I
successi nella canoa si aggiungono a quelli di nuoto, canottaggio e vela.
Su 34 medaglie azzurre, ben 15 vengono dall’acqua. Analisi della
spedizione italiana a Sydney.
Conferma,
nonostante tutto. A dispetto delle difficoltà croniche e delle
contraddizioni ricorrenti, l’immagine dello sport italiano esce
consolidata dall’Olimpiade di Sydney. Il numero delle medaglie
conquistate (34) è infatti in linea con il copioso raccolto di Atlanta
’96 (35), caratterizzando i Giochi australiani tra i più produttivi
della nostra storia moderna. Sydney si colloca dopo Los Angeles ’32 e
Roma ’60 (allora le medaglie azzurre furono 36) e, appunto, alle spalle
di Atlanta però davanti all’altra Olimpiade andata in scena a Los
Angeles, quella dell’84 (32 medaglie), peraltro ancora insuperata quanto
al numero degli ori conquistati (14).

Antonio Rossi e Beniamino Bonomi
esultano
subito dopo aver vinto la finale del K2 1.000 metri.
Anche in questa chiave i Giochi su cui è
appena calato il sipario si confermano comunque di assoluta eccellenza per
il nostro movimento sportivo, avendoci consegnato 13 successi (forte la
matrice femminile grazie ai 6 ori delle nostre ragazze), esattamente come
Anversa 1920, Roma 1960 e Atlanta 1996. E se soltanto Elisabetta Perrone
non fosse rimasta vittima di una sorta di guerra tra giudici nella 20 km
di marcia, oggi saremmo a festeggiare l’oro numero 14, esattamente come
16 anni fa. Invece la nostra piccola atleta è stata fermata a tremila
metri dal traguardo, con la vittoria in pugno, una decisione che ha
indignato tanto Maurizio Damilano, oro nella 20 km a Mosca e oggi
presidente della commissione Iaaf (l’ente che presiede all’attività
internazionale dell’atletica leggera) della marcia («Quello che è
successo alla Perrone è inammissibile»), quanto Abdon Pamich, oro
nella 50 km a Tokyo ’64 («Ormai la sospensione crea soltanto
equivoci e va abolita»).

Josefa Idem, prima nel K1 500
metri femminile. L’italo-tedesca ha conquistato
la medaglia d’oro a 36 anni e dopo cinque partecipazioni alle
Olimpiadi.
Sydney rimarrà, comunque, nella storia
azzurra per la complessiva eccellente qualità dei suoi podi e,
soprattutto, per quella sorta di incantesimo che ci aveva sempre negato l’oro
nel nuoto e che invece s’è spezzato dopo un secolo. Il nuoto, con l’atletica,
è la trave portante di un’Olimpiade e il fatto di esserci meritati sei
medaglie, tre delle quali del metallo più pregiato, non può che
inorgoglirci. Ma di questo, cari amici, avevamo già parlato in maniera
più approfondita la settimana scorsa, analizzando la fase ascendente dei
Giochi australiani. Stavolta, invece, prendendo in esame quant’è
accaduto nella seconda parte della spettacolare maratona sportiva, ci pare
anche il caso di provvedere a una stima complessiva della spedizione
azzurra, visto che proprio i giorni conclusivi dell’Olimpiade d’Australia
sono stati quelli caratterizzati da maggiori contrasti: grandi gioie, ma
anche cocenti delusioni.

Luca Devoti, insperato argento
nella vela classe Finn,
è uno dei pochi campioni italiani in questa disciplina.
Gli amici lo chiamano globetrotter
perché fa la spola tra l’Inghilterra,
dove ha un cantiere e costruisce imbarcazioni, e Castelletto di Brenzone
(Verona), dove ha una casa nella quale ospita i suoi amici-avversari
durante gli allenamenti invernali.
A deluderci sono state soprattutto alcune
tra le discipline più popolari, quelle che nel nostro Paese catturano
masse di praticanti. Che si tratti di un caso o meno, saranno gli esperti
a spiegarcelo dopo le opportune verifiche. Certo è che dal calcio,
rappresentato dalla nostra ruspante Under 21 campione d’Europa, dal
ciclismo su strada (Pantani, Bartoli & C.), dal basket, dall’atletica
(e segnatamente dal terzetto Mori-Longo-Levorato), ma pure – nonostante
il bronzo finale ottenuto a spese dell’Argentina – dalla pallavolo,
era lecito attendersi di più. Ma si sa, sebbene lo spirito olimpico a
denominazione controllata, quello così caro al barone De Coubertin,
appartenga ormai al passato remoto, l’importante resta comunque
partecipare. In questa ottica, dunque, l’unica stonatura della nostra
eccellente presenza a Sydney resta l’affondamento della pallanuoto,
battuta non soltanto dall’Ungheria ma pure da un arbitraggio non
compiacente.

Nicola Vizzoni si sfoga con un
urlo dopo avere scagliato il martello.
Il suo argento e quello della May sono le uniche due medaglie
vinte dall’atletica leggera italiana ai Giochi di Sydney.
Comunque, la presenza azzurra in Australia è stata
vissuta all’insegna della simpatia.
Quella,
ad esempio, sprigionata dalla signora delle canoe, Josefa Idem, la
trentaseienne tedesca diventata italiana per amore, e incitata da due
tifosi speciali, il marito Guglielmo Guerrini, che è pure il suo
allenatore, e il figlioletto Janek, 5 anni. Grande l’ormai italianissima
Idem, quarta a Barcellona e bronzo ad Atlanta, a controllare le emozioni e
il sistema nervoso dopo che il fortissimo vento, rischiando di mandare in
briciole quattro anni di lavoro, stava per causare il definitivo
annullamento della sua gara. E grandi come lei sono stati, sempre sulle
acque di Penrith, Antonio Rossi e Beniamino Bonomi, vittoriosi nel K2
1.000 metri, così forti da tagliare il traguardo a remi sollevati. Tra
Barcellona e Sydney hanno vinto 4 ori, 2 argenti e un bronzo in due . «Ringrazio
Dio per avermi consentito di fare la gara che avevo nelle braccia»,
è stato il primo pensiero di Antonio Rossi, ormai uno dei volti più
popolari dello sport azzurro. «Meno di un
anno fa è morto mio padre e mi è caduto il mondo addosso. A marzo però
è nata Angelica e in quei tre mesi in cui sono passato da figlio a
genitore per me è cambiato tutto».

Paolo Vidoz (a sinistra) combatte
con il nigeriano Samuel Peter
nei vittoriosi quarti di finale. Il suo bronzo è l’unica medaglia
della boxe italiana, guidata a Sydney dal Ct. Patrizio Oliva.
La canoa è fatica, forza di volontà,
sofferenza. Come il pugilato, in cui Paolo Vidoz ci ha regalato un bronzo
ricoperto di sangue e di sudore, come il canottaggio, in cui l’oro del
quattro di coppia ha contribuito a ravvivare la grande saga degli
Abbagnale ora che Agostino, 34 anni, ha attinto ai cromosomi di famiglia.
È fatica pure l’atletica: chiedere, per credere, a Nicola Vizzoni che,
come specialità, ha scelto il lancio del martello, scagliando il suo
attrezzo così lontano da centrare una medaglia d’argento. La stessa che
ci ha regalato Fiona May, battuta dalla fuoriclasse tedesca Heike
Drechsler, ma a sua volta capace di battere Marion Jones che sognava
cinque ori e che, al contrario, s’è dovuta "accontentare" di
tre medaglie d’oro e due di bronzo. A 35 anni, la Drechsler ha
consegnato il suo trono a Fiona («Ti cedo il mio scettro, ora tocca a
te»), una storia simile alla Idem visto che da inglese è diventata
azzurra per amore dell’ex astista Gianni Iapichino, provocandone lacrime
finalmente di gioia. In perfetta sintonia con l’irripetibile atmosfera
di un’Olimpiade d’altri tempi.
