dopo lo sfortunato episodio».

Qui è contrastato da Mark Iuliano.
Qui è contrastato da Mark Iuliano.

  • Comunque, di piccoli Rui Costa ce ne sono due...

«Nati in Portogallo. Felipe ha sei anni e giocherebbe sempre a pallone. È più forte con l’italiano che col portoghese. L’altro si chiama Hugo e ha due anni: per ora cerca di imitare il fratello».

  • Come passi il tempo libero nella metropoli milanese?

«Con loro, soprattutto. Avendo per obiettivo lo scudetto, ho limitato molto le serate fuori casa. In famiglia abbiamo una passione per i puzzle: costruiamo cose enormi, dai tre ai cinquemila pezzi. Poi vengono i videogames, sempre con loro».

  • Ascolti musica?

«Sì. I miei miti sono i vecchi U2 e Brian Adams».

  • Cinema?

«Ho perso l’abitudine di frequentarlo, ma resto un appassionato, quindi uso molto il videoregistratore. La mia pellicola cult è Ben Hur».

  • Ah, film storici.

«Leggo le biografie dei grandi personaggi del passato. Per me il più affascinante resta Napoleone».

  • Il regalo più bello che hai ricevuto e il più costoso che hai fatto?

«Ho comprato la casa di Lisbona della mia infanzia unendola all’appartamento del piano sovrastante, molto più ampio. C’è una camera sempre riservata per me, nelle altre vive il resto della famiglia, compresa la nonna che ha più di settant’anni».

  • Consigli agli aspiranti Rui Costa?

«Comportarsi in campo e nella vita sempre correttamente, avendo anzitutto rispetto per il prossimo. E poi affrontare il calcio con serietà e tenacia. Ho visto molti compagni di squadra perdersi per strada nonostante avessero più talento di me. Gli è mancata la voglia di arrivare, non hanno saputo fare sacrifici nel momento decisivo».

Cesar Costa Rui Manuel.

  

SETTE ANNI A FIRENZE

Cesar Costa Rui Manuel è nato a Lisbona il 29 marzo 1972. Alto 180 cm, pesa 74 kg. Cresciuto nel Benfica, ha vinto uno scudetto, una Coppa del Portogallo e, con la sua Nazionale, il Mondiale Under 20 nel 1991, perdendo la finale europea Under 21 nel 1994 contro l’Italia. È approdato in estate al Milan, che lo ha pagato 85 miliardi, serviti alla Fiorentina per ripianare un pazzesco deficit economico. In viola ha giocato sette stagioni con il seguente ruolino:

Tabella.

 

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